Cultura di destra e società di massa
Mimmo Cangiano
Il libro tratta della produzione culturale della destra attiva tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e il 1940, letteratura, storia e filosofia. I contenuti sono stati spesso connessi, spesso in divergenza, rispetto ai governi fascisti.
Sintesi
Cultura di destra e società di massa è un volume dedicato alla produzione culturale dell'intellighenzia europea di destra attiva fra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi anni '40. Il testo analizza quello spazio compreso fra letteratura, storia e filosofia nel quale gli intellettuali dell'estrema destra (in particolare tedeschi, francesi e italiani) hanno sviluppato un approccio culturale alla politica e, spesso, un approccio politico alla cultura, un approccio ricco di connessioni quanto di divergenze con i partiti e poi con i governi fascisti. Il volume vuole rappresentare una dettagliata mappatura di similarità, differenze, scambi tematici all'interno di una nutrita pattuglia inter-generazionale di intellettuali, fornendo un'ampia ricognizione sul trattamento di alcune delle principali tematiche culturali (tecnica, nichilismo, denaro, materialismo, élites ecc.) e socio-politiche (guerra, lavoro, razzismo, nazionalismo, corporazioni ecc.) come emerse, a destra, nel dibattito del tempo.
Oltre che dell'approccio comparativo il volume vive di una metodologia empirica tesa a evidenziare tanto i temi principali del dibattito quanto le divergenze, temporali e geografiche, per ciò che concerne il trattamento degli stessi, con la consapevolezza che in tutti i paesi presi a campione le teorie di destra si dividono in numerosissimi rivoli e ricombinano le medesime tematiche in modi sempre differenti. Individuato il tema della comunità, in relazione allo sviluppo atomizzante della società di massa, quale elemento centrale del dibattito, il volume si sofferma poi su una serie di nodi concettuali e tematici, mostrando come elementi semantici similari ricevano un trattamento differente a seconda tanto del momento storico (e qui la principale linea di demarcazione è il primo conflitto mondiale), quanto seguendo le vicende dei differenti paesi; in tal senso, il principale discrimine è identificato nei diversi modi (e velocità) dello sviluppo tecnico-industriale. In ogni caso, il disuguale sviluppo storico delle culture sotto analisi non significa certo che manchino i topoi ricorrenti: su numerosi snodi concettuali (il più significativo è probabilmente il concetto di Kultur) le similarità (convergenze spesso anche esplicitate) superano di gran lunga le differenze.
L'approccio per temi non implica poi che gli autori in questione vengano analizzati e ridotti nel cono d'ombra proiettato dal topos. Evitando lunghe quanto inutili liste di nomi, ho cercato di seguire le differenti interpretazioni su date tematiche, sottolineando non l'uniformità (un'uniformità che non esiste su nessun tema trattato) ma le linee di egemonia e di subalternità riguardo al topos stesso, sempre cercando di mostrare le connessioni di quest'ultimo con le idee di comunità (e di Kultur) che sono al centro del volume. Si è trattato dunque, su alcuni temi che sono emersi come principali nuclei di riflessione, di far emergere le tendenze generali insieme con le divaricazioni ideologico-culturali. Per la stessa ragione, in rapporto ad alcuni temi specifici si è data preminenza a un singolo intellettuale o a una singola nazione, e ciò a causa della specifica copiosità o importanza delle riflessioni sul tema in questione.
Mentre al centro di ogni capitolo è stata posta l'analisi di alcuni intellettuali ricorrenti, si è anche cercato di far girare, attorno alle analisi principali, le riflessioni (magari di minor spessore) di altri intellettuali sui medesimi temi. E allo stesso modo si è cercato di evidenziare come le prese di posizione si modifichino spesso nel tempo seguendo i cambiamenti socio-culturali in atto. Si è comunque voluto mantenere un certo equilibrio quantitativo fra le tre principali nazioni al centro dell'analisi (Francia, Germania, Italia), favorendo la presa del proscenio da parte di una nazione o dell'altra a seconda dell'importanza, all'interno del dibattito nazionale, del particolare tema trattato.
