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Riassunto della letteratura latina dall’età preletteraria a Svetonio

L'età preletteraria

Le origini di Roma

Tito Livio, nella sua Storia di Roma, ricostruisce le oscure origini della città a partire da Enea, il quale scappa da Troia e si raggiunge il Lazio, dove, dopo aver sconfitto la popolazione indigena dei Rutulli di Turno, fonda la sua città Lavinium in onore di sua moglie Lavinia. Dal loro amore nasce Ascanio, che sarà il fondatore della città di Alba Longa dove ci sarà la successione di 30 re fino ad arrivare a Numitore, il quale verrà spostato da suo fratello Amulio, il quale uccide i nipoti maschi e costringe Rea Silvia a farsi sacerdotessa di Vesta affinché rimanesse Vergine.

Rea Silvia però partorì due gemelli, Romolo e Remo, e secondo la narrazione di Tito Livio, lo zio Amulio li fece gettare nel Tevere, i quali però furono salvati prodigiosamente dalla corrente del fiume. Secondo la tradizione i gemelli vennero allattati dalla Lupa e successivamente raccolti dal pastore Faustolo e, una volta cresciuti, Romolo e Remo uccisero Amulio e restituirono il regno di Alba Longa a Numitore.

Successivamente presero la decisione di fondare una nuova città, ma i due gemelli litigarono su chi ne dovesse essere il fondatore e così si rivolsero agli dei attraverso il volo degli uccelli. Fu scelto Romolo, ma Remo non accettò il responso e dopo un scontro Romolo uccise Remo e così nacque Roma nel 753 a.C.

Ora però bisogna popolarla e così Romolo fondò una consilium di patres che avrebbe amministrato la vita della neo società, ma il problema in merito al popolamento era la mancanza di donne che servivano per la riproduzione. Per intervenire su questo problema organizzarono il famoso ratto delle Sabine (rapimento delle donne sabine).

Il ratto delle Sabine consisteva nell'organizzare dei giochi al Circo Massimo in onore di Nettuno durante i quali i giovani romani, di stirpe latina, rapirono le donne sabine e le portarono all'interno delle proprie case.

Il periodo della monarchia

La ricerca archeologica e topografica recente ha scovato materiali che fanno pensare ai tempi e modalità della fondazione di Roma che sono sostanzialmente in linea con i racconti di Tito Livio; infatti i ritrovamenti archeologici testimoniano l'esistenza di vari colli di Roma sparsi, soprattutto il Palatino e l'Esquilino. La città nacque quando i vari insediamenti di etnia latina che si dislocavano lungo la valle del Foro si amalgamarono in una comunità unitaria e compatta, il cui nucleo amministrativo era rappresentato dalla valle centrale compresa tra Palatino ed Esquilino.

Il processo di fusione continuò nei secoli successivi attraverso il ratto delle Sabine, il quale viene inteso come un assorbimento, non del tutto pacifico, degli stanziamenti posti sul Quirinale dove vivevano appunto i Sabini e saranno proprio loro a dominare la prima fase del governo regio.

Infatti a Numa Pompilio viene attribuita la creazione di istituti religiosi e dei sacerdozi di Roma. Con Tullio Ostilio i romani distrussero e conquistarono la città di Alba Longa, introducendo alla prima fase di espansione territoriale di Roma, mentre con Anco Marcio avrebbe invece fatto costruire il ponte Sublicio da cui passava il commercio proveniente dall'Etruria e si dirigeva in Campania.

Tra gli ultimi decenni del VII secolo e la fine del VI secolo a.C., Roma è sotto il controllo dell'egemonia etrusca e a questo periodo si attribuiscono riforme importanti dell'organizzazione sociale e dell'esercito. Attraverso la reggenza dei re etruschi, Roma perde il suo assetto urbanistico primitivo di aggregazione di clan familiari, tipico del sistema sociale delle curie, ed inizia a trasformarsi in una città-stato in cui governa un sovrano assoluto.

Il figlio di Tarquinio il Superbo stuprò la figlia di un patrizio romano e questo fece scatenare una ribellione che portò alla detronizzazione del re e alla fine della monarchia e dell'egemonia etrusca a Roma e nell'area tirrenica. Nello stesso anno, nel 509 a.C., venne fondata la repubblica dove i patrizi esercitano il loro controllo su tutto il governo. L'imperium, cioè il potere esercitato dal re, era affidato a due consoli i quali dovevano impedire che venisse istituita la monarchia, mentre la plebe era esclusa dal potere.

