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Appunti lingua italiana e comunicazione

“La lingua serve per comunicare”: è una risposta canonica che le persone danno alla domanda “a cosa serve la lingua?”, in realtà è sbagliato. Una lingua serve soprattutto per pensare, tramite la connessione di significato e significante, ed è un’azione che dipende dal parlante stesso, cioè dalla sua cultura, conoscenza del mondo, provenienza... Parliamo in italiano perché pensiamo in italiano, cioè nella nostra lingua madre. La piena libertà di pensiero sta nel capire, studiare, approfondire ed amare la propria lingua madre.

A seconda del contesto e delle persone con cui parliamo, dobbiamo instaurare una determinata comunicazione, con determinati modi di interazione.

Quando nasce l'italiano?

Una lingua non nasce con la fondazione di uno stato. “Le lingue sono monolitiche” è un’affermazione falsa, una lingua non ha una sola dimensione, anzi ne ha molteplici, come ad esempio il parlato e lo scritto (le quali nell’italiano si sono sviluppate secondo strade diverse).

1612: lingua scritta nazionale

1970 in poi: lingua orale nazionale

Dopo secoli l’italiano ha deciso di scegliere una lingua nazionale (mal comprensione generale per via dei vari volgari), condivisa da tutti. Dal 1400 in poi, con l’invenzione della stampa, si è sentita l’esigenza di avere una lingua comprensibile dalla maggior parte della popolazione. Con l’invenzione della stampa vi era l’obbiettivo di vendere più copie possibili, per guadagnare di più. È fondamentale arrivare a più persone possibili e per questo gli scrittori hanno iniziato a cercare una lingua nazionale, almeno per la scrittura. Quello che trovano nel Fiorentino del 1300 (vale a dire lo stile di Dante, Petrarca e Boccaccio) è il modello linguistico nazionale per la lingua scritta. Viene presa come data ufficiale della creazione di questo modello il 1612 perché in quell’anno venne pubblicato il Vocabolario degli accademici della Crusca, il quale divenne il dizionario e la grammatica di riferimento per scrivere il Fiorentino del 1300. Tutto questo ha un grande valore sociale, in quanto testimonia l’unità linguistica della scrittura italiana. Di conseguenza a questa innovazione linguistica, i volgari diventano dialetti che continuano a vivere e ad esistere sotto quella che è l’unità linguistica italiana (seppur ancora solo scritta).

Nel 1861, con l’unificazione d’Italia, furono fatte alcune statistiche che riscontrarono che solo il 2,5%-10% della popolazione usavano e sapevano padroneggiare quello che era l’italiano, sia scritto che orale, dell’epoca, il restante quasi 90% usava solo il dialetto. Soltanto alla fine del 1970 viene raggiunta l’unificazione orale della lingua italiana.

Le cinque dimensioni della lingua

  • Dimensione diacronica (diacronia)
  • Dimensione diatopica (diatopia)
  • Dimensione diastratica (diastratia)
  • Dimensione diamesica (diamesia)
  • Dimensione diafasica (diafasia)

Diacronia

La diacronia tiene conto della varietà linguistica nel corso del tempo: le lingue sono in continuo movimento, sono organismi viventi. Questo succede perché cambia il pensiero delle persone in relazione ai vari cambiamenti avvenuti. Può essere un processo lento e graduale, oppure veloce e tumultuoso (dovuto ad eventi storici come ad esempio l’invenzione della stampa o l’unificazione d’Italia, dove il problema della lingua non riguardava più solo gli scrittori ma c’era proprio la necessità di avere una lingua nazionale). A volte il processo di mutamento è brusco e drastico, come successe nel 476 d.C. dove si passò dal latino alle lingue romanze per via della caduta dell’Impero Romano.

Diatopia

La diatopia tiene conto delle varietà e delle differenze della lingua in base allo spazio geografico. Siamo passati dal latino, al volgare, per poi arrivare all’italiano (compresi sotto la sua ala anche i dialetti). Per molti italiani, l’italiano è una seconda lingua che si impara bene solo attraverso lo studio e la scuola. Questo perché la loro prima lingua è il dialetto di regione. Possiamo trovare due estremi: il dialetto e l’italiano standard. Ma nel mezzo a queste due possiamo ritrovare alcune posizioni intermedie come il dialetto italianizzato, cioè il dialetto con alcuni tratti/parole dell’italiano standard, e l’italiano regionale. Quest’ultimo è basato sull’italiano standard ma con coloriture regionali che modificano i tratti della fonologia e del lessico (le quali sono proprie del parlante e dipendono dal luogo di provenienza).

