Introduzione alla macroeconomia
Per intraprendere al meglio lo studio della macroeconomia è necessario capire cos’è e in cosa si differenzia dalla microeconomia. La microeconomia studia le singole componenti del sistema economico e il suo problema "centrale" è quello di rendere compatibili bisogni degli individui e scarsità delle risorse disponibili. Nelle economie di mercato, questo problema viene risolto attraverso processi di interazioni tra i diversi agenti economici:
- Imprese (produzione, offerta);
- Consumatori (consumo, domanda);
- Governo (regole).
Le risorse sono allocate sulla base del meccanismo dei prezzi. La macroeconomia guarda invece il sistema economico nel suo complesso, studiandone i problemi, rispondendo a:
- Perché il reddito è più alto in alcuni paesi e più basso in altri?
- Perché i prezzi aumentano molto in alcuni periodi anziché in altri?
- Perché la produzione e l’occupazione (o la disoccupazione) si espandono in alcuni anni e si contraggono?
In termini generali la macroeconomia non considera la produzione della singola impresa e per spiegare e sintetizzare un sistema macroeconomico complessivamente si deve procedere ad una semplificazione, la quale prevede che:
- Il livello di aggregazione sia molto più spinto che in microeconomia;
- La descrizione della macroeconomia sia dunque una descrizione approssimata della realtà (studia la foresta ma non i singoli alberi che la compongono);
- Si utilizzi il livello medio o indice dei prezzi che è una media di tutti i prezzi esistenti nei vari mercati, infatti non si considerano le variazioni nei prezzi relativi (rapporto tra prezzi dei beni), come nella microeconomia;
- Non si considerano variazioni nella struttura (qualità) delle variabili ma solo variazioni quantitative delle stesse variabili nel tempo.
La macroeconomia è uno strumento molto potente che mi consente di interpretare flussi di notizie economiche ricevute quotidianamente grazie alla conoscenza dei modelli economici che vengono studiati. Ad esempio: "Nel 2020 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all'anno precedente. In volume il Pil è diminuito dell'8,9%." Grazie allo studio dei modelli economici in macroeconomia è possibile già comprendere al meglio il significato della frase soprastante.
L'analisi microeconomica e a chi si rivolge
Questo tipo di analisi mira a fornire indicazioni operative ai governi, alle istituzioni internazionali (ad esempio il Fondo Monetario Internazionale – FMI) e al settore privato (ad esempio grandi imprese e banche). Dalla macro ci attendiamo indicazioni per analizzare e risolvere problemi di politica economica.
Lo strumento di cui i macroeconomisti si avvalgono per analizzare i sistemi economici sono dei modelli economici che:
- Sono rappresentazioni stilizzate dell’economia e dei mercati;
- Trascurano dettagli;
- Sono composti di grafici ed equazioni;
- Semplificano la realtà al fine di migliorare la nostra capacità di comprenderla.
Le variabili macroeconomiche
Le variabili macroeconomiche si distinguono in primis in:
- Variabili endogene: quelle che un modello economico intende spiegare, come prezzi e quantità;
- Variabili esogene: sono grandezze considerate date poiché esterne ai modelli e che questi non possono spiegare. Tipicamente queste variabili possono essere, ad esempio, gli andamenti demografici oppure la tecnologia o ancora le politiche di governo (decisione di aumentare o ridurre le tasse – l’imposizione fiscale).
Quello che si cerca di capire sono gli effetti che questo tipo di variabili comportano nel sistema macroeconomico (ad esempio, in seguito ad un miglioramento tecnologico si cerca di capire quali siano gli effetti del miglioramento della tecnologia sulle variabili endogene, prezzo e quantità.).
Un’altra classificazione delle variabili che va considerata è quella tra:
- Flusso, variabile con una dimensione temporale e viene misurata nell’unità di tempo (quantità di beni prodotti in un anno, un trimestre o un mese) e di questa tipologia sono: PIL, tasso d’interesse, spesa pubblica e consumi;
- Stock, variabile che è misurata in un determinato istante. Esempi di questa sono il debito pubblico, capitale fisico e tasso di disoccupazione.
