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Etnostoria

Riflessione sul termine antropologia e sulle "differenze"

Antropologia culturale è il sapere della differenza. Sapere sta a indicare che l’antropologia è nata in Occidente, alla fine del 15o secolo, come un "discorso che parla degli altri". Il termine differenza, invece, caratterizza l’antropologia come un’attività di ricerca che vuole comprendere usi e costumi che appaiono strani, assurdi e bizzarri allo sguardo occidentale, perché sono diversi rispetto a quelli che ci sono familiari e quindi normali.

Bisogna a questo punto rilevare di cosa si occupano gli antropologi. Ci sono due prospettive:

  • La strada canonica, che afferma che l’antropologia nasce nell’800 come studio dei popoli primitivi/selvaggi/tribali. E lo studio di queste popolazioni primitive ci permette di esaminare noi stessi attraverso l’individuazione delle differenze.
  • Nell’antropologia del '900 vi sono due intenti:
    • Studiare le altre culture e documentarne l’esistenza per salvaguardare le differenze culturali che rischiano l’estinzione a causa della globalizzazione.
    • Assumere una prospettiva critica, vale a dire studiare le altre società per fare critica sulla cultura occidentale.

Fino a qualche tempo fa si usava suddividere il mondo contemporaneo in tre parti:

  • Il Primo mondo, quello capitalista e sviluppato economicamente e tecnologicamente.
  • Il Secondo mondo, quello dei paesi socialisti, le cui ideologie e autoritarismo ne frenavano lo sviluppo.
  • Il Terzo mondo, quello dei paesi sottosviluppati, contraddistinto da tradizioni primitive e irrazionali.

Fu proprio il Terzo mondo a divenire oggetto di studio antropologico, con l’intento di analizzare costumi locali e tradizioni. Oggi questa distinzione non è più valida perché il panorama mondiale è mutato, soprattutto a causa della globalizzazione. Tanto che si credette che l’antropologia si sarebbe estinta con la perdita delle popolazioni tribali di cui si occupava. Ma queste popolazioni non si sono perse, soltanto trasformate, quindi l’antropologia dovette rielaborare la sua attività di ricerca.

Storia e cultura

Un altro elemento importante è il pensiero secondo cui (per gli antropologi) le popolazioni tribali fossero prive di Storia, che non avessero conoscenza dell’aspetto temporale dell’esistenza e che lo interpretassero soltanto in chiave mitologica e rituale. Ciò va collegato all’ideale antropologico del '900 che non aveva alcun interesse a studiare i mutamenti avvenuti all’interno delle popolazioni studiate e semplicemente si limitavano a osservare i cambiamenti causati dalla colonizzazione. Ma tutte le popolazioni hanno delle culture immerse nella storia e variano nel tempo, in ogni società esistono importanti elementi di discontinuità e di rottura con la tradizione, non sempre l’antropologia riesce a cogliere questi aspetti.

Anche se gli antropologi del '900 non sempre coglievano gli aspetti storici delle società che ha studiato, sono riusciti a riconoscere la "molteplicità delle culture". Concetto fondamentale per identificare le differenze che le varie popolazioni possono imprimere alla storia, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Riconoscere questo passaggio è importante, perché anche noi (civili, moderni e razionali) abbiamo sviluppato una cultura come gli altri (primitivi, selvaggi e irrazionali). Quindi la cultura occidentale non è superiore alle altre, perché ha la stessa origine, potrebbe esserlo soltanto se confrontiamo l’esito "finale" di questa evoluzione ad esempio dal punto di vista tecnologico e quindi considerando un semplice ambito tra tutti gli ambiti culturali.

La definizione di cultura di Taylor è il punto di riferimento classico dell’antropologia culturale. Punto di riferimento anche cronologico perché il 1871 è la data di nascita della disciplina. Taylor afferma che la cultura (che chiama anche civiltà) è un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, la morale, l’arte, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine sviluppata dall’uomo che fa parte di una società. Questa definizione supera la distinzione in classi sociali, poiché la cultura non fa parte soltanto di una popolazione elitaria ma accomuna tutte le società umane.

