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Formazione urbana

Ha inizio nella seconda metà del secondo millennio a.C. l’inizio dei processi culturali che si concluderanno nella prima età del ferro. Sul volgere del X secolo a.C. la popolazione inizia ad abbandonare le sedi del periodo precedente per stanziarsi in gruppi di vari individui nelle zone di Veio, Tarquinia, Vulci ecc.

Gli Etruschi stessi facevano risalire l’inizio della nazione etrusca fra l’XI e il X secolo a.C., la cui testimonianza la abbiamo in Varrone, che riferisce che nei libri rituales nomen risultava che la durata dell’Etrusco non avrebbe superato i dieci secoli. Allo stesso modo Servio ricorda che Augusto faceva iniziare la storia di Roma alla fine dell’impero Etrusco, databile al X secolo.

L’età del bronzo e la prima età del ferro

L’età del bronzo in questo periodo è stata comunemente divisa in tre fasi:

  • Antica (XVII-XVI secolo a.C.)
  • Media (XVI-XIV secolo a.C.)
  • Recente (XIII-metà del XII)

La prima età del ferro è invece stata articolata in due fasi:

  • IX (925/900-820/800 a.C.)
  • VIII (820/800-725/720 a.C.)

Nella fase finale dell’età del bronzo (metà XII-X secolo a.C.) la disposizione degli abitati non è più collegata al percorso dei tratturi come nel bronzo medio e recente, appare anzi meglio distribuita. L’aumento demografico è testimonianza dello sfruttamento del territorio e si vede particolarmente nell’Etruria meridionale.

Esplicativo è il sito di San Giovenale presso Viterbo, lambito sul lato meridionale dal fiume Vesca e dagli affluenti di questo. Questi piccoli pianori, naturalmente o artificialmente difesi, non risultano completamente abitati: l’uso non abitativo di parte delle aree difese era probabilmente destinato ai luoghi di raccolta del bestiame o zone dedicate alla coltivazione.

Castellaccio di Sorgenti della Nova ha invece un insediamento che si mostra come un insediamento articolato sulla sommità e su varie terrazze, naturalmente fortificato e difeso da ripide pareti e circondato da due fossi confluenti. Ampi terrazzamenti incidono in profondità i fianchi della roccia.

La sua organizzazione “urbanistica” è abbastanza complessa: sul pianoro sommitale sono collocate abitazioni di non grandi dimensioni a base incassata ed elevate in materiale deperibile, adatte a ospitare famiglie nucleari; sui fianchi della rupe, artificialmente terrazzata, si aprono numerose grotte artificiali destinate ad abitazione, a luogo di culto e a strutture di servizio, mentre sui terrazzamenti antistanti furono costruite grandi abitazioni a pianta ellittica con fondazioni su canaletta, destinate a famiglie allargate.

Accanto alle strutture di abitazione si aggiungono ambienti di forma e costituzione analoga ma di dimensioni per lo più ridottissime, probabilmente usati come magazzini e depositi; si è pensato anche che alcuni di questi ambienti fossero destinati al riparo di singoli animali domestici.

In altri abitati come Monte Rovello e Luni sul Mignone sono state identificate strutture di dimensioni imponenti a pianta rettangolare con un tetto appoggiato direttamente su un basso argine di terra o di sassi. Verosimilmente devono rappresentare le case del capo delle rispettive comunità o anche funzioni politiche o religiose.

Questa fase degli insediamenti ha un’economia per lo più legata alla pastorizia e alla coltura dei campi.

Il forte aumento delle attività agricole ha anche favorito la metallurgia, con utensili legati al mondo dell’agricoltura e con un aumento vistoso di oggetti in bronzo e si accentuano su essi i caratteri locali. Nella prima età del bronzo (XII-XI secolo) ci sembra che ci sia una produzione notevole di bronzo dovuta a cave ricche di metalli, e una prova è in una delle capanne di Scarcera a Grosseto dove viene rinvenuto un grande uso di utensili di uso quotidiano e una capanna, la XIII, usata probabilmente come fonderia.

Così come a Cesto del Marano vengono ritrovati oggetti di uso personale in bronzo, o oggetti simbolico-rituali, e per la quantità di reperti viene di solito definito “tesoretto”.

Sembrano esserci anche numerosi scambi organizzati e non solo di trasmissione generalizzata fra l’Etruria, l’Italia antica ma anche con la Grecia sub-micenea, specialmente durante l’XI secolo a.C.

