CAPITOLO 1 - CHE COS'È IL DOCUMENTARIO
Termine documentario comparso per la prima volta nel 1926 in una recensione di John
Grierson a proposito del film Moana di Robert Flaherty. Definizione di Michel Colin:”Può
essere considerato un documentario ogni film di cui la gente dice che si tratta di un
documentario”.
DEFINIZIONE IN NEGATIVO > Il documentario non è un film di finzione.
DEFINIZIONE IN POSITIVO > Sono prodotti filmati che sembrano mostrare atti reali e
frammenti di vita vissuta “colti in flagrante" ovvero all'insaputa. (Ragionamento sulla
selezione di immagini e sul fatto che la macchina da presa ha un obiettivo rettangolare e la
realtà non è un rettangolo)
Il documentario equivale in tutto e per tutto al racconto del nostro immaginario “portiere”,
esso si basa su un atto di fiducia dello spettatore nell’enunciatore-autore.
John Grierson padre del documentarismo sociale inglese, definiva documentario ”un modo
creativo di raccontare l'attualità”.
Ricostruire e ricomporre la realtà si può fare a diversi livelli:
1° livello, parziale manipolazione dell'evento scelto, con il consenso dei protagonisti,
inquadrature e sequenze più efficaci, più coinvolgenti, più funzionali alla comprensione
dell'evento.
2° livello, ripetere l'evento in un altro luogo e in un altro momento, i personaggi dunque
sono chiamati a recitare se stessi perdendo di spontaneità.
3° livello, indurre persone prese dalla strada a recitare situazioni e vicende realmente
accadute in passato, ma che non hanno a che fare con la loro esperienza ma con
l'esperienza del gruppo sociale o etnico di cui fanno parte.
4° livello, a certe condizioni non è illecito inserire una o più sequenze di vera e propria
finzione, funzionali al disegno generale e appositamente realizzate a tale scopo. Questo stile
ibrido è chiamato docu-fiction o docu-dramma.
Qualora si decida di mandare la troupe nel passato è più corretto sia stilisticamente sia
eticamente denunciare con chiarezza il ricorso alla ricostruzione.
Il documentarista parte svantaggiato rispetto ad un regista di finzione perché non c'è nulla
che attiri di più il pubblico di una storia inventata. L'unica strada che ha davanti il
documentarista è mostrare al pubblico un soggetto che appare insolito e stimolante ma allo
stesso tempo permette un certo grado di identificazione. L'altra strada è scegliere in modo
attento le inquadrature, le ottiche, la sequenza delle immagini e il montaggio, deve riuscire a
mostrare al pubblico cose che non riuscirebbe a vedere se si trovasse in quel luogo.
Robert Flaherty ha scritto:”Qualche volta è necessario essere bugiardi. Più spesso di quanto
si creda bisogna avere il coraggio di manipolare un evento per coglierne il vero spirito”.
CAPITOLO 2 - GLI ALBORI DEL DOCUMENTARIO
Promio fu l'inventore della carrellata su un mezzo di trasporto in movimento che, durante le
riprese di una “veduta” di Venezia, utilizzò a tale scopo una gondola lungo il Canal Grande.
CAPITOLO 3 - LE SINFONIE METROPOLITANE
Documentario di Alberto Cavalcanti su una giornata tipo di Parigi, Nient'altro che le ore del
1926. Dall'alba di un giorno a quello successivo, assistiamo a tanti episodi che in una Parigi
meno scintillante e conosciuta ci può mostrare a quei tempi. Episodio del piatto di carne che
ci mostra cosa c'è dietro quella carne, ovvero lo sfruttamento del bestiame e gli allevamenti
intensivi (non era una novità, era già stato fatto prima).
Simile esperimento tenta anche Walter Ruttmann un anno dopo con Berlino - Sinfonia di una
metropoli. Allo stesso modo viene raccontata una giornata tipo di una metropoli, la differenza
con quello di Cavalcanti sta nel fatto che Ruttmann usa bene il montaggio a suo favore e
questo fa sentire meno la mancanza di una colonna sonora, perché riesce a creare
attraverso la selezione, il taglio e la messa in sequenza delle immagini, l'illusione di
un’autentica composizione musicale. Dietro (nemmeno troppo) questo racconto vi è una
critica al disumanizzante sistema di vita che la città moderna impone ai suoi abitanti.
Episodio del suicidio sul fiume della donna a cui nessuno fa attenzione, dunque questa
sinfonia metropolitana denuncia la “follia della metropoli”.
