La storia in digitale: teorie e metodologie
Prefazione: Homo digitalis – Serge Noiret
L’homo digitalis agisce in simbiosi con le tecnologie digitali ed è partecipe delle trasformazioni che stanno rivoluzionando gli aspetti più intimi e familiari della nostra vita. Le nostre comunità sono spesso diventate virtuali e si sono spostate nei social media. Vent’anni fa si guardava a come le tecnologie digitali e il web avrebbero potuto trasformare le varie fasi degli studi umanistici e storici (in particolare): lo scetticismo era grande.
Negli anni ‘80 e ‘90 erano pochi quelli capaci di dominare queste trasformazioni. In Italia (1° paese ad ammonire circa le potenziali malefatte della rete) alcuni storici e professionisti dell’informazione, si erano spaventati per la facilità con la quale discorsi negazionisti e fatti inventati (ovvero le fake news) potevano essere promossi dalla rete e scambiati per discorsi scientifici e accessibili a tutti. Allora infatti (e nemmeno tutt’ora) non era diffuso un metodo critico per analizzare i contenuti di rete e sviluppare una conoscenza critica.
Ci si accorse della necessità di avere dei mediatori dei contenuti di rete e si pensò allora alla necessità di costruire mediazioni tra gli storici di professione e il pubblico del web usando il principio della "shared authority", ovvero dell'autorità condivisa tra il pubblico e gli storici in quanto esperti del passato. Ciò fu possibile grazie all’avvento del Web 2.0 partecipativo e multimediale, iniziato con il nuovo millennio grazie ad una serie di nuove piattaforme che scommettevano sulla partecipazione del pubblico (alcuni sopravvissuti fino ad oggi).
Storia digitale, storia con il digitale, umanistica digitale
Da quando assistiamo al processo di “datificazione” della storia difficilmente possiamo immaginare di separare la ricerca dagli strumenti, le pratiche e i programmi necessari per effettuarla. Ma è di questo che parliamo evocando la storia digitale? Anche se oggi dobbiamo accettare che le nostre pratiche siano inseparabili del digitale, non vuol dire che, per forza, esista davvero un gusto per l’archivio digitale o per la storia digitale.
Inoltre come può questo tipo di ricerca produrre lo stesso senso di appropriazione intima del passato che si aveva quando si scoprivano documenti e manoscritti nuovi e archivi tangibili, che ci parlavano in prima persona? Tuttavia, la storia digitale non è la storia con il digitale.
La storia digitale che usa e domina le tecnologie, si riferisce sempre alle pratiche specifiche degli storici e al mestiere di storico di Bloch. Ma ricerca, insegnamento e comunicazione dei risultati sono oggi imprescindibilmente legate al digitale. Si tratta perciò in questo caso di storia con il digitale.
Detto ciò, è anche lecito chiedersi se continuare o meno a riferirci, per fare storia digitale oggi, al campo dell’umanistica digitale. Con la scusa delle pratiche digitali, comuni in ambito umanistico, ricorrere a metodi e domande proprie di altre discipline non serve sempre ad approfondire quelle propriamente storiografiche. Come storici abbiamo bisogno di creare i contenuti, controllarli e utilizzare strumenti digitali diversi da quelli usati da altri umanisti.
Digital public history
La nascita di Napster (che permetteva di condividere musica gratuitamente, senza più preoccuparsi dell’economia di mercato) e di Wikipedia (l’enciclopedia che dà a chiunque la possibilità di contribuire) preannunciavano le forme innovative di produzione di storia in rete che oggi possiamo legare alla Digital Public History (DPH).
- La partecipazione diretta del pubblico
- Migliorare la diffusione di contenuti storici con e per i versi pubblici
- Rispondere alle aspettative delle comunità grazie alle tecnologie digitali
I digital public historian non si limitano all’analisi dei materiali digitalizzati, ma creano nuovi strumenti e software per interagire con il pubblico. (Essi fanno sia storia con il digitale sia storia digitale)
Introduzione – Deborah Paci
Il termine Digital history è contemporaneamente una dichiarazione sia per quanto riguarda gli strumenti (informatici) sia per quanto riguarda il metodo (storico). Coniato da Edward Ayers nel 1997, venne impiegato per descrivere il progetto “The Valley of the Shadow”, considerato come il primo vero e proprio archivio digitale nell’ambito della digital history. Tuttavia, la primogenitura del termine viene comunemente fatta risalire a Roy Rosenzweig, autore, insieme a Dan Cohen, del primo manuale nel campo della digital history nel 2006.
