Che cos’è la pragmatica linguistica
Emittente emotiva
Ha una funzione in relazione allo stato d’animo dell’emittente, esprime il suo punto di vista. La voce cambia in base alle nostre emozioni.
Contesto referenziale
Ha una funzione o denotativa. Comprende l’atteggiamento verso il referente e l’orientamento rispetto al contesto (informazione).
Messaggio poetica
Ha una funzione veicolata da un oggetto fisico, cioè la voce, in quanto usiamo il linguaggio per parlare del linguaggio. Si attiva quando il messaggio è costruito in modo tale che il ricevente sia costretto a ritornarvi sopra per meglio apprezzarne la formulazione.
Codice metalinguistica
Ha una funzione propria della riflessione intorno al codice linguistico, cioè la riformulazione.
Canale fatica
Ha una funzione che crea contatto fra gli interlocutori, apre e mantiene aperto il canale di comunicazione.
Ricevente conativa
Ha una funzione o funzione direttiva. Si realizza sotto forma di comando/esortazione verso il ricevente perché modifichi il suo atteggiamento comunicativo.
Jakobson, uno dei maggiori linguisti del ‘900, studia la costruzione di un messaggio: il pensiero va tradotto in un codice di segni che codifica il messaggio, il referente così potrà modificarlo (è possibile solo se le due persone hanno il medesimo codice). Il codice è un oggetto fisico e possono essere vari. Perché un messaggio arrivi serve un canale: del parlare il canale di comunicazione è l’aria mentre dei gesti è la luce. Ogni messaggio è situato in un tempo ed in uno spazio, il contesto è importante perché il significato può cambiare secondo chi lo dice, dove lo dice e quando lo dice.
La lingua e la scrittura sono due segni diversi, la seconda è la rappresentazione della prima. L’oggetto della linguistica è la forma parlata, non la combinazione fra essa e la forma scritta (Saussure). Scrivere e parlare sono due modi di fare cose diverse: la scrittura si sviluppa quando la lingua deve assumere nuove funzioni nella società (culturali, religiose…) (Halliday). Il primo documento scritto fu un atto notarile in Italia.
Variazione
In sociolinguistica, lingua scritta e lingua parlata, sono le due polarità dell’asse diamesica, al cui spazio interno vi è una serie di varietà intermedie (stampa, web, cinema…). La variazione diatopica, variazione dell’italiano di macroarea, è chiamata cioè in base al modo (non al dialetto) di parlare di una persona riusciamo a capire più o meno da quale area geografica viene.
Variazione diafasica
Riguarda la persona, come cambia il suo registro in base al contesto, dal punto di vista sociale (maschio o femmina, età…) o dallo status sociale ed in questo caso si chiama variazione diastratica. Queste variazioni sono presenti sia nella lingua parlata che in quella scritta, chiamate cioè variazioni diamesiche quando cambia il mezzo di trasmissione.
Tra scritto e parlato vi è una differenza netta: il parlato ha il suono, caratteristica fondamentale. Con il suono esprimiamo in modo più o meno fluido un nostro pensiero. Il bambino impara a parlare senza che nessuno glielo insegni, mentre per imparare a scrivere ha bisogno di un “addestramento”. Non sappiamo quando è stato inventato il linguaggio, è un’evoluzione biologica dell’uomo. La scrittura invece è stata inventata, non è frutto dell’evoluzione. I fenici inventarono l’alfabeto (fine della preistoria).
Ontogenetico e filogenetico
La lingua parlata è primaria sia dal punto di vista evolutivo che filogenetico, cioè un uomo impara prima a parlare, poi a scrivere e poi a leggere, sia da quello ontogenetico, cioè la comunità umana ha sviluppato prima il linguaggio orale e poi i sistemi di scrittura.