Su alcuni temi, pur fondamentali ma sui quali già esiste un'amplissima bibliografia (per esempio il nazionalismo), ci siamo limitati a ribadire gli aspetti principali che emergono dal dibattito intellettuale. Lo stesso abbiamo fatto per particolari questioni che riguardano specifici intellettuali (per esempio il ruolo della tecnica per i futuristi) su cui pure moltissimo è stato già scritto. Speriamo che il proposito ricognitivo e comparativo (una comparazione finora mai tentata se non per via teorica) possa sia dare un quadro adeguato dell'azione culturale della destra del tempo, sia essere utile – in quanto archeologia di un fenomeno – a coloro che studiano gli sviluppi contemporanei della cultura di destra.
N.B. I tre capitoli sono seguiti da tre intermezzi dedicati ad autori (Péguy, Malaparte, Jünger) che hanno analizzato in modo particolarmente attento e originale uno o più argomenti al centro del capitolo che precede la sezione a loro dedicata. In particolare, con Péguy ci siamo soffermati sulla sua analisi del rapporto fra Kultur, comunità, denaro e valore d'uso; con Malaparte sul rapporto fra Kultur, antimodernità e nuovo ruolo delle masse; con Jünger sugli effetti della tecnica riguardo lo stesso concetto di Kultur.
Commento
Secondo Mimmo Cangiano, la destra novecentesca si prefiggerà il compito di integrare le masse entro politiche identitarie e statali, che permettano di canalizzarne la presenza al di fuori delle partizioni di classe, secondo un modello in cui il nazionalismo è elevato a strategia di gestione della stessa modernizzazione capitalistica. La posta in gioco di una simile strategia, ricorda Cangiano, consisterà nel «contenere l'ascesa di quella concreta alterità (ideologica e prammatica) rappresentata dalle masse» (p. 177) entro progetti di Comunità o di Popolo declinati secondo un discorso identitario. Come il sottotitolo del volume non manca di precisare, i confini della ricognizione corrispondono al costituirsi della società europea contemporanea in seno ai tentativi di nazionalizzazione e capitalizzazione delle masse, quegli stessi tentativi che precipiteranno di lì a breve l'intero continente nella guerra civile.
Seguendo i suggerimenti metodologici già espressi da Furio Jesi (omaggiato fin dal titolo stesso del volume) circa la necessità di non trascurare la valenza propriamente politica di quanto si presenta sotto i tratti del letterario, il libro di Cangiano è il risultato di una ricerca archeologica nella variegata galassia discorsiva della destra, così come si è sedimentata in una cultura europea ancora incapace – se non ancora reticente – di pensare le implicazioni delle proprie stesse rivoluzioni, e tuttavia così rapida nel fornire una risposta politica a una modernità che si presenta, secondo le parole degli autori menzionati, quale processo di alienazione e sradicamento.
Nella cultura di destra circoscritta da Cangiano trovano allora spazio tanto i seminari dibattiti sullo scontro tra Kultur e Zivilisation, argomento dei primi capitoli del volume, quanto le successive teorizzazioni circa il nuovo ruolo dell'intellettuale di fronte alle masse nazionali (che vedono, a titolo di protagonisti, autori di respiro e fama europei quali Barrès, Brasillach o Malaparte), fino al problema della tecnica così come delineato da Spengler e Jünger, in un caleidoscopio di voci e produzioni letterarie che, per quanto difformi per stile e posizioni, vengono nondimeno presentate secondo una innegabile coerenza.
Se, da un lato, la cultura di destra non è la sola ad aver registrato tanto l'esperienza della crisi quanto il desiderio di comunità che, dirette conseguenze dell'esito atomizzante proprio della società di massa, si pongono a motivi ricorrenti entro le sue numerose variazioni, d'altra parte essa si è contraddistinta per una specifica tonalità emotiva e uno specifico stile reattivo. Solo a prima vista le considerazioni di Bataille sul mondo liberale come «mondo di vegliardi dai denti cascanti» sembrano prossime a quelle, loro contemporanee, di Drieu La Rochelle in merito alla tradizione europea ridotta a «rovina e polvere», o di Jünger sul «mondo invecchiato»: dove la cultura di sinistra finisce per riconoscere nuove polarizzazioni e nuovi conflitti dagli esiti ancora incerti, ma che attestano la presenza irriducibile dell'antagonismo in seno a una società troppo a lungo ammantata di omogeneità (basterebbe, a titolo di esempio, citare le ricerche di Bataille sul fascismo, quelle di Balibar sulla paura delle masse, o lo stesso concetto di populismo secondo Laclau), la cultura di destra osserva la società scorgendovi piuttosto inesorabili movimenti di disgregazione e frammentazione, pronti a compromettere una totalità la cui certezza è fuori discussione.