Ma cos’è la digital history? La storia digitale, che tratta diversi ambiti di applicazione, è un settore di ricerca che impiega nel settore scientifico delle discipline storiche metodologie, strumenti computazionali e tecniche informatiche tese al trattamento automatico o semi-automatico dei dati, i quali vengono visualizzati e restituiti allo studioso attraverso l’analisi di tipo quantitativo. (La nascita del World Wide Web ha radicalmente modificato le pratiche di lavoro dello storico)
Il filo conduttore di questo volume è la riflessione sulla cultura storica digitale; ma anche la presa di coscienza di come quell’aggettivo “digitale” associato alla storia sia divenuto una premessa essenziale per impedire che lo studioso di storia adotti un atteggiamento di rinuncia all’aggiornamento della propria disciplina.
1. Pensare il digitale per la storia
Updatism: “update” come rivelatore della nostra era digitale – M. Pereira e V. Araujo
Dal XX secolo troviamo casi di impiego dell’espressione updatism nel senso di “aggiornamento”, ma è soprattutto tra gli anni ‘60-‘70 che la frequenza si moltiplica e l’uso viene associato alla cultura informatica. In un prospetto del Defense Technical Information Center del 1967, un software denominato “update” prometteva che qualsiasi dato associato al sistema si trasformava all’istante in “aggiornato”, veniva registrato e memorizzato contemporaneamente alla sua esecuzione. Così le azioni passate avrebbero continuato a essere disponibili senza che fosse necessario prendere una decisione circa la loro rilevanza (o meno) ai fini della registrazione.
L’espressione updatism nasce come una variazione spontanea di update che sembra:
- Tradurre la difficoltà di rendere effettivo il "tempo reale" dell'esperienza in questi ambienti digitali
- Denunciare la difficoltà che la dipendenza dal presente crea negli utenti nell’accettare la conclusione del flusso delle ultime notizie
Nel dizionario la voce update è presente come verbo, ma anche in forma sostantivata: essere al passo con i tempi (“l’ultimo grido in fatto di gadget elettronici”). Il gadget sembra caratterizzato dalla rapida obsolescenza e proprio per questo ha più valore. Accettare i suoi aggiornamenti automatici, venduti non più come prodotto, ma come servizio, sembra essere una condizione ineludibile per poter essere aggiornati.
Già nel XIX secolo si avvertiva la pressione per essere up to date, ma contemporaneamente emergevano istituzioni e nuove figure (nazione, modernità, civiltà) per guidare il cittadino nel suo compito di essere “al passo coi tempi”. La pressione per essere al passo coi tempi accelera sino al punto di diventare paradossale: essere al passo coi tempi potrebbe richiedere di essere connessi 24 ore su 24, 7 giorni su 7 a un canale di notizie in streaming o far parte della “storia” attraverso le reazioni in tempo reale ai grandi eventi sui social network.
Post-umano?
Oggi le conseguenze delle azioni sono sempre più separate dalle azioni. Viviamo in universi digitali, mangiamo cibi geneticamente modificati, ecc. e tutte queste dimensioni della vita odierna confondono i confini tra ciò che è e ciò che non è umano. Il collettivo Tiqqun sostiene che stiamo vivendo il passaggio da un potere sovrano → (verticale, statico, centralizzato) a quello cibernetico (orizzontale, dinamico, distribuito) ad esempio Google o Facebook. La cibernetica diverrebbe quindi una nuova tecnologia di governo.
Dovremmo imparare ad agire e fare politica andando oltre i partiti politici, oltre un programma e oltre le logiche assembleari? La volontà generale può essere costituita, matematicamente, senza alcuna comunicazione e, inoltre, risultare più giusta e rappresentativa. Ma la democrazia è basata sulla trasparenza numerica; ciò di cui parliamo qui, invece, è una democrazia in tempo reale. Ma è davvero possibile e desiderabile?
