“PASSIONE CIVILE” - TULLIO DE MAURO
Capitolo 1 Un cotilo con Epicuro
Il libro si apre con una delle interviste immaginarie tra tullio De Mauro e il filosofo greco Epicuro. Epicuro è un maestro, come suo padre di Neocles, nato a Samo il
25 dicembre del 341.
Il signor Epicuro, maestro di scuola, accoglie l’ospite, racconta di esser stato un maestro sull’isola di Samo, di fronte a Efeso. Fin da piccolo si interessa del caos
primigenio ma nessun filosofo riusciva a spiegarglielo fino a che conosce Nausifane con gli scritti di Democrito. Lui rispettava molto i maestri di scuola in quanto
sono coloro che insegnano a scrivere e a leggere. Tullio riporta citazioni di autori come Galilei ma Epicuro gli ricorda come le citazioni non contino, siccome molte
persone lo disprezzavano e andavano contro le sue idee.
L’autore parla di “letterizzazione elementare” intende un modo di spiegare in cui ogni affermazione sia chiara, precisa e legata a un fatto reale, come una lettera
corrisponde a un suono preciso. L’insegnamento mira a farsi capire. Il riferimento a Vygotskij e alla sua zona di sviluppo prossimale, chiamata qui “zona di libero
scatto” indica che i bambini imparano con salti improvvisi, non in modo lento e lineare, hanno una naturale capacità di superare il livello attuale se nelle
condizioni giuste, l’educazione deve accompagnare questi salti, non bloccarle.
Insiste sul fatto che se una cosa l’abbia detta un grande autore non significa che sia vera. Una frase è vera solo se può essere dimostrata o smentita da fatti,
non dal prestigio di chi la pronuncia. Questo è anche un attacco al modo accademico di ragionare, ovvero di accumulare nomi e citazioni per dare autorità a
un’idea, invece di dimostrarla.
Cita Crisippo, filosofo stoico, usato come esempio simbolico:
- Scriveva tantissimo per contraddire gli altri, spesso non con prove, ma con citazioni, che non dimostravano nulla o che non dicevano
ciò che lui sosteneva.
Ritorna a parlare dei bambini, che dimostrano che l’essere umano può andare oltre a ciò che già sà, la mente umana è naturalmente creativa ed espansiva,
l’insegnamento deve valorizzare questa spinta, non soffocarla.
Mostra la visione del mondo secondo Epicuro:
- L’universo non ha confini né un centro
- è formato solo da atomi e vuoto
- Gli atomi si muovono, si incontrano, si aggregano e formano corpi, mondi ed esseri viventi
- Tutto nasce dall'aggregazione temporanea di atomi e tutto è destinato a dissolversi
- Niente nasce dal nulla e niente scompare nel nulla. Il mondo è infinitamente mutevole, materiale, senza scopo divino,
senza disegno esterno
- La vita nasce dalla materia non vivente, le specie si formano adattandosi ai bisogni della sopravvivenza. L’uomo non era
razionale, ma era un essere selvatico che emetteva suoni per esprimere bisogni, piacere e dolore, non aveva un linguaggio
strutturato. L’essere umano non ha un’origine superiore, è parte della natura come gli altri animali.
Le parole nascono da un accordo o da un convenzione perché per fare un accordo servirebbero già le parole, quindi non può essere stato un
patto. Invece nascono da:
● Bisogni
● Di suoni legati alle esperienze (dolore, piacere, oggetti, azioni)
● Cambiano da popolo a popolo in base a luoghi, bisogni, abitudini
Si redifiniscono con il tempo, si stabiliscono leggi, patti, si cerca di renderle non ambigue, chiare e dirette. Il linguaggio è naturale, pratico,
funzionale, non artificiale né stabilito a tavolino.
Secondo Epicuro le parole servono per capire e comunicare, devono essere: chiare, comprensibili, precise, non ambigue, brevi se possibili. Non devono essere:
complicate, ricercate per estetica, costruite per sembrare colte. Chiarezza non è sciatteria ma verità.
Solo le persone istruite possono davvero godere dell’arte, musica e poesia. Ma l’arte non significa dover scrivere in modo poetico quando si parla di fatto e
realtà. Quando si descrive il mondo servono affermazioni verificabili, non abbellimenti stilistici.