La primarietà del parlato sullo scritto
- Prassi: dal punto di vista della prassi (comunichiamo tramite il parlato)
- Socio-culturale: dal punto di vista socio-culturale (permette interazione e organizzazione sociale e culturale)
- Cambiamento: dal punto di vista del cambiamento (le lingue cambiano nel tempo, la lingua parlata cambia e la lingua scritta si adegua, registrando in ritardo i cambiamenti)
Esistono molte lingue parlate che non sono mai state scritte (lingue amerindiane). Così come esistono molte lingue che vengono scritte in modo diverso come il giapponese che ha tra modi di scrittura. Per questo vi è indipendenza tra lingua e parlato. Parlare è un comportamento dinamico, un’interazione umana affidata al mezzo sonoro. Scrivere è un intervento operativo di un autore per creare un testo, una traccia visiva durevole. Ci sono vari sistemi di scrittura:
- Ideografico/logografico: ad ogni simbolo corrisponde un concetto, il simbolo poi diventa suono per poi creare le parole
- Sillabico: ad ogni simbolo corrisponde una sillaba
- Alfabetico: ad ogni simbolo corrisponde un singolo suono
L’ideografico ha bisogno di più caratteri rispetto all’alfabetico. Non bisogna confondere il modo di scrivere e la lingua in sé perché sono su due piano diversi: il primo è il significato (singolo segno grafico che rappresenta direttamente un concetto) ed il secondo è il significante (una sequenza di segni grafici rappresenta una sequenza di suoni, che a sua volta rappresenta un concetto).
Pragmatica linguistica
In “pragmatica” si riconosce la radice “pragma”, cioè azione. La pragmatica ha come oggetto di studio l’agire umano: nel caso della pragmatica linguistica l’oggetto di studio è l’agire linguistico, o la lingua osservata dal punto di vista delle sue modalità di uso e del suo essere mezzo per l’agire umano. Per la pragmatica linguistica è particolarmente viva una duplice necessità: da un lato, l’esigenza di delimitare un preciso ambito di analisi rispetto ad altre discipline linguistiche; dall’altro, la ricerca di una specificità rispetto ad orientamenti non linguistici della pragmatica. Gli studi pragmatici sono oggi in continua espansione, perché sempre più forte si fa l’esigenza di affrontare il discorso dell’interpretazione dei messaggi e sulla comunicazione, temi che la linguistica classica non ha sempre affrontato né può, da sola, affrontare in maniera soddisfacente.
L’oggetto di studio della pragmatica è l’agire linguistico, cioè si occupa della lingua nelle sue modalità d’uso e come mezzo per l’agire umano. Si tratta della scienza della competenza comunicativa, studia il linguaggio in relazione ai suoi utilizzatori, al contesto in cui avviene la comunicazione ed alle funzioni/scopi che il linguaggio assolve nel contesto. La pragmatica, in quanto disciplina che si occupa del modo in cui i parlanti attribuiscono significato alle espressioni linguistiche, andrebbe ricondotta nell’alveo della semantica, ovvero al livello che si occupa di descrivere come il significato viene incorporato nelle espressioni linguistiche.
Secondo una posizione “complementare” di Leech, esiste nelle competenze linguistiche dei parlanti un livello pragmatico, preposto al controllo delle relazioni che si innescano tra il codice linguistico ed i suoi utenti nel momento in cui esso è usato in una situazione comunicativa. Secondo, invece, una posizione “pragmatica” di Wittgenstein, non è appropriato pensare alla pragmatica come ad un livello linguistico separato, ma come ad una competenza dell’uso linguistico che riguarda ogni livello del codice stesso.
Il termine “pragmatica” è stato introdotto nell’area degli studi semiotici nel 1938 da Morris, che distingue tre campi di studio:
- Sintassi: lo studio delle relazioni fra i segni
- Semantica: lo studio delle relazioni fra i segni e gli elementi della realtà cui essi rimandano
- Pragmatica: lo studio delle relazioni fra i segni e gli utenti del codice
Vi sono aspetti interni al linguaggio, quali la fonetica e la fonologia (i suoni linguistici), la morfologia (la struttura delle parole) e la sintassi (combinazione delle parole in gruppi o frasi); mentre altri, quali la semantica (studio del significato delle espressioni linguistiche) e la pragmatica (lo studio dell’uso delle espressioni linguistiche), sono gli aspetti che si riferiscono al mondo e ci permettono di comunicare.
