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Criminologia e sociologia: dal crimine alla paura della criminalità e dell'insicurezza

Le scienze criminali sono tutte le discipline che hanno come oggetto di studio il crimine, il criminale, la criminalità e la paura della criminalità: diritto penale, diritto penitenziario, politica penale, sociologia del diritto, psicologia giuridica/giudiziaria e criminalistica. Secondo Mantovani, le scienze criminali si trovano ad affrontare quattro problemi: la definizione di criminalità, le cause della criminalità, la difesa contro la criminalità e la garanzia della libertà individuale.

La criminologia, in quanto scienza dell’uomo, studia l’azione umana che trasgredisce le norme giuridiche e quelle morali-sociali e, nello specifico, è interdipendente e dialoga apertamente con le altre scienze criminali di cui fa parte, ma intrattiene un rapporto privilegiato con la psicologia e la sociologia, ossia con le scienze umane per eccellenza. Inoltre, si può affermare che il rapporto con le scienze criminali è più incentrato sulla metodologia di ricerca, che è filosofia del processo di ricerca, mentre quello con la psicologia e la sociologia concerne maggiormente il metodo, ossia la tecnica o il metodostrumento di ricerca utilizzato per raccogliere i dati, che, in questo caso, è l'induttivo con il quale si procede dal particolare al generale, muovendo dall’osservazione della realtà per giungere ad affermazioni generali.

Criminologie

  • Vinciguerra e Rossi:
    • Criminologia speculativa, che contiene quella causale (che studia le cause del crimine) e quella descrittiva (che studia le forme delle manifestazioni del crimine);
    • Criminologia investigativa o criminalistica, che si occupa delle tecniche per scoprire i reati e i loro autori;
    • Criminologia penitenziaria, che studia gli effetti criminogeni della detenzione;
    • Criminologia politica, che studia come migliorare il diritto penale;
    • Sociologia del crimine americana, all’interno della quale si distinguono la sociologia del reato a indirizzo fenomenologico (che descrive i modi in cui si manifestano i reati) e a indirizzo causale (che studia invece i fattori ambientali che spingono a compiere un reato).
  • Mantovani:
    • Criminologia critica, che “adotta” una posizione rispetto ai comportamenti criminosi, studiando la definizione di criminalità, dei processi selettivi di criminalizzazione e dei meccanismi e finalità dei controlli sociali;
    • Criminologia etimologica, in cui rientrano l’antropologia criminale, che riconduce le cause della criminalità alla personalità del delinquente e della vittima, e la sociologia criminale, che analizza invece il crimine come fenomeno sociale;
    • Criminologia clinica, che consiste nell’applicazione delle conoscenze criminologiche ai casi specifici e che ha come obiettivo la diagnosi, la terapia e il trattamento risocializzante del delinquente, per intervenire in senso terapeutico e “curare” la criminalità.
  • Manheim e Glueck: introduzione della criminologia comparata, che ha come obiettivo quello di analizzare uniformità e differenze nelle cause, nelle previsioni e nei risultati dei programmi di prevenzione e di trattamento della criminalità in diversi paesi.
  • Fornari: introduzione della criminologia sociologica, intesa come lo studio delle possibili relazioni esistenti tra organizzazione e disorganizzazione sociale e comportamento criminale.

Criminologia e diritto penale

Mentre la criminologia segue un’impostazione scientifica induttiva, ossia muove la sua indagine dall’osservazione del reato come fatto sociale, il diritto penale studia e ricerca il reato soprattutto nelle norme, qualificandosi come scienza normativa e deduttiva; il compito della criminologia è dunque quello di migliorare il diritto penale, fornendogli l’oggetto da indagare, ossia il reato.

Criminologia, criminalistica e investigazione

Criminologia e criminalistica affondano le loro radici in Italia e, sebbene non esista una data di nascita dell’una e dell’altra, si ritiene che le date più rilevanti siano probabilmente il 1876, data di pubblicazione de L’uomo delinquente di Cesare Lombroso per la criminologia e il 1902, data di fondazione della Scuola di Polizia Scientifica ad opera di Salvatore Ottolenghi per la criminalistica. Tuttavia, secondo alcuni, queste date rappresenterebbero solamente gli anni dell’istituzionalizzazione della due discipline, che nacquero molto prima, rispettivamente con la medicina e con l’invenzione della dattiloscopia e delle impronte papillari ad opera dell’italiano Malpighi, nonché con la creazione del personaggio di Sherlock Holmes, a cui va riconosciuto il merito di aver considerato l’indagine come un luogo concreto nel quale scoprire indizi e responsabilità.

