Premessa e dedica
Gli scritti raccolti in questo volume non sono testi inediti, ma provenienti da stampe precedenti, opuscoli o giornali. La maggior parte è riportata così come è stata scritta, e rappresentano le tappe di una ricerca ancora in corso. Mettendoli insieme e ripubblicandoli ho ceduto alla speranza, tipica di chi ha scritto per sé e per i suoi contemporanei, di potersi appellare ai giovani che lavoreranno in futuro.
Ho riconosciuto in questi testi una certa continuità e coerenza. Spero che questi facciano testimonianza di una ricerca condotta con desiderio di verità, ma con passione politica, della storia della letteratura italiana nel quadro generale della storia dell’Italia. Per questo, si ha un’attenzione maggiore ai propositi e ai successi raggiunti dagli autori, considerando i mezzi a loro disposizione, piuttosto che soffermandosi a quanto i loro testi possano avere sentimento universale.
Questo spiega i limiti molto stretti che caratterizzano questa ricerca, la cui impazienza è la condizione fondamentale della ricerca stessa. La generazione a cui appartengo, se posso ricordare, è sopravvissuta a vicende storiche italiane ed europee eccezionalmente gravi. E non è strano che la mia generazione abbia dovuto evitare il rischio che il proprio lavoro risultasse evasivo o imprudente. Abbiamo cercato di essere uomini, attenti a quello che è patrimonio e compito dell’umanità, ma abbiamo dovuto lottare per il piccolo spazio considerato vitale che il destino ci aveva donato.
Come studiosi italiani, quindi, abbiamo dovuto difendere, stimare esattamente e usare utilmente - per uno scopo immediato - il patrimonio italiano di lingua e letteratura. Visto che l’impegno letterale e politico insieme, unito all’interpretazione storica del passato in funzione del presente, può apparire in Italia come una ripresa della tradizione risorgimentale, devo dire che non è mai stata mia intenzione attuare una ripresa del genere. Né sul piano dell’azione politica, né su quello della ricerca storica.
Il debito che abbiamo contratto con gli uomini del Risorgimento è fuori discussione. Le azioni dei risorgimentali sono state così grandi da non poter essere messe minimamente a confronto con quello che vogliono fare Dionisotti e gli uomini del suo tempo. Infatti, dopo dice: - Le difficoltà sono state tutt’altri e i compiti nostri sono.
Ogni grande impresa richiede grandi sacrifici, ed è raro che questi risultino maggiori di quelli previsti, o che mettano a nudo le debolezze dei vincitori e dei loro eredi. Un esempio di questo è il caso dell’impresa risorgimentale. L’ultima non è stata in grado di distruggere l’unità d’Italia, ma ha rimesso in questione la struttura con la quale è stata imposta l’Italia unita. I risorgimentali si erano accorti che qualcosa non andava, e bisogna riconoscere loro gli sforzi fatti per riprendere quello che gli serviva per agire.
Comunque, il nostro compito era quello di rimettere, per quanto possibile, a posto tutto quello rovinato intorno a noi e in noi. Noi abbiamo sempre creduto nell’unità d’Italia e nella storia della letteratura italiana, ma sempre avevamo dubitato della struttura unitaria, che nella nostra età si era dimostrata tristemente, ma anche di quella corrispondente storia d’Italia e della letteratura italiana prodotta nell’età risorgimentale. E questo dubbio non poteva essere attenuato neanche dal capolavoro prodotto da De Sanctis.
Quella storia rappresentava la necessità urgente dell’unità risorgimentale, e il decisivo intervento del Regno di Napoli alla causa dell’unità. Ma, viste le caratteristiche stesse della storia del Regno di Napoli - così distante fisicamente e culturalmente dal resto d’Italia - sorge il dubbio se la sua stessa storia non rappresentasse la sopraffazione delle differenze reali e tradizionali della vecchia Italia in favore dell’unità. Ma questa sopraffazione di certo non poteva essere incolpata agli uomini risorgimentali, ma rimane da chiedersi se questi non abbiano sottovalutato i sacrifici richiesti dall’unità - ovvero, appunto, minare le differenze delle singole regioni o se non si fossero illusi che questi sacrifici avrebbero portato a dei compensi altamente efficaci. Una ricerca letteraria non lascia a proposito nessun dubbio.