I primi secoli della repubblica e l'espansionismo interno

I Romani consolidarono il loro stato avviando contemporaneamente un processo graduale di espansione territoriale con il quale si assicuravano prima l'egemonia sulle altre popolazioni latine e poi implosero sugli Osco-Umbri. Attraverso il piano espansionistico, Roma, tra la fine del V secolo e l'inizio del IV secolo a.C., conquistò la città etrusca di Veio nel 369 a.C., affermando e consolidando il proprio potere su tutta l'Italia centrale.

Nello stesso periodo inizia il conflitto tra patrizi e plebei per il controllo dello stato e le pretese di uno stato plebeo portarono ad alcuni risultati come l'istituzione della magistratura e di un tribuno della plebe che nacquero in contrapposizione al consolato, dal quale potere i plebei furono esclusi fino al 366 a.C. Ben presto i tribuni della plebe furono riconosciuti come magistrati della Repubblica a cui veniva riconosciuto lo ius auxilii e intercessio, cioè il diritto di difendere i plebei accusati e condannati ingiustamente.

L'espansione territoriale di Roma subisce un momento d'arresto per via dell'incursione dei Galli che sottoposero Roma a saccheggio nel 390 a.C., per poi riprendere il loro piano espansionistico nella metà del IV secolo a.C., arrivando a scontrarsi contro i Sanniti per il controllo dei commerci nella Campania, su cui prevalsero nel 290 a.C. I Romani, per via della loro voglia espansionistica, non si fecero scrupoli ad infrangere il precedente trattato di non interferenza nei territori che erano sotto la giurisdizione di Taranto, organizzando un intervento a favore dell'aristocrazia di Turi e così i tarantini chiesero aiuto a Pirro, il re dell'Epiro, il quale fu sconfitto definitivamente a Benevento nel 275 a.C., riconoscendo ai Romani il dominio su tutta l'Italia meridionale e la libera navigazione commerciale nell'Atlantico.

La società

La gens costituisce la base della società romana; si tratta di un insieme di famiglie patriarcali che condividono una parentela di sangue tramite la discendenza di un antenato comune, e un insieme di gens forma una tribù. Attorno ai capi delle gens si raggruppano i clientes, sviluppando una sorta di vassallaggio, i quali rapporti tra clientes e capi delle gens verranno regolamentati giuridicamente attraverso l'emanazione delle XII Tavole pubblicate e stilate nel V secolo a.C.

Il sistema vassallatico della clientela romana è basato sul concetto di fides, cioè un sentimento d'onore che impone al potente il dovere di proteggere colui che gli si è affidato mantenendo il rispetto della parola data. La cultura gentilizia era molto complessa, caratterizzata da retaggi patriarcali, in cui prevaleva il mos maiorum, una sorta di istituzione etico-comportamentale ereditata dagli antenati, che sarà destinata a durare per molti secoli grazie al conservatorismo politico.

L'unificazione politica si è realizzata sotto la spinta della monarchia, il cui compito del re era quello di fissare delle regole, delimitare il territorio e dirigere lo stato e l'esercito, le quali prerogative confluiscono all'interno del più alto potere esecutivo e cioè l'Imperium. Con la fine della monarchia si assiste alla perdita di tutte queste funzioni da parte del rex, la quale figura non scompare del tutto ma si vede restringersi all'interno delle funzioni religiose.

La struttura aristocratica della società romana si esprime attraverso l'assemblea dei patres familiae e cioè il senatus, il quale si presume che sia stato realizzato da Romolo ed era composto da 100 esponenti delle famiglie più in vista, il cui compito originario era quello di eleggere nuovi re. Con l'introduzione dei plebei all'interno del senato, con la carica di magistrato, si venne a creare una nuova classe dirigente cioè la nobilitas, che era composta da membri appartenenti ad alcune delle famiglie plebee più note a cui venivano concessi privilegi sacrali e politici dei vecchi patrizi, diventando il centro propulsore della vita socio-culturale di Roma.

La guerra

Roma è una comunità che fa della guerra un principio di chi governa, considerata come un'istituzione sociale-religiosa scandita e caratterizzata da una ritualità ricca di eventi e gesti simbolici come le cerimonie che si svolgono a marzo di ogni anno quali: la purificazione dei cavalli, armi, trombe e la danza dei Salii, una danza di sacerdoti vestiti da guerrieri che danzano ed agitano gli scudi sacri per tutta la città.