Da qui deriva la recente tendenza a sostituire il partito, incapace di generare gratificazioni immediate, con il movimento. Ma questi movimenti sono come Facebook: combinano l’orizzontalità con una leadership verticale (Facebook sarà pure orizzontale, ma è anche e soprattutto il giocattolo di Zuckerberg).
Conclusioni
Il futuro di molti lavori sarà una combinazione di processi eseguiti da computer con compiti svolti dall’uomo (basti pensare ad Uber o Airbnb). D’altra parte bisogna rimarcare come la maggior parte del pianeta sia già di proprietà di entità soggettive non umane (come le nazioni e le aziende). Canclini sostiene che il dataismo, cioè la religione dei dati, finisca per creare una fede nella “mano invisibile” del flusso dei dati.
Lyotard già preannunciava che il ruolo dell’insegnamento e dell’università stesse già trasformandosi. Per questo motivo la base d’essere dell’università sarebbe necessariamente andata incontro a un collasso, finendo per toccare in particolare il campo delle discipline umanistiche [Non si trattava più di formare élites per guidare le nazioni, ma piuttosto di fornire al sistema narratori in grado di aggiornare le narrazioni] L’autore è convinto che una delle soluzioni per risolvere l’attuale crisi delle discipline umanistiche debba essere un ritorno alla nostra capacità di teorizzare e sviluppare nuovi concetti.
Il sogno della cornucopia: la storia digitale e il digitale della storia – Anaclet Pons
Pons dice che ci sono tante definizioni differenti per la Digital History (DH), tutte corrette ma insufficienti, poiché alla base c’è l’idea di una separazione tra le pratiche digitali e la forma classica di fare storia. Secondo l’autore questo dualismo è un errore poiché non esistono due modi diversi di fare storia: il compito dello storico compie un’unica prassi intellettuale che però si può esprimere con modalità differenti.
E tutti, senza distinzione, esercitano la loro professione tramite metodi che sono propri del presente e ben differenti da quelli del secolo passato, quest’ultimi legati alle tecnologie della carta stampata. [Si assiste perciò a cambiamenti che stanno trasformando la natura stessa della disciplina storica e trascurare ciò è totalmente errato, perché significa ignorare l’impatto critico della digitalizzazione sulla materia storica]
Pratiche digitali
L'autore ripercorre le origini del termine “umanistica digitale” ricordando che questo deriva dall'uso di alcuni strumenti automatici avviati da coloro che si dedicavano alla filologia e in particolare agli studi letterari. Grazie a padre Roberto Busa impiegare l’informatica per l’analisi testuale e in questo modo le preoccupazioni erano e rimasero principalmente di tipo ermeneutico, evitando altre di tipo metodologico ed epistemologico → Questo aspetto ha prodotto alcune conseguenze:
- In primo luogo, il processo di digitalizzazione dei libri (e di ogni altro tipo di documento) presuppone una rimediazione (la possibilità di trattare il contenuto come dati) e perciò di applicare strumenti che possono concordarsi con questi.
- In secondo luogo, una seconda conseguenza è che la nostra eredità archivistica di opere culturali sta passando a forme elettroniche: i testi sono, attraverso la loro digitalizzazione, trasformati in dati e, pertanto, permettono trattamenti differenti, soprattutto quantitativi. Questo fenomeno ha un nome, Big Data, e non si riferisce solamente al fatto che l’insieme dei dati disponibili sia molto grande, ma anche al fatto che:
- Sono apparsi nuovi strumenti
- Si applicano procedimenti differenti per manipolarli e analizzarli. L’esistenza di questi data produce un cambiamento nelle modalità con cui viene affrontata la ricerca e nei metodi impiegati per realizzarla
- In terzo luogo, nella misura in cui le possibilità quantitative hanno conseguenze qualitative, il primo cambiamento è di scala. E questo cambiamento qualitativo ci conduce a un nuovo elemento caratteristico: l’analisi correlazionale. Invece della tradizionale ricerca sulle causalità, la conversione in dati di tutto ciò che ci circonda ci porta a cercare e scoprire schemi e correlazioni contenuti in questi dati.
