Prima lezione di filologia. Alberto Varvaro
Filologia. Per quanto si tratti di un grecismo colto di epoca rinascimentale, la parola filologia ha nelle lingua
moderne una gamma di significati alquanto diversi. Hermann Paul affermava che in origine la parola di
riferiva alla cultura antica, ma già nel Settecento poteva usarsi per le lingue e per le letterature moderne.
Il Trésor de la langue Francaise così definiva il termine filologia: “studio di documenti, soprattutto scritti,
utilizzando quella o quell’altra lingua; studio di parole, di documenti e di tutti i contenuti di civilizzazione
implicati; Disciplina che mira a ricercare, conservare ed interpretare dei documenti generalmente scritti e
speso letterari, redatti in una determinata lingua.”. Il Grande Dizionario della lingua italiana invece la
definisce come: “Disciplina che, mediante la critica testuale, si propone di ricostruire e di interpretare
correttamente testi o documenti letterari; dottrina che studia l’origine e la struttura di una lingua,
linguistica. Mentre il GRADIT così la definiva: “Disciplina che, mediante l’analisi linguistica e la critica
testuale, mira alla ricostruzione e alla corretta interpretazione di testi e documenti scritti.
Mentre la lingua diventa centrale nelle definizioni inglesi, in quelle italiane l’analisi linguistica è solo un
mezzo per lo studio dei testi. Per noi che studia le lingue antiche e moderne è un glottologo o linguista, non
un filologo. Dall’altro lato, il rilievo dato alla ricostruzione tende a spingere la filologia verso l’accezione di
filologia testuale o ecdotica. In analogia al principio che l’ectodica mira a ricostruire il testo quale l’ha
voluto l’ultima intenzione dell’autore, sembra che sia lecito pensare che l’interpretazione corretta sia quella
che del testo dava l’autore. Rimane il fatto che la maggior parte dei testi risale ad individui scomparsi anche
da secoli o comunque il cui parere non è attingibile.
Appare di indubbia evidenza che un testo orientale, poniamo cinese, sia da noi interpretato ben
diversamente, e ben più discutibilmente, che da un orientale. A noi non sono chiari né i riferimenti alla
specifica tradizione di discorso ne quelli al contesto più in generale. Non è diverso quanto è accaduto con
un testo di autore pagano per lettori nutriti di cultura e sensibilità cristiana. Basterà ricordare come per
lungo tempo l’ecloga IV di Virgilio sia stata intesa come una predizione della nascita di Cristo, il che è
evidentemente scorretto ma non privo di spiegazione.
Filologia testuale. Abbiamo visto che nelle definizioni di filologia spesso ha un rilievo particolare la filologia
testuale, intesa come tecnica o metodologia della ricostruzione del testo quanto più vicino possibili
all’originale, insomma ciò che da meno di un secolo si è chiamato anche ecdotica. Probabilmente nessuno
studioso serio identificherebbe la filologia con la filologia testuale, ma non è eccessivo dire che nella prassi
della ricerca, in molti casi, avvenga proprio questo.
Tale identificazione non è corretta. La ricostruzione del testo nella sua forma più adeguata possibile è
certamente la fase preliminare del lavoro filologico, ma non ne è il compimento. Quando lo studioso ha
portato al termine il lavoro ectodico non ha affatto completato il suo lavoro: ne ha solo costituito il
necessario punto di partenza.
