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Correnti del pensiero contemporaneo

Prof. Marco Damonte - Filosofia contemporanea

Borghero afferma: “Non si può né ammirare né temere il proprio tempo, lo si deve studiare”. Questo significa che, per il proprio tempo, c’è meno distacco emotivo e quindi il giudizio è più soggettivo. Si tende a esaltarlo o ad averne paura, ma bisogna analizzarlo in maniera critica. Per Guardini, la fisionomia di un’epoca diviene completamente visibile solo quando scompare. Si può trattare di quel periodo senza ammirarlo o temerlo quando è scomparsa quell’epoca e mi è sufficientemente estranea. L’immagine del mondo moderno è cogliibile perché i tempi moderni volgono alla fine. Noi stiamo nel mezzo del processo del postmoderno e l’essere contemporanei di qualcosa che diviene ne rende fluida l’immagine ed esige da colui che la studia un certo tipo di presa di posizione, responsabilità e oggettivazione. Non si può riconoscere ciò che sta divenendo se non accettandolo o rifiutandolo. Avere a che fare col contemporaneo implica una scissione tra conoscenza e presa di posizione. La conoscenza di ciò che sta avvenendo è insieme una decisione sul proprio essere e agire.

Il postmoderno e la filosofia contemporanea

Il postmoderno ha inizio dopo la morte di Hegel (1831), che è l’ultimo che tenta di spiegare tutto il reale tramite un unico modello sistematico. Dopo, gli assoluti di spazio e tempo vengono meno, si passa dalla fisica newtoniana alla fisica quantistica, la trasparenza dell’io penso crolla con l’arrivo dell’inconscio di Freud e si afferma la teoria evoluzionista per la quale le capacità umane sono l’esito di un processo naturale necessario e non di una specificità umana. In ambito letterario si passa dal trattato all’aforisma. Anche la morte di Nietzsche, nel 1900, segna uno spartiacque. Hegel è l’ultimo dei moderni, in quanto l’ultimo autore sistematico.

La filosofia contemporanea prende avvio dal crollo delle grandi ideologie e dei grandi sistemi, in particolare i totalitarismi e le ideologie economiche. Questo crollo altera il rapporto tra universale e particolare. Il moderno insiste sull’individuo preso nella sua universalità e non unicità, spersonalizzato. L’opera dell’individuo con le sue peculiarità è in secondo piano, è solo un ingranaggio di un meccanismo più ampio, asservito alla storia. Verso la metà dell’Ottocento, si passa dall’individuo spersonalizzato all’individuo come persona, di cui viene riabilitata la libertà e capacità di agire nella storia, in quanto non più soggetto di un destino ineluttabile. Si avverte l’esigenza di un “ritorno alle origini”, perché c’è bisogno di un fondamento da cui costruire. Vi è un ritorno a come l’esperienza si presenta nella sua complessità e impossibilità a essere ridotta. Si rinuncia a semplificare la realtà in nome della chiarezza e vengono superati i dualismi (es. anima/corpo, res cogitans/res extensa). Si preferisce pensare alla relazione, senza sostanzializzare due opposti e riflettendo sulla tensione e la polarità (metaxi platonica). Questa tensione rinvia a un’eccedenza ulteriore e rinuncia al fondamento per accompagnare la concretezza vissuta. La storia non è più fatta dalle masse, ma dal singolo, non è una storia cronologica, ma esistenziale. Si afferma il personalismo, il cui fondatore è Mounier.

“Coscienza”, “soggetto” e “io” sono concetti cari alla modernità, ma ora vengono sostituiti con “persona”, intesa come singolo che si mette in gioco nella comunità, implicando una relazione, che non è tra individui anonimi come in Rawls. Diventano fondamentali intersoggettività e riconoscimento, si riflette sull’esistenza concreta.

