GLOBAL POLITICS
PRIMA LEZIONE: LEZIONE DEL 24/02
Perché “Global Politics”
Il corso rientra tra le discipline politologiche ed è, a tutti gli effetti, un corso di relazioni internazionali, intese
come insieme di linee di ragionamento e di interpretazione dei cambiamenti che avvengono nelle relazioni tra
Stati. La dicitura “relazioni internazionali”, tuttavia, tende storicamente a lasciare sullo sfondo alcune
questioni di rilievo, mettendo in secondo piano attori che oggi ricoprono funzioni importanti e centrali a livello
transnazionale e sovranazionale, e che non possono più essere considerati attori secondari. È quindi
fondamentale riflettere su soggetti come le organizzazioni internazionali (ONU, Banca Mondiale), gli attori
economici e finanziari, le multinazionali, e anche attori più particolari, come il Board of Peace.
Il termine global serve proprio a spostare il focus: non solo sugli Stati, ma sulla dimensione globale entro cui
le relazioni internazionali si sviluppano. Questa dimensione è profondamente segnata dalla globalizzazione
economico-finanziaria, avviatasi negli anni Settanta del Novecento, che rappresenta lo sfondo entro cui si
collocano le principali trasformazioni del sistema internazionale. La globalizzazione non è un processo
naturale, ma è politicamente determinata, frutto di scelte consapevoli o inconsapevoli di attori politici ed
economici che hanno ridisegnato il sistema in cui oggi si sviluppano le relazioni internazionali.
Questo significa che gli Stati non contano più? No. Piuttosto, siamo di fronte a una crisi dell’ordine
internazionale che comporta una trasformazione degli Stati stessi, i quali acquisiscono nuove funzioni sia sul
piano domestico sia su quello estero, nella loro proiezione internazionale. Anche attori come l’Unione Europea
rientrano pienamente nei fenomeni che il corso analizza.
Un ulteriore motivo della scelta di “Global Politics” è legato alla prospettiva della global history: togliere gli
“occhiali eurocentrici” con cui spesso osserviamo i fenomeni internazionali e imparare a comprendere come
funziona il sistema internazionale mettendoci nei panni degli altri. “Gli altri” non sono semplicemente attori
che devono allinearsi ai principi e alle direttive dell’Occidente, ma soggetti le cui ragioni vanno comprese per
interpretare davvero il mondo.
Politics: potere, asimmetrie e responsabilità dello studioso
La seconda parola chiave del corso è Politics. Al centro ci sarà la dimensione politica e del potere: come il
potere funziona, come si distribuisce a livello internazionale e come viene detenuto. Questo è il compito degli
studiosi di relazioni internazionali.
A partire dagli anni Settanta del Novecento, la trasformazione dell’economia internazionale ha inciso
profondamente sugli Stati, intersecandosi con la loro capacità – o incapacità – di regolamentare l’ambito
economico. Un primo elemento fondamentale è che il potere è ovunque asimmetrico. La simmetria del
potere non può essere data per scontata, ed è proprio questo che rende impossibile, per lo studioso, rimanere
completamente asettico o neutrale.
Se si assume una posizione neutra in presenza di asimmetrie di potere, si finisce implicitamente per assumere
il punto di vista dominante, facendo parte di quegli attori che detengono maggiore potere. In questo senso, il
compito non è solo interpretare il mondo, ma anche provare a cambiarlo. L’analisi rischia altrimenti di
riprodurre il sistema di potere esistente, mentre la sfida è rimettere in gioco posizioni e credenze,
“svestendoci” dei panni che indossiamo.
Parte generale del corso
Asse portante
La parte generale introduce alle relazioni internazionali attraverso teorie e strumenti analitici per
comprenderle e interpretarle. Si articola intorno a quattro libri principali.
Alessandro Colombo, Il suicidio della pace
Il libro individua nel 1989 una data spartiacque: il crollo del Muro di Berlino e la fine della divisione tra blocco
occidentale e blocco orientale segnano l’inizio della crisi irreversibile dell’ordine internazionale liberale.
Questo ordine, costruito dagli Stati occidentali nel secondo dopoguerra per garantire pace, cooperazione e
rispetto di regole comuni, perde il suo antagonista principale con il crollo dell’URSS. Paradossalmente, proprio
nel momento in cui l’ordine “vince”, inizia anche la sua crisi.