La cultura è una caratteristica dell’uomo a prescindere da quale comunità provenga, quale sia il suo tempo e il suo spazio. La cultura è nostra ma anche degli altri. Da qui nasce l’importanza del viaggio etnografico, viaggio verso altre forme di cultura. Lo studio di queste culture altre da, poi, spazio a una riflessione critica su noi stessi. Franz Boas e Malinowski, fondatori delle due grandi scuole di pensiero antropologico del '900, rifiutano il punto di vista storico-evolutivo di Taylor. Negano la possibilità che le varie culture possano essere inglobate in uno schema di regole generalizzate, universalmente valido, volto a spiegare l’evoluzione culturale.

Boas afferma che le culture vadano osservate nel proprio contesto storico evitando generalizzazioni e parallelismi. Malinowski afferma che ogni cultura sia uno schema chiuso costituito da determinati elementi legati da relazioni funzionali. Rispetto a Taylor, che parla di una cultura al singolare che è patrimonio di tutta l’umanità, Malinowski parla di una molteplicità delle culture, diverse e indipendenti. Dunque oggetto dell’antropologia diventa la singola cultura che è individualmente osservabile, perché fa proprio parte di un determinato spazio e di una determinata popolazione, tribù, gruppo sociale.

Arriviamo a questo punto all’immagine di un mondo suddiviso in etnie, popolazioni e culture distinte, immagine alla quale ha contribuito anche l’antropologia. Secondo Jean-Loup Amselle la ragione è da ricondurre a una "ragione etnologica" prodotta da una prospettiva "discontinuista". Vale a dire il lavoro di raccolta dei dati delle varie popolazioni, compiuto dagli antropologi, serve a evidenziare la differenza socioculturale che crea fratture e dicotomie tra noi e gli altri. La ragione etnologica è divenuta uno strumento di dominio e ha consentito di controllare e dominare "l’altro". Dovremmo utilizzare invece una "logica meticcia" che non faccia distinzioni tra le differenze ma che possa condurre a una comunione.

Mondher Kilani ci dice che la riflessione antropologica deve collaborare col presupposto universalista (gli uomini sono tutti uguali) oppure con le innegabili differenze sociali e culturali. Abbiamo tre possibilità:

  • L’universalismo evoluzionista – le differenze scompariranno con l’evoluzione.
  • L’universalismo relativista – le differenze sono un patrimonio da tutelare.
  • L’universalismo gerarchico – le differenze ci sono, sono reali e proprio per questo alcune società sono più uguali di altre.

L’uomo e la cultura – "Discorso sull’uomo"

Un altro modo per capire di cosa si occupa l’antropologia è partire dalla sua etimologia: antropos=uomo + logos=parola/discorso, vale a dire "discorso sull’uomo". L’oggetto primario dell’antropologia è l’Uomo. Lo studio antropologico tratta l’adattamento umano, il modo in cui le persone e le popolazioni reagiscono alle condizioni ambientali e si garantiscono il sostentamento e la sopravvivenza.

Gli uomini appartengono alla specie animale detta homo sapiens che presenta delle caratteristiche comuni agli altri animali: in quanto animale all’interno di un ecosistema, deve trovare l’energia per mantenersi in vita (il cibo) deve trovare riparo dal freddo e dal caldo e deve riprodursi, vale a dire sopravvivere nel tempo. Allo stesso tempo presenta delle caratteristiche che lo differenziano dagli altri animali: la posizione eretta, il coordinamento occhio-mani, la ricettività femminile permanente, e la tendenza alla fetalizzazione (allungamento dei tempi di maturazione mentale e fisica dell’individuo).

Gli uomini poi tendono ad aggregarsi e in gruppo si adattano all’ambiente e cercano il sostentamento per sopravvivere. Le strategie adattative umane si possono ricondurre a dei punti fondamentali:

  • La tecnologia;
  • L’organizzazione sociale;
  • Le credenze religiose e i valori sociali;
  • La comunicazione – il frutto più importante dell’intelligenza e del linguaggio, lo scambio di informazioni è importantissimo per l’adattamento di qualsiasi specie. Una comunicazione può dare informazioni importanti per trovare cibo, un partner e il pericolo. Una comunicazione fallita può comportare una perdita di risorse, un danno e anche alla morte. Tutti elementi che derivano da uno sviluppo evolutivo del nostro cervello.