Filosofia della migrazione

Le questioni affrontate dalla filosofia della migrazione sono:

  • Definizione e stato morale del rifugiato
  • Uso e possibile uso del lavoro straniero
  • Eventuali obblighi dei paesi più ricchi nei confronti di quelli più poveri
  • Diritti dei migranti irregolari
  • Eventuale esistenza di criteri di selezione che un paese può porre per favorire, limitare o impedire l’immigrazione

Il dibattito si gioca sulla possibilità o meno di chiudere i confini ed è molto polarizzato. Ci sono 10 argomenti a favore dei confini chiusi e 4 a favore dei confini aperti. Kant è uno dei primi a occuparsi di migrazione e a parlare dei diritti dei migranti, anche se parla dei borghesi europei che vanno a visitare la Cina, quindi il contesto è diverso, anche perché non c’erano grandi flussi migratori in quel periodo. Hanna Arendt è un’ebrea tedesca e affronta il problema di una massa di persone che cerca di spostarsi ma non ci riesce. Oggi, le ragioni della migrazione non sono solo economiche, ma hanno a che fare anche col cambiamento climatico, che impedisce di continuare a vivere in un certo luogo, e con l’aumento del numero di conflitti.

Argomenti a favore dei confini chiusi

  1. Diritto di una nazione di preservare la propria cultura: secondo questa tesi, lo spostamento di grandi masse può portare all’estinzione di una certa cultura, ma un controesempio potrebbe essere quello dei messicani che cercano di entrare negli USA e che non sono un pericolo, quindi dipende dal contesto. Inoltre, bisogna stabilire cosa si intende per cultura: un’identità culturale come concetto immobile? Ciò che oggi consideriamo cultura è il portato di un meticciato e chiudersi non è detto che sia la soluzione per preservarla.
  2. La migrazione massiccia porta a un disastro economico nel luogo dove i migranti arrivano: provoca un aumento della spesa dello stato sociale e del debito pubblico e altera il mercato del lavoro, perché la richiesta di lavoro aumenta e i salari diminuiscono. In realtà, i migranti potrebbero avere bisogno delle risorse dello stato per un breve periodo e potrebbero portare un beneficio in termini di aumento di consumi e creazione di nuovi possibili scambi.
  3. Distribuzione dei benefit dello stato sociale: a un certo punto, se i migranti entrano a far parte del circolo produttivo, iniziano a pagare i contributi e le tasse allo stato; quindi, se poi venisse a mancare il loro lavoro mancherebbero i proventi allo stato per gli altri cittadini.
  4. Funzionamento degli stati democratici d’arrivo: l’aumento delle persone nello stato democratico può alterarne il funzionamento e spostare il bacino di voti. Nascendo esso da un contratto sociale, chi arriva dopo la sua stipulazione lo altera, perché non lo ha sottoscritto. Inoltre, i migranti possono non riconoscere i valori democratici.
  5. Sicurezza: questi argomenti sono nati dopo l’11 settembre 2001, ma il legame tra immigrazione e sicurezza interna del paese è in dubbio. L’argomento va ristretto a una certa categoria di persone e canali.
  6. Analogia tra libertà d’associazione e funzionamento dello stato: lo stato è come un’associazione tra cittadini, che può legittimare l’entrata o meno di altre persone. Però, spesso, l’immigrato non entra come paritario e c’è conflitto con i diritti umani. L’analogia non funziona in questo contesto, il problema sono i valori che stanno dietro.
  7. Voto: il funzionamento democratico viene messo in dubbio dal fatto che spesso i migranti non hanno diritto di voto, ma il problema sorge perché la questione dei migranti non viene gestita correttamente. Hanna Arendt definisce “apolide” il migrante senza diritto di voto.
  8. Giurisdizione: lo stato ha la possibilità di legiferare sui propri cittadini e non può prendere posizione nei confronti di altri, perché deve tutelare i propri, quindi c’è un conflitto di legislazione.
  9. Realismo: dall’idea del Leviatano di Hobbes. C’è la necessità di far corrispondere dei doveri ai diritti, ma ciò viene meno per gli stranieri. La legge deve sancire diritti e doveri per chi riconosce l’autorità ed è cittadino di un paese.
  10. Cosmopolitismo indiretto: se non esistessero confini ci sarebbe una mobilità impossibile da gestire e l’umanità tornerebbe a una condizione di perenne nomadismo, non permettendo certi benefici.

Argomenti a favore dei confini aperti

  1. Cosmopolitismo: possibilità di una maggiore uguaglianza. Aprendo i confini, le ingiustizie per le disparità vengono compensate. Quest’argomento viene difeso dal liberalismo.
  2. Libertà di movimento: riconosciuto come diritto umano.
  3. Democrazia: i principi e i valori democratici devono essere attuati e non difesi e questi portano ad aprire i confini.
  4. Utilitarismo: i confini aperti migliorano la situazione a livello globale facendo un calcolo costi-benefici in termini economici.