Hymes coniò l’espressione competenza linguistica, con cui si fa riferimento all’abilità propria degli utenti di una lingua di usarla in modo efficace e appropriato in diversi contesti per esigenze comunicative di vario tipo. Quindi possiamo definire la pragmatica come scienza della competenza comunicativa.
Le parole, i morfemi, i suoni di una lingua, in quanto facenti parte di un codice o sistema condiviso, possono essere descritti all’interno di questo sistema. Gli enunciati invece, ovvero le espressioni linguistiche usate in una situazione discorsiva specifica, hanno un valore che variconosciuto all’interno della situazione. Le parole usate in un contesto non hanno semplicemente un significato, attribuitole nel lessico italiano, ma svolgono un’azione. Il valore degli enunciati non si può ricostruire completamente a partire dal significato delle parole che li compongono, ma anzi piuttosto accade in parte il contrario: capiamo che cosa significano grazie alla nostra comprensione del valore dell’enunciato nel contesto. Nelle lingue naturali, il significato scaturisce non solo dalle parole ma anche dal loro uso negli enunciati e bisogna separare i due livelli: quello di ciò che le parole possono o non possono significare e quello di ciò che gli enunciati vogliono o non vogliono dire in un contesto linguistico.
Grice distingue il significato convenzionale, cioè il codice condiviso tra i membri di una comunità (oggetto di studio della semantica), e il significato conversazionale, cioè l’uso della lingua in un particolare contesto e dell’interpretazione degli scopi e delle intenzioni dei parlanti (oggetto di studi della pragmatica).
Il contesto
Il contesto è un’espressione intuitivamente chiara ma estremamente difficile da definire esplicitamente. Il contesto per l’interpretazione e produzione degli enunciati è composto da tre componenti:
- Conoscenze condivise: insieme di credenze sociali e culturali sul funzionamento del mondo
- Situazione: la situazione spazio-temporale in cui si svolge una comunicazione
- Contesto linguistico (cotesto): il discorso in atto e le conoscenze che scaturisce
Un’espressione può essere interpretata a seconda delle intenzioni e delle circostanti. Il significato di una frase a volte non coincide con l’intenzione del parlante, è qui che entra in gioco la pragmatica. Quando l’intenzione del parlante non viene recepita, o non vuole essere recepita, si creano malintesi, cortocircuiti comunicativi o giochi di parole. I partecipanti ad un evento linguistico costruiscono nella loro mente un “modello di discorso”, grazie a cui interpreta i messaggi. Non è detto che gli interlocutori condividano lo stesso modello.
Che ruolo svolge il contesto nell’interpretazione dei messaggi?
Durante una comunicazione è importante tener conto del contesto, così come della competenza pragmatica per arrivare a comprendere il significato in sé per sé delle espressioni e ciò che voleva dire con esse il parlante. Omonimia, cioè espressioni del codice aventi identico significante, ma diverso significato. Il contesto permette normalmente di identificare il corretto caso di omonimia, così come consente di specificare l’accezione appropriata di una parola polisemica, cioè di una parola che ha potenzialmente più significati. L’uso di un’espressione può essere ambiguo, cioè quando ne sono possibili due letture contestualmente valide. Possono esistere vari tipi di ambiguità: semantica (espressioni omonime e vaghe), ambiguità strutturale (al livello del senso della frase) e ambiguità semantica-strutturale. L’ambiguità si può risolvere grazie alla comprensione della situazione o di conoscenze condivise più generali. Il contesto specifica la vaghezza delle espressioni linguistiche, cioè il fatto che le espressioni solitamente non sono pienamente specificate riguardo al loro significato e lasciano spazio ad arricchimenti prodotti dal contesto.
Sono vaghi ad esempio i possessivi, in quanto esprimono una relazione vaga con una persona che solo il contesto sa specificare, oppure la parola “e”, in quanto sottodeterminata al valore semantico della connessione che segnala. Un’espressione in un enunciato può essere indeterminata, cioè richiedere il ricorso al contesto non per la comprensione del suo senso ma del suo riferimento o estensione, ovvero a che cosa rimanda.
La comprensione di un messaggio avviene a più livelli, chi lo riceve deve capire le intenzioni che il parlante ha voluto attribuire al suo discorso. Bisogna costruire un adeguato modello di discorso. Scoprire su che basi i parlanti capiscono ed esprimono tutto questo nell’usare il linguaggio, è compito della pragmatica.
