Linguistica italiana
Capitolo I. Alle radici dell'italiano
1.1 Alle radici dell'italiano
La lingua parlata oggi in Italia è il risultato di profondi mutamenti avvenuti attraverso i secoli. L'italiano è una lingua di origine indoeuropea. L'indoeuropeo non è una lingua storicamente accertata, ma una lingua virtuale, ricostruita dagli studiosi moderni in base alla comparazione tra più lingue note, vive o morte. Possiamo immaginare tra IV e III millennio diverse tribù parlanti un insieme di dialetti affini e stanziate in un'area non facilmente precisabile tra Europa e Asia. Oggi parla una lingua indoeuropea quasi la metà dell'intera popolazione della terra, diffusa su tutti i continenti. In particolare, sono indoeuropee: l'inglese, l'hindi e lo spagnolo.
Verso la fine del II millennio, le popolazioni parlanti quel dialetto indoeuropeo che poi sarebbe diventato il latino si stanziarono in Italia. Nei primi secoli del I millennio, all'epoca della fondazione di Roma il latino è parlato solo in questa città. Decisamente più importante è l'influsso esercitato dal greco. Persino l'alfabeto latino è chiaramente apparentato con gli alfabeti greci occidentali usati nelle colonie dell'Italia meridionale e in particolare a Cuma, antica città della Campania fondata dai Calcidesi. Il greco ha fornito al latino le parole e soprattutto l'impalcatura concettuale di molto lessico astratto. Ciò è accaduto:
- Attraverso l'assegnazione di nuovi significati a parole già esistenti
- Tramite nuove formazioni, come qualitas e medietas
Il greco, inoltre, essendo stata la prima lingua delle comunità cristiane fuori di Palestina, ha permeato tutto il vocabolario religioso, fornendo parole necessarie:
- Per esprimere nozioni estranee alla cultura pagana come angelus 'angelo'.
- Per sostituire termini latini troppo compromessi col paganesimo.
1.2 Il latino volgare
L'italiano deriva, dunque, dal latino e appartiene alla famiglia delle lingue romanze. Quando si dice che l'italiano deriva dal latino, non bisogna dimenticare che solo una parte del vocabolario latino è arrivata fino a noi senza soluzioni di continuità. La maggioranza è stata recepita nei secoli per via scritta, libresca, e dunque non sempre presenta le trasformazioni di suono e di significato proprie dei vocaboli di uso ininterrotto: sono queste le parole di trafila dotta, dette anche latinismi o cultismi. Il latino, come ogni altra lingua storica, era una realtà complessa e varia.
L'assegnazione dell'aggettivo classico al termine latino si deve al grammatico ed erudito latino Aulo Gellio che applicò alla letteratura la divisione della popolazione in diverse "classi" economiche. Chi parlava latino, però, parlava una lingua alquanto diversa dal latino classico, almeno nel lessico e nella pronuncia. Proprio questo tipo di latino (il volgare) è all'origine delle lingue romanze o neolatine. Schematizzando, possiamo affermare che il latino volgare, è il latino parlato dell'uso familiare così com'era venuto atteggiandosi nell'età della decadenza. Un tipo di latino caratterizzato da diverse innovazioni, ma anche da molti tratti arcaici.
Gli storici della lingua e della letteratura latina distinguono 5 varietà del latino:
- Latino arcaico: va dal VIII a.C (dalla fondazione di Roma) fino alla fine del II sec a.C (età di Plauto, Ennio ecc)
- Latino pre-classico: va dalla fine del II sec a.C, fino alla metà del I secolo (Lucrezio, Catullo, Cesare)
- Latino classico: va dalla 2ª metà del I secolo a.C fino alla morte di Augusto nel XIV sec a.C (Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, Tito, Livio)
- Latino tardo: va dalla fine del II secolo d.C fino al VII-VIII secolo d.C (Ambrogio, Girolamo, Agostino)
Quindi possiamo affermare che l'italiano, come tutte le lingue romanze, rappresenta l'evoluzione del latino volgare (lat. vulgare(m) comune a tutti, da vulgares "volgo") cioè del latino parlato. Quanto alle differenze geografiche, dobbiamo presupporre già all'interno della lingua latina un certo tasso di variazione diatopica, soprattutto a livello lessicale. Una lingua viva non è un organismo immobile e definibile una volta per tutte, perché si modifica in rapporto a diversi fattori: il trascorrere del tempo, lo spazio geografico, il livello socioculturale di chi la parla (o la scrive), la situazione comunicativa, il mezzo di comunicazione che veicola il messaggio.