Il genere umano è scandito sia dall’unità sia dalla diversità, siamo una specie animale estremamente differenziata: Siamo di colori diversi (capelli, pelle, occhi,…), siamo di misure diverse, parliamo lingue diverse, abbiamo usi e costumi diversi, mentalità diverse, e così via. Tuttavia solo l’uomo è in grado di vivere in un mondo ideato, rappresentato e costruito da lui stesso, attribuendo significato alle cose di cui fa esperienza. Questa prospettiva è definita socio-costruttivista.

Nel 19o secolo nascono le condizioni per lo sviluppo di una scienza dell’uomo (l’antropologia) che si occupa di analizzare la sua evoluzione culturale e sociale. Siamo nel periodo vittoriano, epoca in cui la società inglese raggiunge un’enorme potenza economica e politica, ponendo l’accento sulle differenze sociali e culturali con le altre nazioni e paesi, in particolare quelli "selvaggi". Le differenze erano già presenti, ma questo enorme divario porta alla concezione che le popolazioni primitive siano fossilizzate nel tempo e quindi nel passato (Africa, Asia, America, ma anche le popolazioni contadine). Pertanto vanno analizzate per scoprire quali siano i processi che regolano l’evoluzione delle società nel passaggio dallo stato selvaggio a quello civilizzato.

Nel corso del '900 l’atteggiamento degli antropologi subisce diverse differenziazioni:

  • Nella prima metà del '900 l’oggetto dell’antropologia diviene la singola cultura di un popolo in un determinato luogo. Per farlo bisogna immedesimarsi nei panni di una popolazione e in seguito si può confrontare quello che si è appreso con le esperienze del nostro paese e con ciò che hanno appreso gli altri nelle proprie indagini. Le società di questo periodo sono state ritenute arcaiche e immobili nel tempo, quindi in grado di resistere ai cambiamenti oppure destinate a scomparire. Ad esempio Lévi-Strauss afferma con disprezzo, nel suo libro "Tristi Tropici", che la cultura occidentale si diffonde e devasta gli altri mondi culturali.
  • In seguito si afferma il pensiero secondo cui a essere studiata debba essere la società in quanto espressione concreta e osservabile, invece la cultura ne è un’espressione astratta.
  • Poi matura il pensiero che le società e le culture non siano ferme nel tempo ma che siano prodotti storici che cambiano nel tempo. Il mutamento culturale è difficile da comprendere se consideriamo le popolazioni primitive fossilizzate nel tempo e nella ricerca costante di mantenere la tradizione. Nessuna comunità è fuori dalla storia come sottolinea in "Isole di storia" Marshall Sahlins, il titolo stesso sta a indicare che queste isole (quelle del Pacifico) hanno una propria storia che si intreccia a quella europea. Infatti, una cultura non riesce mai a essere un sistema chiuso e autosufficiente, ma è sempre aperta al contatto e allo scambio con le altre culture. Edmund Leach nel libro del 1954 sui Kachin della Birmania "Sistemi politici Birmani", è già costretto ad allontanarsi dalla corrente antropologica del suo tempo per avvicinarsi a una interessata alle dinamiche sociali. Si tratta, forse, del primo studio antropologico sulle società complesse, alfabetizzate, stratificate ed economicamente sviluppate.
  • Invece a metà '900, dopo la seconda guerra mondiale, inizia il processo di decolonizzazione e le popolazioni assoggettate (Africa, India, America del sud) cominciano a sviluppare la propria indipendenza. Si arriva alla presa di coscienza che le persone studiate adesso dagli antropologi sono diventate "cittadini" dei loro stati e non più membri di popolazioni esotiche e lontane, ci si rende conto inoltre di non aver studiato società e culture autonome e indipendenti, ma popolazioni colonizzate e politicamente dominate. In questo periodo alcuni antropologi cominciano a studiare il conflitto che porta all’idea che le società e le culture sono dinamiche e soggette al mutamento. Gluckman studiò il conflitto sociale all’interno delle società africane e gli effetti prodotti dal colonialismo in esse. Afferma che le società "tradizionali" e quelle "dei bianchi" sono legate da moltissimi rapporti e che lo studio delle società senza considerare questi rapporti fosse impossibile. Victor Turner studiò la popolazione ndembu della Rodesia del nord (l’attuale Zambia), e si servì della definizione "dramma sociale" per identificare la situazione conflittuale degli ndembu. Pose la sua attenzione sui processi comportamentali dei singoli individui nelle situazioni di conflitto. Porre l’attenzione sull’individuo lo portò a indagare sul simbolismo nel rituale. I suoi testi più importanti sono, infatti, "La foresta dei simboli" e "Il processo rituale" del '66 e '69, nei quali mostra come attraverso un ricco sistema di simboli gli ndembu rappresentano la loro concezione della vita sociale e di cosa significa essere uno ndembu.