Definizioni di Massimo Certini

  • La criminologia è la scienza che ha per oggetto lo studio del delitto nella sua realtà oggettiva e nelle sue cause, con il ruolo di indicare i mezzi necessari più idonei a prevenire i reati;
  • La criminalistica (ossia l’insieme delle tecniche di investigazione) è la disciplina che opera al fine di giungere all’accertamento del reato e all’identificazione del suo autore, con l’ausilio di un apparato tecnico-scientifico multidisciplinare;
  • L’investigazione è l’attività che raccoglie tutti i dati provenienti da criminologia e criminalistica per analizzarli e far emergere la verità e può essere suddivisa in tre tipologie:
    • Quella criminale, che viene effettuata dai professionisti delle Forze dell’Ordine e che può essere a sua volta suddivisa in preventiva e di polizia giudiziaria (a seconda che operi prima o dopo il compimento di un crimine);
    • Quella giornalistica, che procede in parallelo a quella criminale;
    • Quella storica, che analizza crimini e morti misteriose del passato.

Lo stretto legame tra le tre discipline è evidente soprattutto nella criminologia investigativa o criminal profiling, che si occupa dello studio dei delitti e ferati basandosi sull’apporto che può offrire la psicologia.

Criminologia e sociologia della devianza

Alla fine dell’Ottocento si affermano due tipi di determinismo: quello biologico ambrosiano e quello sociologico, che ritengono che la criminalità sia causata rispettivamente da fattori biologici e sociali. Ma cosa significa, per la criminologia, ricercare la causa di un comportamento o di un fenomeno?

Sostenere che la criminologia ricerchi le cause del crimine equivale a spiegare il crimine in maniera deterministica, prevedendo i comportamenti criminali mediante tecniche predittive, con il rischio però di eliminare la questione del libero arbitrio e della responsabilità e di dare vita a provvedimenti stigmatizzanti e basati su pregiudizi (esempio del delinquente nato).

Un’altra prospettiva che potrebbero utilizzare criminologia e criminalistica è quella che studia e analizza i fattori che influenzano i comportamenti in termini di correlazioni, i quali non determinano un comportamento, ma limitano il numero delle sue possibilità; in questo modo si passerebbe dal principio di causalità a quello delle probabilità, che però non permette comunque di superare la questione del determinismo scientifico.

Dal 1945 al 1973 nasce e si sviluppa la sociologia critica della devianza, la quale fa però il suo ingresso tra le discipline e le materie di insegnamento all’Università solo nel 1990, collocandosi a metà strada tra la sociologia e la criminologia. La differenza tra criminologia e sociologia della devianza sta nella maggiore ampiezza del concetto di devianza rispetto a quello di criminalità, in quanto riguarda tutti quei comportamenti non conformi alle norme sociali e culturali e non solo i reati.

Grazie alla ricerca di Bruno Bertelli sui contenuti dei corsi universitari di sociologia della devianza, si è potuto osservare come essi si concentrino maggiormente sulle teorie, tralasciando la metodologia e la ricerca sociale, nonché lo studio della vittimologia e delle attività di prevenzione della criminalità, lasciando così un vuoto conoscitivo, in quanto studiare una teoria senza comprendere la ricerca significa porre attenzione ai soli risultati.

Negli ultimi anni, il successo della criminologia nell’opinione pubblica è stato esclusivamente mediatico, mentre la sociologia della devianza non ha mai avuto nessuno spazio riconosciuto nell’opinione pubblica.

Teorie criminologiche

Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 le due principali scuole di indirizzo nello studio della delinquenza sono la scuola classica di orientamento filosofico-giuridico (Beccaria e Bentham) e la scuola positiva di orientamento medico-giuridico (Lombroso). Sul piano epistemologico, la prima studia il crimine, ossia cos’è e come si può punire, mentre la seconda si concentra sul criminale; per quanto riguarda invece il metodo, la scuola classica non ha un vero e proprio metodo scientifico e si configura come riflessione filosofico-giuridica, mentre quella positiva utilizza il metodo dell’osservazione empirica.