Nell’area fiorentina spiccano invece i centri di Monte Ferrato e di Fiesole. Mentre sempre sulla costa toscana spiccano alla foce dell’Arno e delle Colline Metallifere che perdurano fino all’inizio dell’età del ferro.

Molto ricco è anche il territorio di Vetulonia e di Populonia dove si ha uno sfruttamento delle risorse marine o lagunari, legato per lo più all’immagazzinamento di prodotti ittici.

L’unico villaggio di scavi sistematici è quello di Poggio del Molino, posto sul versante settentrionale del Golfo di Baratti, che nel momento finale dell’età del Bronzo, X secolo a.C., appare interessato da un incremento dell’impianto abitativo, confermato anche da un’ampia e diversificata produzione locale di ceramica.

Il sistema funerario

Per quanto riguarda il sistema funerario si inizia ad avere una documentazione sistematica a partire dal XII secolo a.C. legata alla cremazione dei morti: di questo si trovano testimonianze nelle necropoli definite protovillanoviane.

Testimonianza del passaggio dal costume funerario inumatorio a quello incineratorio sono state considerate le tombe a tumulo della necropoli di Crostoletto di Lamone sulla sponda sinistra del fiume Fiora, non lontano da Castellaccio di Sorgenti della Nola, con deposizioni di inumazione e di inumazione che risalgono al bronzo recente.

Come cinerario viene utilizzato quasi sempre un vaso biconico, coperto in genere da una scodella rovesciata. Talvolta le sepolture sono bisome, cioè in uno stesso pozzetto vengono deposti, contemporaneamente, due ossuari.

Il momento più antico dell’uso dell’incenerazione, XII secolo, è caratterizzato da sepolture quasi completamente prive di corredo. Esemplificativa è la necropoli di Ponte San Pietro Valle nel distretto del Fiora, inquadrabile per lo più nel XII secolo a.C., dove nella sua generale povertà della suppellettile funebre, costituita esclusivamente dall’urna e il suo coperchio, spiccano due elementi di ambra del tipo “Tesoro di Tirinto”, di una forma diffusa in diverse stazioni del Bronzo finale italiano.

Con il consolidarsi del rito dell’incenerazione è indicativa la tomba del Campaccio con oggetti di ornamento personale, fibula, di dimensioni 15 cm di lunghezza.

Nella necropoli di Poggio la Pozza i corredi sono spesso caratterizzati da un notevole numero di vasi miniaturizzati secondo un costume in uso nel Lazio e lungo il Tevere. Altra attestazione è l’uso dei modellini di capanna come cinerario. È particolare l’uso nelle tombe femminili e altolocate di un gran uso di gioielli e pietre e ornamenti personali.

Il numero esiguo di tombe rende verosimile l’attribuzione di un rituale funerario formalizzato solo ad alcuni personaggi della comunità. È dunque nella fase finale del tardo bronzo che deve essersi avviato il processo che generò la società gentilizia basata su nuclei familiari sempre più estesi e sul possesso della terra.

La rivoluzione villanoviana: l’occupazione dei grandi pianori e lo spopolamento del territorio

Dopo una generale uniformità culturale, nel corso del X secolo si cominciano a delineare nell’Italia antica delle differenziazioni in ambiti equivalenti a grandi regioni o comparti territoriali, che in età storica corrispondevano a ethos ben precisi: Veneti, Etruschi, Latini e Sabini.

La cultura che interessa il territorio occupato dagli Etruschi viene definita villanoviana. Per villanoviano si intende un sistema di consuetudini della zona che storicamente sarà etrusca. La denominazione deriva dalla scoperta casuale nel 1853 a Villanova, 8 km a est di Bologna, a opera di Giovanni Gozzadini di una serie di tombe di cremazione.

La deposizione dei resti ossei era in vasi ad impasto, cioè argilla depurata e lavorata a mano e cotta a temperatura non troppo elevata, vasi biconici, così chiamati a causa della loro forma a due tronchi di cono sovrapposti, coperti per lo più da ciotole ad impasto nero, accompagnati da oggetti di ornamento per il defunto e da ceramiche sempre ad impasto.

Questa definizione fu poi estesa ad esemplificare le analoghe manifestazioni funerarie a Bologna, Tarquinia, Bisenzio e di altri siti dell’Etruria tirrenica e quindi degli abitanti messi in luce, riferibili a queste necropoli.

Molti sono gli elementi di continuità che legano il villanoviano al Bronzo finale:

  • Rituale funerario dell’incinerazione
  • Uso dell’ossuario biconico
  • Tipologia e lavorazione di oggetti metallici

Nel IX secolo a.C. il territorio è diviso in grandi comprensori facenti capo a un grande villaggio, articolato in gruppi di capanne distanziate e a un esiguo numero di abitati isolati, dislocati in posizioni strategiche della quale si può desumere una forma di dipendenza.

