Assistente sociale domani - Volume 1
Capitolo 1: Lavoro sociale
Lavoro sociale: insieme delle azioni e misure che la società mette in atto per riarare, compensare, prevenire le proprie disfunzioni. Social work: dimensione professionale che si riferisce ad una pluralità di professioni (educatore, a.s., op. soc.). Servizio sociale professionale: in Italia si definisce così il lavoro dell’A.S.
La logica sociale lavora in conformità al principio di “empowerment”, prospettiva “abilitante” della persona, aumento del senso di autoefficacia. Le funzioni possono essere più strutturate e formali e svolgersi all’interno del sistema di welfare, in questo caso l’a.s. è incaricato di “erogazione” dei servizi a coloro che ne hanno effettivamente bisogno. È anche un lavoro creativo perché non si tratta solo di erogare prestazioni ma anche di adattare le prassi alle specifiche esigenze di ogni persona. L’a.s. svolge colloqui di counseling, aiuta le persone a individuare il problema e adattivarsi per risolverlo (contattando anche autonomamente altre persone utili).
Sul piano accademico
S.s. è disciplina scientifica identificata dal codice SPS/07. S.s. è un’area multidisciplinare, “sapere connesso a un agire specializzato”. Tra metà 800 e inizio 900 nei paesi anglosassoni arrivano i primi “social worker” (Mary Richmond, Edith Abboth, Jane Addams). In Europa le fasi di costruzione dello Stato sociale (voi soprattutto quelle connesse al diffondersi dei principali schemi di assicurazione sociale) vedono l'utilizzo di un funzionario che garantisca un'implementazione efficace.
ONMI: vedi appunti. Negli anni 70 il welfare state si è “aperto” alle organizzazioni del terzo settore. Negli anni 90 con l'affermarsi della liberalizzazione nel campo dell'assistenza il lavoro sociale si è dovuto confrontare con le logiche di mercato. L'aiuto in tale logica è definito non più come diritto di cittadinanza bensì come bene che si potrebbe produrre e distribuire in modo efficiente. Questo ha portato a un'ulteriore differenziazione del lavoro sociale. Si arriva così al “case management”.
Il lavoro sociale è un modo di guardare ai problemi sociali senza il filtro della patologia (a differenza dello schema medico). (Basaglia: non prescindiamo dalla malattia, la mettiamo tra parentesi). È possibile osservare situazioni correlate a malattie sanitarie anche gravi (es. Alzheimer) che tuttavia non costituiscono problema dal punto di vista del lavoro sociale, qualora la capacità di azione dei soggetti coinvolti in quella specifica situazione risulti adeguata a un fronteggiamento della situazione stessa. Viceversa, è possibile individuare situazioni in cui non vi è alcuna malattia riscontrabile entro i parametri della sanità, e tuttavia è ben evidente una disfunzione sociale ed una carente capacità di azione dei soggetti coinvolti.
Definizione internazionale di lavoro sociale professionale
Approvata a Melbourne nel 2014 dal Congresso generale dell'International Federation of Social Workers (IFSW) e dall'assemblea generale dell'International Association of School of Social Work (IASSW):
“Il lavoro sociale è una pratica professionale è una disciplina accademica che promuove il cambiamento e lo sviluppo sociale, la coesione sociale, l'empowerment e la liberazione delle persone. I principi della giustizia sociale, i diritti umani, la responsabilità collettiva e il rispetto delle diversità sono fondamentali per il lavoro sociale. Il lavoro sociale coinvolge persone e strutture per affrontare le sfide della vita e per accrescere il benessere, basandosi sulle teorie proprie del lavoro sociale stesso, sulle scienze sociali e umanistiche e sui saperi indigeni. Questa definizione può essere ampliata a livello nazionale e regionale.”
Mandato centrale
Le finalità centrali del lavoro sociale professionale consistono nel promuovere il cambiamento, lo sviluppo, l'empowerment e la liberazione delle persone. Il lavoro sociale riconosce che il benessere e lo sviluppo umano vengono facilitati e/o ostacolati da fattori storici, socioeconomici, culturali, territoriali, politici e personali, interconnessi tra loro. Si è solidali con coloro che sono svantaggiati. La professione si sforza di alleviare la povertà, liberare le persone vulnerabili, promuovere l'inclusione e la coesione sociale. Si è impegnati per mantenere la stabilità sociale, nella misura in cui tale stabilità non viene utilizzata per emarginare, escludere o opprimere.
