Biblioteca Divinafilologia e storia dei testi cristiani
Prologo tra storia, ideologia e cultura
Al termine filologia vengono comunemente attribuiti due significati: uno più ampio come scienza storica per eccellenza che mira ad una comprensione globale del passato, e un altro più ristretto come scienza che si occupa dell’approfondimento testuale di un’opera con l’obbiettivo di ricostruirne l’originale. A rappresentare questa dicotomia resta celebre la cosiddetta “discussione sulle Eumenidi”.
Nel 1833 il filologo Muller, allievo di Boech, da cui aveva ereditato la visione “storica della filologia, pubblicò una nuova edizione delle Eumenidi di Eschilo nella cui prefazione attaccava il più anziano collega Hermann, sostenitore di una filologia formale, accusandolo di utilizzare il metodo della “erudizione delle note” (spiegare un testo passo per passo, pedissequamente, risolvendo solo questioni linguistiche, metriche o grammaticali) e ignorando invece molti altri aspetti (ideologia dell’autore, sfondo storico culturale, drammaturgia ecc...) che Hermann non considerava perché impossibile trattarli in maniera oggettiva e scientifica.
La polemica non si estinse mai e, sulla scia di Boeck e Muller, Wilamowitz presenterà la visione di una disciplina totale e unitaria volta alla rievocazione della civiltà greco-romana nella sua essenza e in tutte le espressioni della sua vita. Il compito della filologia è di far rivivere con la forza della scienza quella vita scomparsa [...] Poiché la vita che noi ci sforziamo di comprendere è un’unità, anche la nostra scienza è un’unità. L’esistenza di discipline distinte è giustificata soltanto dai limiti delle capacità umane.
La filologia è quindi una scienza storica. Nata in età ellenistica, si è sviluppata come scienza a partire dall’Ottocento diversificandosi pian piano a seconda delle problematiche e della culture che trattava (letterature medievali – germaniche, romanze, slave – letterature greco-latina bizantina, medievale euminista e letterature delle lingue orientali e moderne). Nell’ambito dell’luteranesimo seicentesco viene coniato per la prima volta il termine “patristico” riferendosi al “padre” come autore cristiano autorevole per dottrina. Dall’aggettivo si è presto passati al sostantivo “patristica” che comprendeva le diverse dottrine dei Padri della Chiesa e ben presto i due significativi si sono sovrapposti per comprendere ogni autore cristiano antico e medievale senza valutazioni di ordine dottrinario.
Oggi convenzionalmente il termine patristico è usato in questa accezione più ampia anche se in genere cronologicamente ci si ferma all’ottavo secolo: fino a Giovanni Damasceno per l’oriente e Beda per l’Occidente. La filologia patristica quindi, etimologicamente, dovrebbe occuparsi unicamente dei testi prodotti dai Padri della Chiesa tenendo a mente che i testi cristiani non sono diversi da qualsiasi altro testo e che il metodo filologico rimane lo stesso anche in questo ambito. Tuttavia non è possibile applicare dei limiti rigidi e prefissati alla materia.
La filologia patristica non può certo ignorare, ad esempio, la letteratura biblica che comprende i più antichi testi cristiani, o quella giudaico-ellenistica che comprende autori fondamentali per la comprensione del cristianesimo. Inoltre anche dal punto di vista cronologico non ci si può fermare al solo periodo tardoantico e altomedievale così come, dal punto di vista geografico, a quello del mondo ellenizzato o romanizzato (essenziali risultano spesso le lingue orientali come il siriaco, il copto, l'armeno e persino l’arabo e l’etiopico).
Si potrebbe dire che l’oggetto della filologia patristica rimanga, in senso più generico, la “cultura cristiana”. In senso assoluto però sarebbe scorretto parlare di una vera e propria “cultura cristiana”, unitaria e univoca, applicabile indifferentemente in ogni parte del mondo. Sebbene infatti il cristianesimo si sia caratterizzato storicamente e culturalmente da una certa tendenza all’ecumenismo e all’universalismo, è anche vero che proprio in virtù di questo è venuto in contatto con una serie di culture, luoghi e tempi differenti che lo hanno anche notevolmente influenzato.
Nel Concilio Vaticano II (1962-1965) è stato stabilito che c’è una differenza sostanziale tra il messaggio cristiano e le diverse culture alle quali si è accostato. Non è quindi possibile parlare di “cultura cristiana” in senso stretto né identificare una cultura in particolare come cristiana (quella occidentale e europea secondo una credenza piuttosto comune). Il problema è stato successivamente aggirato considerando cultura cristiana quella fatta dai cristiani stessi.