Soltanto dal 1924, anno della prima trasmissione radio, ci si pone il problema di quale pronuncia debba avere l’italiano e venne scelto quello che viene definito il Fiorentino Emendato, o Asse Roma-Firenze. È una pronuncia che di per sé non esiste, con alcuni tratti fiorentini ed altri romani, e per conoscerla bisognava per forza studiarla. Particolare è anche l’uso del lessico italiano regionale, in quanto alcuni termini che sono propri del dialetto di regione vengono inseriti nel parlato.

Il fiorentino ha fatto la sua strada sia come dialetto che come lingua italiana vera e propria. Per alcuni settori e oggetti non vi è una parola specifica per quella determinata cosa, anzi, ce ne sono molteplici e vanno tutte bene perché non vi è una più giusta delle altre, sono varie. Il fiorentino è la varietà linguistica da cui si è creato l’italiano standard. Un parlante che sa l’italiano vuol dire che sa liberamente muoversi sull’asse diatopico. Quest’ultimo è molto importante anche per la pubblicità, in particolar modo il dialetto perché è uno strumento per veicolare e dimostrare l’affettività e le emozioni. Dopo l’unificazione, il non saper parlare l’italiano era un qualcosa di negativo, soltanto dal 1970 in poi il dialetto non è stato più visto come negativo appunto, ma anzi, come mezzo per parlare di sentimenti ed affetto. Proprio per questo rientra nella pubblicità, sotto forma di inserzione, in quanto usando il dialetto regionale si ha un chiaro rimando alla sfera affettiva.

Diastratia

La diastratia misura la varietà linguistica in base al livello d’istruzione e provenienza sociale. È un principio che vale per tutte le lingue ma per l’italiano è ancora più importante e studiato. La lingua “italiano” (competenza linguistica) non è acquisita, quella è la lingua madre, ma bensì appresa durante un percorso scolastico, e proprio per questo è strettamente legata al livello di istruzione. Questa dimensione è molto legata alla diatopia, in quanto più sei istruito più potrai muoverti sull’asse diatopico, altrimenti userai sempre e solo il dialetto (lingua madre). Dal punto di vista comunicativo la diastratia è molto importante perché il tuo modo di parlare dipende dalle persone che hai davanti e con cui ti relazioni, quindi al grado di competenza comprensione dell’interlocutore.

Diamesia

La diamesia ha strettamente a che fare con la comunicazione; si tratta della varietà linguistica in base al mezzo di comunicazione usato. Lo scritto ed il parlato sono due mezzi diversi che richiedono attenzioni diverse, quella sostanziale ed alla base di tutto sta nel patto implicito tra emittente e ricevente: nello scritto la persona che legge può prendersi tutto il tempo che vuole per capire il messaggio, nel parlato questo non può avvenire. Inoltre nello scritto c’è anche molta più attenzione per quello che scriviamo perché abbiamo l’obbligo di scrivere il più corretto possibile, mentre nel parlato siamo più indulgenti. La sintassi dell’oralità è molto più semplice e leggera di quella scritta, in quanto sono ammesse molte cose che nello scritto non sarebbero mai accettate, come ad esempio gli anacoluti (cioè una situazione sintattica dove la frase non viene completata o conclusa, cosa tollerata nel parlato ma condannata nello scritto) oppure le ripetizioni (nello scritto ci sono molti metodi per cercare di aggirarla, ma nel parlato è quasi considerata necessaria per mantenere attiva e attenta la conversazione).

