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Antropologia sociale – prima lezione 12 novembre

Perché si parla di “antropologia (sociale)”?

Mettiamo la parola “sociale” tra parentesi perché ci sono più tipi di antropologia, innanzitutto cercheremo di fare un percorso concentrato sulla nozione generale della disciplina antropologica, sostanzialmente sul metodo, applicato però a un ambito in particolare.

Avremmo potuto parlare di antropologia culturale, in questo caso saremmo stati costretti a spostarci verso valori di altra natura, quindi non lo scambio all’interno di un gruppo umano che funziona secondo regole di un certo tipo, bensì su quelli che sono i valori alla base di determinati gruppi umani. Solitamente quando si parla di antropologia culturale si parla di antropologia delle religioni.

All’inizio la disciplina era chiamata solo “antropologia”, poi sono nate le due grandi scuole dell’antropologia sociale in Europa e quella degli Stati Uniti. E poi dagli anni 90 in avanti è nata una cosiddetta febbre dell’antropologia: antropologo medico, antropologo linguista, antropologo della navigazione ecc.

Definiamo l’antropologia?

Definizione di antropologia: M-DEA/01

Di cosa si parla? Quando si parla di antropologia si parla di qualcosa che ha a che fare sull’uomo → antropologos, discorso sull’uomo in quanto essere umano.

L’obiettivo è comprendere la natura dell’uomo, perché fa determinate cose, come le fa, cosa lo spinge, l’origine dell’uomo in generale. Quindi le varie etichette sono solo delle lenti che io scelgo di utilizzare per arrivare al punto comune che è la comprensione della natura dell’essere umano.

Definizione dalla Enciclopedia Treccani

1) Scienza dell’uomo, considerato sia come oggetto o individuo (cos’è che fa di lui/lei un essere degno di un’attenzione particolare), sia in aggregati, comunità, situazioni (sono tre parole distinte, non sono sinonimi) (Enciclopedia Treccani).

  • Aggregati: un gruppo che è costretto a stare insieme, ma non è particolarmente legato da regole, comportamenti, non hanno una cultura comune → es. La popolazione di una grande città, fatta da diversi quartieri, in cui può esserci una comunità originale che solitamente si trova al centro storico della città stessa, e poi tutte le periferie, formate da persone che si trasferiscono verso la città per diversi motivi, ma che non hanno una cultura comune, che non hanno una storia che gravita su quel territorio, non hanno consapevolezza di una maniera di vivere comune. Quindi si tratta di un gruppo di persone che condividono il medesimo territorio, ma che non sono legate da un patrimonio culturale comune, da una maniera di vivere condivisa.
  • Le comunità hanno invece un background comune, stessa lingua, una cultura di riferimento comune, quindi delle valenze e dei valori condivisi. Spesso sono legati da legami di parentela, hanno una visione del fare le cose comuni.
  • Le situazioni sono quelle che caratterizzano un preciso momento storico, una precisa geolocalizzazione, e sono caratterizzate dalla presenza di un certo numero di persone che fanno cose che si trovano, in quel momento specifico, ad affrontare una situazione contingente. Si potrebbe avere un contesto completamente armonioso, in cui interagiscono persone che condividono lingua, cultura, tradizioni, valori, obiettivi sì… oppure una situazione può essere abitata da persone in conflitto fra di loro. (Es. Un conservatore e degli immigrati nella stessa stanza)

Tanto più arriviamo nelle situazioni tanto più il nostro focus sarà incentrato sui singoli individui che costituiscono quella interazione con una apertura su quelle che sono le possibili interazioni che noi come mediatori potremmo cercare di mettere in atto, in maniera tale che il dialogo fra quelle persone sia un dialogo costruttivo.

L’antropologo/antropologia prevede nelle sue capacità ha anche delle idee più adeguate ad affrontare delle situazioni conflittuali rispetto a qualcun altro che è abituato a una visione etnocentrica. Tanto più noi conosciamo altri modi di fare le cose, tanto più siamo in grado di essere degli ottimi mediatori in una interazione.