Per quanto riguarda il significato delle parole, non ne hanno uno fisso, ma sono l’intreccio di esperienze, sensazioni, usi e contesti. Le parole cambiano a
seconda dei popoli e del tempo, non esiste un nome giusto in assoluto, conta l’uso condiviso, non l’autorità linguistica.
Discutendo sull’etica del piacere, Epicuro, dice che tutto, anche gli amplessi, va cercato solo se produce piacere e non dolore. Non esiste un giudizio morale
assoluto: il criterio è l’assenza di sofferenza. Il piacere non è eccesso, ma equilibrio e assenza di pena. Il valore più importante è l’autocontrollo + ricerca del piacere
che non fa male.
Le lingue e le leggi non sono universali ma nascono dai bisogni dei popoli, cambiano da luogo a luogo, mutano nel tempo. Anche il sapere non è immobile, si
trasforma con nuove esperienze. Le parole non rivelano essenze fisse, ma esperienze condivise che cambiano.
Epicuro ribadisce i suoi pilastri ovvero che non esistono solo atomi + vuoto, tutto nasce dalla loro aggregazione e disgregazione senza intervento divino, tutti
mondi infiniti e mortali. Uomo e animali hanno la stessa natura materiale.
Tutte le cosmologie sono possibili, ma non tutte sono fondate: Fuoco primordiale degli stoici, dei e miti, la terra al centro, sole al centro, iperuranio, caos
originario. Un’immagine del mondo vale l’altra se non ha prove. La sua non vuole essere affascinante, ma fondata su un metodo.
Epicuro dice che la verità nasce da due mosse fondamentali:
1) Partire dalle parole comuni = Contengono il nocciolo dell’esperienza reale, perchè sono nate dal rapporto umano col mondo, ciò che
indicano può essere verificato
2) Partire dalle sensazioni e dai pathé (piacere/dolore) = la conoscenza deriva da ciò che i sensi percepiscono, i sensi non mentono
l’errore nasce dalle interpretazioni, non dalla percezione, da sensazioni + memoria possiamo costruire congetture anche su ciò che non
vediamo.
La conoscenza procede per: sensazione, memoria delle sensazioni, confronto, congetture razionali, conferma o smentita. Permette di capire ciò che
non è direttamente visibile.
Non sono i sensi ad ingannarci, ma il giudizio che noi aggiungiamo. L’errore nasce dalle opinioni non verificate, non dalla percezione in sé. “L’inganno e l’errore
stanno in ciò che noi aggiungiamo”. Le ipotesi sono accettabili solo se:
- Partono dai sensi (esperienze certe)
- Sono verificabili (confermate o smentite dai fatti)
- Non vengono trattate come dogmi
- Possono coesistere più ipotesi finchè non si dimostrano false
Questo metodo da validità a ciò che non è direttamente visibile.
Epicuro non vuole imporre una verità, ma metodo. Procedendo per asserti chiari e controllabili, accertare la smentita, rifiutare speculazioni non fondate sui sensi. Lo
scopo della filosofia non è cosmologico ma etico, conoscere il mondo serve a vivere meglio, non a fare metafisica: Siamo esseri fragili e mortali; il mondo stesso è
provvisorio. L'obiettivo non è dominare o accumulare, ma:
- Evitare dolore, paure, angosce
- Coltivare amicizia, misura, serenità
- Godere dei piaceri semplici
- Rifiutare guerre, avidità, potere
Filosofare non per descrivere il mondo, ma per migliorare la vita. Alla proposta di cambiare il mondo (riferimento ironico a Marx), Epicuro dice che per cambiare il
mondo servirebbe potere, ma esso implica violenza e sopraffazione, ciò contraddice l’obiettivo di eliminare la sofferenza. Lui propone di migliorare il proprio kepos,
ovvero di migliorare sè stessi e la comunità di amici basata su fiducia, non proprietà comune forzata. Fa una critica al comunismo pitagorico: non serve abolire la
proprietà, serve condividerla per scelta, non per obbligo, la vera ricchezza comune è la fiducia reciproca.
Per quanto concerne la sua concezione degli dei e della morte, essi esistono ma non si occupano di noi. L’anima è materiale, fatta di atomi, con la morte tutto si
dissolve: la morte non va temuta, quando c’è lei non ci siamo noi, quando ci siamo noi non c’è lei.
