La conquista dell'America. Il problema dell'altro
(T. Todorov)
NOTA INTRODUTTIVA (di Pier Luigi Crovetto)
Il superamento del "leso specialismo" e il vero fine del libro
Pier Luigi Crovetto apre la sua introduzione ricordando l'accoglienza iniziale che
l'opera di Tzvetan Todorov ricevette al momento della sua prima traduzione.
Molti storici e specialisti della Conquista mossero all'autore accuse severe di
"leso specialismo", criticandolo per aver sconfinato in un territorio non suo e
per aver operato omissioni e insufficienti contestualizzazioni (come la scelta
deliberata di limitare l'indagine all'ambito messicano, sacrificando la complessa
resistenza dell'area andina).
Tuttavia, a distanza di anni, Crovetto evidenzia che il vero senso del libro è
completamente diverso e va valutato secondo i propri principi editoriali. Non si
tratta di una cronaca storica o di una ricostruzione scientifica della
Conquista, ma di una «storia della scoperta che l'io fa dell'altro». Se
Todorov sceglie come scenario i Caraibi e gli altipiani del Messico del XVI
secolo, è perché proprio lì si verificò l'incontro più straordinario e drammatico
della civiltà occidentale, quello con l'«altro assoluto». L'approccio di Todorov
è, dichiaratamente, quello del moralista e non dello storico: l'evento viene
esemplare
analizzato nella sua dimensione e tragica, poiché quell'impatto
originò il più grande genocidio della storia umana, anticipando i massacri
coloniali delle moderne periferie del mondo.
Il quadro filosofico: la tetralogia e il "dialogismo" di Bachtin
La conquista dell'America
Crovetto inserisce all'interno di un preciso percorso
intellettuale intrapreso da Todorov, definendola parte di una vera e propria
Il principio
tetralogia sull'alterità che comprende saggi fondamentali come
dialogico Racconti aztechi della Conquista Noi e gli altri
(1501), (1501) e
(1501).
L'intero impianto teorico si apre nel nome del filosofo russo Michail Bachtin e
nel segno del «dialogismo». Crovetto cita i passi fondamentali di Bachtin
L'autore e il personaggio
(tratti da e dal saggio su Dostoevskij) per chiarire il
l'essere dell'uomo è una
ruolo dell'altro nel compimento dell'autocoscienza:
comunicazione profonda; essere significa essere per l'altro e, attraverso l'altro,
per sé. L'uomo non possiede un territorio interno sovrano, ma vive
costantemente su una frontiera, guardando se stesso attraverso gli occhi altrui.
Per Todorov, quello che vale per gli individui vale anche per le civiltà: nel
dialogo e nella comunicazione con il Nuovo Mondo, la cultura
occidentale conquista la piena coscienza di sé, transitando da uno stadio
"insulare" e mitico (circondato da mostri subumani come gli uomini dalla testa
di cane) a uno stadio "relazionale", laico e policentrico.
Dal prospettivismo lascasiano al relativismo di Giordano Bruno
Questo cammino di riconoscimento della diversità e dell'autonomia dell'altro si
gioca, secondo l'analisi di Crovetto, in un'intrigante avventura semiotica. Il
punto di svolta ideale viene individuato nel prospettivismo lascasiano, una
forma superiore di egualitarismo in cui ogni popolo viene messo in rapporto con
i propri valori interni, anziché essere misurato o giudicato sulla base di un unico
ideale universale ed etnocentrico.
Crovetto traccia una linea di continuità filosofica che unisce questo approccio
alla fine del XVI secolo, sfociando nell'inquietante e rivoluzionario relativismo
De l'infinito, universo e mondi.
espresso da Giordano Bruno nel Proprio come
Las Casas relativizza le culture, Giordano Bruno relativizza lo spazio
cosmologico: la Terra non è più il centro assoluto dell'universo, la nozione
stessa di centro ha senso solo in relazione a un punto di vista particolare, e i
concetti di centro/periferia o di civiltà/barbarie diventano puramente relativi.
Lo scarto nella percezione e l'avventura semiotica
La nota introduttiva affronta anche i motivi storici della vittoria spagnola. Se gli
storici classici richiamano lo squilibrio tecnologico (armi da fuoco, cavalli, cani)
e le divisioni politiche locali, Todorov e Crovetto pongono l'accento sullo
«scarto» nella percezione degli avversari. Immersi nella loro intransitiva
insularità e prigionieri di una temporalità ciclica, gli indigeni interpretarono
l'arrivo degli europei non come un evento umano, ma come l'adempimento di
presagi sacri e il ritorno del dio Quetzalcoatl. Questo equivoco semiotico
determinò il crollo delle loro griglie interpretative: si verificò un'improvvisa
caduta di decifrabilità del mondo e l'afasia dei libri sacri, portando gli
indigeni a credere che i loro stessi dèi fossero ammutoliti o morti.