2) Discipline Demo-Etno-Antropologiche: Antropologia culturale, Etnologia, Demologia o Storia delle tradizioni popolari. → il ministero ritiene che questo settore disciplinare contenga più sguardi possibili. Si tratta di ambiti diversi che però danno un’idea globale, che ci permette di capire cosa muove il singolo individuo.

2.1) L’antropologia culturale è quella che ci rimanda ai valori fondanti, alle filosofie o alle religioni di riferimento.

2.2) L’Etnologia studia l’etnia, la popolazione presa in generale, si occupa delle dinamiche che caratterizzano le comunità. Lo fa a un livello di tipologia, mette a confronto i comportamenti di un popolo rispetto ad un altro.

2.3) La Demologia riguarda quelli che sono i valori giacenti, quelle che sono le emozioni profonde di un popolo, le caratteristiche valoriali, che vengono considerate necessarie affinché i membri di una comunità possano considerarsi fratelli, quindi un po’ si sposta verso la mitologia e la tradizione. La demologia va quindi a braccetto con la storia delle tradizioni popolari.

2.4) Storia delle tradizioni popolari: si tratta di manifestazioni tradizionali, che possono essere celebrazioni di tipo religioso, memoriali, l’erezione di un santuario, di un luogo di culto, in cui si riconosce che è successo qualcosa di fondamentale per un gruppo umano.

A volte i gruppi, come ad esempio in quei gruppi di ragazzini che nascono spontaneamente (babygang), ragazzi che in quel gruppo riconoscono la loro vera identità, famiglia. Molto spesso questi gruppi danno vita a delle tradizioni, dei rituali compresi solo dal gruppo, ma che molto spesso hanno le caratteristiche del rito religioso pagano. Attorno alla pubertà si ha il bisogno di un gruppo in cui misurarsi (soprattutto se la famiglia è debole e viene a mancare) caratterizzato da una serie di caratteristiche che noi creiamo, ovvero una tradizione basata su quello che vogliamo noi, è un bisogno primario.

Riassunto: “l’antropologia è un tentativo di arrivare all’origine dell’essere umano”.

Definire la cultura

Una questione spinosissima → Definire la cultura:

No cultura → La cultura non è qualcosa che si apprende a scuola, anche perché più della metà della popolazione mondiale non è mai andata a scuola.

No cultura → La cultura non è neanche sinonimo di sapere, di sapienza, conoscenza perché anche le persone poco curiose hanno una certa cultura.

Cultura → Metaforicamente possiamo dire che la cultura è l’insieme di tutti quei tratti (es. lingua, religione, tradizioni, modo di comportarsi, cucina, modo di vestirsi) che ti permettono di identificarti all’interno di una comunità piuttosto che un’altra.

Anche se abbiamo questo background comune ciascuno di noi è diverso, quindi la domanda è: c’è un numero di tratti necessari affinché io mi riconosca parte di un determinato gruppo? È una questione spinosa, perché potremmo avere in comune anche solo 3-4 tratti, ma potremmo sentirci comunque parte dello stesso gruppo.

La cultura è fatta da tutti quei tratti che io riconosco come opzioni possibili differenti all’interno però della stessa comunità (es. Sarà cucina italiana tutto quello che rientra più o meno in quella che è la possibilità della cucina mediterranea, con qualche impulsione ammessa, anche se riconosciamo come emblema della cucina italiana la pizza/pasta. Quindi il prototipo della cucina italiana è quello lì, però riconosciamo anche altre compossibili opzioni). Quando si riflette sull’antropologia significa aprire gli occhi su tutta una serie di cose che in una narrazione più superficiale non si vedrebbero.

Cultura è:

  • Un complesso degli elementi non strettamente biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale. Dentro questa definizione di cultura l’ambiente ricopre una vastissima parte. Ambiente inteso come ecosistema, come ecologia, cosa ci dà il contesto geografico nel quale siamo collegati. (Es. Nel mediterraneo cresce facilmente il frumento, crescono i pomodori, ed è un ambiente adatto all’allevamento di vacche)
  • Se noi consideriamo il nostro rapporto con la natura che caratterizza il suo ambiente di residenza, fanno parte della definizione di cultura: gli attrezzi e tecniche di lavoro, trasmissione del sapere, istituzioni sociali (capo famiglia maschio/femmina, c’è possibilità di un matrimonio plurimo, ho dei cuscinetti che mi aiutano quando sono in difficoltà), la lingua e altri codici comunicativi, i valori e le credenze. → Tutto questo fa parte dell’aspettativa di vita.

