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Analisi finanziaria

L’analisi di bilancio è una procedura di lettura critica e interpretazione del bilancio e di altre informazioni complementari, poiché molte volte per analizzare il bilancio bisogna reperire informazioni extra-contabili, come quelle contenute nella Nota Integrativa. Essa è basata su tecniche codificate, sull’abilità, sull’esperienza dell’analista. Questo perché l’analisi di bilancio, poiché è un’esigenza imprescindibile per le scelte aziendali, non ha normativa, ma esula dalla parte normativa. Ci sono dunque delle practice, ma non hanno valenza normativa. La finalità dell’analisi di bilancio è quella di esprimere un giudizio sullo stato di salute di determinate realtà aziendali, il cosiddetto rating, cioè il rischio di default.

Quali sono gli aspetti di gestione?

Sono tre, e sono l’aspetto economico, cioè la nostra analisi ci deve far capire qual è il grado di raggiungimento e mantenimento dell’equilibrio economico, cioè quando ha ricavi che coprono i costi assicurando una remunerazione congrua rispetto alla rischiosità dell’investimento. Poi c’è l’aspetto patrimoniale, relativo al sostanziale equilibrio tra impieghi e fonti di finanziamento dell’azienda. Serve a capire la solidità dell’azienda. In ultimo c’è l’aspetto finanziario, cioè la capacità delle entrate monetarie di far fronte alle uscite monetarie. Il funzionamento del circuito finanziario garantisce una buona sopravvivenza dell’azienda. Questi tre aspetti vanno ovviamente esaminati congiuntamente.

Analisi statica e analisi dinamica

Abbiamo detto che l’analisi del bilancio viene attuata tramite delle tecniche e in base ad esse possiamo parlare di analisi statica, che abbiamo definito “analisi per indici” o ratio analysis, che calcola una serie di indicatori costruiti relazionando tra loro grandezze che provengono dai diversi documenti di bilancio, in particolare dallo Stato Patrimoniale o dal Conto Economico. Questi indicatori possono essere nella maggior parte dei casi indici quozienti, cioè numeratore con denominatore, da cui ricaviamo un numero percentuale, oppure indici differenza o margini: in questo caso le grandezze vengono messe una a differenza dell’altra. Poi abbiamo l’analisi dinamica, o per flussi, che si sostanzia nella redazione, lettura e interpretazione del Rendiconto Finanziario. L’analista redigerà il Rendiconto qualora la normativa non lo richieda all’azienda stessa.

Indici di bilancio

La prima categoria è formata dagli indici di composizione, che confrontano fra loro classi di valori e corrispondenti totali di Conto Economico e Stato Patrimoniale. Si chiamano così poiché evidenziano la composizione dei due documenti. Ad esempio, al numeratore abbiamo il magazzino, al denominatore il totale dell’attivo, oppure patrimonio netto su totale delle fonti.

Altra grande categoria di indici è quella degli indici di correlazione, che confrontano tra loro valori provenienti da sezioni contrapposte di Conto Economico e Stato Patrimoniale. Ad esempio, al numeratore abbiamo un aggregato dell’attivo e al denominatore un aggregato del passivo.

Altri indici sono gli indici operativi, che confrontano tra loro classi di valori provenienti da documenti diversi del bilancio. Abbiamo dunque una grandezza presa dal CE al numeratore e dello SP al denominatore.

Ultima categoria è quella degli indici di andamento, che confrontano tra loro valori provenienti da successivi bilanci di una medesima azienda.

Analisi interna ed esterna

È importante distinguere fra un’analisi interna e una esterna. La prima è condotta direttamente da soggetti inquadrati nell’ambito della struttura organizzativa dell’azienda: ad esempio il management. Diversa è invece l’analisi esterna, realizzata da soggetti terzi, cioè gli stakeholder, i portatori di interesse come le banche, che hanno l’obbligo di analizzare il bilancio, ma anche gli investitori privati.

Analisi storica e analisi prospettica

In base all’orizzonte temporale di riferimento dei dati abbiamo due tipologie di analisi: l’analisi storica e l’analisi prospettica. La prima si concentra sui bilanci d’esercizio, che contengono dati consuntivi. La seconda invece assume come dati di partenza quelli contenuti in bilanci di tipo previsionale per esaminare la prospettiva futura dell’azienda. Queste due analisi debbono essere complementari per formulare un giudizio completo.