La struttura del libro e la figura dell'esule moderno
Infine, Crovetto analizza la geometrica e serrata struttura del saggio, diviso in
quattro parti intitolate con quattro predicati in serie ascendente: Scoprire,
Conquistare, Amare, Conoscere. Ciascuna sezione è incarnata da un
soggetto storico esemplare che dialoga (o fallisce nel dialogare) con l'universo
sconosciuto:
Cristoforo Colombo incarna lo scopritore: simile a Ulisse, muove alla
ricerca del nuovo per trovarvi la conferma della sua vecchia cultura;
scopre l'America, ma non gli americani, incapace di decifrare i segni degli
uomini.
Hernán Cortés incarna il conquistatore: si insedia al centro dell'universo
indigeno, ne studia il linguaggio e i simboli per agire sull'altro; egli
comprende prendere.
per meglio di
Bartolomé de Las Casas incarna l'amore: difende gli indigeni e parla
loro (nelle dispute teologiche), anche se li conosce meno di Cortés.
Durán e Sahagún incarnano la conoscenza: religiosi etnologi che
raccolgono i reperti delle culture sconfitte per sradicarne meglio i riti.
La nota introduttiva si chiude richiamando il personaggio che, secondo
Crovetto e Todorov, meglio riesce a sfuggire alla forbice tra la differenza (che si
fa ineguaglianza) e l'uguaglianza (che si fa assimilazione): Cabeza de Vaca.
Naufrago costretto ad adeguarsi al mondo ostile dell'altro assumendone le
competenze e partecipando ai suoi riti, egli visse le due culture in conflitto
dall'interno. La sua straordinaria esperienza simboleggia e preannuncia la
figura dell'esule moderno (strettamente legata alla stessa biografia di
Todorov, bulgaro emigrato in Francia): colui che ha perduto la patria senza
acquistarne un'altra, che vive in una fertile doppia esteriorità e per il quale,
tutto il mondo non è che
secondo la massima medievale di Ugo di San Vittore,
un paese straniero.
PARTE PRIMA: SCOPRIRE
La scoperta dell’America
Il nucleo teorico: la scoperta dell'«altro»
Tzvetan Todorov apre il saggio enunciando l'intento cardine della sua intera
opera: analizzare la scoperta che l'«io» fa dell'«altro». L'alterità si
manifesta su molteplici livelli: può essere un'alterità interiore (l'io non è
omogeneo), oppure un'alterità sociale interna (le donne per gli uomini, i ricchi
per i poveri, i folli per i "normali") o, infine, un'alterità esterna, rappresentata
da un'altra società. Todorov sceglie programmaticamente di esaminare
quest'ultimo scenario: l'incontro con un altro radicalmente lontano ed estraneo.
L'autore specifica di voler adottare il punto di vista del moralista piuttosto che
dello storico puro: il passato gli interessa come "storia esemplare" per gettare
luce sul presente e sulla domanda fondamentale di come ci si debba
comportare nei confronti dell'altro. La scelta della conquista dell'America
(limitata al XVI secolo e all'area caraibica e messicana) è motivata dal fatto che
essa rappresenta l'incontro più straordinario e intenso della storia
occidentale. A differenza delle scoperte dell'Africa o dell'Asia, i cui popoli non
erano mai stati del tutto ignorati dall'Europa, l'America genera un sentimento
di estraneità assoluta. Questo incontro non solo ha fondato l'attuale identità
moderna a partire dall'anno spartiacque 1492, ma ha anche visto compiersi il
più grande genocidio della storia umana.
I moventi di Cristoforo Colombo: l'oro come esca
Nel formulare la domanda cruciale su cosa abbia spinto Cristoforo Colombo a
partire verso l'ignoto, Todorov scava oltre la superficie dei testi autografi
dell'Ammiraglio (diari, lettere e relazioni). A una prima lettura superficiale, il
motore trainante sembrerebbe essere una volgare cupidigia. L'oro è
un'ossessione onnipresente nelle pagine del giornale di bordo del primo
viaggio: Colombo ne cerca continuamente gli indizi, interroga i nativi e orienta
le rotte dei suoi vascelli unicamente in base alla presunta ricchezza delle isole.
