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L'intervento sistemico

Cap. 1 – Approccio sistemico relazionale

Nel sistema sociale si devono impiegare elementi di altre discipline, è una scienza “teorico-pratica” in quanto si interessa dei problemi che riguardano l’individuo in rapporto con il suo contesto. Presuppone una deontologia professionale (valori di riferimento), delle mete da raggiungere e delle previsioni da fare durante il processo operativo. Siamo passati da un modello “medico” (studio-diagnosi-trattamento) ad uno “processuale” (1 fase conoscitiva, 2 decisionale, 3 attuativa, 4 verifica. Dinamico, si può tornare a delle fasi precedenti). Questi modelli teorici permettono di fornire dei presupposti teorici sulla base dei quali creare una pratica efficace.

Durante il convegno di Siena del 1983 si afferma che il sistema sociale può riflettere sulla realtà sociale. Fissa dei valori, principi e genera delle prassi.

Fonti dell'elaborazione teorica

  • Riflessione sulle conoscenze provenienti da altre scienze
  • Riflessione sulla prassi

Rapporto tra modello e metodologia

  • Metodo: insieme di regole e principi di una disciplina.
  • Metodologia: una riflessione attorno al metodo. Processo logico che orienta le procedure e le azioni.
  • Modello: fornisce uno schema di riferimento ai fini della riproduzione dello stesso. Insieme di assunti fondamentali. Orientano l’intervento.
  • Teoria: formulazione sistematica di principi generali di una disciplina
  • Rapporto teoria e modello: la teoria fornisce i presupposti sul quale creare un modello per la pratica

Questi sopra consentono di agire in modo ordinato, non casuale, all’approccio sistemico.

L’approccio sistemico relazionale si sviluppa nell’80 a partire dalla “teoria generale dei sistemi” (Von Bertanlaffy, '71) che veniva applicata nella “terapia familiare”.

Modello unitario Goldstein

L’intervento sociale è un processo di apprendimento in un determinato contesto. La persona non è isolata, ma all’interno di un contesto. Parte dalla teoria dei sistemi, dice che l’operatore si crea mentalmente un proprio concetto di sistema e man mano che gli obiettivi prendono corpo, egli allarga o restringe il campo d’azione. Dice che bisogna sollecitare le possibilità del sistema-utente, sviluppare le sue risorse in modo che possa usarle per risolvere quel problema specifico e altri problemi della vita in un processo di apprendimento graduale. È un approccio olistico, supera la divisione tradizionale dei 3 metodi (individuo, gruppo, comunità). L’approccio sistemico rappresenta il sistema di cambiamento che interagisce col sistema utente.

Fasi di Goldstein

  • Strategia (studio, fissazione di obiettivi, attivazione interventi, conclusione, verifica)
  • Bersaglio (persona, famiglia, gruppo, comunità)

Modello integrato di Pincus e Minham

Vogliono superare la “specializzazione” degli assistenti sociali in una “dimensione”. L’assistente sociale deve integrare l’individuo con il suo ambiente e con altre persone. I problemi non sono un attributo della persona, ma della situazione sociale e del rapporto che la persona ha con le risorse in campo.

Collocano l’utente in 4 sistemi:

  • Agente di cambiamento (assistente sociale)
  • Sistema cliente (famiglia, individuo, comunità, gruppo)
  • Sistema bersaglio (ciò su cui agisce l’assistente sociale)
  • Sistema azione (interventi)

Importante anche l’ente, che attribuisce il mandato all’assistente sociale. Mantenere “obiettività sui rischi”, “intenzionalità” degli scopi (i rapporti sono lo scopo, tenerlo a mente), attenzione sui bisogni della persona. Il lavoro dell’assistente sociale consiste nello sviluppare capacità di problem-solving nella persona e promuovere risorse formali e informali.

Fasi di Pincus e Minham

  • Individuazione problema
  • Instaurazione rapporto
  • Diagnosi
  • Analisi obiettiva
  • Azioni
  • Contratto
  • Attuazione
  • Presa di coscienza
  • Conclusione

Modello esistenziale di Germain

L’ambiente è visto come un ecosistema basato su reti sociali in cui esiste un processo di crescita per “fasi del ciclo di vita” e in rapporto con eventi critici (lutti, separazioni…), durante i quali si può creare una “frattura” fra “bisogni e sostegni”. L’assistente sociale ha 2 funzioni:

  • Promozione sviluppo della persona
  • Influenza su ambiente

Il lavoro dell’assistente sociale consiste nel sostegno, informazione, stimolazione di autostima e capacità di reazione.