La tesi di Colombo è che la pace internazionale venga messa in discussione proprio da quei Paesi che si erano
dichiarati vincitori della Guerra Fredda. Il “suicidio della pace” è quindi il risultato di un insieme di fattori
interni ed esterni, legati in particolare alle contraddizioni dell’Occidente e ai processi di trasformazione
delle democrazie liberali.
Tecnocrazia e crisi della democrazia
I testi di Giannone e Cozzolino (La democrazia dei tecnocrati e Tecnocrazia…) analizzano la trasformazione
della democrazia liberale, con un focus sul caso italiano ma con una chiara dimensione internazionale. A
partire da un certo momento storico, alcune decisioni fondamentali della politica statale vengono trasferite a
soggetti non sempre democraticamente legittimati, dando luogo a una tecnocratizzazione della
democrazia.
Questo fenomeno rappresenta un ulteriore tassello per comprendere la crisi dell’ordine internazionale
liberale, strettamente connessa alla crisi interna delle democrazie occidentali. Figure come Biden o Trump
vanno lette nella dialettica tra struttura e azione, tra dimensioni macro e capacità dei singoli attori di
inserirsi in quelle faglie di cambiamento.
Il Board of Peace, nato come mandato ONU e poi esternalizzato, e l’assenza di un’autorità palestinese
funzionante sono esempi concreti di queste dinamiche.
Il conflitto Israele–Palestina: storia e rappresentazione
Si tratta di un caso estremamente attuale che consente di comprendere il rapporto tra “noi” e “l’altro”,
mostrando come nella rappresentazione politica e mediatica questa distinzione continui a funzionare ancora
oggi.
Il corso affronta il conflitto attraverso due testi principali. Il primo è Brevissima storia del conflitto tra Israele
e Palestina, scritto da uno storico israeliano. Il conflitto dura da oltre ottant’anni e viene analizzato partendo
dalla storia: il sionismo, le persecuzioni degli ebrei in Europa orientale, il significato originario dello Stato
come strumento di protezione, e la trasformazione di questa idea in qualcosa che ha messo in discussione la
sicurezza e l’esistenza di un altro popolo.
L’Occidente europeo ha una responsabilità storica rilevante: artefice di progresso, diritti e democratizzazione
di massa, ma anche di totalitarismi, uccisioni di massa e genocidi. Da qui la riflessione su Gaza e sulla
rappresentazione mediatica del conflitto, sul linguaggio utilizzato e sulla densità ideologica che lo
accompagna. Israele viene spesso percepito come uno Stato che “non può fallire”, perché il suo fallimento
costringerebbe l’Occidente ad ammettere i propri errori.
Il secondo testo, Lorenzo Kamel, Israele-Palestina in 36 risposte, propone una serie di domande (potenziali
domande d’esame) a cui l’autore risponde con gli strumenti dello storico. La questione centrale non è “fare il
tifo”, ma disporre dei fatti storici, comprendere i sistemi di potere e rapportarli al proprio senso di giustizia.
I fatti non sono mai tutta la verità. Il compito dello studioso è interpretarli in modo onesto, senza lasciarsi
guidare esclusivamente da convinzioni ideologiche. Riconoscere un possibile genocidio non esime dal
riconoscere che il 7 ottobre è stato un crimine di guerra. La complessità delle relazioni internazionali richiede
di smontare le rappresentazioni mediatiche e politiche che riducono il conflitto a una contrapposizione tra
terrorismo e diritto all’esistenza.
Ordine internazionale e anarchia
L’ordine internazionale è un sistema complesso in cui, nello spazio e nel tempo, interagiscono entità diverse.
Le scienze sociali cercano di spiegare come questo sistema funziona e perché cambia. Oggi i cambiamenti sono
particolarmente rapidi e problematici: la velocità delle trasformazioni, la fluidità degli attori e dei processi
rendono difficile orientarsi. Per questo è necessario mantenere uno sguardo critico e analizzare sempre i
rapporti di potere.
Per comprendere il sistema internazionale è utile il confronto con lo Stato nazionale. A livello statale esiste
una linea verticale: un’autorità politica riconosciuta, sancita da una costituzione, che esercita sovranità su un
territorio. Weber definisce lo Stato come detentore del monopolio della violenza legittima, riconosciuta dai
cittadini attraverso l’ordinamento giuridico.
A livello internazionale, invece, la linea è orizzontale: gli Stati sono formalmente uguali e si riconoscono
reciprocamente come sovrani. Non esiste un’autorità politica sovraordinata né una polizia o un esercito
internazionale paragonabile a quelli statali. Da qui il concetto di anarchia nelle relazioni internazionali, che
non significa caos, ma assenza di uno Stato superiore agli Stati.