La produzione aggregata
La misura principale della produzione aggregata nella contabilità aggregata è il Prodotto Interno Lordo (PIL):
- Prodotto: il PIL rappresenta il valore della produzione di beni e servizi finali in un certo periodo di tempo (variabile flusso) ed include: beni di consumo, beni di investimento e acquisti pubblici;
- Interno: considera l’attività economica che avviene all’interno del Paese, indipendentemente dalla residenza legale dei lavoratori o dei proprietari delle imprese;
- Lordo: include sia gli investimenti diretti a sostituire attrezzature/strutture usurate/obsolete (ammortamenti) sia gli investimenti nuovi, che aumentano lo stock di capitale (investimenti netti).
Il PIL non è l’unica variabile, ma quella più conosciuta ed utilizzata per misurare la dimensione economica di un paese. Oltre al PIL esistono altre misurazioni della produzione aggregata come:
- PNL (Prodotto Nazionale Lordo): il valore finale di tutti i beni e servizi prodotti in un determinato periodo di tempo (anno o trimestre) da connazionali (lavoratori e imprese) indipendentemente dal luogo in cui sono prodotti, esclusi i non nazionali all’interno e inclusi i connazionali all’estero;
- PNN (Prodotto Nazionale Netto): è il reddito dei residenti di una nazione dopo aver sottratto il deprezzamento del capitale, in poche parole: PNL – ammortamento.
Come viene misurato il PIL?
Esistono tre diverse metodologie di misurazione del PIL:
- Somma del valore dei beni e servizi finali prodotti in un’economia in un certo periodo di tempo;
- Somma del valore aggiunto prodotto in un’economia in un certo periodo di tempo;
- Somma dei redditi percepiti in un’economia in certo periodo di tempo.
Le prime due metodologie considerano il PIL dal lato della produzione, mentre l’ultima considera il PIL dal lato del reddito. Per meglio comprendere il metodo di calcolo di tutte e tre le metodologie è conveniente usare un esempio in cui si pensi l’Italia, nel nostro caso, un paese composto da due imprese (1 e 2), una siderurgica e l’altra automobilistica in interazione.
Metodo della spesa
Il primo metodo considera solo i beni finali (le automobili), e non quelli intermedi (l’acciaio). Immaginiamo il bilancio di un’impresa che nasca dalla fusione delle due precedenti:
Metodo del valore aggiunto
Il secondo metodo misura l’attività economica sommando il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali, escludendo il valore dei beni e servizi impiegati a stadi intermedi della produzione. Nel nostro esempio a due imprese:
- L’impresa siderurgica non usa beni intermedi il suo valore aggiunto è uguale al valore dell’acciaio che produce (i.e. 100 euro) e
- L’impresa automobilistica utilizza l’acciaio come bene intermedio il suo valore aggiunto è dato dal valore delle automobili prodotte (i.e. 200 euro) meno il valore dell’acciaio usato come bene intermedio (i.e. 100 euro)
- Il valore aggiunto totale dell’economia sarà dato dalla somma dei valori aggiunti delle due imprese (i.e. 200 euro).
Metodo dei redditi
Il terzo metodo consiste nel sommare tutti redditi percepiti all’interno dell’economia. Nel nostro esempio abbiamo due tipi di reddito: reddito da lavoro (salari) e reddito da capitale (profitto).
All’interno dell’industria siderurgica:
- I lavoratori percepiscono un reddito (salario) di 80 euro;
- L’imprenditore percepirà un reddito (profitto) di 20 euro.
All’interno dell’industria automobilistica:
- I lavoratori percepiscono un reddito (salario) di 70 euro;
- L’imprenditore percepirà un reddito (profitto) di 30 euro.
La somma dei redditi percepiti nell’intera economia è di 200 euro.
Pil nominale e Pil reale
Il PIL poi può essere definito in due modi diversi: PIL nominale e PIL reale. Il primo definisce la quantità dei beni finali valutati al loro prezzo corrente, e cioè si va a misurare la produzione interna lorda italiana secondo i prezzi odierni. La crescita del PIL nominale dipende da due fattori: crescita della produzione (in termini di quantità) nel tempo e aumento dei prezzi dei beni nel tempo.
Il secondo invece valuta la quantità di beni e servizi finali a prezzi costanti, questo infatti permette di misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo escludendo l’effetto della variazione dei prezzi. Se diviso per la popolazione (PIL reale pro capite) misura il tenore di vita medio di un paese e al di là di tutto resta comunque un indice imperfetto perché non dice nulla sulla distribuzione del reddito.