Fasi di Germain

  • Definizione problema/bisogno
  • Definizione obiettivi
  • Pianificazione
  • Attuazione

Costruire un modello

L’assistente sociale si deve sempre porre come un “facilitatore” per il cambiamento, non si deve sostituire alla persona. Rimanere neutrale, non giudicare. Evitare interventi standardizzati. Se vogliamo costruire un modello, dobbiamo innanzitutto valutare se la teoria presa in esame è compatibile con i valori del sistema sociale. Si deve saper leggere il bisogno e progettare un intervento tenendo conto degli effetti che può produrre.

Fare attenzione al territorio e ai suoi servizi, scoprire tipo di segnalazione o invio. Mappa e territorio sono concetti sistemici. L’intervento sistemico è adatto al sistema sociale perché permette di tenere conto della complessità dei fenomeni sociali, considera il territorio, i servizi, il contesto, integra la “tridimensionalità” (individuo, gruppo, comunità) ed è congruente con i valori del sistema sociale.

Cap. 2 – Ottica sistemica, concetti introduttivi, sviluppo storico, nuove tendenze

Un sistema è composto da elementi che interagiscono tra loro, il cambiamento arriva quando le relazioni diventano reversibili. In base a come il sistema interagisce con l’ambiente si può definire un sistema “chiuso” (scambia poco o nulla con l’ambiente) e uno “aperto” (scambia). Ogni informazione che entra in un sistema produce un feedback, nel caso di un sistema inficiato avremo un feedback negativo. Quando un sistema non riesce a mantenere un equilibrio, cioè non riesce ad autoregolarsi, si avrà una situazione o di “troppa trasformazione” quando arrivano nuove informazioni, o di “irrigidimento”. Nel primo caso il sistema si “dissolve”, nel secondo diventa impermeabile e non si produce cambiamento.

Proprietà dei sistemi secondo Watzlawick

  • Totalità: ogni parte è in rapporto con le altre, un cambiamento di una parte modifica il sistema stesso
  • Non sommatività: un sistema non è la somma delle sue parti ma molto di più
  • Retroattività: un sistema riceve informazioni dall’ambiente e risponde cambiando o rimanendo uguale (azione di risposta) (Omeostasi=rimane uguale; oppure Trasformazione=cambia).
  • Equi finalità: gli stessi risultati possono avere origini diverse e ad origini uguali possono non corrispondere gli stessi risultati (per questo bisogna valutare le ridondanze e i modi tipici di rispondere del sistema per fare previsioni su misura)
  • Interdipendenza: i cambiamenti di un elemento influenzano gli altri elementi

Assiomi della comunicazione di Watzlawick

  • Non si può non comunicare (anche il non parlare significa qualcosa)
  • Ogni comunicazione ha “contenuto” e “relazione
  • Ogni comunicazione segue delle sequenze: ogni comportamento funge da stimolo per una reazione che seguirà
  • Esiste comunicazione “verbale” e “analogica
  • Una comunicazione può essere “complementare” (posizione gerarchica diversa) e “simmetrica” (uguale)

(Haley) Rispetto a una proposta di comunicazione si possono verificare 3 retroazioni:

  • Rifiuto aperto
  • Accettazione
  • Squalificazione (contraddire, cambiare argomento, frasi incomplete. Può avvenire a livello di “contesto”, “contenuto” o “relazione”)

È sempre possibile che il messaggio non raggiunga il suo scopo, perché è sempre presente il fatto che una comunicazione è immersa in uno spazio relazionale e contestuale che può deviare il messaggio. Ogni messaggio, inoltre, è condensato dal “mittente” con tutti i significati che porta con sé, ma quando arriva al ricevente si “divide” nuovamente. Ogni messaggio apre la possibilità al rifiuto, all’accettazione e alla svalutazione.

Grazie all’evoluzione di questa teoria, il sintomo cessa di essere trattato come un’espressione di disfunzioni individuali e inizia ad essere letto come qualcosa che si genera all’interno di una rete di rapporti della persona. La diagnosi in termini sistemici fa riferimento a modalità di funzionamento del sistema.