A propos de Nice di Jean Vigo del 1929 è un film polemico nei contenuti e influenzato dal
clima d'avanguardia sovietico. Con un montaggio parallelo si sottolinea il contrasto
insanabile tra la città dei ricchi sfaccendati e la città dei proletari: due mondi contigui e non
comunicanti. È una delle sinfonie metropolitane più importanti. Carnevale di Nizza
(contrappone macabro retrogusto e folli danze contro monumento del cimitero della città), ci
ricorda che Jean Vigo era malato di tubercolosi, quindi dietro questa critica e questa visione
marxista c'era una considerazione, ovvero che dietro ogni essere umano c'è lo spettro della
morte individuale.
CAPITOLO 4 - CINEMATOGRAFIA DOCUMENTARISTICA SOVIETICA
Nonostante le speranze che si erano riposte dopo la caduta dello zar, anche il regime
sovietico sfociò in una dittatura e repressione per il popolo russo. Anche se all'inizio le varie
forme d'arte d'avanguardia furono tollerate, soprattutto il cinema. All'epoca l'industria
cinematografica era vista come un potente strumento di propaganda, d'educazione, di
manipolazione delle masse, dentro e fuori i confini dell'URSS. A capo dell'industria
cinematografica sovietica venne messa la moglie di Lenin, fu difficile per i cineasti uscire
dalle regole sempre più stringenti che il regime imponeva. Il messaggio di ogni film doveva
sempre riflettere i valori della nuova società socialista, protesa verso un luminoso avvenire di
gloria. Tuttavia questi limiti non frenarono il genio dei tanti registi che nacquero in quel
periodo, anzi spesso contribuì paradossalmente ad esaltarlo. Essi dicendo di parlare di
tematiche care al regime si concentrarono sul “come dirlo”. Se da un lato la meta ideologica
rimase un punto d'arrivo obbligatorio, dall'altro divenne sempre più determinante l'originalità
del percorso stilistico/creativo scelto per giungere.
La scuola cinematografica sovietica ha rappresentato la punta di diamante del
documentarismo tra gli anni ‘20 e ‘40, tanto per quel che riguarda l'elaborazione della teoria,
quanto per quel che concerne le invenzioni stilistiche, narrative, tecniche. Caratterizza il
“realismo espressivo” dei maggiori autori russi una lucida consapevolezza dell'importanza
della qualità fotografica, del taglio delle inquadrature, delle innovazioni visive e ottiche,
montaggio dinamico, originale e propenso alla sperimentazione. Bisogna sottolineare che
visto il regime non ci possiamo fidare dal punto di vista dei contenuti di ciò che vediamo in
questi documentari che molto spesso erano film di finzione che si atteggiavano a
documentari. Un esempio tra tutti è Ottobre di Ejzenstejn.
Le scelte narrative di Viktor Turin, sono quelle che oggi sentiamo più vicine alla nostra
moderna concezione del documentarismo. La sua unica opera si chiama Turksib (1931).
Mostra la progettazione e la costruzione della ferrovia destinata ad unire la Siberia
produttrice di grano e di legame, al Turkestan produttore di cotone.
Turin riesce a cogliere e a sviluppare con grande senso della misura e poesia l'autentica
dimensione epica dell'evento senza cadere quasi mai nel trabocchetto della retorica.
Un'eccellente fotografia aiuta Turin a trasmetterci la grandezza degli spazi geografici che il
percorso della ferrovia deve attraversare e sottolinea con notevole forza espressiva il
carattere delle popolazioni che da millenni sopravvivono in condizioni difficili. Alcune scene
del film sono indimenticabili: la tempesta di sabbia che coglie una carovana di cammelli;
l’antiretorica comparsa del treno, visto prima con le ombre proiettate sulla superficie della
pianura; la cavalcata dei nomadi che accompagna l'arrivo nelle terre del sud della prima
locomotiva.
Esfir Shub fu un maestro nella ricerca d'archivio, lo studio minuzioso e assemblaggio
creativo di materiale di repertorio di ogni provenienza. La rese famosa la scoperta di
spezzoni inediti di una Russia zarista, che ormai era solo un ricordo.
Fece così una trilogia di documentari tra il 1912 e 1917. L'importanza sua sta nell'aver
dimostrato (insieme a Dziga Vertov), come anche nelle vecchie e scialbe immagini realizzate
spesso in modo amatoriale si possa ricercare una forza drammatica ed emotiva se ben
utilizzate.
Dziga Vertov sarà per sempre uno dei massimi protagonisti del documentarismo mondiale.
Può essere considerato un visionario profeta, il quale ha anticipato tutto quello che ancora
oggi costituisce il nocciolo del documentario.