La Ratio Analysis, cioè l’analisi degli indici, non esaurisce il compito dell’analista. Egli infatti, analizzati questi dati, deve prenderli come punto di partenza per successive elaborazioni di analisi. Gli indici di bilancio manifestano la propria utilità sul piano informativo soprattutto se utilizzati per effettuare analisi di tipo comparativo, cioè confrontando nel tempo, nello spazio, aziende che operano nella stessa località e nello stesso settore, che sono comparabili e ci possono dare un’indicazione, e confrontando valori reali e valori parametrici, cioè dei valori standard, considerati mediamente accettabili, o valori reali che l’azienda si è data, o i valori obiettivi, valori parametrati ai valori medi di settore, cosiddetti benchmark.

Il materiale calcolo degli indici deve essere preceduto da una accurata individuazione e selezione, da parte dell’analista, degli indici ritenuti più significativi. È dunque importante tenere chiari gli obiettivi conoscitivi, gli indici fondamentali e gli indici di 2° livello, che ci permettono di chiarire meglio le cause di quelli principali, e poi chiarire le cause economiche dei valori rilevati. L’impiego di ciascun indicatore non deve mai avvenire in modo indipendente rispetto agli altri ma in una logica di sistema.

Bilancio civilistico e fase preparatoria

Il bilancio civilistico è il supporto documentale da cui si sviluppa il lavoro dell’analista. Soprattutto nel caso dell’analisi esterna, il bilancio civilistico è spesso l’unico documento del quale l’analista può disporre. Il problema è che l’obbligo di redazione, approvazione e deposito presso il Registro delle Imprese è previsto soltanto per le società di capitali: tuttavia, anche per queste, il limite grosso è la scarsa tempestività, dato che i bilanci vengono approvati almeno entro i 120 giorni successivi. L’analisi esterna si trova quindi spesso ad operare con documenti incompleti.

Il calcolo degli indici è preceduto da una fase preparatoria che si divide in due momenti: l’interpretazione dei dati contenuti nel bilancio e la riclassificazione dei prospetti. La prima fase consiste nell’esaminare preliminarmente i bilanci, per valutare la reale portata informativa dei dati, in termini di completezza e affidabilità. La seconda fase, propedeutica ma più tecnica, è la riclassificazione dei prospetti, cioè una riallocazione delle poste del bilancio, per conferire ai prospetti una forma di presentazione dei dati funzionali alla nostra analisi. La prima fase spesso è trascurata nella prassi poiché l’analisi magari viene fatta in modo sbrigativo.

Interpretazione dei dati contenuti nel bilancio

Quali sono le principali operazioni da compiere prima di passare alla riclassificazione?

Bisogna innanzitutto leggere i prospetti di Stato Patrimoniale e Conto Economico, poi la Nota Integrativa, il Rendiconto ed eventuali allegati. Dopodiché bisogna individuare e analizzare le principali variazioni successe nelle singole voci rispetto all’esercizio precedenti. Fatto ciò, bisogna analizzare i criteri di valutazione adottati dal redattore di bilancio, ed eventuali cambiamenti di valutazione rispetto al passato.

Poi bisogna individuare eventuali operazioni straordinarie che hanno modificato i conti dell’impresa. Bisogna poi capire le modalità e la misura con le quali la discrezionalità tecnica degli amministratori può aver influito sulla consistenza e sulla qualità del risultato di esercizio. Dobbiamo quindi capire se gli amministratori hanno in qualche modo spinto su alcune leve per far apparire le cose in modo diverso, gonfiando ad esempio gli ammortamenti in periodi di alta redditività.

Ai fini di questa indagine rimane opportuno anche evidenziare eventuali anomalie su una serie storica di almeno tre bilanci, al fine di assicurare la piena comparabilità dei dati contenuti nei prospetti sottoposti ad analisi. Quali possono essere delle verifiche da fare? Ad esempio, la variazione del potere di acquisto della moneta, che negli ultimi anni è una variabile importante, oppure la presenza o la variazione nei criteri di contabilizzazione e di valutazione di eventuali politiche di bilancio.

Per sintetizzare dunque possiamo dire che i poteri di indagine dell’analista esterno non sono illimitati ma oggettivamente limitati. Possono quindi essere utili, dando maggiore portata informativa, la presenza di un organo di controllo come il collegio sindacale, oppure la certificazione del bilancio da parte di un professionista. Difficile invece è la situazione nel caso delle imprese di piccole dimensioni come le società di persone.