E’ un grave difetto di molte pratiche interpretative il fatto che l’esegeta (interprete, commentatore, critico)
non conosca e non si curi di cosa sia concretamente il testo che ha davanti e studia. Può essere
giustificabile che la maggior parte dei lettori, se vuole leggere il Decameron o I Malavoglia, neppure si
chieda se siano affidabili o meno. Capita infatti che per molte opere liberamente disponibili, chiunque
possa fare delle ristampe; può dunque accadere che qualcuna di tali ristampe sia trascurata o addirittura
piena di strafalcioni. Ne consegue che non tutte le edizioni hanno lo stesso gradi di affidabilità. Altrettanto
pericoloso è oggi affidarsi senza troppo cautele ai testi disponibili sulla rete e di tali testi di solito non è
neppure indicata quale sia la provenienza. Bisogna diffidare anche delle opere che fanno parte di banche
dati ricchissime come Google Books in quanto spesso si tratta di riproduzioni di edizioni antiquate, il cui
valore è discutibile. E’ indispensabile per la valutazione di qualsiasi testo, conoscere come esso sia stato
costruito. Se io leggo Il nome della rosa di Umberto Eco debbo presumere che il testo sia conforme alla
volontà dell’autore che ha curato personalmente l’edizione, ne ha corretto le bozze, ha dato il si stampi
finale. Sarà dunque lecito che io faccia su un testo del genere l’analisi, per esempio, della punteggiatura,
perché non c’è dubbio che essa sia quella voluta da Eco. Se invece sto leggendo il Canzoniere di Francesco
Petrarca, di cui pure ci è pervenuto un manoscritto parzialmente autografo e comunque attentamente
rivisto dal poeta, non sarebbe prudente che ne analizzassi allo stesso modo la punteggiatura, perché nel
Medioevo l’uso di essa era estremamente sommario e comunque non uguale a quella attuale. La
punteggiatura delle edizioni moderne di Petrarca, come degli altri testi del tempo, è dunque quella che gli
editori hanno imposto al testo secondo criteri propri. Se poi il testo che mi interessa è la Divina Commedia
la situazione è ancora diversa, perché non abbiamo alcun autografo o manoscritto sorvegliato e rivisto da
Dante. E quindi l’incidenza degli interventi dei copisti e dell’editore è ancora maggiore. Se nel caso di
Petrarca la grafia, la sintassi e il lessico sono garantiti, in quello di Dante non possiamo avere alcune
sicurezza.
I codici più antichi che si hanno della Divina Commedia sono di circa un decennio posteriori alla morte di
Dante. Ma questa distanza è poca cosa rispetto all’enorme iato cronologico tra la data di composizione
delle opere latine e greche e i loro testimoni più antichi: in questo caso si tratta di secoli e perfino di
millenni. Il caso più favorevole è quello di Virgilio, i cui codici più antichi risalgono al V secolo d.C. La
distanza cronologica tra originale e testimoni non è di per sé un dato assoluto, ogni copia comporta errori,
in genere involontari, sia le innovazioni volute, per esempio la modifica delle forme linguistiche allo scopo
di attualizzarla.
Un altro esempio possono essere i poemi omerici: qui il problema è in primo luogo quello di sapere se ci
fosse e cosa fosse l’originale di un poema Epico della Grecia arcaica. Dobbiamo ricordare che il testo che
noi leggiamo risale comunque alla sistemazione che ne dettero in epoca ellenistica, quindi molti secoli
dopo, i filosofi di Alessandria. Non solo è ovvio che questo testo alessandrino abbia subito le traversie
comuni alla tradizione dei testi greci classici, ma a monte di questo vi è una tradizione scritta/orale che ci
rimane del tutto oscura.
Ancora, se osserviamo Le Grazie di Ugo Foscolo, sappiamo che in questo caso ci basiamo su autografi, ma il
poeta non pubblicò se non alcuni episodi se non in redazioni ed in redazioni che non considerava definitive,
anzi non completò mai l’opera. Si può paragonare quel che ci rimane ai frammenti di diverse e successive
versioni di un mosaico, che risalgono a epoche e programmi diversi. E’ impossibile leggerli ricomponendo
un insieme che non è mai esistito. Il senso di un testo non è solo la somma delle sue parti ma qualcosa di
più. Questo di più nel caso delle Grazie è irrecuperabile.
La storia della tradizione. Da quanto ho detto risulta che l’operazione preliminare di ogni lavoro filologico
deve essere l’accertamento della storia della tradizione del testo che studiamo, vale a dire la storia di ciò
che è accaduto al testo nel momento che l’autore ha iniziato a concepirla fino a quello in cui è pervenuto
fino a noi. La storia della tradizione di un testo è l’esame di tutti i testimoni a partire dall’originale perduto
fino ai più recenti. In filologia moderna molte volte il problema filologico non sta nei testimoni derivati
dall’originale, che può essersi conservato o nella forma di un testo definitivo, magari autografo, o di una
stampa sorvegliata dallo stesso autore, ma nel travaglio documentario che ha portato dalla prima idea del
testo alla sua redazione: è quello che si chiama critica genetica.