E la stessa cosa è avvenuta con l’analisi dei testi; si pensi al Distant Reading di Franco Moretti. Moretti difende questa prospettiva dal momento che il nuovo ambiente digitale gli consente di scoprire cose che erano sotto il naso di tutti, ma che nessuno in precedenza aveva visto. Certamente, l’idea della lettura distante è quantitativa e si può dire che predilige la spiegazione a discapito della comprensione. La ragione è che più il progetto è ambizioso, maggiore dovrà essere la distanza. [Moretti lo comprende benissimo: “la novità più importante è la dimensione attuale dell'archivio letterario. Se prima gli studiosi lavoravano su un paio di centinaia di romanzi, ora posso analizzarne decine di migliaia; quando lavoriamo su 200.000 romanzi anziché 200, non stiamo facendo la stessa cosa: stiamo facendo una cosa diversa. La nuova scala modifica la nostra relazione con il nostro oggetto e cambia a tutti gli effetti l’oggetto stesso”.]
Logicamente questo cambio di prospettiva ha originato critiche in due sensi:
- La prima riguarda il metodo: se normalmente andrebbe sviluppata prima l’ipotesi interpretativa e poi lo schema formale, al contrario gli umanisti digitali e Moretti invece fanno qualcosa di molto diverso, perché prima valutano i dati e poi stabiliscono se quel trattamento possa condurre delle ipotesi interpretative. (In questo modo, la capacità dello strumento determina il metodo utilizzato)
- La seconda è che i progetti di umanistica digitale offrono esigui risultati significativi, soprattutto se confrontati con quelli dell’ermeneutica tradizionale: la tecnologia richiede che venga domandato solo ciò a cui si può rispondere, cambiando le domande affinché si conformino ai suoi limiti. (Questi risultati non sono perciò molto interessanti)
Secondo l’autore, benché parzialmente vera, questa critica risulta eccessiva. Semplificando per eccesso, gli storici hanno manifestato differenti reazioni, più o meno difensive. Gli storici vedono queste novità (l’analisi quantitativa dei testi e il mutamento di scala) come qualcosa di estraneo al consueto lavoro dello storico, la cui ricerca va oltre le definizioni stabili o i calcoli matematici. Il loro lavoro richiederebbe metodologie e strumenti creati da e per loro. A partire da ciò, si propongono di separarsi da quelle discipline umanistiche e rivendicare altri “arnesi” specifici, sia per raccogliere, preservare e presentare il passato sul web, sia per studiare la cartografia digitale → così facendo si eviterebbero alcuni inconvenienti.
Turbamenti tecnologici
In questa parte Pons indaga su come l’ambiente digitale stia modificando le nostre pratiche. Per l’autore quando parliamo di storia digitale ci riferiamo a una pratica che utilizza un certo tipo di strumenti: “la storia digitale rappresenta un approccio per esaminare e rappresentare il passato che sfrutta le nuove tecnologie di comunicazione del computer, della rete Internet e dei sistemi software. È, quindi, creare una struttura attraverso la tecnologia affinché le persone possono sperimentare, leggere, seguire una discussione su un problema storico”. Tuttavia, se facciamo tutti la storia digitalmente, non siamo tutti storici digitali.
Oggi non ci accorgiamo che il tema centrale è la ridefinizione degli oggetti della conoscenza e dei mezzi di comunicazione. E, non facendolo, vediamo l’aggettivo digitale come una semplice questione tecnica e pertanto la rifiutiamo. Ma secondo l’autore dobbiamo comprendere questo processo di evoluzione tecnica perché, altrimenti, non distingueremo spontaneamente i processi di trasformazione a lungo termine.
Consideriamo due elementi centrali per tutti noi:
- Il documento, quello con cui facciamo storia
- L’archivio che lo contiene
È risaputo che la storia si facesse con i documenti e che il metodo storico consistesse nell’esaminarli per poter determinare gli eventi passati. Riguardo le fonti il problema non sarebbe altro che quello della loro scarsità, aggravata dall’impossibilità di conoscere i documenti in un modo diverso da quello casuale (stessa lamentela di Bloch).
Quei documenti, la loro scarsità e la mancanza di strumenti per controllarli sono andati incontro a una radicale trasformazione negli ultimi decenni: sono cambiati i supporti, la materialità stessa, poiché il documento non è più necessariamente collegato a un supporto fisico, il che consente anche cambiamento qualitativo nel documento e nell’archivio. Per via della facilità di questa operazione stiamo assistendo a...
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