Enrico Ferri, esponente della scuola positiva, mette in evidenza la prospettiva di fondo che separa le due scuole, ossia il fatto che mentre la prima ha posto le basi filosofiche del diritto penale italiano ed europeo, la seconda ha applicato il metodo sperimentale allo studio del delitto, sancendo così la nascita della criminologia come scienza. Un’altra differenza sostanziale tra le due scuole è quella che riguarda il concetto di sistema penale e dello scopo della condanna; infatti, se per la scuola classica la pena consiste nella punizione del reato e deve essere retributiva e deterrente, per quella positiva si configura come punizione del delinquente, dal quale la società deve difendersi.

Infine, per quanto concerne il tema del libero arbitrio, secondo la scuola classica il soggetto sa che cos’è il male ed è quindi responsabile delle sue scelte, mentre secondo la scuola positiva egli non può mai essere responsabile, perché le sue tendenze criminali sono legate a predisposizioni genetiche.

Nella seconda metà dell’800, al determinismo biologico si affianca quello statistico-sociologico, prima con gli statici morali e in seguito con i sociologici francesi (Durkheim e Tarde), che individuano le cause del crimine in fattori o aspetti sociali. Secondo questa teoria sociale del crimine il delinquente non è più un selvaggio primitivo, ma un attore sociale membro della collettività, che è portato alla delinquenza dalla struttura socioculturale e dalla vita urbana.

Secondo Durkheim, infatti, una crisi della struttura sociale provoca anomia, la quale conduce a sua volta alla devianza; a partire da qui, Merton afferma che l’anomia è data da una tensione dovuta a una mancanza di integrazione tra la struttura culturale e la struttura sociale, in quanto la prima richiede dei comportamenti che la seconda impedisce, ossia propone delle mete (come ad esempio la ricchezza) senza però offrire a tutti gli stessi mezzi per poterle raggiungere (ad esempio lo studio o il lavoro), dando così luogo a un conflitto tra mete e mezzi, che “costringe” alcuni a raggiungere le stesse mete modificando o sostituendo i mezzi.

Con la ricerca sulle bande giovanili di Cloward e Ohlin viene poi introdotta la teoria delle opportunità differenziali, secondo la quale le opportunità sono distribuite diversamente a seconda della classe di appartenenza, diventando vere e proprie limitazioni per le classi più povere, i cui appartenenti decidono così di aggregarsi in bande per potersi affermare. Tarde introduce invece un altro tema fondamentale, che sarà poi al centro della ricerca della Scuola di Chicago e soprattutto del sociologo Matza, ossia quello del “come si diventa criminali”.

Dagli anni ’30 agli anni ’50, con la scuola di Chicago e partendo dalle riflessioni di Tarde e Durkheim, l’attenzione sociologica si sposta dal crimine e dal criminale alla criminalità (che cos’è la criminalità? Come si diventa criminali?), con l’utilizzo di metodi quantitativi (ossia i dati ufficiali per cogliere i cambiamenti sociali) e qualitativi (ossia le storie di vita e i case study per studiare il processo con cui si diventa criminali).

Negli anni ’30, Sutherland rifiuta la prospettiva multifattoriale ed elabora una teoria unitaria e generale della criminalità, ossia la teoria dell’associazione differenziale secondo cui il comportamento criminale (insieme alle tecniche per compiere il reato) si apprende per “associazione” interpersonale con soggetti che già trasgrediscono le leggi; dunque per il sociologo non esiste la criminalità innata, ma, a parità di condizioni economiche, si diventa criminali apprendendo i modelli delinquenziali presenti in un certo gruppo sociale.

Nelle teorie dell’etichettamento e della reazione sociale di Becker e Lemert, la domanda di ricerca si sposta poi dal “come si diventa criminale” al “chi e come definisce deviante e criminale” e si ritiene che il comportamento venga definito deviante solo in relazione al modo in cui la società reagisce allo stesso.