Solo l’accertamento, nei limiti del possibile, della storia della tradizione ci fornisce le informazioni
indispensabili per la ricostruzione e la valutazione del testo che stiamo studiando. Essa permette anche di
affrontare e di risolvere questioni relative alla genesi dei testi, per le quali non abbiamo informazioni
dirette. Un esempio può essere il IV libro delle Chroniques di Jean Froissant. Froissant aveva composto tre
ampi libri delle Chronique che narravano tutta la prima parte di quella che conosciamo come la guerra dei
Cento Anni. Allora si trattava di avvenimenti alquanto anteriori alla stesura del racconto. Non sappiamo
però quando Froissant sia morto (probabilmente 1404) e se il libro IV sia stato da lui completato. I libri
precedenti delle Chronique avevano avuto una buona diffusione, ma così non fu per il IV libro, di cui Filippo
II il Buono, proprietario della BIblioteca di Borgogna, la più ricca allora in Europa, era riuscito a
procurarsene una copia solo nel 1452. Si pensa che il cronista Monstrelet abbia continuato l’opera per
ordine della famiglia Croy che possedeva la cittadina di Chmay, dove Froissant probabilmente aveva
passato gli ultimi anni della sua vita. Ora è chiaro che il libro IV sia stato continuato e riprodotto poi da vari
copisti che non si negavano la libertà di sostituire un termine con un sinonimo o di invertire l’ordine delle
parole ecc. In tutta la prima parte del libro IV Froissant ricorre regolarmente al procedimento narrativo
dell’entrelacemenet, cioè l’interruzione del racconto di una vicenda per passare ad un’altra,
contemporanea ma diversa, per poi tornare alla precedente e così via. Non sarà questa una conseguenza
del fatto che il cronista stendeva prima i racconti e poi li intesseva insieme? Ma questa volta Froissant fu
impedito dalla morte. In ogni caso noi possiamo considerare il testo come rielaborato e ben definito solo
nella prima parte, mentre dobbiamo essere più cauti nella seconda.
La filologia riguarda solo i testi letterari? Le definizioni dei vocabolari spesso limitano il compito della
filologia allo studio dei testi letterari. La sua origine è molto chiara. La filologia ha origine nello studio dei
testi classici, latini e greci, e della Bibbia. In ambedue i casi si tratta di testi letterari. In Grecia e ancor più a
Roma i testi non letterari non mancano, ma sono stati considerati a lungo di limitata importanza: sembra
che i testi non letterari non abbiano bisogno di cure filologiche. Questo principio veniva però violato nel
caso di testi non letterari di particolare importanza storica: era però il filologo a decidere se valesse la pena
o meno sottoporlo al lavoro filologico.
Nel caso dei documenti di archivio la prassi prevalente è stata quella dell’edizione “diplomatica” che
prevede la riproduzione degli originali manoscritti rispettandone al massimo tutte le caratteristiche
(sarebbe la nostra riproduzione digitale). Nel caso di cronache, diari e simili l’editore è più attento al
significato del testo che alle minuzie formali, ma ciò può provocare degli errori nell’interpretazione del
testo. Si pensi per esempio alle grafie: non si può ignorare che gli usi sono cambiati nel tempo, quindi
attualizzare una grafia antica senza sapere il suo uso può distorcere il significato di frasi intere.
Qualsiasi testo scritto deve essere trattato con i metodi e gli strumenti della filologi, ovviamente di volta in
volta adattati al tipo di testo. Non c’è dubbio che Petrarca richieda altra cura che un contratto commerciale
del Trecento, ma appunto la cura deve essere differente non inesistente.
La filologia si applica solo ai testi scritti? Si ricorderà che ci eravamo domandati se anche i testi orali
rientrassero nel campo di interesse della filologia per quanto essi restassero esclusi dalla maggior parte
delle definizioni lessicali. Senza dubbio ancora una volta tali definizioni sono condizionate dalle origini della
filologia, ovvero la filologia classica. Ma l’esame filologico riguarda anche i testi orali.
Fino ad un secolo fa essi diventavano studiabili solo dopo che un raccoglitore li aveva messi per iscritto, ma
a poco a poco è divenuto possibile ascoltarne la registrazione sonora e poi addirittura vederli in esecuzioni
registrate su pellicola. Per quanto lo studio di questi tipi di testi sia iniziato sin dagli anni del Romanticismo,
essi sono stati oggetto di equivoco in ragione di inadeguati trattamenti filologici.
Un esempio in tal caso è la storia della baronessa di Carini. Il testo di questo poemetto fu pubblicato nel
1870 da un raccoglitore della tradizione poetica popolare della Sicilia, il dottor Salvatore Salomone Marino.