C’è infatti una forte correlazione tra l’aspetto militare e quello religioso, come ad esempio la devotio, la quale consisteva in un votum, una promessa sacrale che si faceva ad una divinità, anche con quelle infernali, in modo tale che questi potessero riversare sul nemico le loro influenze negative. Il protagonista della devotio si sacrificava lanciandosi disarmato contro il nemico e la sua uccisione contagiava tutto l’esercito avversario ed era considerata una delle più alte forme di devozione nei confronti dello stato.

Anche la dichiarazione di guerra era fatta dai sacerdoti i quali si avvicinavano al campo di battaglia e lanciavano un giavellotto praticando la nozione del bellum istum perché i romani non erano particolarmente inclini a combattere senza la consacrazione della guerra dagli dei. Il successo del generale che ha ucciso un gran numero di soldati o che abbia condotto campagne ed imprese militari importanti comportava il trionfo, durante la quale cerimonia egli veniva vestito di un costume rosso e con il volto dipinto di rosso, sul capo una corona d’alloro, una cerimonia arricchita con simboli e riti di purificazione.

La religione

Nella concezione più antica della cultura romana l’uomo vive circondato da spiriti innominati contro i quali è impotente. Questi spiriti non hanno tratti somatici definiti, storia e personalità ed agiscono su cose che appartengono alla quotidianità del cittadino romano. I tratti umani di questi spiriti sono appena accennati e sono molto spesso terrificanti, come ad esempio i Lares associati all’oltretomba, i quali presentano un aspetto animalesco, e i Manes, cioè gli spiriti dei morti, i quali invadono l’atmosfera tre giorni all’anno e ogni famiglia celebra la loro commemorazione.

La vita religiosa dell’antica Roma è ricca di rituali, molti dei quali consistono in sacrifici cruenti che servono per nutrire il corpo del dio affinché quest’ultimo potesse offrire la loro assistenza, come: l’offerta del proprio raccolto di grano, la devotio, cioè il proprio sacrificio, la carmina, cioè preghiere magiche, l’offerta del vino da parte dei sacerdoti.

Esistevano infatti delle comunità o confraternite specializzate che effettuano rituali con specifiche finalità e tra questi abbiamo: gli Arveles che sacrificavano nel mese di maggio un agnello e consacravano il pane e il vino danzando e cantando intonando degli inni dalle parole incomprensibili; i Luperci i quali una volta all’anno correvano verso il Palatino per allontanare i lupi dai raccolti.

Tuttavia, sebbene Roma fosse dotata di un forte attaccamento alla devozione religiosa, la sua religione manca di miti teogonici, cioè non venivano approfonditi e delineati la nascita delle loro divinità e i loro rapporti di parentela.

Le prime tracce di scrittura

Il latino in origine non era altro che una lingua parlata a livello locale e che coesisteva con quelle delle antiche popolazioni del Lazio, ma poi il condizionamento etrusco nel VII secolo a.C., periodo in cui si venne a consolidare la città, portò dei cambiamenti anche nella lingua, come ad esempio l’introduzione dell’alfabeto a Roma e l’utilizzo della tria nomina, cioè l’assegnazione dei tre nomi all’individuo: prenomen, nomen e cognomen.

Per il periodo più antico si possiedono solo pochi documenti scritti, come iscrizioni su oggetti ad uso domestico e i testi legati alle pratiche giuridico-sacrali, come i documenti delle Leggi delle XII Tavole, i quali rappresentano i più antichi documenti scritti dell’età repubblicana. Per quanto riguarda l’utilizzo della scrittura nell’ambito religioso abbiamo i carmina triumphalia, con cui si celebravano le vittorie dei generali o dell’imperator, i carmina convivalia, con la quale si celebrava la gloria di qualche illustre capo delle gens, le laudationes funebres (le lodi funebri) con i quali si ripercorreva la vita del defunto.

Appio Claudio Cieco fu il primo autore di un trattato giuridico, il De Usurpationibus, andato purtroppo perduto, mentre al suo scrivano Cneo Flavio va attribuito lo Ius Flavianum pubblicato nel 304 a.C. e numerose riforme nel campo dell’ortografia.

L'età arcaica

L'espansionismo romano

Nell’età arcaica Roma concluse con successo la prima guerra punica sottraendo la Sicilia ai Cartaginesi e annettendola sotto il proprio dominio, facendola diventare la Prima Provincia Romana e portando a sua volta una modifica nella riorganizzazione e nella gestione politico-amministrativa dei territori. Le province erano aree giurisdizionali governate ed amministrate da un magistrato o pretore il quale faceva le veci del Senato Romano nella provincia assegnata, al quale veniva affidata una legione per esercitare funzioni di controllo e doveva inoltre versare onerosi contributi a Roma.

