IVANHOE
O7/03/2023
Walter Scott rivisita i temi cavallereschi, siamo nel XII secolo e il romanzo
è ambientato in un momento fondamentale per la storia inglese. La
materia storica di partenza è il conflitto tra Normanni e Anglosassoni che
alla fine dell’impero romano si ritenevano i possessori dell’Inghilterra (dal
momento che vivevano lì da secoli prima). Nel 1066 uno dei feudatari
Normanni, William The Conqueror (Guglielmo il conquistatore), conquista
una terra, l’Inghilterra che era abitata da popolazioni germaniche: gli
Anglosassoni. La materia storica che il romanzo di Walter Scott tratta è il
tipo di rapporti che si vengono a creare dopo l’invasione del 1066 tra la
popolazione germanica, anglosassone, che è stata soggiogata e
fortemente umiliata, e il dominatore Normanno. Il romanzo però non
tratta del 1066, ma tratta degli eredi al trono di Inghilterra, gli eredi di
Guglielmo il Conquistatore, in particolare la vicenda che viene affrontata
nel romanzo appartiene storicamente al regno di Riccardo Cuor di Leone
(Richard the First lionheart, presente anche lui nel romanzo: fin dal primo
capitolo ci viene detto che Riccardo sta tornando dalla terza crociata a
Gerusalemme sotto mentite spoglie). Ivanhoe, eroe eponimo del romanzo
e fedele vassallo di Riccardo, torna in Inghilterra dalla crociata sotto false
sembianze, non come cavaliere Ivanhoe ma travestito da “The Palmer”
(Il Palmiere, Capitolo 5). Palmer viene da “Palm” ovvero Palma. I Palmeri
erano figure medievali importanti: erano pellegrini che andavano in Terra
Santa e riportavano a casa delle reliquie sante, andavano a visitare e
venerare luoghi sacri e portavano una testimonianza della loro presenza
in terra santa e una testimonianza dello spirito di pace che Gesù aveva
portato sulla terra. (La famosa domenica delle Palme in cui si celebra
l’ingresso di Gesù a Gerusalemme che viene accolto con dei ramoscelli
d’ulivo, simbolo di un messaggio di pace) Oltre ad essere una figura
storicamente esistita che possiamo tradurre anche con “pellegrino”,
“portatore di pace”, “Palmiere”, rappresenta la simbologia alla base del
travestimento di Ivanhoe. Ma perché Ivanhoe si deve travestire per
andare al castello di Rotherwood, ovvero il castello del padre? È una cosa
molto spiazzante. Come mai un figlio che è tornato dalle crociate e ha
combattuto insieme a Riccardo in una crociata abbastanza vincente (la
terza, anche se la crociata è solo un antefatto, è solo un modo per
presentare il ritorno di una serie di personaggi in Inghilterra) deve
tornare travestito? La simbologia è importante: sceglie consapevolmente
di tornare come portatore di pace. Abbiamo detto che c’è un conflitto in
questo romanzo, un conflitto tenuto aperto dai tempi della conquista
dell’Inghilterra: il conflitto tra dominatore normanno e popolazione
germanica assoggettata. Se c’è un conflitto, la funzione che il narratore
intende dare ad Ivanhoe è quella di superamento del conflitto, di
superamento degli odi che si sono radicati in un secolo e mezzo di
dominio normanno ai danni della popolazione anglosassone. (Con Walter
Scott siamo nella formazione del romanzo storico, una dei modelli di
Manzoni è Scott, forse per i promessi sposi è proprio Ivanhoe) Ivanhoe è
portatore di pace davanti ad un conflitto etnico-linguistico; Linguistico
perché i Normanni parlavano il francese e gli Anglosassoni parlavano una
lingua germanica, questo elemento del fraintendimento linguistico è
molto interessante nel romanzo, perché se dovessimo fare
un’interpretazione più generale, Ivanhoe è un eroe dei tempi nuovi, è il
simbolo del superamento dei conflitti, colui che si accorge che i tempi
sono maturi per mettere da parte le armi e arrivare ad una coesistenza
