Il Covid e il coraggio della disperazione
Prima, abbiamo pensato che il caldo estivo, nel 2020, avrebbe sterminato la pandemia di coronavirus. Poi, preso atto che durante l’estate la pandemia non era ancora sparita, abbiamo ammesso che il caldo aveva funzionato meno del previsto. L’estate è stato un breve momento di speranza in cui abbiamo tutti un po’ creduto che il peggio fosse passato. Da ogni parte giungevano ammonimenti sulla necessità di prepararsi alla seconda ondata, ma li abbiamo lasciati cadere per lo più.
Molti paesi europei ora fanno lo stesso, a mano a mano che i sistemi sanitari si avvicinano al collasso. Per quanto questa misura sia giustificata dalla carenza di personale medico, favorisce però la diffusione libera del virus negli ospedali, che sono già zone ad alto indice d’infezione. E alcuni Stati si sono spinti oltre ormai, infatti, persino qualora risulti positivo, un operatore sanitario è tenuto a lavorare finché l’infezione non si aggravi al punto da portarlo sull’orlo del collasso. A Berlino, in Belgio, nella Repubblica Ceca e in Slovenia, a chi riportava sintomi di Covid-19 è stato detto di non chiamare nemmeno il dottore, almeno fino all’aggravarsi delle proprie condizioni.
Questi Stati hanno anche smesso di tracciare i casi, di istruire gli individui sintomatici a sforzarsi di ricordare con quali persone fossero entrati in contatto per avvisarle di adottare cautela. Insomma, gli Stati di fronte al virus finiscono per capitolare. Per tutta l’estate scorsa, andava di moda sostenere che i lockdown e le quarantene erano forse un rimedio peggiore del male, che causavano più danni che altro, non solo all’economia ma persino alla sanità. L’assioma fondamentale era scongiurare il lockdown a qualunque costo. Non smettevano di ripeterci che l’economia non poteva reggere a un altro arresto della vita sociale ed economica.
Si è così imboccata una terza via, fatta di timidi provvedimenti che solo parzialmente hanno soccorso l’economia e hanno rimandato appena la recrudescenza del virus. Impegnati su due fronti – gli esperti di medicina, gli interessi economici e le pressioni dei populisti negazionisti del Covid – i governi hanno adottato una politica di compromesso, fatta di proposte spesso incoerenti e mezze misure di ridicola complessità, che ora ci tocca scontare non solo affrontando una nuova esplosione di infezioni da Covid-19 ma anche la prospettiva evidente di difficoltà economiche catastrofiche. Con l’irruzione della realtà, i governi europei si sono messi a considerare apertamente l’opportunità di nuovi lockdown, se non dovesse intervenire prima un’inversione di tendenza. Il problema è che, all’interno delle coordinate socioeconomiche del capitalismo globale attuale, gli Stati non possono permettersi un altro lockdown – porterebbe a una depressione economica e a un caos impensabili oltre che a scompensi psicologici.
Un solo lockdown è quanto il sistema globale può addossarsi. Il più lieve accenno all’importanza che potrebbero rivestire questi quattro punti in rapporto alla crisi pandemica scatenerebbe solo orrore o risate – e, soprattutto, l’obiezione che viviamo in una società postmoderna complessa in cui procedure del genere, oltre ad essere eticamente inaccettabili, si sono anche dimostrate inefficaci. Tuttavia, vorrei sottolineare che la pandemia in corso non solo ci impone d’inventare una nuova versione – molto più forte – di queste quattro funzioni, ma anche che abbiamo già cominciato a farlo. Quando la crisi colpì Cuba, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quel periodo – contrassegnato dalla disciplina militare in assenza di guerra – fu chiamato dalle autorità «Periodo speciale in tempo di pace». Alla fine, una socializzazione parziale dell’economia si farà addirittura più urgente con l’aumento delle infezioni.
La gestione della crisi sanitaria
Come in guerra, l’assistenza sanitaria dovrà essere estesa e riorganizzata senza tener conto delle leggi del mercato. Non solo gli Stati sono costretti a varare nuovi modi di controllo sociale e regolamenti, ma, in alcuni luoghi, la gente è stata sollecitata a segnalare alle autorità chiunque in famiglia o nel vicinato possa essere infetto o violi le misure del lockdown. Con la pandemia, il delatore si è affermato pienamente come nuova figura eroica. È comunemente accettato che il futuro vaccino dovrebbe essere accessibile a chiunque, e che nessuna parte della popolazione mondiale andrebbe sacrificata al virus – o la cura è globale o è inefficace.