Alla domanda “chi decide cosa è normale e cosa non lo è”, Becker risponde individuando dei responsabili di tali definizioni nella maggioranza delle persone e in coloro che impongono le norme; dunque, secondo questa prospettiva non è la trasgressione della norma a determinare il deviante, ma il giudizio sulla persona che ha trasgredito le norme imposte da un gruppo sociale.

Le cosiddette “tecniche di neutralizzazione” di Matza e Sykes, ossia giustificazioni accettate come valide dal criminale ma non dal sistema penale (come ad esempio la negazione di responsabilità, delle lesioni o della vittima) e la “sociologia del diniego” di Cohen sono contraddistinte dalla loro impostazione antipositivista e dall’aver svincolato la giustificazione o del comportamento criminale dalla struttura valoriale e normativa, ritenendo che i criminali non commettono reati per opporre altri valori o un’altra cultura, ma semplicemente per neutralizzarli; si tratta dunque di un determinismo morbido, che ha scaturire il comportamento criminale non da cause individuali o sociali, ma da processi di giustificazione, detti anche “deriva”.

Negli anni ’70 nasce la criminologia marxista, detta anche “radicale” o “critica”, la quale tenta di compiere il superamento del paradigma positivissimo e individualistico, ponendo maggiore attenzione al ruolo che le dinamiche sociali ed economiche della società capitalistica svolgono sui delinquenti; questa nuova criminologia colloca dunque la criminalità come fenomeno sociale di tipo strutturale all’interno dei cambiamenti della politica e dell’economia e ritiene che sia necessario accettarne l’esistenza, evitando una criminalizzazione dello stereotipo e della diversità.

All’interno della sociologia critica si affermano poi negli anni ’90 altri due indirizzi principali, ossia quello realista di sinistra e quello ostruzionista e abolizionista.

Dalla metà degli anni ’90, soprattutto in Italia, inizia ad essere posta al centro delle ricerche, in quanto fenomeno sociale imponente, la questione della paura della criminalità e dell’insicurezza, nonché del terrorismo, dei disastri ambientali e delle epidemie, studiata dalla cosiddetta “sociologia della sicurezza”.

Il discorso criminologico attuale è complesso e si regge su un equilibrio delicato in quanto si ritiene ormai, sul piano scientifico, che il criminale non sia un tipo né biologico né sociale, ma “l’altro” in quanto tale, ossia lo straniero e l’immigrato, in cui viene riconosciuto il volto della non-persona e dell’anormale, affermando così una sorta di mix tra determinismo biologico e sociologico, con il rischio della diffusione di pratiche giuridiche e sociale che, per eliminare il pericolo, diventano esse stesse pericolose (come nel caso di Guantanamo); le teorie soggetto-centriche lasciano dunque il posto alle teorie senza-soggetto della criminalità contemporanea, incentrate sulla sicurezza, sul rischio e sulla paura, strumenti di potere per il governo. In sintesi, viene meno la distinzione biologica tra normale e anormale, ma sussiste l’opposizione noi-loro, che dà luogo a dinamiche sociali solo apparentemente nuove.

Il crimine e la scuola classica

Cesare Beccaria. Dei delitti e delle pene (1764)

Con quest’opera, -molto criticata in Italia ma accolta con entusiasmo dagli enciclopedisti francesi- Beccaria segna il passaggio da un concetto di giustizia intesa come espiazione del peccato (giustizia divina e naturale) a quello di giustizia come prevenzione ed educazione morale (giustizia umana o politica) allo scopo di difendere il fine supremo della società illuminista, ossia “la massima felicità divisa nel maggior numero”.

Elementi giuridici e filosofici che ancora oggi si ritrovano nelle teorie criminologiche:

  • Certezza del diritto: distinzione tra prove perfette e imperfette, a seconda che escludano o meno la possibilità che un soggetto non sia reo; leggi chiare e precise; necessità che a giudicare il reo siano sui pari (o, se il reato è commesso contro un terzo, metà pari del reo e metà pari della vittima);
  • Delitto come distruzione della società e distinzione di tre tipologie di delitti: quelli che distruggono immediatamente la società, quelli che offendono la privata sicurezza di un cittadino.
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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AlicePlebani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Merzagora Isabella.
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