Se volessimo capire se il sistema economico stia producendo più o meno bici si utilizza il PIL reale, prendendo il prezzo di un particolare anno (ad esempio quello del 2020, ovvero 240€) e utilizzandolo per valutare la produzione in tutti gli anni:
| Anno | Prezzo | Quantità Biciclette | PIL nominale | PIL reale |
|---|---|---|---|---|
| 2019 | 10 | 200 | 2000€ | 2400€ |
| 2020 | 12 | 240 | 2880€ | 2880€ |
| 2021 | 13 | 260 | 3380€ | 3120€ |
Nel 2018 il PIL nominale italiano ammontava a circa 2000 miliardi di dollari americani risultando 51.6 volte il PIL nominale registrato nel 1960. Tuttavia, in termini reali (i.e. con prezzi fissi al 2010), il PIL registrato nel 2018 era solo 3.9 volte più grande rispetto al 1960 mentre nel 2010 (anno base) il PIL nominale e reale coincidono.
Livello o tasso di crescita?
Importante è anche calcolare il tasso di crescita del PIL in un certo tempo t che equivale a:
Dove con Y viene indicato il livello di produzione nei vari tempi t considerati e che molto spesso viene espresso in termini percentuali. Con questo valore è possibile calcolare “di quanto” è cresciuto (espansione – periodo di crescita positiva) o, al contrario, di quanto è diminuito (recessione – periodo di crescita negativa).
Nota Bene: per convenzione si considera recessione quando si registrano per due trimestri consecutivi crescite negative del PIL.
Il tasso di disoccupazione
Un’altra variabile macroeconomica estremamente importante è quella definita dal tasso di disoccupazione che equivale al rapporto tra il numero di disoccupati (U) e le forze di lavoro (L) e, a sua volta, la forza lavoro viene calcolata come la somma degli occupati (N) e dei disoccupati (U). Diverso è il tasso di partecipazione (p) dato dal rapporto tra la forza lavoro (L) e il totale della popolazione in età lavorativa (POP).
Il tasso di disoccupazione viene rilevato dagli istituti di statistica dei vari paesi attraverso un rilevamento casuale tra le famiglie su base periodica (indagini campionarie) che cambia a nome a seconda del contesto di riferimento:
- Labor Force Survey (UE);
- Rilevazione sulle forze di lavoro (Italia);
- Current Population Survey (USA).
Nelle indagini vengono contati:
- Occupati: persone che hanno un lavoro al momento dell’intervista, in USA, o nella settima precedente all’intervista in UE;
- Disoccupati: persone che non hanno un lavoro, ma che sono in cerca di occupazione;
- Fuori dalle forze di lavoro: perso che non hanno un lavoro e non sono in cerca di occupazione (lavoratori scoraggiati).
Se tutte le persone senza un’occupazione dovessero risultare lavoratori scoraggiati, allora il tasso di disoccupazione risulterebbe uguale a 0. Ecco perché nel calcolare il tasso di disoccupazione è importante considerare “come si stia muovendo la forza lavoro”; perché se ci trovassimo di fronte ad un tasso di disoccupazione basso ma con un alto numero di lavoratori scoraggiati, allora l’informazione sarebbe fuorviante perché il tasso non dimostrerebbe che la popolazione stia bene ma il contrario, nonostante sia basso.
Diversi tipi di disoccupazione
Esistono tre tipi di disoccupazione diversa:
- Disoccupazione frizionale: cioè funzionale al corretto andamento del sistema economico, concetto assimilabile a quello delle scorte di materie prime per un’impresa, ovvero scorte di posti di lavoro (posti vacanti delle imprese) e scorte di lavoratori in cerca di occupazione (i disoccupati) ed è meno preoccupante dal punto di vista macroeconomico;
- Disoccupazione ciclica: di entità e durata più massiccia determinata dalle fasi di recessione e di depressione dell’attività produttiva. Questo è un male per l’economia ed occorrono politiche macroeconomiche sia dal lato della domanda che dall’offerta per ridurla (di breve periodo). Un esempio abbastanza recente di questo tipo di disoccupazione è quella che si è manifestata dopo la crisi economica del 2008;
- Disoccupazione strutturale: disoccupazione che mette fuorigioco determinati lavoratori nel lungo periodo perché è determinata da cambiamenti strutturali che intervengono nel sistema economico, come ad esempio il cambiamento tecnologico e questo tipo di disoccupazione richiede interventi strutturali molto più complessi (es. robotizzazione di alcuni settori produttivi).