Lo sappiamo tutti, la maggior parte delle misure contro la pandemia funziona solo se le persone si attengono alle raccomandazioni – il controllo statale non può fare tutto. Gli alti livelli riscontrati del potente gas serra a 350 metri di profondità nel mare di Laptev, vicino alla Russia, inducono i ricercatori a temere che possa essersi innescato un nuovo ciclo di retroazione climatica che rischia di accelerare l’avanzata del riscaldamento globale. Se restiamo impegolati nel vecchio modo di vita, sicuramente finiremo in una nuova barbarie. Solo se ammettiamo che la situazione – se restiamo all’interno dell’ordine globale esistente – è disperata, possiamo trovare una via d’uscita.
Lo stato delle cose: la scelta
Dovremmo tenere a mente, inoltre, le ovvie variazioni nell’incidenza della pandemia in relazione alle differenze di classe, di razza, di genere e nell’andamento registrato nei diversi continenti e Stati. E, soprattutto, dovremmo sempre ricordarci di quei paesi piagati a tal punto che la pandemia è considerata un male minore. In maniera analoga, quando è scoppiato il breve conflitto tra Azerbaijan e Armenia, gli ufficiali di entrambi i fronti hanno sostenuto che, nell’ordine delle priorità, era lecito subordinare la lotta contro la pandemia. Non regge più la speranza che, per quanto il virus si diffonda sempre più, la variante sia più lieve.
Di fronte a molte incognite, soprattutto riguardo al modo in cui il virus si diffonde. In alcuni paesi questa impenetrabilità sfocia in una ricerca disperata di colpevoli. La frase che si sente spesso, «imparare a convivere col virus», tradisce un senso di capitolazione di fronte al virus. Modello adottato da molti paesi – un compromesso fra il risanamento economico e la lotta alla pandemia, di cui si tollerano le continue recrudescenze – rivela sempre più i suoi limiti. L’unica cosa che sembrerebbe funzionare davvero sono i rigidi lockdown, l’ultimo esempio dei quali ci è offerto dallo Stato di Victoria, in Australia, dove nell’agosto del 2020 si registravano 700 nuovi casi al giorno, ma ora «da trenta giorni non si sono avuti nuovi casi del virus, un record invidiabile visto che gli Stati Uniti e molti paesi europei sono alle prese con l’aumento delle infezioni e nuovi lockdown».
Salute mentale e pandemia
La gente era concentrata a evitare l’infezione ed era come se per lo più non avesse semplicemente tempo per i problemi di salute mentale. Sebbene si discuta molto ormai di questi problemi, il modo principale in cui la gente si relaziona con la pandemia è caratterizzato da una strana miscela di elementi disparati. A dispetto del crescente numero di infezioni, nella gran parte dei paesi la pandemia non è presa abbastanza seriamente ed è diffusa la tendenza a pensare che «la vita va avanti», tanto che si potrebbe pensare che a convivere col virus un poco almeno abbiamo imparato, come riflettono le affermazioni sullo «stress da pandemia» di cui soffrirebbero i cittadini. Proviamo paura quando il pericolo è chiaro, frustrazione quando numerosi ostacoli ci impediscono puntualmente di raggiungere l’obiettivo a cui tendono i nostri sforzi, ma la depressione indica che a svanire è lo stesso desiderio. Tale senso di disorientamento è determinato dal fatto che l’ordine chiaro della causalità ci appare perturbato.
Senza che nessuno sappia esattamente perché, quei paesi che fino a un paio di mesi fa erano portati in palma di mano per la gestione della pandemia, ora si annoverano tra le vittime più colpite. Gli scienziati giocano con differenti ipotesi, e questa discrepanza di giudizi accentua il senso di confusione e alimenta il malessere psicologico.
A rafforzare ulteriormente questo senso di disorientamento concorrono i molti piani diversi su cui si situa la pandemia. Christian Drosten, il principale virologo tedesco, ha notato come la pandemia non sia solo un fenomeno scientifico o sanitario ma una catastrofe naturale, e andrebbe aggiunto che è anche un fenomeno sociale, economico e ideologico – l’effetto reale combina in modo evidente tutti questi piani. Ad esempio, la CNN riferisce che «in Giappone, a novembre si sono suicidate più persone di quante ne siano morte di Covid in tutto il 2020». Ma, poiché questi individui per la maggior parte si sono suicidati a causa delle difficoltà in cui li aveva gettati la pandemia, le loro morti vanno considerate un danno collaterale.