Per quanto riguarda lo statuto dei rifugiati, la Convenzione per lo stato dei rifugiati del 1951 sancisce il diritto ad andarsene da uno stato e la tutela del diritto di emigrare. A questo diritto deve però corrispondere il dovere di qualcuno di prendersene cura. Per questo nasce la categoria di rifugiato.

Riguardo all’uso dei lavoratori stranieri, si pensa sempre a una manovalanza bassa e a lavori non più svolti dagli abitanti del paese d’arrivo. Non si considera il lavoro come mezzo d’autorealizzazione.

Il dibattito sui doveri degli stati più ricchi verso quelli più poveri chiama in causa quello dell’”aiutateli a casa loro”. Il dovere non è nell’investire nell’accoglienza, ma nel permettere ai cittadini di quel paese di non avere la necessità di spostarsi, diminuendone il debito pubblico e investendo nelle infrastrutture là.

Il migrante irregolare è colui che ha perso il documento o a cui non è stato rilasciato. Questo termine viene caricato di responsabilità e colpa.

I criteri di selezione sono storicamente etnici, religiosi o razziali, ma sono criteri condivisi da più stati o stabiliti unilateralmente da uno stato?

Pragmatismo americano

Gli esponenti del pragmatismo sono: James, Dewey e Peirce. L’umanismo pone l’accento sull’umanità concreta, sia individuale che a livello di pluralità che convive. Esso nasce in America a metà dell’Ottocento, in un periodo in cui gli USA si stanno imponendo come democrazia e sta avvenendo la ricostruzione dopo la guerra civile. Occorreva amalgamarsi a livello d’istituzioni culturali e doveva nascere un modello laico per l’università. Alcuni intellettuali formano il “Circolo metafisico” a Cambridge, dove si propone di ricostruire un nuovo tessuto universitario. Tra questi ci sono Peirce, James e Holmes, oltre al contributo del modello di Darwin da parte delle scienze biologiche.

Il pragmatismo è frutto di una discussione tra intellettuali, che ha impatto sulle scienze cognitive, le neuroscienze e le scienze sociali. Secondo la formulazione di Peirce, il significato di un’idea coincide con i suoi concepibili effetti pratici. Viene usato il termine “idea” al posto di “concetto”. Il significato di un’idea è il suo uso, che non è nella testa, non è apriori, ma nelle sue conseguenze concrete. Esistono due linee interpretative del pragmatismo:

  1. Continuista: c’è una linea che unisce gli autori e ciò che avviene dopo è sviluppo di questa stessa linea.
  2. Logica (Peirce) e Psicologica (James, Dewey): due settori disciplinari diversi, ci sono differenze.

Gli esponenti del neo-pragmatismo sono Rorty e Putnam. L’umanismo di James propone la psicologia come scienza naturale e si occupa dello studio della mente tramite due lenti: evoluzionismo darwiniano e fisiologia. Viene messo in connessione il cervello come organo alla mente, in quanto l’evento mentale dipende dal funzionamento dell’organo cervello. Le esperienze, anche spirituali, vengono ricondotte a questo modello in Varietà delle esperienze religiose. Si apre la possibilità di descrivere il pensiero come connessione tra idee, in particolare come:

  • Flusso di coscienza (come Joyce)
  • Nessi che legano il pensiero e certi comportamenti (no causalità come in Freud).

Viene valorizzata la dimensione emotiva, trascurata dal razionalismo, vengono recuperate le passioni. Nel 1897, James pubblica La volontà di credere, riguardo al quale si è parlato di volontarismo, anche se l’autore non aveva quest’intenzione, ma piuttosto quella di combattere la rigidità delle scienze dure. È impossibile una teoria pura senza pratica, viene enfatizzato un antidogmatismo e un rifiuto del determinismo tipico del meccanicismo. Spiegando la mente come funzione di un organo, si affronta lo studio biologico della mente, ma non più in modo meccanicistico come la res extensa di Cartesio. James è il primo a usare il termine “pragmatismo” come criterio significativo. Alla dimensione pratica non si lega la verità dell’espressione, ma il suo significato. Si insiste sulla dimensione concreta dell’esperienza, per questo si parla di umanismo.