Il diritto internazionale, a differenza di quello nazionale, non è automaticamente applicabile: deve essere
recepito dagli ordinamenti statali. Questo è uno degli elementi fondamentali che distingue il sistema
internazionale da quello statale.
2 LEZIONE: LEZIONE DEL 26/02
La crisi come filo conduttore: La parola chiave attorno a cui ruota l’intero percorso e crisi: crisi dell’ordine
internazionale liberale, crisi della democrazia liberale, crisi dello Stato, crisi del rapporto tra politica ed
economia. Il filo conduttore della lezione e comprendere le cause e i fattori che spiegano questa crisi, sia sul
piano interno agli Stati sia su quello internazionale.
1. Il “suicidio” dell’Occidente
A partire dal testo di Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, si ragiona sulle cause della crisi dell’ordine
liberale. Colombo parla di una sorta di “suicidio”: un processo di autodisfacimento interno che l’Occidente
mette in atto soprattutto a partire dalla fine della Guerra Fredda.
Nel momento in cui l’Occidente proclama di aver ottenuto una vittoria epocale sul mondo sovietico e sui
socialismi reali, quella proclamazione coincide paradossalmente con l’inizio della sua crisi. La presunta unità
occidentale si incrina. Negli anni Novanta emerge quella che Rita Di Leo ha definito “spaccatura atlantica”.
L’antagonista sovietico aveva rappresentato per l’Occidente una minaccia ideologica e politica che, come
ricorda anche Hobsbawm, aveva contribuito a mantenerne la coesione interna e la capacità di riformarsi.
Venuta meno quella minaccia, si dissolvono anche i presupposti di quell’unità.
Il 1989 non cade “per caso”. È vero che segna la fine di un’epoca caratterizzata dalla contrapposizione tra due
modelli alternativi (USA e URSS), ma la crisi dell’ordine liberale affonda le sue radici negli anni Settanta.
Fukuyama parlerà di “fine della storia”, cioè della vittoria definitiva del modello liberal-democratico. Tuttavia,
proprio in quel momento, il mondo inizia a de-occidentalizzarsi: emergono attori come Cina e India, e nuovi
equilibri globali mettono in discussione la centralità occidentale.
Colombo parla di un “trionfo illusorio”: mentre l’Occidente pensa di aver vinto definitivamente, si stanno già
creando le condizioni per un nuovo disordine mondiale.
2. Gli anni Settanta: la svolta neoliberale
La crisi dell’ordine liberale è collegata a una crisi interna alle democrazie occidentali, che prende forma negli
anni Settanta con l’affermazione del neoliberalismo. Questo paradigma nasce inizialmente come teoria
economica, ma diventa progressivamente una teoria politica e una pratica di governo.
I cosiddetti “trenta gloriosi” (metà anni ’40 – metà anni ’70) erano stati caratterizzati da crescita economica,
sviluppo sociale, conquiste sul piano dei diritti del lavoro e consolidamento del welfare state. Tuttavia, nella
prima metà degli anni Settanta, le economie occidentali subiscono un duro contraccolpo: rallentamento della
crescita, crisi economiche, difficoltà nella governabilità.
Si diffonde l’idea dell’“ingovernabilità” degli Stati occidentali. Si ritiene necessaria una nuova redistribuzione
del potere e delle risorse, una ridefinizione delle politiche fiscali e di bilancio. Cambiano i rapporti di forza tra
le classi sociali. Fino agli anni Settanta la politica era percepita come forza motrice della storia; da quel
momento emerge la centralità della dimensione economica. Le politiche economiche diventano il criterio
attraverso cui si giudicano tutte le altre politiche.
Diritti costituzionalmente rilevanti (salute, lavoro, istruzione) iniziano a essere percepiti come “diritti di serie
B”, declassati a servizi sociali subordinati alla compatibilità economica. Questo mutamento è possibile perché
cambiano i rapporti di forza: nuove élite economiche globali impongono nuove linee guida.
3. Il Cile come atto fondativo
L’atto fondativo simbolico del nuovo Stato neoliberale è il colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973. La fine
del governo socialista di Allende e l’avvento della dittatura militare segnano l’introduzione di una nuova idea
di Stato, orientata agli interessi delle grandi imprese.