Secondo Vertov bisogna rieducare l'organo della visione (non il meccanismo ottico, ma
quello psicologico) a vedere e non soltanto guardare. Guardare equivale a sfiorare con uno
sguardo superficiale la crosta esterna delle cose; vedere significa invece entrare nelle cose
effimere per estrarne il senso non effimero.
Vertov entrò nell'istituzione cinematografica sovietica come montatore di cinegiornali, infatti
restò montatore per tutta la vita. Per lui infatti il montaggio rappresentava la chiave di volta
indispensabile per tenere in piedi l'arco narrativo di un film. Bisognava che l'intero film,
sequenza per sequenza, fosse pensato e realizzato in vista del montaggio finale.
Dopo le prime opere del 1919-’21, nel 1922 mise in piedi un gruppo di lavoro chiamato
Cine-Verità (Kino-Pravda), produssero cinegiornali tematici che diventarono anche popolari,
anche se Vertov si voleva spingere oltre e cercare nuove forme di espressione.
Egli diffidava della “bella fotografia” e dell'estetica delle inquadrature, perché, per cercare
quello spesso i registi si perdevano la spontaneità della vita reale di cui Vertov era
affascinato, in più la considera una pratica fine a se stessa, estetizzante e narcisista.
La Kino-Pravda chiude dopo solo 3 anni perché il regime sovietico la accusò di scarsa
comprensibilità.
Egli considerava il cinema di finzione un “teatro borghese fotografato” e lo liquida così:”Oggi
non abbiamo più bisogno di drammi psicologici, di intrecci polizieschi, di messa in scena, di
studi teatrali… La drammaturgia cinematografica è l'oppio dei popoli. Abbasso le
sceneggiature! Viva la vita come è realmente!”
Questa dichiarazione non fece felice Ejzenstejn che era autore di vari film di finzione, infatti
quest'ultimo accusò Vertov ingiustamente di pretendere di mostrare al pubblico la realtà in
modo oggettivo e neutrale. Vertov si difese:”Io impongo agli spettatori di vedere in un modo
o nell'altro, di accettare ciascun fenomeno visivo nella forma che io trovo più idonea…”
Nel 1924 iniziò un nuovo lavoro che non è troppo distante dalla candid-camera,
nascondendo cineprese e teleobiettivi. Il nuovo progetto prese il nome di cineocchio
(Kinoglaz). Realizzò un solo prodotto e lo intitolò La vita colta in flagrante, infatti per lui è
importante che le persone siano il più possibile inconsapevoli della presenza della
cinepresa. Anche un dito che si infila distrattamente in una narice può dirci più cose di
quanto sia in grado di farli la compiaciuta postura di un uomo consapevole di essere
fotografato. Vertov afferma che spetta all'elaborazione cinematografica il compito più difficile:
organizzare, interpretare, arricchire di senso quelle isolate scaglie di vita colte a tradimento
nel loro casuale divenire.
I luoghi della manipolazione per Vertov sono 2: il primo sono gli accorgimenti tecnici (uso di
ottiche diverse, taglio dell'inquadratura, movimenti di macchina), il secondo riguarda il
montaggio (oggi chiameremo post-produzione).
L'uomo con la macchina da presa, (1929) viene realizzato quando ormai è stato cacciato da
Mosca e si trova ad Odessa. Esso è un saggio di cinematografia, definito dallo stesso Vertov
come:”un'esperienza di trasposizione cinematografica dei fenomeni visivi, senza didascalie,
senza scenografie, senza teatri di posa, alla ricerca di un linguaggio cinematografico
assoluto, veramente internazionale, fondato sulla separazione netta e definitiva dal teatro e
dalla letteratura”.
Il punto di partenza può essere individuato nel tema delle “sinfonie metropolitane”. Abbiamo
4 livelli di immagini:
1) La realtà contingente ed effimera della vita urbana, sfidata e messa alla prova in tutti
i modi possibili dall'intervento congiunto dell'occhio della cinepresa e del montaggio;
2) Presenza fisica del cameraman, il quale spesso comprare in scena;
3) Accenno all'intervento del montaggio, che opera un'ulteriore manipolazione;
4) La reazione del pubblico a cui viene mostrato.
Le immagini che si susseguono a un ritmo incalzante non sono unite le une alle altre da un
filo conduttore logico facilmente identificabile, ma piuttosto da una rete di sottili correlazioni,
ora puramente visive, ora simboliche o analogiche, ora frutto di emozioni personali
dell'autore che lo spettatore è invitato a condividere “sulla fiducia”.