Peirce parla di “pragmaticismo” ed è il fondatore della semiotica, ovvero lo studio dei segni. Per lui, la conoscenza non è astratta e concettuale, da costruire, ma inizia in medias res. Non c’è uno statuto ontologico a prescindere dall’esperienza, l’io si coglie all’interno di essa. La conoscenza si vive nella sua concretezza, non si costruisce a tavolino ed è condizione del conoscere, si raffina man mano che si fa esperienza. La conoscenza è sempre rivedibile, non si arriva alla verità ultima perché non si possono fare tutte le esperienze. Secondo la prospettiva evoluzionista e realista, la verità non è solo convenzionale, c’è un’ideale di verità a cui le esperienze tendono (idealismo). Le conoscenze, invece, sono sempre fallibili e ci si arriva attraverso l’abduzione, che Peirce prova a formalizzare. Essa è il tramite tra razionalismo ed empirismo. La verità è sempre legata all’esperienza pratica. Peirce identifica la nostra concezione degli oggetti con gli effetti pratici concepibili delle nostre concezioni e dà importanza alla possibilità. Opera una classificazione dei segni:

  1. Icone: immagini, che hanno elementi di analogia in comune con la realtà, cioè delle somiglianze con ciò che rappresentano.
  2. Indici: nesso naturale di causa-effetto (es. fumo che indica il fuoco). Possono essere anche costruiti (es. gallo segnavento).
  3. Simboli: convenzionali (es. linguaggio).

La semiotica si basa su di un dinamismo triadico, per cui la realtà è rappresentata da un rappresentante e interpretata da un interpretante.

Dewey inaugura la psicologia funzionalista, che considera l’esperienza umana come risposta complessa, sistemica e non predeterminata dalla percezione dell’ambiente nel quale avviene. La psiche trova un equilibrio interagendo con l’ambiente culturale. Oggetto di riflessione sono gli istinti naturali, l’ambiente culturale e la libidine, in particolare l’interazione tra istinti e ambiente culturale, che sono interdipendenti. L’ambiente ha un’influenza imprescindibile. La ragione è metodo, applicazione che permette di restare in costante dialogo e mettere in dubbio senza principi veritativi. Serve un pensiero critico per diventare consapevoli di ciò che ci circonda. La democrazia si associa al pensiero critico. La filosofia deve essere insegnata a tutti, si apre la prospettiva della philosophy for children.

Rorty critica la distinzione tra analitico e sintetico. In La filosofia e lo specchio della natura, critica Cartesio, il fondazionalismo e il rappresentazionalismo. Secondo il fondazionalismo, arriviamo a delle certezze di base, che vengono intuite dalla ragione, sulle quali possiamo costruire delle altre conoscenze (es. dati sensibili per gli empiristi). Secondo il rappresentazionalismo, la conoscenza è rappresentazione della realtà, ovvero immagine della realtà nella mente (es. Locke). Rorty sostiene una forma di relativismo, affermando che non ci sono certezze incontrovertibili da cui partire. Non c’è un soggetto opposto a un oggetto che si conosce, ma la conoscenza è sempre da un punto di vista.

Putnam si occupa di teoria della conoscenza e presenta gli esperimenti mentali di terra gemella e dei cervelli nella vasca. Egli recupera la dimensione fallibilista di Peirce, sostenendo che l’impresa scientifica è senza fine e che l’avvicinamento alla verità non è possibile, neanche asintoticamente, perché non c’è un avvicinamento progressivo, ma diversi paradigmi possibili per descrivere il fenomeno. Questa concezione viene presa dal mondo della meccanica quantistica. Putnam sostiene il realismo e il pluralismo, perché c’è un’unica realtà, conoscibile solo da certi punti di vista, ovvero diverse descrizioni che non la esauriscono, in quanto ne descrivono solo una prospettiva. Viene sottolineato il valore della coesistenza degli esseri umani, perché ognuno rappresenta un punto di vista sulla realtà senza poterla esaurire, per questo bisogna promuovere democrazia e tolleranza. I punti di vista non sono assoluti, ma legittimi e il confronto è una necessità etica.

Frege

La teoria del significato riguarda la parola, mentre la teoria della verità riguarda la proposizione. Frege si propone di costruire una lingua universale e razionale, che possa valere per tutti gli umani in ogni epoca, come un calcolo. Questo è il progetto della sua Ideografia, che si basa su tre elementi:

  1. Vocabolario: singole parole, specie nomi propri
  2. Sintassi: insieme delle regole di formazione delle fra
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Camilla.S. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Correnti del pensiero contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Damonte Marco.
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