Principi
Rispettare la dignità, la diversità, difendere i diritti umani e la giustizia sociale. Il lavoro sociale fa propri i diritti di prima, seconda e terza generazione.
- I diritti di prima generazione sono quelli civili e politici, come la libertà di parola e di coscienza e la libertà dalla tortura e dalla detenzione arbitraria.
- I diritti di seconda generazione sono quelli socioeconomici e culturali, come il diritto a un ragionevole livello di istruzione, di cure mediche e di condizioni abitative.
- I diritti di terza generazione riguardano il mondo naturale, il diritto alla biodiversità e all'equità intergenerazionale.
Laddove determinate convinzioni culturali, valori e tradizioni violano i diritti umani fondamentali, c’è necessità di aprire in maniera critica e riflessiva un dialogo diretto con i membri del gruppo culturale in questione.
Conoscenze
Il lavoro sociale si basa sia sui fondamenti teorici e di ricerca interni al suo specifico ambito disciplinare, sia su teorie tratte da altre scienze umane come la pedagogia, l'antropologia, l'economia, la psichiatria, la psicologia, la sociologia. L'unicità del lavoro sociale è che si tratta di teorie applicate.
Pratica professionale
Comprende forme di terapia e di consulenza lavoro di gruppo avvocati, lavoro di comunità, politiche sociali.
Pratica riflessiva
Con questa si intende evitare risposte standardizzate e routinarie. Fare i conti con la complessità con la mutevolezza con l'incertezza proprie del lavoro con le persone. È necessario a tal proposito imparare le pratiche del problem solving, ovvero avere la capacità di individuare i problemi. Il problem setting è un processo nel corso del quale in modo interattivo, diamo un nome alle cose di cui ci occuperemo inquadriamo il contesto entro cui ce ne occuperemo. Gli operatori devono fare uso della propria esperienza e competenza per preparare un intervento su misura per le persone. Non si tratta di reinventare tutto a ogni nuovo intervento. La pratica riflessiva è un approccio che punta a valorizzare i modi in cui i princìpi generali forniti dalla teoria possono essere adattati e calibrati in relazione alle specifiche caratteristiche di ogni situazione. È inevitabile essere guidati da un bagaglio di idee o di convinzioni, la valutazione degli interventi svolti ci può offrire l'opportunità di imparare dall'esperienza concreta, per questo è necessario investire nello sviluppo professionale permanente. È necessario essere in grado di spiegare e giustificare sia le decisioni che abbiamo preso sia la procedura seguita per prenderle, dobbiamo saper argomentare ogni passaggio dei nostri interventi.
Come promuovere la pratica riflessiva
- Leggere: leggere può servirci addirittura a risparmiare tempo, pratica che spesso viene messa da parte.
- Fare domande: è fondamentale per imparare dall'esperienza degli altri.
- Sentire: è la linfa vitale per la teoria.
- Parlare: condividere le proprie opinioni rispetto ai problemi di lavoro aiuta a comprendere meglio le cose.
- Pensiero: evitare di lavorare con il pilota automatico. Esiste tanta letteratura di bassa qualità.
De Bono: essere creativi significa uscire dai binari dei modi di lavorare abituali. “Qualità, a proposito di creatività. È come se la creatività, di per sé, fosse automaticamente qualche cosa di buono. A mio giudizio, invece, è meglio trattarla come un processo logico, più che come una questione di talenti, non meglio definita.”
La creatività può essere appresa:
- Cambiare angolatura visiva: la capacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri.
- Sviluppare una nuova visione delle cose: si tratta di elaborare una visione appropriata del punto d'arrivo a cui tendiamo. Trovare nuovi mezzi di trasporto.
- Fare un passo all'indietro: una volta fatto un passo indietro, disporremo dello spazio necessario per riflettere con calma sul problema.
- Lasciarsi andare: fare brainstorming aiuta a trovare tantissimi suggerimenti, moltissime possibilità che poi andranno scartate perché impraticabili, ma alcune di queste potranno essere molto utili.