Jean Roch ha scritto:”Tutto quello che tentiamo oggi, tutto l'attuale cinema d'avanguardia e
probabilmente gran parte del cinema futuro, si trova già iscritto in questa cavalcata di
immagini folli, dalle quali lo spettatore continua ad essere sbalordito…”
Abbandonato il KinoGlaz, produce il primo documentario sonoro mai realizzato al mondo,
Entusiasmo - La sinfonia del bacino del Don. Questo documentario inizia muto e piano piano
diviene sonoro. Dal punto di vista del successo, fu un fiasco clamoroso, la critica lo fece a
pezzi. Solo Charlie Chaplin ne comprese la portata storica e scrisse:”Non avrei immaginato
che i rumori industriali potessero diventare così belli. Io considero Entusiasmo
un'emozionante sinfonia”.
Nel suo ultimo lavoro Tre canti per Lenin, non troviamo più il Vertov che innova e ci stupisce,
ma nonostante ciò per la prima volta nella storia del cinema ascoltiamo interviste registrate
in diretta.
Il suo lascito:”Pensiamo di avere diritto di realizzare film fatti per produrre altri film… pegni
necessari al conseguimento di future vittorie”.
CAPITOLO 5 - IL DOCUMENTARISMO DEMOCRATICO IN EUROPA
In questo periodo in Germania (Repubblica di Weimar), Russia e Spagna nascono
movimenti filo democratici (di sinistra), che aderivano in parte alle idee della rivoluzione
russa e dal punto di vista artistico seguirono il flusso delle avanguardie (Dada, Surrealismo,
Bauhaus) e dal punto di vista politico erano antifascisti.
Per registi come Jean Renoir, Jean Vigo e anche Luis Bunuel l'incontro con il documentario
rappresenta soltanto un episodio marginale nell'arco di una carriera di cineasta di finzione.
Bunuel nel 1932 gira Lei Hurdes - terra senza pane, in una delle zone montane più povere e
arretrate della Spagna. Si impone come uno dei migliori esempi di quel documentarismo che
potremmo anche chiamare “fazioso”. Da molti è considerata l'opera antecedente ai
mockumentary. La macchina da presa di Bunuel non esita a manipolare, drammatizzare le
tragiche situazioni di quelle popolazioni abbandonate. Questo è un vero e proprio pugno
nello stomaco per lo spettatore che si ritrova una brutta realtà sotto gli occhi. Qualcuno ha
criticato Bunuel perché a loro dire egli doveva proporre una soluzione al problema, invece è
proprio il rifiuto di ogni ipotesi su un possibile “lieto fine”, un pregio per l'opera. L'autore ci
offre una sua personale interpretazione dei fatti, non è compito suo indossare i panni del
politico o del sociologo per dare una soluzione.
Joris Ivens si interessò alle teorie del “cinema assoluto”, cioè una cinematografia capace di
rifiutare ogni debito per proclamarsi a tutti gli effetti arte autonoma e nuova. Il suo primo
documentario chiamato Il Ponte, risale al 1928, parla semplicemente del funzionamento di
un grande ponte mobile in acciaio. Il cinema non si deve limitare a copiare la natura o a
descrivere. Il suo intento è quello di esaltare la potenza creativa della tecnologia industriale.
Grande attenzione per la profondità di campo influenzata dai maestri russi. Si colloca nella
definizione del Bauhaus (Formiamo una nuova categoria tra l'artigiano e l'artista). Pioggia
invece può essere inserito all'interno delle Sinfonie Metropolitane, in cui troviamo l'incontro
tra la pioggia e la città. È un film antinaturalistico e anti descrittivo che concentra il suo
interesse sugli effetti puramente visivi dell'evento meteorologico. L'autore ricerca
inquadrature insolite e originali, angolazioni nuove, riflesse nelle pozzanghere o deformate
nei finestrini del tram, però non lo fa mai per compiacere un'estetica.
Invens e Storck girarono un documentario sulle drammatiche condizioni di vita dei minatori
della regione belga del Borinage all'indomani di un lunghissimo e drammatico sciopero.
Miseria nel Borinage nel 1933 destò scandalo perché era una situazione che la borghesia
aveva cercato in tutti i modi di nascondere. Lo stile è volutamente spoglio e privo di qualsiasi
vezzo estetizzante. Ivens scrisse a riguardo:”Il nostro scopo era quello di evitare che effetti
fotografici troppo ricercati distrassero il pubblico dalle sgradevoli verità che volevamo
mostrargli. Sentivamo che sarebbe stato un insulto verso coloro che vivevano in quelle
tragiche condizioni fare ricorso ad uno stile fotografico “consolatorio” che avesse inibito la
d
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