pacifica tra i Normanni e gli Anglosassoni. In che modo avverrà
storicamente? Nella formazione del popolo Inglese perché gli Inglesi non
sono immediatamente Anglosassoni. Anche nella lingua: perché l’inglese
è più facile del tedesco? Perché ha avuto un fortissimo innesto del
francese e il francese nel 1066 era parlato dai Normanni. L’originalità del
romanzo di Scott è quella di raccontare ancor prima della trama,
ambientandola in quel periodo, la formazione del popolo inglese: questo
popolo, che all’origine era costituito da due ceppi etnici incapaci di
comunicare, diventeranno un solo popolo nella misura in cui
cominceranno ad intendersi. Come cominceranno ad intendersi? Scott
nel romanzo lo spiega: parlando come se fosse una lingua intermedia,
una specie di ibrido di termini francesi e lingua germanica. La lingua in
un certo senso aiuterà il superamento dei conflitti perché se prima i
signori feudali, quelli che avevano portato in Inghilterra il feudalesimo,
cioè i normanni, spadroneggiavano e cercavano tutte le occasioni per
umiliare i sottoposti germanici, ad un certo punto questo rapporto tra
signore germanico e suddito anglosassone comincerà ad appianarsi, non
perché il feudalesimo crei condizioni di livello paritario ma perché i due
popoli cominceranno a comunicare, quindi, i tanti fraintendimenti
linguistici che avvengono quando non si conosce la lingua dell’altro
popolo cominceranno a diventare sempre meno un pretesto di scontri. La
lingua inglese che nasce proprio nell’ alto medioevo è una lingua che
simboleggia che Walter Scott ha scelto quel periodo perché è l’ultimo
periodo in cui lo scontro tra dominatori normanni e sudditi anglosassoni
si consuma, da quel periodo in poi comincia quel lungo processo storico
di formazione della lingua Inglese che porterà anche alla fusione fra le
due etnie, quella del dominatore Normanno e quella del suddito
Anglosassone. Questo è il quadro interpretativo del narratore.
Ritorniamo ad Ivanhoe. Questo eroe è tornato dalla crociata al castello
del padre travestito. Ma perché? È strano che debba ritornare
mascherato senza farsi riconoscere. Se tornasse con la sua vera identità
il padre non lo farebbe entrare. Accediamo ad un sottotema: il conflitto
tra padre e figlio, tra Ivanhoe e Cedric. Ivanhoe è figlio di un
Anglosassone, figlio di Cedric che è un personaggio che rappresenta lo
spirito di rivalsa del popolo anglosassone contro il dominio Normanno. Si
parla di una contraddizione: Ivanhoe è figlio di un anglosassone ma è
anche vassallo di Riccardo cuor di Leone che è il re Normanno. Il
romanziere vuole far apparire Ivanhoe come traditore politico? Ivanhoe
dovrebbe stare dall’altra parte e invece ha fatto la scelta di mettersi con
il nemico. Lo dobbiamo intendere come traditore politico o come
portatore di pace? Ha fatto il crociato però è tornato da pellegrino,
portatore di un messaggio di pace, di riconciliazione, di superamento
dell’odio. Il vero significato del personaggio di Ivanhoe lo capiamo nel
momento in cui si traveste da palmiere, non è il traditore politico quello
che si mette in evidenza ma colui che capisce che sono maturati i tempi
per il superamento dello scontro, allora è un paciere. Il paciere è colui
che vuole mettere pace tra due popoli in lotta e, purtroppo, a volte, viene
anche accusato ingiustamente di essere un traditore. Se uscissimo
dall’interpretazione del personaggio di Ivanhoe ci sarebbe un altro
protagonista silenzioso che è il popolo inglese, la nascita del popolo
inglese. Il popolo inglese in questo romanzo nasce attraverso una forma
di dialetto, i personaggi che parlano francese e quelli che parlano
germanico quando devono comunicare pronunciano una sorta di
interlingua.