Il tipo di aggregazione è caratterizzato da una maggiore concentrazione della popolazione. Sugli altopiani sono situate città con scopo difensivo, e subentrano insediamenti sui pianori dove la popolazione si raggruppa in un’unica unità orografica. Specialmente a Veio avviene questo fenomeno dove le comunità che abitavano lungo il lago di Bracciano fino al Tevere iniziarono anche uno stretto rapporto con l’Agro Falisco.

Gli insediamenti e la loro struttura urbana e politica

Le strutture abitative erano installate anche sulle alture limitrofe. Questi ampi pianori appaiono scelti oltre che per l’estensione e l’accessibilità, anche per lo sfruttamento delle risorse esistenti nelle immediate vicinanze e per la vicinanza a località costiere, Vulci, Tarquinia, Cerveteri.

Il grosso movimento di popolazione che caratterizza questo periodo è impensabile senza organismi politici capaci di imporre le loro decisioni alle singole comunità di villaggio, e sono antenati delle future città stato etrusche e hanno fra loro collegamenti di testimonianza archeologica tali da far parlare di concentrazioni umane proto-urbane.

Forti indizi del mutamento del rapporto con il territorio è la dislocazione degli insediamenti e nella tendenza a concentrare la popolazione in sedi in pianura, circondati da ampi territori coltivabili.

Un esempio fra tutti è Tarquinia dove all’insediamento del pianoro di Civita, si affacciano altopiani sull’abitato del Calvario, a cui sono direttamente riferibili i sepolcreti di Poggi e le necropoli di Arcatelle Rose e Villa Bruschi-Falgari, inquadrabili nel IX secolo a.C.

A Veio il territorio non sembra essere occupato prima dell’età del ferro, IX secolo a.C. Le ricognizioni e gli scavi stanno mostrando un’occupazione rada ma dislocata su tutto il pianoro, generalmente sulle zone marginali. È stato messo in luce un gruppo di capanne e una serie di fosse circolari da identificare come resti di forni e attività produttive. A Campetti, di fronte Grotta Gramiccia, sono stati ritrovati resti di vasi biconici, e quindi si ipotizzano forni per questa produzione.

Questo periodo è quindi da ricostruire con un’articolazione del pianoro in diverse contrade o “quartieri”, autosufficienti, cioè costituiti ciascuno da attività abitative e da strutture produttive verosimilmente locali.

Questi modelli locali non sono solo dell’Etruria propria ma anche dei centri periferici, e spesso sono come quei modelli ubicati su un pianoro di grandi dimensioni, Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, o su una collina-acrocoro di media grandezza, Orvieto-Volsinii, Vetulonia, Volterra, e di due necropoli o di due gruppi di necropoli posti a settentrione e meridione, ma anche occidente e oriente.

Insediamenti toscani

  • Vetulonia: si contrappone a quello di Colle Baroncio. Talvolta al gruppo abitativo principale se ne accosta uno minore.
  • Volterra: insediamenti e necropoli a nord-ovest, sud-est.
  • Chiusi: la necropoli ha un sistema di rilievi collinari ed è stato ipotizzato che il centro pro-urbano si estendesse su queste colline per circa 120 ha.
  • Fiesole: completamente diverso; territorio tipicamente lagunare con bassi fondali.
  • Pisa: primi insediamenti nascono contemporaneamente a Fiesole nel villanoviano, e hanno ritrovato gruppi di tombe villanoviane e articolate per gruppi familiari.

La diffusione della cultura villanoviana

Oltre al villanoviano tosco-laziale abbiamo quello emiliano, con facente capo Bologna, e a cui sono attestati altri esempi a Fermo e nel Piceno, a Pontecagnano, l’Arenosola e Capodifiume andando verso la Campania, vicino Paestum. Le affinità nel costume funerario, ma anche nella tipologia di insediamenti e necropoli, possono testimoniare un’eventuale “colonizzazione” del sistema villanoviano.

