Scheda epigrafica del cippo eleate di Zeus Hypatos Athenaios (M. C.) Apurrol: Emma
Horos/Cippo in pietra arenaria locale da Elea, dallo stato di conservazione compromesso, recante un’iscrizione pertinente ad una divinità (vd. infra). Il luogo preciso e la data di rinvenimento sono,1 purtroppo, ignoti; a tutt’oggi il manufatto è conservato a Velia, presso i Depositi della2 Soprintendenza Archeologica locale (nr. inv. 194511).
Il supporto epigrafico si presenta rastremato verso l’alto e dalla parte superiore tondeggiante. Conserva un peduncolo nella parte terminale per l’inserimento in una possibile base. L’altezza massima è di circa 84 cm, la larghezza inferiore 35 cm, quella superiore 27 cm; mentre lo3 spessore inferiore misura 20 cm, quello superiore 13 cm.
L’iscrizione, apposta sul cippo tramite incisione e redatta in alfabeto azzurro scuro – data la4 provenienza dalla città di Focea, sita nella Ionia d’Asia, dei coloni della polis magno-greca –, si colloca verticalmente sul corpo del manufatto ed è disposta su una sola colonna, dall’alto verso il5 basso. Le lettere, di piccole dimensioni (altezza massima 3 mm), sono disposte affiancate e non in maniera del tutto regolare. La superficie dell’horos è corrosa e ciò causa una generale difficoltà di6 lettura dell’iscrizione, soprattutto nella parte sommitale.
Il cippo, cronologicamente, si può inquadrare nel corso della seconda metà del V sec. a.C.,7 sulla base di alcuni criteri epigrafici tipici di questo periodo, come l’alpha a barra orizzontale, il theta con croce inscritta dritta, pi ancora reso “ad uncino”, mentre l’ypsilon presenta già il tratto verticale. Caratteristica dell’iscrizione incisa sul manufatto è la grafia ου per esprimere il genitivo, mentre8 sugli altri cippi eleati compare, invece, la semplice desinenza abbreviata in omicron.
1 Per una edizione recente dell’horos proveniente da Elea, si vd. Vecchio 2003, pp. 48 ss.
2 Ibid.
3 Ibid.
4 Risulta impossibile esaurire qui la bibliografia di riferimento sulla storia e sull’urbanistica di Elea-Velia, tuttavia per un inquadramento utile, ancorché generale, si vd. almeno Velia 1966, pp. 151-420 e L. T. Elia A. Torre 2011, pp. 62-63 e 231-232 et passim, con ulteriore bibliografia indicata; vd. anche Vecchio 2003, pp. 19 ss.
5 Guarducci 1970, p. 255.
6 Vecchio 2013, p. 48.
7 Già datata in questo modo da Guarducci 1970, p. 256, tale datazione è sostenuta anche da Candid 1979, p. 237 e L. Andid 1995, p. 144; invece, A. Dubois 1989, p. 26, n. 6 data l’horos alla fine del V sec. a.C.; cfr. anche Vecchio 2003, pp. 48-49, con note.
8 Ivi, p. 49.
Figg. 1-2: Foto e apografo del cippo di Zeus Hypatos Athenaios (da: Vecchio 2003, tav. VIII, fig. 28 e tav. IV, fig. 9).
Trascrizione, traduzione e apparato critico
9 Ζηνὸ[ς] ῾Υπάτου ᾽Αθη[ναίου]
“di Zeus Altissimo/Eccelso/Sommo Ateniese”
L’iscrizione – di pertinenza al culto di Zeus Hypatos Athenaios (vd. infra) – in basso non è da integrare, dal momento che non si intravedono segni di ulteriori lettere dopo l’ultima heta e l’horos10 non è fratturato: già la Guarducci aveva ben compreso che la dicitura ΑΘΗ andasse intesa, dunque, come una vera e propria abbreviazione ben comprensibile per il lettore antico, bastevole11 per esplicitare l’epiclesi caratterizzante del dio.
9 Sebbene l’epigrafe non sia troppo nitidamente e regolarmente incisa e la superficie del cippo sia assai corrosa, la lettura del manufatto non è mai stata contesa: a partire da Guarducci 1970, pp. 255-256 con note, passando per Arena 1998, pp. 71 ss., e arrivando fino a Vecchio 2003, pp. 48-50, il testo è sempre stato letto come si ripropone in questa sede.
10 Guarducci 1970, p. 256.
11 Vecchio 2003, p. 49.
Commento
12 L’iscrizione sull’horos ne attribuisce la paternità a Zeus Hypatos, ovvero lo “Zeus delle alture”, il cui culto si trova ad essere legato a luoghi posti ad alta quota.
L’indagine della diffusione del culto di questo dio nel mondo greco deve seguire differenti filoni di ricerca che si basano su altrettanto differenti basi documentarie. Ci dobbiamo rifare, pertanto, sia alle attestazioni letterarie del culto che a quelle epigrafiche; purtroppo, invece, non abbiamo a disposizione dati archeologici al riguardo.
Un altare per Zeus Hypatos, forse il più celebre, la cui fondazione secondo il mito risaliva a13 Cecrope, si trovava sull’Acropoli di Atene nei pressi dell’ingresso dell’Eretteo; il monumento è ricordato dal periegeta Pausania, il quale aggiunge anche che su di esso gli Ateniesi non erano soliti sacrificare animali vivi, ma soltanto primizie quali, ad esempio, focacce sacre, e che ci si dovesse14 anche astenere dall’espletare libagioni di vino su di esso.
Sull’Acropoli di Sparta, ci ricorda ancora una volta il Periegeta, alla destra del santuario poliadico di Athena Chalkioikos, si ergeva una statua di Zeus Hypatos, forse legata ad un altare o comunque ad un luogo di culto per il dio, scolpita in bronzo dall’artista Clearco di Reggio. La scultura non era stata realizzata lavorando un singolo pezzo di metallo, ma realizzando le differenti parti del corpo15 del dio separatamente e unendole poi tramite dei chiodi. Pausania aggiunge anche che questa fu la più antica statua bronzea mai realizzata, ma la cronologia dell’attività attribuita tradizionalmente al suo artefice è fissata a partire dagli inizi del VI sec. a.C., dato che non contribuisce a inverare l’affermazione dell’autore, essendo state scoperte statue bronzee ben precedenti rispetto all’attività16 di Clearco.
Si può già notare, quindi, la preminenza e la valenza simbolica di questo culto in due delle poleis più importanti del mondo ellenico, significativamente collocato nei pressi degli edifici santuariali e poliadici sulle acropoli cittadine, rispettivamente l’Eretteo nel caso di Atene, e il santuario di Athena Chalkioikos nel caso lacedemone: quest’ultimo sembra, inoltre, attestarsi a partire già da una cronologia legata all’arcaismo maturo.
12 L’epiclesi è attestata già nell’Iliade omerica: Il. XIX, v. 258 (ἴστω νῦν Ζεὺς πρῶτα θεῶν ὕπατος καὶ ἄριστος) e Il. XXIII, v. 43 (οὐ μὰ Ζῆν', ὅσ&f; τίς τε θεῶν ὕπατος καὶ ἄριστος); è probabile che, inizialmente, l’epiclesi fosse utilizzata in senso prettamente letterale e non in quello metaforico, cfr. Vecchio 2003, p. 49, nota 228.
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