La riclassificazione del bilancio

Il bilancio così come si presenta non è idoneo per farci su l’analisi di bilancio; dunque, riclassificare il bilancio significa riordinare i dati di bilancio, quando possibile e necessario. Il bilancio si riclassifica per raggruppare diverse voci di bilancio in aggregati omogenei, poiché le voci di bilancio sono sparse.

Riclassifichiamo secondo criteri e schemi scelti in base a ciò che vogliamo analizzare; dunque, anche in questo caso non c’è una norma. Quando parliamo di riclassificazione intendiamo sia quella dello Stato Patrimoniale che quella del Conto Economico.

Riclassificazione dello Stato Patrimoniale

Lo Stato Patrimoniale Civilistico è inadeguato per esprimere un giudizio sullo stato di salute economico-finanziaria dell’impresa, perché il Codice Civile si rivolge a tutti i tipi di aziende, deve essere elastico, per cui si prescinde dalla tipologia dell’azienda. Un analista invece deve saper contestualizzare, dunque procede con la riclassificazione. Il criterio di classificazione non esiste giusto o sbagliato, ma è di decisione dell’analista: ce ne possono dunque essere migliaia di criteri, fra i quali ci sono lievi differenze. I due principali sono il criterio di riclassificazione finanziario e il criterio di riclassificazione funzionale. Il primo distingue i valori in base al tempo necessario per diventare denaro o esigere denaro. Il driver di questo raggruppamento di voci è il grado di ottenere denaro o di rilasciare denaro, dato che tutte le attività prima o poi tornano in forma liquidità. Con questo criterio non ci interessa più sapere come il Codice Civile inserisce una posta, ma ci interessa ogni voce in base al suo grado di ottenibilità o solvibilità. Il secondo distingue i valori dello Stato Patrimoniale sulla base del legame con le diverse aree gestionali.

Criterio finanziario

Un primo paletto da mettere sul criterio finanziario, se dobbiamo parlare di durate, è che dobbiamo capire qual è il nostro spartiacque per determinare la durata, ed esso è l’anno solare, che si fa coincidere con il ciclo operativo. Come dicevamo, riclassifica le voci secondo il criterio della liquidità per l’attivo e della esigibilità per il passivo. Dunque, le attività vengono considerate come future entrate, in base al grado di liquidità o di liquidabilità. Le passività e il netto, specularmente, vengono considerate come future uscite, poiché prima o poi creeranno un esborso in base ad una determinata tempistica, che potrebbe anche non esserci. Dunque, bisogna calcolarle in base al loro grado di esigibilità.

Lo spartiacque di base è l’anno, e andremo a raggruppare tutte le attività che si liquideranno entro l’anno dentro a una “scatola” che chiamiamo attivo corrente, o attivo circolante. C’è quindi questo spartiacque di un anno. Per quanto riguarda le grandezze civilistiche nell’attivo abbiamo anche la necessità di ripartire in sottocategorie queste attività poiché ci sono grandezze diverse, che sono la liquidità immediata, che è il denaro già presente, la liquidità differita, cioè quella che effettivamente si realizzerà entro l’anno, e le disponibilità, cioè le rimanenze. Le disponibilità sono meno liquide delle liquidità differite. Se invece ragioniamo su attività oltre l’anno, allora parliamo di attivo fisso, o immobilizzato.

Per quanto riguarda, specularmente, le passività, anche in questo caso lo spartiacque è l’anno solare. Quelle esigibili prima dell’anno sono definite passivo corrente, in cui vanno inseriti ad esempio i debiti a breve e le passività correnti. Per le passività oltre l’anno abbiamo due categorie: il passivo consolidato e il patrimonio netto, che senza informazioni diverse, è permanentemente legato alla vita dell’azienda; quindi, va isolato in una categoria a parte delle passività oltre l’anno.

Attività Passività
1. Liquidità immediate 5. Passività correnti
2. Liquidità differite 6. Passività consolidate
3. Disponibilità 7. Patrimonio netto
4. Immobilizzazioni nette

Andremo a collocare in ognuno dei sette contenitori tutte le voci dello Stato Patrimoniale. L’attivo è classificato con un criterio di liquidità decrescente, cioè prima abbiamo le poste liquide poi quelle meno liquide. Da parte del passivo il criterio è lo stesso, ma ad esigibilità decrescente.