  • Bologna: posta allo sbocco in pianura del fiume Reno, sono attribuibili a pieno nel IX secolo a.C., con le necropoli orientali di Savena e San Vitale, con tombe a buca rivestita di ciottoli o da lastre di arenaria che conservavano l’ossuario biconico e pochi oggetti di bronzo.
  • Dall’inizio dell’VIII secolo a.C., anche se prosegue l’uso dei sepolcreti di Savena e San Vitale, inizia anche l’occupazione occidentale della città, con il nucleo principale nella Bologna villanoviana. Da qui si iniziano a trovare una serie di sepolcreti che a Bologna si datano all’inizio del IX secolo a.C. e le tombe più antiche sono quelle del Verrucchio, presso Rimini. Il collegamento ad aree tirreniche avveniva fra l’altro attraverso la valle della Marecchia e si hanno alcune analogie con l’ambito bolognese: gli elmi crestati sono un esempio di scambio e di itinerari fluviali probabilmente esistenti.
  • Fermo appare invece un’isola di cultura villanoviana nell’area picena, ed aveva traffici sull’Adriatico e presso le valle del Tevere e della Nera. Le tombe a pozzetto scoperte a Fermo nell’area vicino l’abitacolo sono coperte da una o più lastre di pietra, e probabilmente fingevano anche da segnacoli. Numerosi ossuari sono caratterizzati da una decorazione plastica a grosse bugne.

In Campania

  • Capua: fase più antica e aveva un carattere strategico.

La definizione dei centri proto-urbani

I pianori tufacei, che saranno sede delle future città, non appaiono comunque integralmente abitati, ma articolati in contrade distanziate, con gran parte dei pianori destinata all’agricoltura e al pascolo. L’organizzazione interna è ancora scarsamente conosciuta a causa delle difficoltà degli scavi sistematici su aree di abitato.

Per ricostruire le strutturazioni interne dei villaggi della prima età del ferro in Etruria non si hanno abbastanza dati. Ma fra varie differenziazioni fra i centri urbani studiati come Veio, Tarquinia, Torre Valdinga, Mattonara, Gran Carro, Populonia, Volterra ecc. non è presente una differenza cronologica fra i resti di capanne e il confronto fra le coeve urne a capanna.

Questi modellini funerari già attestati nell’età del bronzo finale, ma in uso in Etruria soprattutto fra il IX e l’VIII secolo a.C., costituiscono la documentazione fondamentale per la ricostruzione delle abitazioni protostoriche specie per quanto riguarda il rialzato.

L’impulso dato dagli scavi in abitato nell’ultimo ventennio, ha portato sia all’acquisizione di nuovi dati relativi alla compagine insediamentale, ma anche numerosi interrogativi: insieme a molte capanne sono infatti stati ritrovati insediamenti funerari.

Sulla Civita di Tarquinia è stato rinvenuto in un recinto da riferirsi al IX secolo a.C. un recinto che racchiude punte di corna di cervo, deposizione di neonati e di un bambino, albino ed encefalopatico. L’ulteriore rinvenimento in quest’area è di adulti senza alcun corredo.

A Veio, a Piazza d’Armi, è invece stata rinvenuta una tomba a fossa a pianta ovale, ed è stata intesa come una costruzione funeraria d’eccezione.

Necropoli e ritualistica funeraria

  • Il momento della morte e del rituale funerario è un’occasione sociale e anche i riti funebri non possono essere considerati una semplice comunicazione dei valori di una determinata comunità. Nel corso del IX secolo il rito esclusivo della maggior parte delle necropoli villanoviane è quello incineratorio anche se non mancano esempi di inumazione a fossa: Cerveteri, Populonia Necropoli del Sorbo e attestazione di doppio rito.

Le tombe sono scavate nel suolo vergine, sono in genere a pozzetto, cioè a forma cilindrica più o meno regolare, con all’interno l’ossuario, a protezione del quale talvolta una custodia di tufo o in nefro. Il corredo funerario, estremamente ridotto nelle deposizioni più antiche, appare per lo più costituito dall’ossuario, nel quale venivano raccolti e protetti con il coperchio i residui ossei combusti, una o più fibule di diversa foggia, rasoi e spilloni per gli uomini.

  • Vasi ossuari: l’ossuario tipico è quello biconico ad impasto e dei due manici uno viene spezzato. La ricca decorazione incisa, ottenuta con uno strumento a pettine a più punte, si svolge sul corpo e sul collo del vaso, articolata in fasce più o meno distanziate; più raro è l’uso di lamelle metalliche applicate. Il coperchio dei vasi ossuario è quasi sempre costituito da una ciotola o scodella, con vasca troncoconica e labbro rientrante con anse ad anello fra due piccole pseudo-prese. Già nella fase più antica appaiono talvolta a chiusura dell’ossuario, al posto delle citate ciotole a scodell
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/06 Etruscologia e antichità italiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bam.love di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etruscologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Michetti Laura Maria.
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