Cap. 3 – Il servizio come sistema

L’organizzazione viene vista come un sistema aperto formato da elementi interdipendenti. Ha continuo scambio di informazioni con l’esterno e con questo ambiente (nel quale è calata l’organizzazione) deve adattarsi. Le teorie sistemiche e quelle più tradizionali hanno sviluppato 2 diversi approcci allo studio delle organizzazioni:

  • Funzionale: organizzazione come sistema con varie parti a volte in contrasto tra loro ma sempre con obiettivi comuni. Il tutto è però sempre più della somma delle parti, per cui rimane prioritaria la collaborazione.
  • Strutturale: qui si sottolineano le differenze delle parti del sistema “organizzazione” e si evidenzia il conflitto tra esse per raggiungere fini propri, non comuni.

Più il sistema si chiude, più diventa oneroso il raggiungimento degli obiettivi.

Quando si analizza un sistema organizzativo, ci possono essere una discrepanza tra la “realtà osservata” e quella “descritta” che deriva da:

  • Ciò che si è osservato
  • Dall’osservatore stesso
  • Dal modo e dal tempo in cui avviene l’osservazione

L’osservatore, quindi, non potrà mai dire cosa è “vero” in questa prospettiva, ma cosa per lui (partecipe non neutrale) appare vero. L’assistente sociale non è un soggetto passivo, è un attore che co-costruisce la realtà organizzativa attraverso comportamenti e comunicazione. Il principio della “totalità” fa riflettere su come l’organizzazione sia un insieme di differenti sottosistemi, ogni servizio e unità operativa al suo interno è connessa e volta ad un obiettivo. Il principio della “omeostasi” implica che anche nell’organizzazione ci siano dei meccanismi che tendono a mantenere un equilibrio. Quello della “equifinalità” mette in guardia dai tentativi di esportare una modalità organizzativa che è risultata efficace in altri ambiti senza tener conto delle caratteristiche dell’organizzazione in cui si pensa di introdurla.

Costruzione della rete

Collaborare significa “lavorare con” e quindi significa considerare l’altro come un soggetto con delle potenzialità, che è in grado di autodeterminarsi. Per costruire contesti collaborativi nella propria organizzazione si deve conoscere l’organizzazione stessa e individuare quali gruppi si strutturano: temporanei, lunga durata, mono o multiprofessionali e quali funzioni svolge l’assistente sociale all’interno. Si possono considerare:

  • Relazioni tra i membri
  • Influenze che l’appartenenza al gruppo produce sulle relazioni con altri sistemi (famiglia, ambiente, lavoro)
  • Rapporti che il gruppo intrattiene con altri sistemi

Ricci sostiene che è importante individuare la “territorialità” delle persone per poter analizzare il gruppo (es. chi si siede vicino a chi, linguaggio non verbale, valutare la punteggiatura delle comunicazioni). Per creare una dimensione collaborativa si devono presidiare 4 dimensioni:

  • Reale: manifesta, legata alle persone, ai compiti agli obiettivi
  • Sociale: delle relazioni del gruppo e con altri gruppi
  • Rappresentata: l’immagine che il gruppo ha di sé, permeata da aspetti cognitivi ed affettivi
  • Interna: come i soggetti si vivono nel gruppo

Per facilitare il progetto di collaborazione si può:

  • Stabilire l’obiettivo in modo chiaro, condiviso e definito
  • Mantenere regole
  • Delineare ruoli riconosciuti
  • Favorire una leadership costruttiva e orientata al raggiungimento di obiettivi
  • Assicurare che la comunicazione fluisca in modo funzionale sia sul piano di contenuto che di relazione
  • Promuovere un buon clima
  • Condividere obiettivi di sviluppo, orientamento al futuro

In merito ai servizi, Ferrario parla di 2 ordini:

  • Servizi di base: più aperti e disponibili perché ricevono domande più generiche, spesso intrecciate e complesse
  • Servizi specialistici: impongono le loro regole e hanno un campo più definito, selezionano l’utenza sulla base di un problema

È necessario creare una cultura multidisciplinare in cui il tempo per lavorare in gruppo venga protetto e programmato con responsabilità. Se si vuole fare un passo avanti rispetto alla comprensione della società odierna è necessario aprirsi ad una realtà letta in modo cooperativo, senza che alcuni prevalgano su altri con la loro “verità” (se in mano hai un martello tratti tutto come chiodo).

Contesti collaborativi nella comunità

Il sistema sociale deve anche essere capace di dialogare con gli attori presenti sul territorio in modo da rendere l’ambiente più ricettivo ai bisogni e più accogliente per i singoli individui che presentano delle difficoltà. La collaborazione col territorio può trasformarsi in “advocacy” quando si tratta di rappresentare interessi, bisogni, culture delle persone o dei gruppi che non sono tutelati a sufficienza dalle istituzioni. In ultima analisi, mantenere un approccio di apertura e connessione permette di innovare le pratiche e raggiungere forme di aiuto complesse e integrate in una prospettiva ecologica che tiene conto della complessità degli individui.