Più chiare sembrano le sue caratteristiche, come la vocazione ecumenica e il pluriculturalismo che ne deriva. Il cristianesimo nasce all’interno del giudaismo altrettanto complesso e variegato agli inizi dell’era cristiano, attraversato da contrasti e divisioni interne. Lo stesso cristianesimo delle origini si caratterizzò per la stessa pluralità come testimoniano alcuni scritti neotestamentari come gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo (contrasto tra un giudeocristianesimo ed uno più ellenizzante).
Negli Atti degli Apostoli, poi, (2, 1-13) viene descritto il prodigio degli apostoli che, ripieni di spirito, iniziano a parlare in ogni lingua ai giudei presenti da ogni nazione del mondo. Proprio dal punto di vista linguistico si evince maggiormente questa pluralità: oltre all’aramaico e all’ebraico (lingue parlata e quella originaria delle comunità giudaiche e delle loro Scritture) e il greco, la “lingua comune” ad imporsi. In greco sono tradotte le Scritture giudaiche e composte quelle cristiane. Al seconda metà del secondo secolo risalgono le prime traduzioni in latino e siriaco e al terzo quelle in lingua copta.
Fatta queste premesse, ricordiamo che i testi cristiani sono studiati con lo stesso metodo utilizzato per altri ambiti. È innegabile però, dal punto di vista filologico, i testi cristiani presentino, in virtù della loro storia e delle loro caratteristiche culturali, delle peculiarità estranee ad altri testi.
- La tradizione manoscritta è in genere, molto più abbondante e vicina all’originale di qualsiasi altra opera dell’antichità. Basti pensare all’Iliade e al NT: i più antichi codici completi dell’Iliade risalgono a circa 15 secoli dopo la loro stesura e comprendono oltre 300 manoscritti. I più antichi manoscritti completi del NT risalgono già a tre secoli dopo il suo completamente per un totale di circa seimila manoscritti in totale. Non è raro poi, soprattutto per le opere più tarde o di epoca bizantina, che i primi manoscritti di un’opera sia coevi con l’autore stesso, o addirittura coincidenti con l’autografo o l’originale.
- I testi classici presentano, generalmente, una tradizione chiusa (con un unico originale) contrariamente alle opere cristiane che molto spesso presentano una tradizione aperta perché l’autore spesso dopo aver pubblicato un’opera, in forma totale o parziale, la rivedeva e modificava per poi diffonderla nuovamente.
- La lingua dei testi cristiani greci e latini è spesso “imbarbarita” rispetto alla “purezza” delle lingue classiche e quindi spesso normalizzata nelle edizioni critica. Si tratta ovviamente del normale evolversi della lingua.
- La presenza costante e ineludibile della Bibbia. Riferimenti biblici e citazioni scritturistiche costituiscono spesso il fulcro dei testi cristiani ponendo non pochi problemi relativi alla ricostruzione della loro forma originale. A questo si aggiungono anche moltissime citazioni e richiami anche ad altre opere, cristiane soprattutto ma anche pagane, giudaiche e eretiche spesso conosciute proprio grazie a questa tradizione indiretta (esempio la fortuna delle catene).
- Abbondanza di testi pseudoepigrafici e falsi. Molte opere si nascondono sotto figure simboliche, mitiche o particolarmente rappresentative per accrescerne l’importanza.
Alle origini Bibbia e libri
La Bibbia è il libro più diffuso nel mondo ma, probabilmente è anche il meno letto e conosciuto. Il termine Bibbia deriva dal greco e dal latino “biblia” – i libri ad indicare il complesso di testi che la compone. Ma l’attuale bibbia cristiana ha avuto origine dal giudaismo il cui nucleo principale poi ha ispirato tutta una serie di altri testi redatti dai seguaci di Gesù.
Gli ebrei, tuttavia usano termini diversi per indicare il medesimo complesso di libri: tanak, un acronimo che comprende i 3 nuclei in cui è divisa: torah (la legge, il Pentateuco cristiano), nevim (i profeti) e ketuvim (“scritti”, il resto dei libri cristiani, soprattutto poetici). L’utilizzo del termine Bibbia sta ad indicare l’attenzione posta su questo complesso di testi secondo l’ottica e la storia cristiana, invece che quella giudaica.