I legami fra la pandemia e l’economia sono evidenti nei Balcani occidentali, dove gli ospedali sono stati spremuti oltre ogni limite. L’impatto catastrofico della pandemia qui è chiaramente aggravato dall’emigrazione della forza lavoro. Possiamo pertanto concludere con una certa sicurezza che, se la pandemia di Covid-19 dovesse realmente procedere in tre ondate, il carattere generale di ciascuna sarebbe diverso. Nella prima ondata, l’attenzione era comprensibilmente rivolta alla salute fisica, a come impedire al virus di diffondersi in maniera incontrollata, ragione per la quale la maggior parte dei paesi ha accettato i lockdown e le misure di distanziamento sociale.
Malgrado con la seconda ondata il numero di infezioni sia cresciuto, tuttavia a imporsi all’attenzione è la paura per le conseguenze economiche a lungo termine. E se l’introduzione dei vaccini non scongiurasse una terza ondata, si può essere certi che l’interesse si sposterà interamente sulla salute mentale, sulle conseguenze psicologiche della disintegrazione di quella che percepivamo come vita sociale normale. Evidentemente non è solo una scelta che riguarda la psiche, ma per certi versi si tratta di una scelta «ontologica», che investe la nostra relazione complessiva con la realtà. C’è in gioco quindi l’atteggiamento di fondo nei confronti della vita umana.
«Tutto quello che faccio non ha senso, se la casa brucia». Eppure proprio mentre la casa brucia occorre continuare come sempre, fare tutto con cura e precisione, forse ancora più studiosamente – anche se nessuno dovesse accorgersene. Può darsi che la vita sparisca dalla terra, che nessuna memoria resti di quello che è stato fatto, nel bene e nel male. Riecheggia Heidegger questo passaggio che situa il pericolo essenziale nel modo in cui la pandemia ha rafforzato le competenze della scienza medica e il controllo digitale per disciplinare la nostra reazione alla pandemia.
Agamben qui allude alle famose parole di Foucault nelle Parole e le cose su come la figura umana stia svanendo come un volto disegnato sulla sabbia e cancellato dalla risacca. Ci inoltriamo infatti in un’era post-umana, così possiamo chiamarla, determinata non solo dalla pandemia e da altre catastrofi come il riscaldamento climatico, ma anche dalla digitalizzazione della vita, compreso l’accesso digitale diretto alla vita psichica, che corrode le coordinate fondamentali del nostro essere-umani. Nel contestare l’uso delle mascherine, Agamben si richiama implicitamente a Lévinas, in particolare all’affermazione secondo cui «il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita», il volto essendo parte del corpo di qualcun altro, dal quale traspare l’abisso dell’Alterità imponderabile dell’Altro. C’è una chiara risposta freudiana a questa affermazione.
Accettare la sfida della post-umanità è l’unica nostra speranza. Barria Asenjo, anziché sognare un «ritorno alla normalità», dovremmo impegnarci nel processo difficile e doloroso di costruire una nuova normalità.
Il «Grande Reset»?
Nell’aprile del 2020, commentando l’epidemia di Covid-19, Jürgen Habermas ha osservato che «l’incertezza esistenziale si sta ora diffondendo in maniera globale e simultanea, nelle menti degli stessi individui interconnessi alla rete dei media». Sappiamo che, nel Medioevo o, mettiamo, all’inizio della modernità, le persone sapevano molto meno, eppure non lo sapevano, perché facevano affidamento su solide basi ideologiche che gli assicuravano che l’universo era una totalità dotata di significato. Lo stesso discorso si può estendere ad alcune visioni del comunismo, persino all’idea di Fukuyama sulla fine della storia – tutte presupponevano di sapere quale direzione avesse preso la storia. Inoltre Habermas ha ragione a situare l’incertezza nelle «menti degli stessi individui interconnessi alla rete dei media».
Per gli Stati Uniti, la minaccia virale non è solo biologica ma anche digitale. Quando si azzardano previsioni su come sarà la nostra società una volta finita la pandemia, bisogna evitare la trappola della futurologia, che per definizione ignora il non-sapere. La futurologia è definita come una sistematica esplorazione del futuro possibile estrapolato dagli orientamenti presenti nella società attuale, e qui è il problema. Quando un presidente rivince le elezioni, è «il presidente attuale e futuro», ma non è il presidente «dell’avvenire» – il presidente dell’avvenire è un presidente diverso.