Ma… Quando noi parliamo di una cultura costituita da elementi biologici e da elementi che vengono sovrascritti, costruiti sopra un dato biologico e che vengono anche da quello che è il nostro spirito d’adattamento, quello che è difficile è:

→ Distinguere tra elementi biologici “dati” e culturali “adottati” è molto discutibile.

→ È molto difficile distinguere fra l’elemento biologico e quello culturale. (Es. Se è vero che il dato biologico è la donna che partorisce un figlio, quindi la centralità della figura materna, è anche vero che questo dato può essere interpretato da diversi gruppi umani in due maniere opposte):

  • Per cui avremo una serie di gruppi umani che vedono in questo una certa sacralità, vedono nella madre il cuore pulsante di una famiglia. Poi quando si vanno a costruire le mitologie fondanti si vede nella donna la figura della madonna.
  • Dall’altro lato ci sono popolazioni che, perché la donna come la mucca, come la capra, partorisce un esserino, quella figura non è un essere umano, come il maschio, ma va legata, va tenuta come un animale, va venduta.

Sono due interpretazioni metaforiche dello stesso atto, che però implicano un comportamento e delle aspettative nei confronti della figura femminile completamente diverse. È questione di aver interiorizzato visioni del mondo differenti.

La cultura si “incorpora” (embodiment), divenendo ed essendo percepita, come fatto naturale. → Ritengo che una cosa sia talmente ovvia, naturale, ma in realtà non è così. (Es. È naturale che l’incesto non è consentito, ma non è stato così fino al secolo scorso nelle famiglie nobili, ci si sposava fra cugini).

Io ritengo biologico un dato che in realtà è culturale, “la donna è preziosa perché è madre, perché tutela la famiglia, perché cresce i figli ecc.” e immagino che in tutto il mondo sia così, in realtà non lo è perché in tantissime comunità il bambino resta con la mamma fino a quando viene allattato, e poi per i primi 5/6 anni viene allevato dalla famiglia del marito.

Un altro dato che spesso diamo per ovvio è che il compagno e la compagna che procreano siano una coppia e che quindi si occupino entrambi della prole, ma in realtà non è sempre così — es. In America Latina il nucleo familiare è composto dai figli e dalla madre, la figura del padre è assente.

L’antropologo è dotato di una sensibilità maggiore degli altri per interpretare il comportamento altrui forse in maniera più corretta rispetto a chi questo sguardo non ce l’ha.

Antropologia – seconda lezione – mer 19 nov

I cambiamenti dell’ambiente negli ultimi 50 anni hanno costretto determinate popolazioni ad adattarsi, a reinventarsi, e alcune si sono estinte, la tradizione è spesso abbandonata per abbracciare la novità.

È molto difficile distinguere fra il dato biologico e quello culturale, la cultura infatti in antropologia si dice “si incorpora”, si utilizzano determinate pratiche che ormai sono così incorporate che non ci chiediamo se siano connaturate biologicamente o meno. (Embodiment) → È qualcosa sulla quale non ci pone neanche la domanda perché si dà per scontato, e nel dialogo con l’altro dobbiamo considerare questa cosa, tanto quando l’altro è barbaro per noi, tanto quanto noi siamo barbari per gli altri.

→ Es. Quando si diventa una coppia, in occidente si ritiene che sia un valore 1 a 1. Invece ci dà fastidio quando si tratta di una relazione poligamica (1 sta a molti), come ad esempio nel mondo islamico. In questo caso è un dato che viene fuori dal dato di natura, la sopravvivenza della popolazione era data dal bisogno di generare più bambini, in quanto molti morivano. Così facendo si aveva una famiglia abbastanza solida per avere braccia per lavorare.

Sono tecniche di necessità per portare avanti la specie umana, si può arrivare alla coppia monogamica solo quando si vive all’interno di una comunità stabile, ricca, ovvero che ha i mezzi per tramandarsi di generazione in generazione senza ostacoli come, ad esempio, un tasso di mortalità infantile molto alto.