Tradizione, inculturazione e acculturazione

Tradizione è la tendenza di una società all’immobilità senza subire mutazioni nel corso del tempo. Inculturazione sta a indicare la trasmissione della cultura da generazione in generazione, qui intesa allo scopo di preservare uno stile di vita dal cambiamento. Ma noi sappiamo che non è possibile trasmettere il sapere tradizionale senza che avvenga un cambiamento, anche perché, al di là dei fattori esterni, c’è sempre un’interpretazione individuale delle conoscenze acquisite.

Acculturazione è il processo di assimilazione di una cultura da parte di un'altra cultura, ed è un processo univoco perché soltanto una di queste è debitrice all’altra. In questa prospettiva la modernità è vista come la velocità nell’integrare nella propria cultura gli elementi di modificazione che provengono dall’esterno. E quindi un’assimilazione lenta è vista come la volontà di mantenere la tradizione immutata. Quindi, sotto una prospettiva vittoriana, le società che tengono il passo con i mutamenti sono quelle sviluppate e moderne, mentre quelle che fanno fatica sono quelle sottosviluppate e tradizionali. Pensiero che ha trovato largo spazio grazie anche al colonialismo.

Legato al concetto di acculturazione vi è quello di omogeneizzazione, considerato causa principale dei cambiamenti culturali e della paura, da parte degli antropologi, di perdere il proprio oggetto di studio. Tuttavia questo timore è infondato perché più di omogeneizzazione dovremmo parlare di riformulazione culturale, quindi l’antropologia avrà nuovi spunti di ricerca. Questa riformulazione però non è dovuta al contatto con altre culture, bensì è legata a fenomeni globali (turismo, televisione, internet, le deportazioni, le migrazioni, …).

La concezione olistica dell'antropologia – "Studio e comprensione teorico-pratica della diversità"

Vi è una terza accezione dell’antropologia che combina le precedenti ("sapere della differenza" e "discorso sull’uomo"), l’antropologia è "lo studio e la comprensione teorico-pratica della diversità". Ovvero comprendere le differenze e le somiglianze fra esseri umani a partire dall’analisi delle sue espressioni culturali. Tutti gli umani possono essere oggetto di studio antropologico, non esistono popolazioni più evolute o meno evolute, siamo tutti umani allo stesso modo e tutti portatori di differenze che ci caratterizzano come specie.

Gli antropologi sono interessati allo studio di tutti gli aspetti dell’esistenza umana: l’economia, la politica, la religione, il linguaggio, la parentela, ecc. Proprio questo s’intende con concezione olistica dell’antropologia: il desiderio di comprendere tutto ciò che riguarda l’essere umano. Inoltre è recente la consapevolezza che tutte le società fanno parte di un sistema mondiale, intesa come struttura economica e sociale con una cultura globale che interagisce con le molteplici strutture locali. Le singole società vanno quindi esaminate in rapporto al sistema globale. Anche piccole comunità come quelle della Nuova Guinea e dell’Amazzonia sono influenzate dal turismo globale, dal mercato internazionale e dai poteri esterni.

Negli ultimi decenni, poi, il fenomeno dell’immigrazione ha aperto il campo a nuovi studi legati alla multietnicità e interculturalità. L’oggetto di studio dell’antropologia si è delocalizzato, ciò vuol dire che si è spostato dai propri spazi per entrare nei nostri. Le società moderne e industriali sono oggi multietniche. L’antropologia ci può aiutare a confrontarci col "diverso"; il nomade, l’albanese, il clandestino, il profugo, …

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IamLullaby di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnostoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Di Giovanni Elisabetta.
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