La storia insegnata in tutte le scuole di ogni grado, racchiuse nelle biblioteche pubbliche e private, dimostra che l’unità d’Italia fu una conquista di uomini che non disponevano di molti libri, o che, anche ne avessero avuti, non disponevano di tempo per leggerli. Erano, come si era falsamente scusato e vantato di essere Ugo Foscolo, lettori di pochi libri, moderni e a buon mercato piuttosto che di quelli vecchi. Erano appassionati di storie avvincenti tanto quanto lo erano di storie remote e ingombrati. I.P. forse si riferisce ai testi rivoluzionari che ovviamente non andavano bene ai governi dell’epoca. Le numerose eccezioni confermano la regola, tra le quali non manca la storia del De Sanctis, eccezionale per il vigore del suo giudizio e per la vivacità della rappresentazione.
La vasta disinformazione sul quadro della vecchia Italia non era tale da imporre cautela a uomini spinti all’azione dalla grande idea di Italia unita. Gli uomini del Risorgimento erano indotti a pensare al quadro nazionale in maniera commovente, esaltando l’unità e respingendo tutto quello che sembrava impedirla. Da questo, si trae la ragione della poca stima nei confronti delle tradizioni e questioni linguistiche e letterarie; idolatrando, invece, le figure dei grandi autori, la cui idolatria eroica si sarebbe poi ritorta contro i principi liberali e democratici stessi, propri dell’età risorgimentale.
Per tutti questi motivi, e altri simili, non ho mai considerato possibile la ripresa della tradizione risorgimentale nello studio della letteratura italiana. Tuttavia, la ricerca è comunque motivata e condotta, e vale in quanto va al di là di chi la esegue, senza togliere la possibilità che, riscavando a fondo, si possano trovare cose a noi sconosciute anche dentro di noi, così nel passato come nel futuro. Chi oggi si voglia guardare indietro, gode dello sforzo già fatto nell’età successiva al Risorgimento, dal 1860 in poi, per poter vedere in modo più chiaro la struttura e la storia della vecchia Italia.
Ancora più utile sarebbe risalire alla storia del Settecento, dove, grazie al Gravina e al Tiraboschi, si possono trovare le fondamenta solide di una storia della vecchia Italia. Di quel periodo, si possono trovare i testi, gli uomini e i fatti che nessuna interpretazione può sostituire, e che devono, quindi, essere studiati uno a uno. Con questo non intendo escludere che la ricerca possa e debba ricevere conforto dall’età più vicina a noi e della nostra contemporanea. Dopo la guerra si è sviluppata una diffusa insofferenza del governo, che, per quasi cinquant’anni, Benedetto Croce ha esercitato sulla cultura italiana, e negli scritti qui raccolti è espressa una simile riserva nei confronti del governo.
Spero, quindi, che tali riserve non siano considerate insolenti, e che mi sia lecito dire che, se mai ci fosse l’assurda ipotesi della scelta tra i due, fra la lezione del De Sanctis e quella del Croce io non esiterei, come studioso di storia e letteratura italiana, a stare dalla parte del più formidabile lettore e intenditore di testi italiani che, per quanto so, sia apparso dal Settecento a oggi.
Il carattere di questa raccolta di testi ne giustifica la dedica: sono tutti saggi del mio lavoro di studioso e di insegnante, e tutti insieme vogliono testimoniare dei propositi e dei pensieri di un’età in cui il lavoro, qualunque fosse, trovava stimolo e conforto nella solidarietà, senza alcuna speranza né di ambizioni né di successi immediati. Allora non poteva essere per gli uomini della classe media una solidarietà corporativa: per necessità, era una solidarietà politica fra coetanei cresciuti nello stesso ambiente.
Dedico la raccolta al primo dei miei amici, Aldo Garosci, e con lui a tutti i comuni amici e compagni torinesi della nostra giovinezza. Senza di loro, che non erano né sono studiosi della letteratura italiana, il mio lavoro probabilmente sarebbe riuscito diverso. Dico diverso e non peggiore perché il peggio o il meglio non entrano ora in questione, e sono comunque affar mio.
Torino non poté più essere per noi la città di Gobetti e Gramsci: le energie nuove che Gobetti aveva sollecitato e richiamato a Torino da tutta Italia si erano disperse, ma questa dispersione aveva spazzato via l’età precedente. Non c’era più posto per evasioni poetiche e critiche, non c’era più posto, insomma, per chiunque volesse perpetuare l’età in cui Torino si era aperta alla moderna lett...
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