Capitolo 2 La classicità: radice e metro di moderna identità
De Mauro analizza il rapporto tra classicità e modernità partendo dal rapporto dialetti e italiano in Italia, usando all’immagine raffigurata e descritta da Giacomo
Devoto: non bisogna solo partire dal dialetto e andare verso l’italiano. Quello di cui abbiamo bisogno è un bilinguismo funzionale non la sostituzione, cosa che in
Italia si è in parte realizzata. Il 95% della popolazione parla italiano, ma conserva per il 60% l’uso di uno dei dialetti nativi. L’immagine di Devoto la ritroviamo anche
al rapporto con il latino. Rapporto oggi oscurato in nome della modernità, in alcuni paesi, ma secondo l’autore andrebbe riproposto riconoscendo il ruolo della latinità
nella sua oggettività storico linguistica e riproporlo come elemento fondante della formazione linguistico-culturale medio superiore.
Fin dai primi anni 80 diversi studiosi, in diverse parti del mondo (John Naisbitt e Aldo Visalberghi), riprendendo una linea di analisi che era stata dagli anni 60 e 50 di
Alvin Toffler, dove riflettono sul radicale distacco tra la società e culture, si possono fissare tre grandi fasi nella storia antropologico-culturale delle società umane
successiva all’ultima glaciazione e al passaggio, intorno a dodicimila anni fa, del nomadismo all’agricoltura:
1) Società contadine e agropastorali: gli uomini erano a contatto con gli elementi della natura, traevano da essa sostentamento e ricchezza secondo tecniche
acquisite dall’esperienza. Fase che dura ancora in alcune parti del mondo. Un training educativo affidato, per la generalità degli esseri umani, all’ambito familiare, e
solo per pochi un training affidato all’assimilazione della cultura animi, tecniche di lettura e scrittura, è compito di pochi di studiare l’esperienze passate
documentate. Il ceto intellettuale avvertiva l’importanza.
2) Società in via di industrializzazione e/o industrializzate: si è teso a ridurre sempre di più a ridurre la natura come fonte di materie prime da estrarre ed
elaborare con l’ausilio di macchine di complessità altresì crescente, che si sono interposte tra natura e umani creando intorno a loro una natura artificiale in via di
permanente, rapido rinnovamento, la “terza realtà” di cui alcuni hanno parlato. In queste società le esperienze del passato sono diventate sempre più oggetto di
meno interesse specialistico, nell’insieme paiono aver perduto il ruolo determinante che avevano nelle società a base agricola, l’attenzione al presente innovativo
diventa sempre più importante. La singola bottega familiare è in difficoltà a garantire un training adeguato alle esigenze della società e di conseguenza hanno
dovuto svilupparsi istituzioni scolastiche collettive capaci di fornire a tutti livelli adeguati a controllare e rinnovare tali processi.
3) Società postindustriale/ dell'informazione / della comunicazione / della conoscenza / dell’interdipendenza / della compresenza /della molteplicità /
della complessità / dell’intrico / età postmoderna: Lo sviluppo delle società industriali negli ultimi decenni del 900 ha creato basi produttive e sociali di tipo
nuovo. Gli stati, istruzioni scolastiche, gruppi intellettuali sono consapevoli della radicalità del nuovo. L’espressione post moderna nasce in inghilterra nel 1960,
in Italia arriva negli anni 70, resa nota da Jean-Francois Lyotard. Nella cultura del postmoderno si pensa che la conoscenza delle esperienze de passato e la
conoscenza e il controllo delle tecniche produttive in atto non bastino più da sole a garantire la sopravvivenza di una certà società se non si accompagnano alla
capacità di conoscere, capire, prevedere quali innovazioni potrebbero prodursi o stanno per prodursi sia all’interno sia in luoghi geopoliticamente lontani da
quello della società, del popolo in questione.
Se le società agricole potevano e dovevano guardare al loro passato, se le società industriali hanno potuto e dovuto guardare al presente loro e delle
società contermini, le nuove società postmoderne, devono lasciar perdere il passato e l’esistente e imparare a guardare dentro e oltre la complessità
presente, per estrarre dalle tendenze in atto una adeguata previsione di scenari del futuro in ogni parte del globo e fare di tale previsione il metro del
loro essere.
Ma è possibile orientarsi al futuro senza conoscere se stessi, dal punto di vista storico, biologico e culturale?