Il processo di espansione di Roma porta alla conquista ed al consolidamento di altre province come: La Gallia Cisalpina e nei territori costieri della Dalmazia. Nel frattempo, Cartagine riprese la Spagna con le armi consolidando alleanze con popolazioni locali, soprattutto con Annibale, e così lo scontro di una seconda guerra punica fu inevitabile.

I Romani durante la seconda guerra punica furono sconfitti da Annibale in molte battaglie come in quelle di Trebbia, nel Trasimeno ed a Canne nel 216 a.C., ma riuscirono a vincere nell’ultima battaglia, cioè in quella di Zama nel 202 a.C., sconfiggendo l’esercito cartaginese per la seconda volta grazie all’intervento del generale romano Scipione l’Africano.

Il processo espansionistico di Roma continua attraverso le vittorie dei più grandi generali romani quali: Tito Quinzio Flaminio contro Filippo V di Macedonia nella battaglia di Cinoscefale 197 a.C.; Scipione l’Africano a Magnesia contro Antioco III di Siria nel 189 a.C.

Inizialmente Roma stava sperimentando una nuova politica sulle città-stato della Grecia con la quale si concedeva una sorta di autonomia protetta, fino a quando però questa gestione mostrava i suoi limiti e così decise di imporre con forza la sua autorità politica e militare nel territorio ellenistico, sfruttando la Macedonia che si era posta al capo di questa politica indipendentistica, la quale fu smembrata in quattro parti e Corinto fu rasa al suolo nel 146 a.C.

Roma nell'età dei Gracchi

Tiberio Gracco, nel 133 a.C., si fece eleggere tribuno della plebe per proporre ed applicare la sua riforma agraria con lo scopo di ricostruire la classe agraria dei piccoli proprietari terrieri, la quale prevedeva l’assegnazione di 500 iugeri per ogni proprietario oppure anche di 1000 iugeri qualora l’assegnatario avesse un figlio.

Tibero Gracco non riuscì ad attuare la sua riforma agraria perché ci furono senatori che si opposero, in quanto l’ager apparteneva al Senato e di conseguenza erano di proprietà dei senatori e questa riforma sarebbe stata come uno esproprio. Questa ostilità nei confronti di Tiberio Gracco portò ad una ribellione contro di lui, il quale venne ucciso ed al suo posto divenne tribuno Caio Gracco nel 123 a.C., il quale volle cercare di attuare la riforma agraria del fratello e costruì nuove strade e fondò colonie e province, facendosi rieleggere anche nel 122 a.C., proponendo di dare la cittadinanza romana anche ai socii italici, ma questa proposta gli fece perdere il sostegno da parte della plebe e così nel 121 non fu più rieletto.

Egualmente cercò di attuare una rivolta armata invitando gli schiavi a combattere al suo fianco, ma il Senato soffocò questa rivolta nel sangue e Caio Gracco, per non essere ucciso dai suoi nemici, si fece uccidere da uno dei suoi schiavi. Le terre tornarono nuovamente ai senatori e la società romana si divise in due: i popolari, composti da plebei, cavalieri e popoli italici; i senatori.

Tra questi due partiti c’erano sempre degli scontri e così i tribuni della plebe, per far fronte a questa situazione, chiesero aiuto ai comandanti militari. Nel frattempo il senato aveva dichiarato guerra a Giugurta, il quale si era ribellato a Roma uccidendo i commercianti italici. In questa situazione si può vedere come Roma si era ridotta, in cui i generali si facevano corrompere e i soldati vendevano armi al nemico.

Da Mario a Silla

I cavalieri e i popolari riuscirono a far eleggere Caio Mario console nel 107 a.C., noto per essere uno dei più grandi generali di Roma, il quale riformò la struttura e l’organizzazione dell’esercito rendendo l’arruolamento volontario aperto a tutti. Caio Mario fu rieletto console per ben 5 anni intraprendendo grandi vittorie tra cui quelle contro i Cimbri, i Teutoni e due popolazioni germaniche, fino a quando perse l’appoggio dei suoi sostenitori nel momento in cui aveva accettato di reprimere una rivolta.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher infante.alessandro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Foggia o del prof Masselli Grazia Maria.
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