Durante l’oralità le persone condividono un tempo ed uno spazio, le quali entrano anche loro a far parte della conversazione. Nell’asse diamesica il parlato e lo scritto rappresentano i due estremi, ma ci sono anche situazioni intermedie come il parlare faccia a faccia, oppure uno a molti… Più o meno a metà strada tra lo scritto ed il parlato vi è la varietà del trasmesso, cioè una varietà linguistica in cui i messaggi vengono trasmessi attraverso tre principali lingue: radio, televisione e cinema. Questa particolare varietà fu individuata da Sabatini nel 1924. Per ognuna di queste tre lingue vi è una sorta di sceneggiatura/testo base che è pensato per essere ascoltato, quindi non devono contenere strutture sintattiche difficili ma devono unire (creare una via di mezzo) tra il parlato e lo scritto. La comunicazione che viene fuori però è asimmetrica ed uni-direzionale, in quanto chi ascolta non ha la possibilità di intervenire e dire la sua, proprio per questo dobbiamo usare strategie lessicali per far sì che lo scambio sia comprensibile a tutti.

Troviamo molte differenze tra il cinema e la televisione, ma soprattutto tra loro e la radio, in quanto tutto si basa sulla voce (colui che scrive la sceneggiatura deve tener conto anche di questo). Intorno agli anni ’90 venne fuori il problema della varietà linguistica delle chat, email e messaggistica, le quali si trovano anch’esse a metà strada tra parlato e scritto, in quanto nonostante stia scrivendo in realtà sto parlando. All’interno di queste varietà si sviluppano alcune contromisure per sostituire quella che è l’intonazione, lo sguardo, la postura… partendo dalla punteggiatura espressiva, passando per le emoticon, fino ad arrivare alle emoji. Queste varietà sono lingue orali camuffate dietro la scrittura, sono una varietà di trasmesso anche loro. Bisogna distinguere però quello che è il trasmesso orale, cioè la lingua della radio, televisione e cinema, ed il trasmesso scritto, cioè veicolato dal computer.

“Language” in inglese vuol dire sia lingua che linguaggio, mentre in italiano sono due cose molto diverse. La lingua può essere inteso come iponimo di linguaggio, che di conseguenza rappresenta l’iperonimo di lingua. Nel cinema, ad esempio, vi sono tantissime lingue, come quella delle luci, della fotografia, delle inquadrature… che sono racchiuse tutte in quello che viene chiamato linguaggio del cinema.

Nel trasmesso scritto non è presente una sola lingua, ve ne sono diverse a seconda delle varie situazioni: una lingua della messaggistica, una lingua del sito delle università, una lingua del sito della Treccani… È sbagliato dire che vi è un’unica lingua della rete. La lingua delle email, a partire dagli anni ’90, si è sviluppata tantissimo. Sono state inventate proprio in questo contesto le emoticon come :) e :( da inserire al termine di una mail per capire lo stato d’animo della persona. Oggi come oggi hanno completamente sostituito quelle che erano le lettere e si stanno avvicinando sempre di più al testo scritto piuttosto che al trasmesso.

Diafasia

La diafasia riguarda la variabilità linguistica in base alla situazione comunicativa, cioè il cambiamento di registro in base alle persone coinvolte nella discussione. Possiamo trovare tre diverse varietà: formale (quando sei in pubblico, sostanzialmente l’italiano standard), informale (quando sei in privato, con amici e familiari e ci possiamo permettere di sorvolare su alcune regole) e formalizzato (cioè un registro tecnico e scientifico). Uno dei problemi degli italiani è la mancanza di sensibilità e competenza sul registro: usare un registro sbagliato è paragonabile alla dialettofonia degli anni passati, quindi una cosa negativa nonché stigmatizzazione sociale (ad esempio la differenza tra “tu” e “lei”, chi non conosce l’italiano non può saper usare il pronome di cortesia). La rete ed internet in particolar modo, hanno causato questa leggerezza nella scelta del registro, in quanto viene prediletta una comunicazione più easy.

La varietà del formalizzato riguarda il linguaggio tecnico/scientifico che ha caratteristiche diverse in base ai contesti linguistici. Ci sono parole particolari e specifiche che si chiamano termini, proprio per questo si parla di terminologia (ovvero l’insieme dei termini di quella data disciplina). Potremmo dire che le parole rappresentano l’iperonimo e i termini l’iponimo. Significato tecnico specifico vuol dire che non c’è spazio per l’ambiguità, quel dato termine rappresenta una ed una sola parola. La lingua scientifica nasce con Galileo Galilei nel 1600, partendo dalla lingua comune e affidando ad una di quelle parole una determinata definizione all’interno di quella data disciplina. Questo processo avviene per analogia di forma o funzione di quel medesimo oggetto comune: “cannocchiale” è dato dall’unione di “canone”, cioè un tubo, e “occhiale”, cioè le lenti. Successivamente la creazione di termini avviene con l’utilizzo di suffissi e prefissi, infatti oggi non usiamo più la parola “cannocchiale” ma bensì “telescopio”. Talvolta anche il modo di scrivere di alcune discipline è specifico e proprio. Alcuni termini molto frequentemente entrano a far parte del lessico comune e quotidiano, come “porta” la quale è un termine particolare dell’architettura ma che è entrato nel vocabolario comune perché abbiamo tutti i giorni a che fare con essa.