Perché preoccuparsi della disoccupazione?
- Se più elevata del livello fisiologico (i.e. frizionale), riduce la ricchezza di un’economia;
- Pone problemi di disuguaglianza e, oltre certi livelli, anche di ordine sociale;
- Può causare significativi oneri (es. sussidi di disoccupazione) e squilibrare la spesa pubblica;
- Se è di lunga durata e/o si concentra sui giovani, indebolisce la formazione di capitale umano nell’economia, con effetti negativi sulla crescita.
Livello dei prezzi e inflazione
Ancora un’altra variabile, di tipo flusso, molto importante è quella rappresentata dal tasso di inflazione che corrisponde alla variazione (in percentuale) nell’anno del livello generale dei prezzi di beni e servizi e si misura:
Si tratterà di deflazione davanti ad una riduzione del livello generale dei prezzi e con un tasso di inflazione negativo mentre di disinflazione davanti ad una riduzione della crescita del tasso di crescita dei prezzi.
Per misurare il livello generale dei prezzi si possono usare due metodi: il deflatore del PIL oppure l’indice dei prezzi al consumo (IPC).
Deflatore del PIL
- Viene definito come il rapporto tra il PIL a prezzi correnti e il PIL a prezzi costanti per lo stesso anno. In altre parole, esprime la variazione dei prezzi tra l’anno corrente e l’anno base.
- Inoltre consiste in un numero indice: il suo livello viene scelto arbitrariamente (è pari ad 1 nell’anno base).
- Permette di calcolare la variazione del prezzo medio dei beni finali prodotti in una economia.
Ad esempio:
Indice dei prezzi al consumo (IPC)
L’indice dei prezzi al consumo misura la variazione del livello dei prezzi medi al consumo, espresso come il costo in valuta (euro, ad esempio) di un determinato paniere di consumo di un tipico consumatore urbano. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è un numero indice ed è uguale a 1 nell’anno base (scelto arbitrariamente). In Europa, i macroeconomisti usano l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IAPC.
Differenze tra deflatore e IPC:
- L’IPC comprende beni importati, il deflatore solo beni nazionali;
- L’IPC ha pesi fissi (quelli dei beni compresi nel paniere), i pesi del deflatore (quantità beni prodotti) cambiano.
Alcuni dati sull'inflazione
Generalmente sia deflatore che IPC hanno andamenti simili nel tempo, con le dovute eccezioni causate dall’aumento del costo delle importazioni.
Perché gli economisti si preoccupano dell’inflazione?
- Durante le fasi inflattive, non tutti i prezzi e i salari aumentano proporzionalmente;
- L’inflazione influenza la distribuzione del reddito. Pensiamo, ad esempio, alla diversa reazione dei salari e delle pensioni a cambiamenti dei prezzi;
- L’inflazione crea altre distorsioni economiche, generando un clima di maggiore incertezza. La variazione dei prezzi relativi rendono più difficili gli investimenti produttivi per le imprese;
- L’inflazione favorisce i debitori e svantaggia i creditori;
- L’inflazione aumenta il carico fiscale in un sistema di tassazione progressivo (fiscal drag);
- La deflazione è sempre un bene?
Produzione, disoccupazione e inflazione
Le variabili descritte finora (produzione, disoccupazione e inflazione) sono collegate fra loro e gli economisti considerano principalmente due relazioni:
- La legge di Okun: mette in relazione (negativa) la crescita della produzione e le variazioni del tasso di disoccupazione;
- La curva di Philips: mette in relazione (negativa) il tasso di disoccupazione e l’inflazione.
Breve, medio e lungo periodo
Per descrivere il livello di produzione aggregata i modelli si dividono in tre macrocategorie, ovvero:
- La domanda di beni nel breve periodo, cioè nell’arco di qualche anno;
- Il livello di tecnologia, lo stock di capitale e la dimensione della forza lavoro nel medio periodo, cioè nell’arco di un decennio;
- Altri fattori come il sistema educativo, il tasso di risparmio e la qualità del governo nel lungo periodo.
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