Su questo concetto si costruisce il metodo antropologico, ovvero si parla di una forzatura della propria visione, della propria percezione, un costante dirsi “attenzione perché quello che stai vedendo lo stai vedendo con i tuoi occhi”. L’antropologo dovrebbe far sempre questo ragionamento, deve fare attenzione a non guardare l’altro con i suoi modelli, con le sue aspettative. Lo sguardo antropologico ti aiuta a comprendere come meglio stare in una relazione affinché sia proficua.

Ora parleremo del presupposto dell’antropologia delle origini, che era quello di andare lontano, fra i popoli lontani, dove questa distanza era evidente, assoluta, veramente drastica, in un periodo in cui si aveva l’illusione che tutto fosse rassicurante ed omogeneo a casa propria. Infatti, sempre di più dalla fine degli anni 80 ad oggi, anche gli antropologi hanno cominciato a capire che questa cosa non è più un’idea, perché non è neanche il qui ed ora ad essere rassicurante. Ci sono intrusioni teoriche e pratiche provenienti da mondi completamente differenti, e quindi quell’omogeneità che fino a 30, 50 anni fa si viveva, quel senso di gruppo coeso non c’è più. Non c’è più quella sensazione di comprensione assoluta, di sentirsi completamente a proprio agio anche a “casa nostra”.

Quando noi parliamo di antropologia abbiamo due aspetti che sono di dominio, la prima, delle scienze dure e, la seconda, delle scienze umane.

La prima, che viene definita con l’etichetta L-BIO/08, mette nell’ambito del BIO l’antropologia fisica, ovvero quella che si accompagna alla medicina e alla biologia pura (la genetica ecc.). Questa prima etichetta è quella che riguarda lo studio della conformazione delle varie popolazioni umane (es. Quantità di calcio nelle ossa, l’altezza e peso medio, la struttura dei globuli rossi ecc.).

Ancora l’antropologia fisica è anche quella che studia l’evoluzione nel tempo delle caratteristiche dei corpi trovati in un determinato territorio (ad esempio quella che ti dice che i denti dei nostri avi erano molto più cariati rispetto a quelli attuali perché mangiavano molto frumento senza una corretta igiene orale, oppure quella che ti dice che il fegato dei nostri antenati aveva una capacità di lavorazione della bile perché…) spesso assume il nome di antropologia forense → dai resti di una vittima cerca di capire le ultime cose che ha fatto e quali sono i danni che hanno portato il corpo a ridursi in questo stato.

Mentre tutto quello che riguarda l’intelletto e il modo di esprimersi delle persone e della popolazione riguarda l’antropologia culturale, sociale ecc.

Michelle de Montaigne – tornando sulla questione dell’abitudine

“Il principale effetto della sua [della consuetudine] potenza è che essa ci afferra e ci stringe in modo che a malapena possiamo riaverci dalla sua stretta e rientrare in noi stessi per discorrere e ragionare dei suoi comandi. In verità, poiché li succhiamo col latte fin dalla nascita e il volto del mondo si presenta siffatto al nostro primo sguardo, sembra che noi siamo nati a condizione di seguire quel cammino. E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell'anima dal seme dei nostri padri, sembra siano quelle generali e naturali. Per cui accade che quello che è fuori dei cardini della consuetudine lo si giudica fuori dei cardini della ragione; Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più”.

Montaigne dice che il principale effetto della potenza della consuetudine è che essa ci stringe in modo che a malapena che noi possiamo riflettere sui suoi comandi → cioè l’abitudine a fare le cose è talmente invasiva nella nostra percezione che non ci rendiamo conto che noi facciamo cose in maniera talmente automatica senza neanche ragionarci sopra, senza pensare se quel modo di fare sia opportuno in un determinato contesto. Montaigne ritiene che fin dalla nascita con il latte materno assorbiamo certi comandi della consuetudine, certi modi di fare le cose, attitudini, comportamenti, ovvero sono cose che apprendiamo per imitazione e così facendo non ci poniamo domande se queste cose vanno bene o meno. Sono cose che si è sempre fatto così, tutto quello che è diverso è strano, barbaro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher UniTS10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Micheli Ilaria.
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