Dare un nome alle cose
Allocuzione e riferimento sono gli elementi attraverso cui è strutturato comunicativamente un testo. Le espressioni nominali in un discorso hanno due funzioni:
- Allocutiva: per richiamare l’attenzione dell’interlocutore, cioè per instaurare o consolidare il legame discorsivo fra parlante e interlocutore
- Referenziale: cioè quando il parlante vuole evocare nel modello di discorso elementi della realtà (referenti); un referente evocato attraverso un’espressione referenziale diventa un referente testuale (da realtà a testo) del modello di discorso in atto
Questi due usi non esauriscono la gamma di funzioni che possono avere le espressioni nominali; esse possono avere anche funzione attributiva e predicativa, quando non servono ad attivare un referente testuale, bensì a qualificarne uno attribuendovi delle proprietà. Lo studio delle espressioni referenziali tocca nodi centrali della riflessione linguistica, meccanismi con cui i parlanti instaurano e mantengono nel discorso le connessioni fra espressioni referenziali e referenti testuali. L’interesse è incentrato sulla competenza lessicale, cioè sul modo in cui i parlanti imparano ad organizzare gli elementi della realtà nel lessico ed a servire di quest’ultimo per designare la realtà.
Esistono tre tipi di espressioni referenziali
- Descrittori: fanno capo a nomi comuni e sintagmi nominali che fanno riferimento a classi di oggetti. Sono detti descrittori perché attraverso il loro uso il parlante riconosce all’oggetto evocato le proprietà della classe. Per poter usare un descrittore in modo appropriato dobbiamo conoscere il significato intenzionale del descrittore, ovvero l’insieme dei tratti semantici che lo definiscono; dobbiamo sapere se il referente che intende nominare attraverso un descrittore può far parte dell’estensione del descrittore stesso, ovvero dell’insieme degli individui con cui essi può riferirsi. Per poter interpretare un descrittore, in un dato discorso, è necessario conoscere il significato intenzionale ed attivare o identificare nell’insieme dei referenti testuali presenti nel modello di discorso una possibile estensione valida. I descrittori hanno una notevole flessibilità d’uso, possono essere combinati con quantificatori, specificatori, modificatori e possono riferirsi a singoli individui della classe, ad un sottogruppo di essa o all’intera classe.
- Nomi propri: evocano direttamente un singolo e specifico oggetto o individuo. Per poter usare un nome proprio per designare un referente, un parlante deve semplicemente sapere che quello è il suo nome. Perché il ricevente di un messaggio identifichi il referente di un nome proprio, deve sapere che quel nome è stato attribuito a quel referente. Questa conoscenza si ottiene per esperienza diretta o indiretta del legame fra referente e nome, cioè l’atto di battesimo. I nomi propri non chiamano in causa conoscenze semantiche, perché non hanno significato intenzionale, ma solo estensione, in quanto il loro significato coincide semplicemente con il referente cui fanno riferimento. I nomi propri non significano niente, il significato delle parole che li compongono non serve per identificare il referente come appartenente alla rispettiva classe. Le informazioni derivano dalla nostra conoscenza di prerogative del referente cui il nome è attribuito.
- Indicali: anche chiamati espressioni indicali. Non vi si può attribuirli un significato se non si conosce il contesto del discorso. Per identificare il referenti di un’espressione indicale un parlante non può ricorrere né a conoscenze intenzionali sull’espressione referenziale né a conoscenze estensionali; il significato delle espressioni indicali non rimanda infatti a caratteristiche del referente, ma a caratteristiche del suo status e della sua collocazione nel modello di discorso in atto. Gli indicali non denotano il referente cui rimandano ma danno informazioni su il tipo denotato, cioè le caratteristiche generali ed astratte del referente, e l’elemento o gli elementi contestuali rispetto a cui si origina la relazione e il tipo di relazione fra tale elemento e il referente indicato. La distinzione fra espressioni indicali, interpretate rispetto al contesto, è fondamentale per comprendere il ruolo che esse svolgono nella comunicazione e nell’attribuzione di significato.
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