Il Cile diventa un laboratorio. Prima embargo economico, poi colpo di Stato con il sostegno degli Stati Uniti.
L’uso della forza non è compatibile con la democrazia: legge marziale, dittatura militare, sospensione delle
elezioni libere. Qui la coercizione è evidente.
In Occidente, però, la trasformazione neoliberale non avviene con la forza, ma attraverso il consenso: Thatcher
nel Regno Unito e Reagan negli Stati Uniti rappresentano la fase egemonica del neoliberismo. Riprendendo
Gramsci, si passa dal dominio all’egemonia. Il cambiamento è accettato perché costruisce consenso attorno a
una nuova idea di Stato, di mercato e di individuo (l’individuo come imprenditore di sé stesso).
Il neoliberismo non è solo una teoria economica: diventa teoria del governo della società.
4. Ripercussioni italiane: il compromesso storico
Il caso cileno ha ripercussioni anche in Italia. Enrico Berlinguer scrive su “Rinascita” tre articoli (“Riflessioni
sull’Italia dopo i fatti del Cile”) sostenendo che, anche in caso di vittoria elettorale, il Partito Comunista non
avrebbe potuto governare senza uno scontro internazionale. Da qui nasce l’idea del compromesso storico con
la Democrazia Cristiana.
Nel 1978, il giorno in cui si doveva votare l’ingresso del PCI al governo, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro.
Un evento interno che si intreccia con dinamiche internazionali, mostrando ancora una volta il legame tra
dimensione interna e internazionale.
5. Il potere dei “giganti” e le promesse mancate
Il neoliberismo prometteva maggiore concorrenza e superamento dei monopoli statali. Tuttavia, in molti
settori si realizzano oligopoli o monopoli privati. Emerge il “potere dei giganti”: grandi multinazionali con
fatturati superiori al PIL di molti Stati.
La liberalizzazione non produce sempre pluralità di attori. Le condizioni normative, economiche e politiche
favoriscono la sopravvivenza delle grandi imprese, che acquisiscono o fanno fallire i concorrenti. Si privatizza
anche lo spazio della discussione pubblica. Giornali e piattaforme digitali sono controllati da pochi proprietari.
Lo spazio di libertà diventa formalmente garantito ma sostanzialmente vincolato.
6. La disgregazione inarrestabile
Nella seconda parte del libro, Colombo analizza gli ultimi 25 anni come fase di disgregazione dell’ordine
internazionale.
a) 11 settembre 2001
L’attacco alle Torri Gemelle inaugura la “guerra globale al terrore” e rafforza l’idea di un’egemonia americana
ambivalente: gli Stati Uniti oscillano tra volontà di guida globale ed esigenze protezionistiche interne.
b) Crisi economico-finanziaria 2007-2008
La crisi nasce negli Stati Uniti con i mutui subprime concessi a soggetti insolventi. Tuttavia, è solo la punta
dell’iceberg: la finanziarizzazione dell’economia trasforma quei mutui in prodotti finanziari globali. Il sistema
implode.
Le istituzioni finanziarie sono considerate “too big to fail”. Gli Stati intervengono con denaro pubblico (Piano
Obama, BCE, Stati europei). Secondo Luciano Gallino, viene trasferito dal pubblico al privato circa il 37% del
PIL dell’UE. Una crisi del debito privato diventa crisi del debito pubblico.
Grecia, Spagna, Italia, Portogallo vengono etichettati come “PIGS”. La narrazione si sposta: non più colpe dei
privati, ma degli Stati “spendaccioni”.
7. Tecnocrazia e sospensione della democrazia
Nel 2011 in Italia nasce il governo tecnico guidato da Mario Monti. La politica democratica fa un passo indietro.
L’esecutivo è formato da figure non passate attraverso un mandato elettorale diretto.
Si pone un problema politico e costituzionale (Claudio De Fiores): un esecutivo che non nasce da un passaggio
elettorale diretto è pienamente coerente con la democrazia rappresentativa? La legittimità non è solo
giuridica, ma anche politica.
Monti introduce riforme strutturali (pensioni, austerità) chiedendo “sacrifici”. I cittadini pagano due volte la
crisi: prima con il salvataggio dei privati, poi con tagli a welfare e servizi pubblici.
8. La pandemia: “andrà tutto bene”
La pandemia mostra l’incapacità strutturale degli Stati di fronteggiare un’emergenza. Non è solo
responsabilità dei singoli governi: è il risultato dello smantellamento del welfare state. Un
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