Capitale Circolante Netto (CCN): 1 + 2 + 3 – 5

Margine di Tesoreria (MT): 1 + 2 – 5

Margine di Struttura (MS): 7 – 4

Riallocazione delle voci dello Stato Patrimoniale

Andiamo adesso a vedere voce per voce come dobbiamo riallocare lo Stato Patrimoniale.

Per quanto riguarda i crediti v/soci per versamenti ancora dovuti, che sono debiti dei soci verso la società di quando viene fatto un aumento di capitale in quanto i soci si impegnano a versare capitale; in questo caso dobbiamo attuare una separazione della quota già richiamata. Se la quota è già stata richiamata, il socio ha 30 giorni di tempo per versare i soldi nelle casse della società, essa diventa un credito effettivo di breve termine ed è una liquidità differita. Diversa è invece la quota non richiamata, che va imputata a decurtazione del Patrimonio Netto, poiché gli azionisti potrebbero anche non essere mai richiamati, e ciò succede soprattutto nelle imprese familiari. Dunque essa è una quota non esistente del patrimonio netto, essendo un aumento fittizio di capitale.

Per quanto riguarda invece immobilizzazioni materiali e immateriali, esse sono investimenti recuperati finanziariamente di default in un arco temporale superiore ai 12 mesi: quindi andrebbero nell’attivo fisso. Ci sono tuttavia alcune eccezioni: se ad esempio vi sono immobilizzazioni tecniche da dismettere entro l’anno, anche se da un punto di vista civilistico sono immobilizzazioni, ai fini della nostra classificazione esse sono disponibilità, poiché sono da considerarsi alla stregua di prodotti di magazzino. Nelle immobilizzazioni immateriali dobbiamo distinguere fra beni immateriali in senso stretto e costi pluriennali da ammortizzare, che per alcuni analisti devono essere eliminati, rettificando in contropartita il Patrimonio Netto, poiché mai torneranno in forma liquida. Quest’ultima categoria inoltre non include più le spese di ricerca e le spese di pubblicità, a seguito di una rettifica del 2016.

I fondi ammortamento e svalutazione delle immobilizzazioni, in linea con lo Stato Patrimoniale Civilistico, vanno portate a diretta diminuzione delle voci dell’attivo a cui si riferiscono, a meno che non notiamo che i fondi sono molto scarsi o troppo elevati. A quel punto l’analista deve capire se questi fondi sono adeguati. L’obiettivo che vogliamo perseguire, cioè evidenziare il valore effettivo degli impieghi che torneranno in forma liquida, combacia con quello civilistico.

Con le immobilizzazioni finanziarie occorre fare un’analisi di sostanza, individuando dei vari investimenti la quota destinata a tornare in forma liquida oltre i 12 mesi al netto di eventuali fondi svalutazione. Queste andranno inserite nell’attivo fisso. Anche i depositi cauzionali sono compresi nelle immobilizzazioni finanziarie, dato che sono crediti per somme versate a garanzia di contratti di medio lungo termine, che diverranno liquidi alla conclusione del contratto.

Le azioni proprie, che sono azioni acquistate dalla stessa azienda che l’ha emesse, non compaiono più nello Stato Patrimoniale ma già a diretta riduzione del Patrimonio Netto, mediante l’iscrizione di una riserva negativa di pari importo; dunque, mantengono la stessa collocazione.

Per quanto riguarda le rimanenze, solitamente, se il realizzo è entro i 12 mesi, esse vanno collocate nelle disponibilità, sempre al netto di eventuali fondi svalutazione. Tuttavia, vi sono imprese che svolgono attività specifiche per le quali, anche se nominalmente il magazzino si rinnova, nella sostanza esso può avere una durata anche molto superiore. A quel punto anche se esse sono considerate dal Codice Civile come rimanenze, queste sono invece fisse nel magazzino per tanti anni. Esempi sono prodotti vinicoli, o di formaggi. Questa tipologia di rimanenza va qualificata come attivo fisso. Altro esempio è la cosiddetta “scorta di sicurezza”, cioè quel quantitativo minimo di materia prima o prodotto finito che l’azienda deve sempre avere per non

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteofioravanti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Analisi finanziaria e piani aziendali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Politecnica delle Marche - Ancona o del prof Paolucci Guido.
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