Tuttavia, Todorov dimostra che l'oro non costituisce il vero fine di Colombo,
bensì un mezzo pragmatico. L'Ammiraglio conosce perfettamente il valore di
esca che le ricchezze esercitano sugli uomini: usa la promessa dell'oro per
rassicurare i marinai terrorizzati durante la traversata e, soprattutto, esibisce la
prospettiva di immensi guadagni materiali come "carota" per convincere i
sovrani spagnoli a finanziare le sue costose spedizioni. Per se stesso, Colombo
ambisce a una vita austera e preferisce l'abito del monaco ai tesori terreni, che
considera vanità.
Il vero fine: l'espansione del Cristianesimo e il sogno della Crociata
Il reale movente che anima Colombo è di natura squisitamente spirituale e
arcaica: la vittoria universale del Cristianesimo. Egli si considera un eletto,
un incaricato da Dio per compiere una missione divina in tutto l'universo. La
sua iniziale ossessione di incontrare il Gran Khan (l'imperatore della Cina
descritto da Marco Polo) scaturisce dal desiderio di aprire una via diretta per
inviare sapienti che istruiscano quei popoli nella fede cattolica.
Ancor più sorprendentemente, Colombo subordina la ricerca dell'oro a un
progetto preciso e anacronistico: organizzare una nuova Crociata per
liberare Gerusalemme e i Luoghi Santi dal dominio musulmano. Non avendo
i mezzi finanziari per realizzarla, egli progetta di accumulare ricchezze in
Oriente proprio per permettere ai re cattolici, nel giro di pochi anni, di assoldare
un esercito di centomila fanti e diecimila cavalieri per la Terra Santa. Todorov
sottolinea qui un profondo paradosso storico: è proprio un tratto di
mentalità spiccatamente medievale (la crociata religiosa) che spinge
Colombo a compiere l'impresa che inaugura l'età moderna.
La natura come attività autosufficiente
Accanto all'ideale assoluto della religione, coesiste in Colombo una seconda
attitudine che, al contrario, anticipa la sensibilità moderna: il piacere puro,
estetico e fine a se stesso per la scoperta della natura. Quando Colombo
osserva il paesaggio, le piante e gli animali, l'azione dello "scoprire" cessa di
essere un mezzo utilitaristico e diventa un'attività autosufficiente e intransitiva.
L'Ammiraglio si perde in descrizioni minuziose e iperboliche della bellezza dei
tropici, dei pesci, degli uccelli e della vegetazione lussureggiante, arrivando ad
affermare che, anche se non vi fosse alcun profitto materiale da trarre, la
magnificenza di quelle terre basterebbe a giustificare il viaggio. I suoi testi
traboccano di superlativi e di ammirazione incondizionata, dimostrando che gli
alberi e la freschezza della terra sono, per lui, le vere "sirene" capaci di fargli
dimenticare momentaneamente persino la ricerca dell'oro.
Colombo ermeneuta
Le tre sfere della comunicazione e la fede finalistica
Per comprendere il modo in cui Colombo interpreta il mondo che lo circonda,
Todorov analizza un celebre ragionamento formale espresso dall'Ammiraglio
durante il suo terzo viaggio per dimostrare che la terraferma appena avvistata
(l'America meridionale) è un continente e non un'isola. Colombo adduce tre
prove distinte: l'eccezionale abbondanza di acqua dolce (il fiume Orinoco),
l'autorità dei libri sacri (in particolare il IV libro di Esdra) e i discorsi degli indiani
prigionieri.
Questi tre argomenti non poggiano sullo stesso piano, ma svelano l'esistenza
delle tre sfere in cui si articola l'universo di Colombo: la sfera naturale,
la sfera divina e la sfera umana. Todorov osserva che mentre l'osservazione
sul fiume è un'eccellente deduzione empirica, l'interpretazione dei discorsi dei
nativi è del tutto fallimentare poiché l'Ammiraglio in realtà non capisce la loro
lingua. Per noi moderni, il rapporto con Dio non fa parte del mondo della
comunicazione reale, ma per Colombo la sfera divina permea e predetermina le
altre due, influenzando radicalmente la sua strategia ermeneutica.