Studiare una lingua in diacronia significa esaminare i mutamenti che nel corso del tempo hanno interessato quella lingua, non solo all'atto della sua nascita, ma in tutta la sua evoluzione, fino al suo assetto attuale. Le trasformazioni di una lingua in diatopia sono quelle determinate dallo spazio geografico in cui quella lingua si parla. Il latino volgare ha dato vita, al variare dei luoghi, non solo alle varie lingue romanze, ma anche alla grande quantità di dialetti presenti nella nostra penisola, diversi da regione a regione, da città a città e, talvolta, da paese a paese. Una lingua può mutare anche in relazione alla diastratia ovvero allo strato sociale, al grado d'istruzione e quindi alla competenza linguistica dei parlanti. Studiare una lingua in relazione alla diafasia significa indagarne le trasformazioni legate alla situazione comunicativa. Ogni lingua varia anche in rapporto alla diamesia, vale a dire a seconda del canale di comunicazione che viene usato per trasmettere un dato messaggio.
Evidentemente, all'epoca del latino volgare esisteva già una differenziazione all'interno dei vari tipi di latino parlato nell'Impero Romano, poi irrigiditasi nel passaggio alle lingue romanze. Se il latino volgare coincide in primo luogo con la lingua parlata, è evidente che la sua ricostruzione può essere solo parziale e indiretta. Le fonti di cui possiamo disporre sono:
- Le iscrizioni di carattere privato, in particolare i graffiti come quelli pompeiani che sono sicuramente databili. Solo a Pompeii sono stati ritrovati all'incirca 5000 graffiti: annunci di combattimenti tra gladiatori, i punteggi di una partita a dadi, elenco per gli acquisti, scritte satiriche ecc.
Questi graffiti erano scritti in latino volgare, già nel I secolo dopo Cristo abbiamo alcuni fenomeni:
- Sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche (occlusive sorde in posizione intervocalica). Logus > Locus, Pagato > Pacato, Tridiu(m) > Triticum. Questo fenomeno è bizzarro poiché si sviluppa solo dopo il III secolo dopo Cristo, ma soprattutto perché Pompei si trovava al di sotto della Romania occidentale. Possiamo ipotizzare che chi ha scritto Locus al posto di Logus provenisse dalla Romania occidentale.
- Caduta della -M finale dell'accusativo
- Caduta della -S finale dell'accusativo (opposizione tra varietà italoromanze e galloromanze che conservano -S)
Riduzione di -E ed -I latine in iato ad I (semivocale iod). Caseum > Casiu(m), Habeat > abiat (con caduta etimologica, altro tratto tipico del latino volgare. Alea > Alia, Eamus > Iamus. Forme ipercorrette Morior > Moreor. Le vocali possono trovarsi insieme una dietro l'altra e si possono verificare i dittonghi o gli iati.
- Ex: Piede > ie (dittongo). Un dittongo si ha quando due vocali vicine vengono pronunciate con una sola emissione di fiato. Il dittongo può essere ascendente (quando la voce sale) e discendente (quando la voce scende).
- Per iato si intende l'incontro di due vocali che si pronunciano con suoni diversi. Le due vocali vicine non sono né -i né -u. Ex: Paese: le due vocali sono diverse, abbiamo uno iato. Leone.
- Il secondo caso di iato si ha quando le due vocali vicine sono una -i e una -u sotto accento. Ex: armonia, caseum (iato) abbiamo due vocali vicine; nelle iscrizioni pompeane. Non troviamo l'iscrizione "caseum" ma "casium": indica la riduzione di -e in -i. Caesum > Casium; Casium > Cacio. In italiano troviamo lo stesso fenomeno. Cerealis > Cereali (iato): la parola si è evoluta dal latino classico perché è un'invenzione più recente.
Riduzione dei dittonghi AE/OE > E e di AU/O. Quaerite > Querite, Phoebus > Phebus, Auriculas > Oriclas. Oriclas > Orecchie (latino volgare). Nel latino classico Oriclas > Auris ma Auris essendo una parola breve perde la trasparenza semantica, subisce quindi un allungamento di forma aggiungendo un suffisso, in questo caso si aggiunge anche un infisso e giunge al sostantivo Oriclas. È un fenomeno che va a toccare le vocali, in particolare il dittongo -au. Molto presto questo dittongo si è trasformato in un unico fonema (Monottongo) quindi abbiamo il fenomeno del Monottongamento (fenomeno di chiusura).