In linguistica il termine “specialistico” ha un significato diverso dall’uso comune. Dagli anni ’90 in poi sono state individuate tre parole per definire i vari di lingue: specifico, speciale e settoriale. Le lingue speciali sono l’insieme delle lingue specialistiche (cioè legate alle varie discipline, con i loro termini, lessico, morfologia…) e settoriali (cioè legate alle varietà linguistiche inafferrabili, appartenenti a precisi settori come lo sport, la radio, la televisione…). Per sottolineare la differenza tra queste due lingue possiamo fare quest’esempio: la lingua delle arti è una lingua specialistica, mentre la lingua della critica d’arte è una lingua settoriale perché tenta di tradurre il linguaggio artistico in parole comprensibili (prendendo parole anche da altre discipline o dalla quotidianità, usa una terminologia settoriale per parlare del linguaggio della pittura).

Sull’asse diafasico vi è rappresentato un fenomeno che viene chiamato gergo, si tratta di una varietà linguistica condivisa da un gruppo di persone per non farsi capire dagli altri e per sottolineare l’appartenenza al gruppo, ad esempio il gergo della malavita. Parole come “palo” e “sbirro” derivano dal gergo della malavita ma che poi sono entrate nella lingua comune di tutti i giorni. Un altro settore dove si usa il gergo è il linguaggio giovanile, in continua evoluzione. Ci sono moltissimi ambiti che sfiorano quello che definiamo gergo, anche se non dovrebbero, come il linguaggio giudiziario, il quale dovrebbe essere specifico ed invece a volte sfocia nel gergo, con l’intenzione di non far capire agli altri la conversazione. Il tecnicismo collaterale è il fenomeno per cui alcuni termini in una data disciplina sono inutili, non servono, ma li usiamo lo stesso, come “accusare i sintomi” invece di dire semplicemente “avere i sintomi”. In altre parole è quando usiamo una precisa parola al posto di un’altra più comprensibile nella lingua comune. In questo caso si sfocia nel gergo.

Il primo modello linguistico del 1612

Il Vocabolario degli accademici della Crusca, trova una collocazione in tutte le dimensioni:

  • Diacronia: 1300
  • Diatopia: fiorentino/Firenze
  • Diastratia: medio/alta
  • Diamesia: scritto
  • Diafasia: formale

Avere una competenza linguistica però significa muoversi liberamente su tutte le assi delle varie dimensioni, per questo tale modello risultava troppo rigido.

Le varietà del repertorio, Introduzione all'italiano contemporaneo, 1987. Berruto, in questo schema non serve per descrivere lo spazio linguistico, Berruto vuol far vedere come uno stesso concetto può essere espresso in vari modi muovendosi nella spazio linguistico, e lui ne prende in considerazione nove. In questo schema sono assenti sia la diacronia (in quanto prende in considerazione l’italiano contemporaneo del tempo) che la diatopia (non gli interessa tener conto della differenza tra italiano standard e dialetti). Sull’asse verticale è rappresentata la diastratia, con in alto il massimo livello di istruzione ed in basso il minimo. Sull’asse orizzontale è rappresentata la diamesia, con a sinistra lo scritto ed a destra il parlato. Sull’asse trasversale invece è rappresentata la diafasia, dove in alto a sinistra c’è la formalizzazione, in basso a destra l’informale ed al centro il formale.

Berruto vuole trasmettere il seguente messaggio “dire a qualcuno che non si può andare da lui”, in nove modi diversi:

  • Mi pregio informarLa che la nostra venuta non rientra nell’ambito fattibile (7, italiano formale a
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilariabrandolini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua italiana e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Baldi Elisabetta.
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