Cap. 4 – Le organizzazioni familiari

La famiglia è stata oggetto di attenzione negli ultimi decenni, perché si è modificata insieme ai cambiamenti della società. È il riflesso del periodo storico e culturale, perciò a seconda di queste variabili troviamo diverse forme di famiglia. Può avere maggiore o minore stabilità, allargarsi o restringersi riflettendo l’andamento delle condizioni ambientali, socioeconomiche.

A partire dal XX secolo si sono verificati cambiamenti nel modo di fare famiglia legati a:

  • Rivoluzione sessuale
  • Non più esclusivo orientamento verso i figli, importanza al benessere del singolo e della coppia
  • Instabilità coniugale
  • Cambiamento del ruolo e della posizione sociale della donna

Diverse forme di famiglia

  • Unipersonale: un solo soggetto, tipica della società industriale. Destinata ad avere una crescita per allungamento della vita (anziani che vivono soli), per maggiore indipendenza economica, per giovani che si allontanano da famiglia d’origine per studio o lavoro.
  • Coppia: di giovani senza figli o anziani.
  • Nucleare: formate da un nucleo, coppia e figli. Ci sono delle sottocategorie:
    • Nucleari lunghe: genitori con figli adulti indipendenti.
    • Nucleari conviventi: dove la scelta della legalizzazione del rapporto è secondaria per scelta.
    • Monogenitoriali: ad esclusione di quelle dove un genitore è morto, rappresentano il superamento dell’indissolubilità del matrimonio.
    • Ricostituita: con figli nati prima del matrimonio di uno o entrambi i partner e quelli nati dopo la nuova unione.
  • Complessa: famiglia nucleare + nonni. È diminuita nel tempo ma ancora esiste. Si offre come compensazione per far fronte a situazioni come il divorzio (torna dai genitori con il figlio piccolo) o a giovani coppie in cerca di una nuova abitazione. Sottocategorie:
    • Multipla: più nuclei completi di generazioni diverse.
    • Estesa: ad un nucleo si affiancano ascendenti e collaterali.

Si deve dunque parlare di “famiglie” non di “famiglia” perché esistono diverse forme di organizzazione. Da considerare anche le famiglie multiculturali, perciò l’approccio deve essere pluralista.

Le famiglie sono gruppi con una storia, sono sistemi aperti e che si autoregolano e perciò sono soggette alle stesse proprietà dei sistemi.

Fruggeri: “Il comportamento interpersonale dei membri della famiglia non è una semplice risposta a ciò che gli altri fanno, ma una funzione dei significati che vengono autonomamente attribuiti a tali azioni”.

Struttura della famiglia

Secondo i lavori di Salvador Minuchin, la famiglia è l’unica organizzazione umana che si è mantenuta stabile nel tempo almeno su certi aspetti. Grazie all’adattamento si è mostrata capace di rispondere a 2 obiettivi:

  • Uno interno: protezione dei suoi membri. C’è senso di appartenenza e differenziazione. I membri si sentono parte di un gruppo stabile e coeso e allo stesso tempo hanno la possibilità di svilupparsi e promuovere capacità personali. Quindi l’appartenenza dà identità e competenze e la differenziazione sviluppa l’autonomia. Queste funzioni vedono un processo circolare grazie al quale i problemi che emergono in un’area influenzano anche altre aree. È un sistema in evoluzione, perché quando ha figli piccoli deve soddisfare di più il bisogno di appartenenza e quando crescono quello di differenziazione. Se le aree “differenziazione” e “appartenenza” entrano in conflitto si possono generare difficoltà. Come ogni altro sistema, la famiglia tende all’equilibrio attraverso degli accordi (regole). Le regole possono variare in base al momento storico e al contesto spaziale. Le regole non possono essere modificate senza ridefinire le relazioni tra i membri. L’alleanza del nucleo nei confronti del mondo esterno conferma le regole interne. La coalizione di alcuni membri con il mondo esterno mette in crisi il sistema (es. adolescente adotta regole dei pari e si differenzia da quelle familiari).
  • Uno esterno: trasmissione della cultura.

Le regole familiari possono essere nascoste e implicite, ma sono cruciali per il funzionamento della famiglia.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vale.f. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Cremasco Daniela.
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