La fede di Colombo non è puramente dottrinale, ma si configura come una
forza finalistica totalizzante. Egli crede ciecamente non solo ai dogmi cristiani,
ma anche alle autorità medievali e ai miti classici. Questo lo porta a "vedere"
ciò che ha già deciso di trovare prima ancora di partire: nel corso dei suoi
viaggi annota la presenza di ciclopi, di uomini con la coda, di amazzoni e di
sirene (pur ammettendo che queste ultime "non sono così belle come vengono
descritte", correggendo un pregiudizio con un altro pregiudizio anziché negarne
l'esistenza). L'esempio più clamoroso di questo meccanismo è la sua
incrollabile convinzione di aver trovato l'ubicazione geografica del Paradiso
Terrestre nei pressi dell'equatore, dedotta sia dalla temperatura mite sia da
una singolare teoria cosmografica secondo cui la Terra non è perfettamente
sferica ma ha la forma di una pera o di una mammella femminile sul cui
picciolo/capezzolo si troverebbe l'Eden.
L'ermeneutica di Colombo non è quella di un moderno empirista: l'esperienza
concreta non serve a ricercare la verità, ma a illustrare una verità che si
possiede già a priori. Si tratta di una strategia interpretativa "finalistica",
ereditata dai Padri della Chiesa, dove il senso ultimo è dato fin dal principio e si
cerca solo il percorso per collegarvi i dati sensibili.
Colombo e i segni della natura: l'eccellenza del marinaio
La capacità interpretativa di Colombo varia enormemente a seconda della sfera
a cui si applica. Todorov evidenzia che l'Ammiraglio dimostra una straordinaria
perspicacia quando si relaziona con la natura inorganica e vivente,
specialmente se è in gioco la sua professione di marinaio.
Sul mare, Colombo è un osservatore formidabile. Nel suo giornale di bordo
annota quotidianamente con precisione matematica i venti, le correnti, le
stelle, la profondità oceanica e la declinazione magnetica. In questo ambito
pratico i principi teologici non trovano spazio: Colombo anticipa l'attitudine
scientifica, decifrando i segni meteorologici e oceanografici con un'acutezza
tale da compiere vere e proprie prodezze di navigazione, unanimemente
riconosciute dai suoi stessi contemporanei. Famoso è l'aneddoto in cui sfrutta
la sua conoscenza astronomica per prevedere un'eclissi di luna, terrorizzando i
cacicchi della Giamaica per costringerli a rifornire le sue navi.
Tuttavia, non appena il mestiere di navigatore passa in secondo piano, il
wishful thinking (lo scambiare i propri desideri per la realtà) prende il
sopravvento. Durante la prima traversata oceanica, desiderando ardentemente
avvistare la terra, Colombo interpreta ogni minimo fenomeno (una nuvola
fosca, una balena, la pioggia, la presenza di alghe o di uccelli) come un "indizio
sicuro" della vicinanza della costa, mentendo a se stesso per oltre venti giorni
prima dell'effettivo sbarco. Lo stesso accade per l'oro: pur non trovandone, egli
deduce la sua massiccia presenza dalla bellezza di un'isola, dalla scoperta di un
pezzo di cera o dalle affermazioni di un corrispondente secondo cui l'oro si
trova nei climi caldi dove vivono i neri e i pappagalli (portandolo a registrare
ossessivamente la presenza di pappagalli come "segno" di ricchezza).
Questo meccanismo finalistico tocca il grottesco nel celebre Giuramento su
Cuba del 1494. Avendo deciso a priori che Cuba fa parte del continente
asiatico (il regno del Gran Khan), Colombo si rifiuta di verificarlo
empiricamente. Quando i nativi gli spiegano che si tratta di un'isola, egli
squalifica i suoi informatori definendoli "uomini bestiali". Infine, costringe
l'intero equipaggio a scendere a terra e a giurare solennemente davanti a un
notaio che Cuba è la terraferma, comminando pene severissime — tra cui una
multa salata, cento colpi di staffile e il taglio della lingua — a chiunque avesse
osato affermare il contrario in futuro. Colombo non scopre l'America, ma la
trova dove la sua prescienza basata sulle profezie e sull'autorità medievale gli
diceva che doveva essere.
Colombo e i segni umani: il feticismo del nome e l'incomprensione
linguistica
Di fronte ai segni umani, l'ermeneutica di Colombo fallisce radicalmente perché
egli disconosce la dimensione dell'intersoggettività, l'arbitrarietà del segno e
l'esistenza delle convenzioni linguistiche. Per l'Ammiraglio, le parole non sono
costruzioni sociali ma immagini dirette delle cose stesse.
Questa visione emerge anzitutto dall'attenzione ossessiva che Colombo dedica
ai nomi propri, i quali — privi di significato intrins
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.