IL FUTURO DELL’IMMAGINE
Federico Vercellone
CAPITOLO 1 PAROLA E IMMAGINE
Il conflitto dei Logoi
Bredekamp sostiene che è dai tempi dell’iconoclastia Bizantina che non si è riflettuto così
tanto sullo statuto delle immagini come negli ultimi decenni. Ciò è dovuto al fatto che viviamo
in un mondo inflazionato delle immagini, che ha subito un mutamento dei paradigmi-modelli
della trasmissione culturale, ovvero uno sbilanciamento nei confronti del logos dell’immagine
rispetto a quello della parola/scrittura.
E’ un mutamento non così improvviso e repentino, che trova la sua origine con Platone.
Il maestro ha sostenuto che l’immagine si è distaccata dal logos per entrare in conflitto con
esso, confinando se stessa all’interno dei territori dell’apparenza.
Pensiamo all’immagine come pura rappresentazione bidimensionale, essa ha aggiunto ai
suoi due territori un terzo (artificiosamente essendo un prodotto tecnologico), quello della
profondità.
L’immagine è concepita così come un’illusione, una copia di una copia, un riflesso che non è
in grado però di riflettere. Sta proprio qui la differenza tra il logos discorsivo e quello
dell’immagine. Il primo è dotato di una struttura predicativa che è poi anche la sua struttura
di autoriconoscimento. Parliamo così di un immagine a logica, e questo sbilanciamento nei
confronti di essa provoca disagio nell’uomo.
Parliamo di un mutamento traumatico perché sradica individui e comunità dalle proprie
origini di appartenenza, andando a modificare quella che è la cultura stessa. E’ un disagio,
quello che sorge, che però non si interroga sulle conseguenze di questo mutamento, e che
in questo modo non è in grado di comprenderlo.
Le domande che sorgono in questo contesto sono molteplici e vanno a toccare molti ambiti,
dalla pedagogia, all’antropologia, all’etica o alla morale.
Abbiamo a che fare con un nuovo canone? Con una società ammutolita? Possiamo
scegliere con quali immagini vivere? Come possiamo trasmettere il canone dell’immagine
alle generazioni future?
A proposito della pedagogia, Edgar Morin sostiene che cambiarla significherebbe qualcosa
di poco educativo perché troppo radicale. Dovremmo anzi tutti percorrere il cammino verso
la conoscenza e l’ominizzazione, riuscendo a comprendere noi stessi e il mondo circostante
grazie a una revisione della formazione dei logos stessi.
Alla visione del maestro se ne contrappongono altre due, che vanno a costituire poi l’origine
del conflitto dei Logoi.
I Neoplatonici, in particolare l’esponente Plotino, risponde al logos rimosso dell’immagine
mediante la proposta di un’arte anti-prospettica, nella quale, grazie alla luce e al colore, ogni
elemento viene rappresentato sullo stesso piano.
Abbiamo anche la risposta dei Padri Cappadoci; Gregorio Di Nissa ci spiega
l‘autoriflessività dell’immagine mediante il generarsi della Trinità, la quale non nega
l’individualità della figura di Dio, e che contiene dentro di sé i concetti di contemporaneità e
successione al tempo stesso. Il logos dell’immagine consiste proprio nella capacità
estensiva non discorsiva dell’Immagine stessa. Essa è in grado di uscire fuori di sé, auto
riconoscersi e riconoscere anche il mondo che la circonda.
O meglio, Fichte sostiene proprio che l’immagine deve compiere necessariamente questo
processo.
Il poeta Novalis, aggiunge sugli studi di Fichte, che esiste una relazione ontologica tra
immagine e auto scienza. L'autocoscienza è un'immagine che un essere ha di se stesso,
un'identità che non richiede però il suo raddoppiamento perché è immediata.
Tutto ciò è sintonico con la tradizione Cinquecentesca, nella quale era usuale tradurre le
parole in immagini e viceversa. Pensiamo al Libro Degli Emblemi di Alciato, un repertorio
commentato di immagini le quali assumono una valenza allegorica e morale.
Per la prima volta vediamo i due Logoi collaborare tra loro, e ciò che questa collaborazione
partorisce è una comunicazione più che efficace.
Cambiamenti
Purtroppo tutto ciò verrà perso nel Settecento, periodo in cui grazie alla nascita di una nuova
Winckelmann,
disciplina filosofica quale l’Estetica e alle teorie dello storico dell’arte
l’immagine verrà definitivamente destinata ai territori dell’apparenza.
Si passa da “così nella pittura come nella poesia” al Laocoonte di Lessing, ovvero alla
separazione delle arti.
Secondo Winckelmann le arti figurative non erano in grado di esprimere Pathos, e quindi
venivano separate dall’arte della parola.
L’esperienza estetica diviene così concepita come un mondo di pure forme disinteressate, si
distacca dai sensi per entrare nel mondo astratto.
Tecnologia
La questione del futuro dell’immagine deve essere affiancata a quella della tecnologia.
L’immagine risulta come apparenza proprio perché è un prodotto tecnologico, anti naturale.
Sull'antitesi di natura-tecnica viene a giocarsi il destino dell’immagine e della tecnologia.
La tecnica, da Platone fino ai primi anni del Novecento, era vista come un prolungamento
dell’ agire umano, era distaccata dalla storia dell’evoluzione, quindi a-temporale. Secondo
questa concezione la tecnica diventa sovra-naturale e non riusciamo a coglierla come
possibile ostacolo in un compiuto rapporto tra uomo e natura.
Passiamo al pensiero di Hans Blumenberg, che concepisce la tecnica come il sommarsi di
utilità e godimento, chiaramente non inteso come soddisfacimento dei bisogni. In questo
modo riusciamo pienamente a cogliere la potenza disastrosa che la tecnica potrebbe
assumere nel mondo.
L’economista britannico Brian Arthur ci dice che non esiste una tecnica che inventi sulla
base di una creatività assoluta, e che quindi non esista una tecnica completamente nuova.
La nuova tecnica è il semplice risultato di un rimescolamento di alcune tessere dell’antico.
Passiamo all’ipotesi del Professore Vercellone, il quale propone una tecnica come volta alla
creazione di un mondo fittizio, stando a una tradizione platonica. In questo modo il
professore vuole indicarci che in realtà una tecnica anti-naturale non è performativa, perché
non tiene conto del primo principio che essa si impone, ovvero quello dell’efficienza.
CAPITOLO 2 LA FINE DELL’ARTE E LA NASCITA DELL’ESTETICA
La nascita dell’Estetica
Nel suo sorgere, con Baumgarten, l’estetica si promuove di raggiungere una perfezione
sensitiva nell’’apprensione dell’oggetto. L’oggetto si mostrava agli occhi del fruitore nella sua
totalità e in questo modo anche il mondo veniva colto nella sua compiutezza.
L’oggetto risultava come bello perchè poteva essere appreso sinesteticamente, mediante
tutti i sensi, cosicché ogni senso fosse collegato all’altro. Abbiamo a che fare con una
conoscenza dell’oggetto come chiara ma non definita allo stesso tempo, perché una
conoscenza che ha come proprio oggetto una forma non è una conoscenza analitica ma
immediata.
Potremmo dire che una conoscenza dell’oggetto solo parziale costituirebbe una sorta di
fallimento, ma è quello che è accaduto.
Se la percezione dell’oggetto si è frammentata, è perché il mondo stesso non poteva essere
più colto nella sua totalità dotata di senso compiuto.
Ci avviamo ad una razionalizzazione dell’estetica (disincanto del mondo), quando nel suo
sorgere invece avevamo a che fare con un&rsqu