Provocazione: De Bono dice: per sua natura a creare determinati schemi, per poi usarli in modo continuativo. Gran parte dei nostri pensieri è orientata a far rientrare la realtà in questi schemi, così da poter compiere delle azioni mirate ed efficaci. Se vogliamo cambiarli (gli schemi), una volta che ne abbiamo riconosciuto l'esistenza, dobbiamo compiere un'operazione diversa. Dobbiamo lavorare per provocazioni, non dobbiamo, cioè, descrivere una cosa per come essa è, o per come potrebbe essere. Dobbiamo sforzarci di guardarla da un'ottica diversa, porci degli interrogativi. Le provocazioni danno vita a idee destabilizzanti, che, una volta esplorate, ci possono aiutare ad acquisire delle idee nuove.”
Empowerment
L’empowerment è un processo nel quale le persone o i gruppi svantaggiati/oppressi scoprono la loro capacità di azione. Acquisiscono la sensazione di avere potere (il senso di autoefficacia di cui parla Bandura). Potere effettivo nel governo della loro vita. Empowerment si riferisce sia a uno stato della mente, come il sentirsi alla fine capaci e competenti o il percepire dentro di sé un senso di potere e controllo, sia a una ridistribuzione oggettiva del potere che risulta dalla modificazione delle strutture sociali dominanti.
Per molto tempo, si è guardato agli individui svantaggiati come ai responsabili della propria situazione e bisognosi dell'intervento nei loro confronti. Questo intervento ha assunto spesso l'immagine della beneficenza. Altri li hanno guardati come a delle vittime della cattiva organizzazione sociale. Le radici dell’ empowerment nel lavoro sociale sono principalmente individuabili in questa seconda categoria e nell’azione dei social workers aderenti al movimento dei settlement diffusosi negli Stati Uniti negli anni a cavallo tra 800 e 900. L'accelerata industrializzazione aveva portato a urbanizzazione e ad ondate di immigrazione interna ed esterna senza precedenti. Nel corso degli anni 80, in Gran Bretagna è stato ripreso il concetto di empowerment in una accezione alquanto distante da quella radicale anti-oppressiva (che vedeva le persone come uniche responsabili del proprio benessere). Essa si riferisce principalmente ad un ruolo della persona come un consumatore e al suo potere di scelta all’interno del mercato assistenziale (estrema fiducia nei meccanismi del mercato). Praticamente l'espressione di empowerment si era trasformata da concetto cardine dei movimenti rivoluzionari degli anni 60 a bandiera della destra per la liberazione dell'individuo attraverso le libere forze del mercato. In questo modo si nascondeva retoricamente una cruda politica del laisser faire, giustificando lo smantellamento dello stato Sociale con l'affermazione (anche giusta) che gli utenti, le famiglie e le comunità hanno potere di azione. Diviene politicamente accettabile agli occhi dell’opinione pubblica ridimensionare l’impegno pubblico per il welfare.
Poi negli anni 90 si assiste a un proliferare di organizzazioni di utenti e di famigliari del tutto autonome dai servizi formali e dai loro operatori professionisti, se non spesso in aperta contrapposizione. A questo punto l'empowerment, diventa una questione che li riguarda in via esclusiva e che non intendono delegare. La tendenza a sentirsi separati se non in contrapposizione con il sistema dell’expertise assistenziale si estende anche al volontariato, quasi che anche fare volontariato in qualche misura possa comportare un esercizio di potere arbitrario sulle loro esistenze di assistiti. Esiste una concezione intermedia tra l’idea che empowerment sia un avanzato e illuminato procedimento tecnologico, e l'idea che esso sia un'esclusiva rivendicazione di autonomia e di potere di una parte soltanto (ovvero quella svantaggiata). La soluzione è che l’esperto cede potere, cioè lascia fare agli interessati quanto è in loro potere fare. L'idea è che l'operatore non abbia il mandato di potenziare le persone, ma che le persone siano agenti sensati.
Sintesi
L'orientamento dell'empowerment in una concezione che non sia né paternalistica né delegante, ma pienamente relazionale:
- L’empowerment è un processo collaborativo nel quale utenti, caregiver e cittadini da un lato e operatori dall’altro lavorano assieme come partner.
- Il processo di empowerment vede gli utenti come soggetti potenzialmente competenti e capaci di decidere che cosa è bene per la loro vita.
- Gli utenti sono pensati capaci di auto percepirsi come agenti di cambiamento significativo.