La società postmoderna, ha innumerevoli contraddizioni, ha caratteri di molte delle società contemporanee:
1) Grazie alle scienze biomediche, alle tecnologie dell’organizzazione e assistenza sociale, compresenza di più
generazioni umane, portatrici di strati culturali diacronicamente differenziati. Ovvero nelle società moderne vivono insieme
molte più generazioni rispetto al passato grazie a progressi della medicina e migliora organizzazione sociale e
assistenziale, si formano quindi strati culturali che coesistono nello stesso momento storico, che nascono in epoche diverse
ma vivono allo stesso momento.
2) Coesistenza diatopica di lingue e culture diverse, non disposte a scomparire e unitesi a livello conoscitivo, intellettuale,
effettivo e di massa.
3) Interdipendenza produttiva, economico, socio culturale delle società umane, loro globalizzazione
4) Dilatazione senza precedenti storici della cultura alfabetica e dell’istruzione di base
5) Compresenza, concentrazione e mescolanza di stili di vita eterogenei in uno stesso luogo e perfino in uno stesso
prodotto
6) Dilatazione dei saperi in tutte le loro varietà e loro continua ricaduta nell’alveo della quotidianità
Chi capisce e matura questa mole di contraddizioni rischia di maturare un senso di impotenza, la tentazione di un ripiegamento individualistico
sull’esistere proprio, favorito da potenti spinte allo sfruttamento dei viventi in paesi più deboli e poveri e alla epimerizzazione consumistica e televisiva
nei paesi più ricchi. Ma chi poi approfondisce tale analisi capisce che queste società hanno bisogno di una amministrazione o stretto coordinamento.
Questo stretto coordinamento può sfociare in:
- Un coordinamento fondato sull’affidamento delle capacità di piena conoscenza e pieno controllo delle risorse, quindi di
pieno dominio solo a un gruppo ristretto, consapevole di sé e dell’intera vicenda umana, rischiando di ricadere in uno
scenario tipo “1984” di Orwell.
- Coordinamento che porta alla realizzazione di un governo espressione di persone che siano tutti cittadini sovrani, con
pari capacità di acquisizione, controllo ed elaborazione delle conoscenze e delle scelte possibili e dei mezzi per attuarle,
con solidarietà verso gli altri.
Linguistica
La parola modernità non nasce nelle lingue moderne, ma deriva dal latino medievale “modernitas” che significa tempi nuovi, opposti all’antichità.
Spesso si dimentica l’eredità immensa che hanno lasciato il latino e il greco nella cultura occidentale.
Il lessico di ogni lingua si distingue in tre componenti:
1) Lessico patrimoniale = una lingua lo eredita dalle sue origini, filtrato attraverso le modifiche fono morfologiche, sintattiche
e semantiche che scandiscono i successivi stadi diacronici della lingua stessa.
2) Lessico con apporti esogeni = ovvero i prestiti sia adattati alla fonomorfologia della lingua sia non o poco adattati e più
facilmente riconoscibili come esotismi.
3) Lessico con neoformazioni endogene = costruito secondo la Wortbildung (processo linguistico che crea nuove parole)
della lingua a partire da basi lessicali e formanti sia patrimoniali sia esogeni
Calchi linguistici = termini o espressioni di una lingua che vengono creati traducendo letteralmente le parole o le strutture di una lingua
straniera.
L’autore si sofferma sul fatto che il latino e quello medievale sono immensamente presenti nelle lingue moderne, e l’importanza dello studio di
esse. Le parole portano una grammatica non eludibile e diversa da una ad altra lingua, Lev Vygotskij diceva che sono gocce d’acqua entro le
quali ciascuna riflette l’intero universo storico-culturale. Alcuni linguisti parlano di uno “Standard average european”, dovuto a un fenomeno reale,
imponente, millenario, sul quale a più riprese ha richiamato l’attenzione Antoine Meillet. In età remote la più elevata civilizzazione mediterranea
portò diverse lingue indoeuropee a convergere verso un patrimonio più antico e ad assumere in forma diverse parole del sostrato mediterraneo.
Nel corso della storia europea avviene un processo di unificazione linguistica profonda dovuta a:
- Primato iniziale del greco
- Espansione del latino con l’impero romano
- Diritto romano come modello giuridico comune
- Cristianesimo
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