- Auris > Auriclas (ampliamento tramite suffissi e diminutivi) > Auriculas > Auriclas (sincope) > Auriclas > Oriclas (riduzione dittongo) > Oriclas > Oricla (apocope) > Oricla > Orecla (î>e tonica) > Orecla > Oreckkja (evoluzione cl). In italiano Auriculare è di trafila dotta (latino classico).
Anche nelle iscrizioni pompeane troviamo dei fenomeni già visti nel latino classico:
- Sincope: "Coliclo" per il classico "cauliculum" > piccolo cavolo
- Prostesi: Ismurma (nome proprio). Quando vi è un incontro consonantico come per esempio -s+vocale
- Riduzione di alcuni nessi consonantici. Ex: -ns > -s Si annulla la nasale precedente.
In alcuni casi questa riduzione non ha avuto successo > considerata non diventa cosiderata. In altri esempi questo successo c'è stato > mesa per mensa.
Ipercorrettismo consiste nell'eccesso di una correzione che causa l'errore. Formonsus > Formosus, Pariens > paries. I fenomeni che abbiamo analizzato non si concentrano solo a Pompei ma in tutto il mondo.
Valerius Antoninus ispose rarissime fecit (ritrovata in Africa). Valerio Antonino fece per (la sua) sposa rarissima (unica). In questa lapide ritroviamo moltissimi fenomeni attivi a Pompeii, fenomeni che in realtà erano condivisi da tutta la Romania.
- Sponsae > sposae (riduzione nesso -ns) > spose (monottongamento di ae) > ispose (prostesi)
- Rarissimae: rarissime (monottongamento)
Antipatra dulcis tua, hic so et non so (nel latino classico so > sum). La tua dolce Antipatra, qui sono e non sono.
Le testimonianze di grammatici e maestri di scuola che, ne attestano la vitalità (Appendix Probi). Valerio Probo fu un noto grammatico latino. Il titolo indica il fatto che questo documento si trova al fondo di un'opera di Valerio Probo. I monaci del monastero di Bobbio copiarono questo documento a mano. In realtà non sappiamo chi è l'autore.
- 227 coppie di parole – A e non B. Ex: Speculum e non speclum, Masculus e non masclus
Gli scritti di semianalfabeti o comunque di persone con una limitata competenza della norma grammaticale insegnata a quel tempo nelle scuole. Le opere di autori letterari che tendano alla riproduzione dell'uso popolare. Infine, ed è la fonte più importante, il confronto tra le varie lingue romanze, che consente di ricostruire una forma non documentata ma ragionevolmente attribuibile al latino parlato: allineando l'italiano passare, il francese passer, lo spagnolo pasar, possiamo facilmente ricostruire nel latino volgare un verbo *passare non documentato storicamente e tratto dal sostantivo passus.
Nel latino ritroviamo 3 generi: maschili, femminili e neutro. Di solito era abbastanza immediato riconoscere il genere di una parola, perché se una parola usciva in -us > maschile, se in -a > femminile, se in -um > neutro (donum; dono). Già il latino classico ammetteva uscite diverse e generi diversi per alcune parole, quindi avere sia il genere maschile/femminile e neutro. Succede che per esempio nelle commedie di Plauto e Terenzio abbiamo l'assimilazione di nomi neutri nel genere maschile. Plauto anziché di utilizzare l'uscita -um (maschile) utilizza -us (neutro).
Le costruzioni indirette con le preposizioni erano concesse nel latino classico ma preferiva le strutture più sintetiche (senza preposizioni). Cicerone quando scrive lettere indirizzate alla famiglia utilizzava le costruzioni indirette.
Nel latino ritroviamo 6 casi:
- Nominativo (soggetto)
- Dativo (c. di termine)
- Genitivo (c. di specificazione)
- Accusativo (c. oggetto)
- Vocativo
- Ablativo (diversi complementi)
In base alle uscite di una parola si riusciva a capire a quale caso appartenesse, infatti le parole potevano essere messe in qualsiasi posizione perché in base all'uscita si poteva benissimo capire la funzione logica della parola.