Ad esempio, il narratore sceglie di farsi portavoce del linguaggio degli
umili: quello di Wamba (buffone di corte di Cedric) e Gurth (servo della
gleba Anglosassone). Wamba dice al mandriano (custode dei maiali) “Hai
notato che nella lingua che parliamo ci sono due modi per intendere il
maiale?” Pork e Swine. C’è una differenza di etimologia: pork viene dalle
lingue neoromanze, dal Normanno, mentre swine è Anglosassone. C’è
un’altra differenza che ancora oggi si usa: pork è la carne di maiale
mentre swine è il maiale vivo. Assistiamo al riflesso nella lingua del
dominio che esiste tra Normanni e Anglosassoni: gli Anglosassoni
chiamano i maiali swine perché li allevano mentre la carne di maiale si
chiama pork perché la mangiano i Normanni. Questo è il modo sagace di
Scott di costruire il suo romanzo storico: la voce del popolo è la vera
protagonista. È una lingua che si mescola ma mantiene ancora i rapporti
di tutele, di gerarchia che esistono tra i Normanni e gli Anglosassoni.
Wamba non rappresenta il pensiero completo di Scott, il pensiero
completo di Scott è: proporre la materia storica del conflitto per fare
vedere come si va verso il superamento del conflitto. Wamba e Gurth
sono due poveri personaggi inferiori che in qualche modo riflettono uno
dei due versanti che è veritiero: i dominatori usano la parola pork perché
sono dei signori per i quali gli Anglosassoni allevano, uccidono e cucinano
i maiali. L’ironia di Scott consiste nel far passare l’odio, il conflitto, la
contrapposizione anche attraverso questi esempi. Proprio perché sono
umili esprimono a parole semplici delle osservazioni molto incalzanti: Il
dominio Normanno era stato tanto prepotente in un secolo e mezzo da
inscriversi addirittura in una cosa talmente sciocca come la differenza tra
pork (maiale cotto e servito) e swine (allevato da servi della gleba
anglosassoni).
Nel castello di Rotherwood, Cedric non riconosce il figlio perché si è
travestito da palmiere anche quando viene fatto entrare e rifocillato. Ma
lui entra travestito per vedere il padre? No, entra per rivedere l’amata
Rowena. Questo è il secondo personaggio importante che ci dà la
possibilità di mettere a fuoco la ferocia ideologica di Cedric. Se abbiamo
già detto che Ivanhoe non può essere etichettato come traditore politico
perché altrimenti Scott non lo avrebbe investito del significato di paciere
che è una figura positiva, allora ha torto Cedric. Ma in che modo ha torto
Cedric? Lo dobbiamo considerare se non un traditore politico, allora
politicamente arrendevole? l’atteggiamento di farsi vassallo del re
normanno, è un atteggiamento di arrendevolezza? Dobbiamo trarre il
messaggio che siccome la conquista di Guglielmo il conquistatore è
successa un secolo e mezzo prima, i vincitori hanno sempre ragione?
Dopo un secolo e mezzo i vinti non sono solo vinti ma in un certo senso
sono quelli che hanno torto. Quando qualcuno ruba la terra a qualcun
altro si dovrebbe continuamente fare guerra per riscattarla? Si può fare,
ma per quanto tempo? È passato un secolo e mezzo! Si può andare a
ripetizione fino alla fine dei tempi semplicemente perché c’è stato un
atto originario di sopruso? E poi gli Anglosassoni non erano a loro volta
responsabili di aver invaso l’Inghilterra ai tempi dei Romani? E i Romani
non erano responsabili di aver invaso quella terra che apparteneva alle
antiche tribù Celtiche? E così via a ritroso. Il rischio della violenza è
quello di riportarci ad un’origine sempre più remota dove possiamo
scoprire che non c’è mai stato un vero possessore della t
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