Ad accomunare l'ampio spettro di posizioni in seno alla cultura di destra è proprio la tendenza a presentare la nascente società di massa nei termini di un disfacimento dell'ordine sociale preesistente, con le sue differenze e le sue gerarchie ontologicamente giustificate. Ciò che la cultura di destra di inizio secolo, nelle sue molteplici rifrazioni, non manca allora di sostenere è l'ipotesi di una manovra demiurgica nei confronti di una società avvertita come irrimediabilmente compromessa nel suo decorso storico; una manovra posta indecidibilmente tra l'attivismo celebrante la violenza, quale mezzo esclusivo di trasformazione, e il pessimismo che accompagna una lettura decadente del mondo. La cultura di destra si mostra così costantemente esitante tra l'illusione di un ritorno del passato, ora infranto, e la celebrazione di un patrimonio tradizionale assunto come un repertorio di elementi imperituri e disponibili, da recuperare entro un approccio strumentale della storia, il cui fine altro non è se non «la produzione di ordini simbolici tesi a mantenere unita una società in procinto di frantumarsi» (p. 29).
Che si tratti del compito destinale a cui Hofmannsthal chiama il Popolo, o dell'esaltazione jüngeriana del potenziale creativo della Tecnica, in grado di saldare nuovi e inauditi legami tra individui altrimenti sconnessi, o del diniego operato nei confronti della storia dai cultori di una concezione mitico-archetipale della Tradizione – da affermare contro ogni esperienza del presente – la cultura di destra si troverebbe perennemente tesa a «postulare un orizzonte di verità fuori dalle continue modificazioni storiche» (p. 120).
All'ombra di un simile orizzonte, tanto i movimenti dialettici del pensiero quanto i tentativi di analisi critica della complessità recedono lasciando il campo a un linguaggio permeato di elementi assertivi, mitologici, pienamente autoritari nella loro pretesa autoevidenza: «compito dell'intellettuale di destra è appunto operare in modo selettivo su tale materiale storico, razionalizzandolo in un coerente progetto politico-culturale che risulti spendibile a livello ideologico» (p. 193).
E tuttavia, quali che siano le forme in cui si condensa questo «desiderio di immobilità», questa «eternizzazione del presente» (p. 121), esse non possono esimersi dal tradire una segreta complicità con quella cultura borghese della razionalizzazione strumentale da cui i tentativi politici della destra vorrebbero prendere le distanze (giungendo, talvolta, a considerarsi addirittura quale rimedio). Così come l'esaltazione del suolo e del sangue hanno sempre lavorato in posizione ancillare rispetto alle pretese coloniali d'Europa, similmente la riaffermazione dei “veri” Valori spirituali da opporre alla presunta decadenza dell'Occidente, lungi dal costituire un punto di fuga rispetto processi della modernità, ha piuttosto accelerato sia i processi di nazionalizzazione delle masse che il consolidamento delle élite politiche ed economiche del tempo. Nonostante i vagheggiamenti di rivolta contro il mondo moderno, o le retoriche di un'azione assoluta e definitiva, in netta rottura rispetto alla sterile agitazione presente, la cultura di destra si riconferma ogni volta «parte del medesimo orizzonte borghese, cioè parte integrante di quella costruzione strumentale del Verum che, mentre chiama continuamente all’autorità di ciò che è fuori-del-tempo, vi sostituisce quella dell'ordine corrente» (p. 123).