Ne dette poi altre due edizioni con sorprendenti differenze. Da nessuna parte diceva chiaramente da dove
provenisse il suo testo, che egli trattava come se risalisse al Cinquecento. L’editore accennava alla
circostanza di averne raccolto un buon numero di versioni dalla voce di popolani di tutta la Sicilia e aveva
messo insieme ottave e versi tratti da versioni differenti. Per Salomone Marino si era trattato di un paziente
lavoro di restauro, guidato da presupposti in gran parte extra testuali. Intanto tra quelle che egli andava
raccogliendo c’erano varianti più ampie che permettevano di intuire come si svolgesse la trama del
racconto nella sua perduta interezza. Ma ancor di più importava che questa galassia di testi sembrava
riferirsi ad un caso realmente avvenuto: il 4 dicembre 1563 la baronessa di Carini era stata uccisa assieme al
suo amante Ludovico Vernagallo nel castello di Carini, presso Palermo. Salomone Marino dava per scontato
che tutte le varianti derivassero da un testo orale composto a breve tempo dai tragici fatti da un poeta a
noi sconosciuto, con il fine di diffondere la notizia. Successivamente Marino modificò le sue idee sui
personaggi e sullo svolgimento della tragedia ed in conseguenza modificò la sua ricostruzione, sempre
usando tessere effettivamente rinvenute dalla tradizione, ma selezionandole e montandole in modo
diverso. Ma nulla permetteva di essere sicuri che l’originale tardo-cinquecentesco, ammesso che ci fosse
stato, desse una relazione tanto esatta della vicenda. Non si sarebbe poi dovuto trascurale il fatto che i testi
erano stati raccolti a partire dal 1868 quindi almeno 250 anni dopo l’omicidio: ciò rendeva improbabile che
se ne fosse conservato sostanzialmente intatto il tenore originale.
Marino aveva tenuto conto di informazioni importanti su chi gli aveva trasmesso le versioni: i ciascuno
annotava nome, mestiere, residenza ecc. Ma rarissime erano le annotazioni sulla musica su cui le varianti
erano cantate, perché di poesia cantata si trattava. Ancora peggio va con il rapporto poesia-cronaca. Man
mano i documenti sul caso della baronessa Carini sono saltati fuori dagli Archivi della corona di Spana, da ui
allora dipendeva il regno di Sicilia. Si scoprì che ad uccidere lei non fu il marito ma il padre, e tutto
riconduceva ad un delitto premeditato. La poesia ha poi trasformato la vicenda per farla rientrare negli
schemi, narrativi e di valori, che sono propri della tradizione poetica siciliana: il delitto non può che essere il
modo di lavare l’onore della famiglia.
L’oggetto del nostro studio non possono essere che le varianti e la tradizione, nello stato in cui si trovava
tra gli ultimi decenni del secolo XIX ed i primi del XX, ma l’esame dovrebbe essere integrato dalla
conoscenza delle modalità di esecuzione (musica, cartellone ecc) da parte del cantastorie, ovvero il fattore
portante della tradizione, i quali sono la nostra sola fonte. E’ chiaro che il problema filologico si pone per
qualsiasi testo orale, anche non letterario, anche se è evidente che la filologia dei testi orali ha bisogno di
strumenti non sempre uguali a quelli dei testi scritti.
La filologia genetica. Uno degli aspetti più interessanti della filologia moderna è la cosiddetta critica
genetica, cioè la possibilità di studiare quella fase della storia della tradizione che sta a monte del testo
definitivo. In alcuni casi è possibile studiare anche il processo di formazione di un testo. Ciò accade di
frequente con i testi degli autori moderni e contemporanei, dei quali possediamo non solo gli autografi del
testo definitivo ma anche tutto o parte del materiale preparatorio. Una situazione analoga si trova anche
per qualche testo di epoca ben più antica, fin dal medioevo.
Il caso più celebre è quello dei Rerum vulgarium fragmenta, il canzoniere di Francesco Petrarca, del quale ci
è pervenuto il testo definitivo, il Codice Vaticano Latino 3195, messo a punto dal copista Giovanni
Malpaghini sotto la sorveglianza, ed in parte di mano dello stesso Petrarca. Abbiamo anche il cosiddetto
codice degli abbozzi, il ms. Vaticano Latino 3196, che conserva di mano del poeta una fase di poco anteriore
a quella finale. Ma in realtà è possibile risalire ancora più indietro, perché man mano che Petrarca
arricchiva e sistemava la sua collezione, egli permetteva che se ne traessero copie.
Abbiamo dunque la possibilità di individuare nella ricchissima tradizione manoscritta del Canzoniere alcuni
gruppi di codici che non discendono dallo stadio finale, quello rappresentato dal c. V.L. 3195, ma da stadi
intermedi, da archetipi perduti che ci conservano le fasi del lavoro petrarchesco. Sarebbe dunque possibile
produrre edizioni separate per ciascuna fase individuabile e offrire così la base per
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