Dipende non solo dalla scienza ma anche da quali decisioni politiche si prenderanno. È giunto il momento di dire che converrebbe non illudersi sul «lieto fine» delle elezioni negli Stati Uniti, un vero sollievo per i progressisti di tutto il mondo. Il film di John Carpenter Essi vivono, tra i capolavori della sinistra hollywoodiana ingiustamente trascurati, racconta la storia di John Nada, un operaio senza casa che s’imbatte per caso in un mucchio di scatole piene di occhiali da sole dentro a una chiesa abbandonata. In questi giorni circola in rete un meme che fa la parodia di una scena di Essi vivono con l’inserimento di Biden e Harris.
La vittoria di Biden significa un futuro in continuità con la «normalità» prima di Trump – così si spiega il grosso sollievo seguito alla vittoria. Ma questa «normalità» si traduce nel governo dell’anonimo capitale globale, il vero alieno in mezzo a noi. Quando ero giovane, ricordo, c’era questo desiderio di un «socialismo dal volto umano» in contrapposizione al tipo di socialismo «burocratico» dell’URSS. Biden ora promette un capitalismo globale dal volto umano, eppure, dietro il volto, la realtà rimane la stessa.
Si presume che l’istruzione non debba più promuovere la capacità di riflessione, necessaria per affrontare la realtà sociale. Questa mania del «benessere» finisce per prestare un «volto umano» alla. Di questo benessere, Biden è il presidente supremo. Con la volgarizzazione del discorso pubblico, Trump corrodeva la sostanza etica della vita sociale, quel che Hegel chiamava Sitten. «Il gas tossico passa per la capsula di una società aperta e multiculturale, letale per il modo di vivere europeo». Demeter ha proseguito definendo Soros il «Führer liberal», e ha insistito a dire che il suo «esercito liber-ariano lo deifica più di quanto facesse quello nazista con Hitler».
Il futuro del capitalismo
Abbiamo stabilito di proteggere le aziende, non il popolo. Il capitalismo collasserà presto su sé stesso, davvero, a meno che non riedifichi quel pilastro di empatia. Abbiamo stabilito che il capitalismo significa essere amorevoli e comprensivi con le grandi aziende, e darwinisti e crudeli con gli individui. La soluzione che propone è di riportare l’amore dentro al capitalismo mediante un processo di distruzione creativa che lasci fallire le attività fallimentari e tuteli al contempo chi ha perso il lavoro. Gates dona miliardi in beneficienza, ma dovremmo ricordare come si oppose alla proposta di un lieve aumento della pressione fiscale avanzata da Elizabeth Warren.
Si può riconoscere, quindi, un briciolo di verità nella «ribellione» di Trump contro i poteri delle multinazionali digitali. Dice la verità quando afferma che sotto Obama il divario fra ricchi e poveri è cresciuto a dismisura e che le grandi società si sono consolidate, ma questo processo è proseguito sotto Trump, che in aggiunta ha ridotto la pressione fiscale e stampato moneta per il salvataggio delle grandi aziende. Quel che va fatto non è un mistero – Greta Thunberg l’ha espresso chiaramente. Secondo, dovremmo stabilire il controllo sociale sull’economia e regolamentarla.
Agiamo quando non conosciamo la situazione complessiva, ma non è semplicemente un limite. A darci la libertà è il fatto che la situazione – perlomeno nella nostra sfera sociale – in sé è aperta, non completamente determinata. La situazione presente nella pandemia certamente è aperta. Ci dicono che «noi» non possiamo permetterci un altro lockdown rigido – perfetto, cambiamo l’economia allora.
Il lockdown è il più radicale gesto negativo entro l’ordine esistente. Occorre cambiare la vita economica in modo da adattarsi a queste nuove sfide.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Filosofia politica, Prof. Cascione Giuseppe, libro consigliato Psicopolitica , Han
-
Riassunto esame Filosofia politica, Prof. Cascione Giuseppe, libro consigliato Storia dell'idea d'Europa, Federico …
-
Riassunto esame Storia del Diritto Romano, prof. Cascione, libro consigliato Quesitor Urnam Movet, Masi Doria
-
Riassunto esame Storia della costituzione romana, prof. Cascione, libro consigliato Studi di diritto pubblico roman…