La proliferazione di simboli, miti, discorsi e «idee senza parole», quali espedienti per governare l'ingovernabile esorcizzando ogni trasformazione storica, «re-introduce immobilità nel flusso della storia e tiene dunque sotto chiave gli svolgimenti storici (quelli che possono anche portare alla caduta della struttura economica corrente: il capitalismo» (p. 169). Prova ne è l'intima connivenza tra quei valori supposti eterni (siano essi nazionali, razziali o sociali) con cui la modernità sembra aver smarrito ogni contatto, e l'azione di uno Stato costantemente proteso a porsi quale difensore di tali valori, attraverso la ricostruzione forzata di legami connettivi tra individui. Ecco allora che, a loro volta, anche le formulazioni più avverse alla storia, quale massima imputata nel processo moderno di allontanamento dalla trascendenza, vengono riprese e strumentalizzate entro precisi movimenti storico-ideologici, organizzati come altrettanti modi per arginare, rallentare o incanalare il farsi di un mondo così fluido da scorrere tra le mani di chi brama ardentemente governarne il divenire.
Nel percorrere le diverse tappe entro cui si snoda la ricerca di Cangiano, la cultura di destra finisce così per presentarsi come il mero riflesso di un capitalismo intento a porre sotto controllo le sue stesse implicazioni. E se le sue produzioni culturali posseggono talvolta il fascino dell'attuale, «riflett[endo], come sintomi, i cambiamenti sociali in corso, a cominciare dall'ascesa delle masse» (p. 196), non per questo giungono a porre in questione, dialetticamente, i processi che contribuiscono a un simile divenire. Emblematici, in tal senso, sono i discorsi prodotti attorno alla guerra, concepita quale operatore di riunione e consolidamento, poiché in grado di fondere il popolo disperso, con i suoi elementi disgregati e le sue classi, in un Popolo sovraccarico di destino. Cangiano, a tal proposito, osserva come gli intellettuali interventisti del 1914, illudendosi di riconoscere nella guerra il rimedio alla degradazione tecnologico-nichilista patita dalla propria epoca, non si siano accorti per tempo di aver contribuito, in tal modo, alla sua parossistica esasperazione. Se ne resero conto, non senza amarezza, proprio alcuni esponenti della medesima area, come lo stesso von Salomon, il quale già nel 1930, con I Proscritti, giunse a confessare come l'agitazione confusa dei reduci, la loro spinta cieca a combattere a qualunque prezzo, fosse alla fine servita da ancora di salvataggio per trattenere al proprio posto l'ordine borghese in pezzi: «Dio ci perdoni, quello fu il nostro peccato contro lo spirito. Credevamo di salvare il cittadino e salvammo il borghese».
Ancora oggi non mancano quanti, animati da analoghe velleità di salvezza, vorrebbero riabilitare le «cattivissime compagnie» (p. 527) che popolano il volume, col proposito di fornire una bussola ideologica al disorientamento presente: se queste continuano a sedurre i propri lettori, è perché, capaci di rendere sensibile nei loro discorsi una certa modalità di esperire il malessere contemporaneo, si comportano come altrettanti segnalatori di cambiamento: linguaggi appariscenti ed estetizzanti, così appaganti nella loro vistosa altisonanza, benché radicalmente incapaci di scorgere, in seno alle trasformazioni in atto, una qualsiasi carica emancipatoria.
Kultur, forma, comunità
Sintesi
Il primo capitolo del volume (Kultur, Forma, Comunità), quello meno gravato da specifiche considerazioni storiche (si muove infatti lungo l'intero arco temporale sotto analisi), si apre analizzando, mediante il lavoro di Hugo von Hofmannsthal, quella che sarà una delle principali linee di azione di quasi tutti gli intellettuali trattati in seguito: la possibile sovrapposizione fra artistico e politico. Tale ouverture serve non solo a specificare le connessioni fra la produzione culturale e le trasformazioni, da fine Ottocento, del tradizionale ruolo intellettuale (il caso Dreyfus sarà del resto determinante tanto per la formazione dell'intellettuale novecentesco quanto per lo sviluppo del pensiero della destra francese), ma serve anche a ribadire quello che per me è un presupposto anzitutto metodologico: la necessità di comprendere la produzione letteraria e culturale in stretta connessione tanto con gli sviluppi storici quanto con altre discipline e sistemi d'indagine. Nel volume, del resto, la produzione di tipo più direttamente letterario (Hugo von Hofmannsthal, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Knut Hamsun, Maurice Barrès, Charles Péguy, Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Ardengo Soffici, Giovanni Boine, Margherita Sarfatti, Curzio Malaparte e altri) viene posta in connessione con le coeve riflessioni, altrettanto importanti, di filosofia.
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