- Le competenze vengono acquisite o affinate attraverso l'azione e le esperienze di vita. Gli operatori, quindi, devono non sostituirsi all'azione degli interessati per sfiducia preconcetta, ma aspettarla, eventualmente dare feedback per orientarla.
- Dall'empowerment dei propri interlocutori, gli operatori traggono opportunità di apprendimento e aiuti per l'esercizio delle competenze esperte, e così di seguito circolarmente.
- L'azione degli interessati alla soluzione dei problemi che li riguardano può estendersi oltre la sfera delle loro circostanze private e dipanarsi collettivamente per modificare il sistema politico o socio-culturale dominante. L'operatore, anche in questi casi può assecondare i processi in atto.
Riferimenti normativi
“Ordinamento della professione di a.s. e istituzione”. La professione dell’a.s. è riconosciuta con la l. 84/93: “dell’albo prof.” Indica:
- A.s. opera con autonomia di giudizio in tutte le fasi dell’intervento per prevenzione, sostegno e recupero di persone, famiglie, gruppi e comunità. Può svolgere attività didattico-formative.
- Può esercitare attività di coordinamento e direzione dei s.s.
- Può essere esercitata la professione sia in forma autonoma che subordinata.
Requisiti: abilitazione mediante esame di stato e iscrizione all’albo.
Istituzione dell’albo e dell’ordine degli a.s.
L. 84/93 istituisce albo, i cui iscritti costituiscono l’ordine. L’ordine è articolato a livello regionale o interregionale. Le norme che regolano il funzionamento degli ordini regionali e del consiglio nazionale sono contenute nel d.m. 615/94, al suo interno troviamo norme che riguardano i seguenti aspetti:
- Consiglio regionale: il consiglio di ciascuno degli ordini regionali ha sede nel capoluogo della regione. Quando il numero degli iscritti all’albo di una regione è inferiore a 250, il consiglio dell’ordine regionale può chiedere al ministero di grazia e giustizia di accorpare un ordine di regione limitrofa. Dopo aver eletto un presidente, un vice, un segretario e un tesoriere, esercita le funzioni di – cura delle iscrizioni e cancellazioni dei professionisti – determina tassa di iscrizione – adotta provvedimenti disciplinari – amministra il patrimonio dell’ordine. Il consiglio si riunisce almeno una volta ogni 3 mesi e ogni volta che ne faccia richiesta la maggioranza dei componenti o almeno 1/3 degli iscritti all’albo.
- Consiglio nazionale (CNOAS): ha sede a Roma ed è composto da 15 membri eletti. La carica di consigliere nazionale è incompatibile con quella di consigliere di un ordine regionale o interregionale. Il consiglio regionale esercita le seguenti funzioni: - promuove e coordina le attività degli ordini regionali o interregionali dirette alla tutela della dignità e del prestigio della professione – designa i rappresentanti dell’ordine in commissioni gli altri organismi nazionali e internazionali – esprime pareri su questioni di carattere generale che interessano la professione – decide i ricorsi avverso le deliberazioni dei consigli degli ordini regionali e interregionali – determina il contributo annuale a carico degli iscritti negli Albi - provvede all'amministrazione del proprio patrimonio. Il consiglio si riunisce almeno una volta ogni 6 mesi e ogni volta che ne faccia richiesta la maggioranza dei suoi componenti o almeno 5 consigli di ordini regionali o interregionali. Al fine delle elezioni, il consiglio (regionale) approva la lista dei professionisti che intende eleggere. Il presidente rappresenta l'ordine professionale nel suo complesso.
- Iscrizione e cancellazione dall’albo, sanzioni disciplinari: per iscriversi all'albo è necessario: - avere conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione – avere la residenza nella regione o in una delle regioni che costituiscono l’ambito territoriale dell’ordine - non essere stato già radiato dall'albo o condannato per un reato che comporta l’interdizione dalla professione. La cancellazione dall’albo avviene per domanda degli iscritti o qualora vengano a mancare i requisiti sopracitati. Il professionista che si rende colpevole di abuso o mancanza nell’esercizio della professione o che comunque tenga un comportamento non conforme al decoro riceve sanzioni disciplinari (ammonizione, censura, sospensione dall’esercizio della professione, radiazione dall’albo).
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