- Bibbia ebraica = la tanak nel suo complesso è stata composta nell’arco del primo millennio a.C. in ebraico (la lingua più antica, che sopravvive negli scritti) e solo per una piccolissima parte in aramaico (lingua parlata, diffusa dal VI secolo) e greco. Il nucleo principale è stata probabilmente trasmesso oralmente all’inizio e la sua origine sarà da collocarsi tra X e IX secolo a.C. mentre la sua prima pubblicazione va collocata dopo l’esilio babilonese del VI secolo a.C. Le stesse complesse e discusse vicende sono da applicare anche alle altre due parti e nevim ketuvim. Non si sa quindi con certezza a che epoca risalga la tanak nel suo complesso; secondo alcuni già del I secolo a.C. sarebbe stato fissato un primo canone. Ciò che è certo è che in età ellenistica essa si arricchì di alcuni testi greci e in greco venne progressivamente tradotta e in questa lingua è maggiormente conosciuta. Infatti il primo codice completo di scrittura giudaica risale all’anno 1008 (Petropolitano B 19 A). Solo un manoscritto, il rotolo di Isaia che contiene quasi tutto il testo profetico in ebraico è databile tra il III e II secolo a.C. La Bibbia ebraica oggi utilizzata fra gli Ebrei è il cosiddetto “testo masoretico” composta dai Masoreti (studiosi ebraici) tra il I e il X secolo d.C. La questione quindi è di natura filologia: quanto può essere fedele questa versione all’originale molto più antico? Problema di difficile soluzione.
Non bisogna dimenticare, poi, che anche Gesù e i suoi discepoli non erano affatto “cristiani” ma giudei e dunque operavano sulla tanak ebraica, non ancora uniformata da un canone stabile. La sua predicazione sarebbe incomprensibile senza il tanak. L’interpretazione delle Scritture da parte di Gesù e dei suoi è in continuità con il giudaismo ma si caratterizza per la sua identificazione del messia ebraico con lo stesso Gesù. Gli stessi vangeli e gli altri scritti neotestamentari sono infarciti di citazione scritturistiche provenienti dall’AT configurandosi come una rilettura e continuazione delle Scritture ebraiche. Acquistano il loro vero senso alla luce del Cristo, nuova alleanza da contrapporre alla antica alleanza mosaica.
- Bibbia cristiana = è stata composta tra la metà del I e i primi decenni del II secolo, tutti i testi in greco. Un canone stabile non si ebbe prima del medioevo ma fu rapidamente tradotta in moltissime lingue. Per molto tempo fu sempre il tanak (in greco) a circolare come testo sacro anche per i cristiani mentre l’insegnamento di Gesù fu tramandato inizialmente oralmente e poco dopo sotto forma di piccole raccolte di logia (racconti, parabole, miracoli ecc…). Ma di questa preistoria dei Vangeli si sa molto poco. Prima della composizione dei vangeli si colloca il primo scrittore cristiano Paolo di Tarso che percorse in un trentennio buona parte del bacino mediterraneo orientale predicando a giudei e pagani un messaggio innovatore, fondando decine di comunità. Attualmente costituito da 13 lettere, 7 autentiche, 3 discusse ma probabilmente autentiche (2 tessalonicesi, colossesi, efesini) e 3 probabilmente non autentiche (1-2 Timoteo, Tito), l’epistolario costituisce il più antico testo cristiano (1 Tessalonicesi è del 50) tale da aver avuto sin da subito una dignità quasi scritturistica. Le altre lettere sono della fine del primo secolo circa. Quella agli Ebrei è in realtà un’omelia scritta in greco mentre le altre sono attribuite al gruppo dei dodici (1-2 Pietro, 1-3 Giovanni, Giacomo, Giuda). I quattro vangeli sono stati scritti tra gli anni Sessanta (Marco, il più antico), anni Settanta (Matteo e Luca) agli anni Novanta (Giovanni). I primi tre sono detti sinottici per la loro vicinanza testuale. L’autore del vangelo di Luca compose anche gli Atti degli Apostoli, composte nella seconda metà del I secolo, e narrano la predicazione di Pietro, la vita della comunità di Gerusalemme e la predicazione di Paolo fino a Roma. All’autore del Vangelo di Giovanni (caratteristico per la sua “teologia” più complessa che identifica Gesù come il logos divino, un essere divino preesistente che diventa poi carne, dai forti toni profetici e millenaristi) è attribuita anche l’Apocalisse (ultimo decennio del secolo) che in realtà appartiene probabilmente ad un altro autore, uno scritto di carattere millenaristico. Il processo che li trasforma in Scrittura si protrarrà fino alla prima metà del II secolo. Tuttavia questo avviene in un ambiente prima di contrasti dapprima all’interno dello stesso ambiente giudaico, e poi all’interno di quello cristiano. Si può dire che era nata la Bibbia cristiana.