1.3 Dal latino all'italiano: i suoni
In latino esistevano dieci vocali: ognuna delle cinque distinte dall'alfabeto (A, E, I, O, U) poteva infatti essere articolata come breve o come lunga. La quantità aveva valore distintivo; in una coppia di parole, cioè, la differenza poteva fondarsi esclusivamente su quest'aspetto: per esempio, venit con E breve significava 'viene' / venit con E lunga 'venne'. Nella maggior parte della Romània si sviluppò per le vocali toniche un sistema di sette unità: i, é, è, a, ò, 6, u. In fiorentino, inoltre, la è e la ò toniche che si trovavano in sillaba libera o aperta dittongarono rispettivamente in iè euò.
Un fenomeno schiettamente toscano è poi quello dell'anafonesi, che consiste nella chiusura delle vocali toniche è e 6) rispettivamente in i e u. La é deve essere seguita da laterale palatale, o nasale palatale provenienti dai nessi latini -LJ- e -NJ- o ancora dai nessi latini -NG- e -NK-. L'anafonesi da 6 si ha, invece, solo se questa si trova davanti al gruppo consonantico ng, non davanti al gruppo consonantico nk.
Dei dittonghi del latino classico, AE confluisce in E pronunciata con timbro aperto; il raro OE si confonde con E chiusa e AU, monottongatosi in O lunga già in alcune parole classiche, si riduce nell'alto Medioevo la o aperta. Tra le vocali atone, cioè non accentate, poste rispettivamente prima o dopo della sillaba accentata le dieci del latino classico si riducono a cinque, venendo meno la e e la o aperte.
Nel passaggio dal latino all'italiano, si assiste talvolta all'epentesi, ovvero allo sviluppo di una vocale o di una consonante all'interno della parola, soprattutto per evitare incontri fonici inusuali per l'incremento all'inizio a alla fine di una parola si parla rispettivamente di prostesi ed epitesi. Assai più frequente è la sincope, ossia la caduta di una vocale all'interno di una parola, che interessa soprattutto le vocali intertoniche, cioè poste tra l'accento secondario e quello tonico. La caduta di una vocale, una consonante o una sillaba si dice aferesi se avviene a inizio di parola, apocope o troncamento se si verifica a fine parola.
Nel consonantismo, è notevole la sonorizzazione parziale delle consonanti sorde intervocaliche, vale a dire la tendenza delle consonanti sorde poste tra due vocali o tra vocale e r del latino a diventare in italiano sonore. Non si tratta, però, di un fenomeno sistematico in italiano: si hanno pertanto lacus > lago, episcopus > vescovo e scutum > scudo, ma anche amicus > amico, petra > pietra e apertus > aperto. Variamente alterati risultano i nessi consonantici.
In alcune sequenze di due consonanti, la seconda ha per così dire "reso simile" a sé la prima, producendo una assimilazione regressiva. Esiste anche il fenomeno inverso, la dissimilazione, che si verifica quando in una sequenza fonica si avverte l'esigenza di evitare la ripetizione di uno stesso suono.
- I nessi di consonante + L evolvono in nessi di consonante + "iod": per esempio plus > più.
- I nessi intervocalici di consonante+ "iod", nei quali confluiscono le sequenze latino-classiche di consonante + i e di consonante + e, offrono un ampio spettro di esiti. Le consonanti diverse da R ed S si raddoppiano.
Se la consonante è un'affricata palatale sorda o sonora, lo "iod" viene assorbito. In questi casi la i è un segno diacritico: cioè non ha valore fonetico, ma serve a disambiguare il valore della lettera precedente.
- Una laterale e una nasale dentale, dopo essersi raddoppiate, evolvono ulteriormente dando luogo a suoni palatali.
- Le dentali, sorda e sonora, passano ad affricate alveolari.
Accanto a questi esiti, se ne registrano altri due per il gruppo T + "iod":
- Costrittiva palatale sonora
- Affricata palatale sorda in un gruppo di parole, tutte di formazione tarda e non attestate in testi latini, in cui il nesso è preceduto da consonante:
Quanto al nesso S + "iod", in fiorentino si hanno originariamente due esiti distinti, imperfettamente rappresentati dalla grafia: sibilante palatale sorda e sonora. In R + "iod", la consonante cade.
1.4 Dal latino all'italiano: le forme
Le trasformazioni morfologiche, compiutesi nel latino volgare hanno radicalmente mutato la tipologia linguistica del latino.
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