- Traduzioni = Un testo giudaico-ellenistico, Lettera di Aristea a Filocrate, composta nel II secolo a.C., circa un secolo prima sarebbe stata redatta una traduzione in greco della Scrittura ebraica da un gruppo di 72 esperti giudei (da cui il nome di “Settanta”) invitati ad Alessandria d’Egitto. L’opera nasce come propaganda del giudeo-ellenismo che difende l’interpretazione meno letterale della torah, l’apertura verso il mondo ellenistico anche attraverso la traduzione delle Scritture (in genere criticata negli ambienti giudaici più conservatori) ma ebbe una fortuna straordinaria (ne parlano Flavio Giuseppe, Eusebio e molti altri autori bizantini). Al di là della leggenda c’è sicuramente un fondo di verità. In Egitto e ad Alessandria in particolare esisteva una comunità ebraica molto popolosa e influente, di lingua ellenistica che avvertiva l’esigenza di leggere in greco il proprio testo sacro. Esistevano, probabilmente, già delle traduzioni probabilmente risalenti tra la seconda metà del III secolo e del II secolo a.C. Questa traduzione fu un’opera immane poiché si trattava di trasporre la legislazione mosaica, le immagini dei profeti ebraici nella lingua di Platone, Omero e Saffo (seppur nella variante della koinè), una lingua cioè appartenente ad un universo culturale e a categorie di pensiero totalmente diverse. I risultati non erano assicurati. Lo stesso autore della lettera si preoccupa di “legittimare” e difendere l’operato dei 72 esperti precisando non solo che essi erano stati scelti dallo stesso sommo sacerdote di Gerusalemme ma che la loro impresa godeva del favore divino. Infatti non tutti l’apprezzarono: il traduttore greco del Siracide, coevo ad Astrea, sottolineava che il greco non ha la stessa forza dell’ebraico. In generale poi in ambiente giudaico fu sempre guardata con sospetto soprattutto dopo che essa venne adottata anche dai cristiani. Nel II secolo si tentarono, quindi altre traduzioni: quella di Aquila (più letterale, tanto da risultare quasi incomprensibile per un greco), quella di Simmaco (altrettanto letterale ma più elegante), quella di Teodozione (forse la più antica e diffusa). Di queste versioni rimane traccia negli Esapla di Origene che le mise a confronto. La Settanta non è solo una raccolta di traduzioni ma include alcune aggiunte in greco (a Daniel e Ester, soprattutto) e alcuni testi composti direttamente in greco (Sapienza e Maccabei). Questi testi e la Settanta tutta fu il primo nucleo della Bibbia cristiana.
- Manoscritti biblici = La Settanta è attestata da moltissimi manoscritti: tra fine del III sec. a.C. e III d.C. sono i più antichi (molti scoperti a Qumran), una trentina collocabili tra IV e XVI secolo. I manoscritti del NT sono circa seimila: dai più antichi tra II e IV secolo fino agli scritti bizantini, medievali e moderni. A questo bisogna aggiungere una mole spropositata di tradizione indiretta e traduzioni diffuse in tutto il mondo. Il più antico manoscritto dei Settanta è il Rylands 458 (contiene 6 capitoli del Deuteronomio) datato nella prima metà del II secolo a.C. I papiri del NT sono quelli conservati meglio. Il più antico è il Rylands 457 del 125 con 5 versetti di Giovanni). Il più antico testimone dei 4 vangeli canonici raccolti in un unico codice risale alla seconda metà del II secolo ed è smembrato in diversi frammenti conservati nella collezione di Bodmer a Ginevra. I testimoni più antichi dell’intera Bibbia greca sono del IV e V secolo, in maiuscola. Il Sinaitico (prima metà IV secolo) contiene la Bibbia e Lettera di Barnaba e Pastore di Erma; Il Vaticano greco 1209 mutilo.
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