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Religione e mito del mondo antico A.A 2020/2021

Il concetto di religione

La nozione di religione, così come noi la conosciamo, deriva dalla tradizione cristiana che a sua volta mutua il termine dai latini, cioè dalla tradizione letteraria latina.

Religio deriva da relegere, ovvero “rileggere, riconsiderare o considerare attentamente”. Tuttavia, non tutti gli autori attribuivano a questo termine lo stesso significato, come per esempio Lucrezio, Cicerone o Sant’Agostino, che fanno invece un mezzo utilizzo del termine.

Sant’Agostino in particolare sostiene che il termine religio deriverebbe da re-eligere, nel senso di “scegliere nuovamente”.

Tertulliano invece, nato a Cartagine e vissuto nel tardo II secolo d.C., scrive due opere: Ad nationes e Apologeticum, due saggi in cui egli fa menzione della religione cristiana (non definita come tale) che descrive come “la nostra religio”, della religione romana (cioè quella pagana) e cita anche la religione ebraica. Dunque l’autore riporta tre contesti storici differenti. Arnobio poi sarà tra i primi autori cristiani ed il primo ad utilizzare il termine cristiano.

Per quanto riguarda la visione contemporanea, Brelich e Gasparro ci forniscono la loro definizione di religione:

  • A. Brelich: «Complesso di istituzioni, credenze, azioni, forme di comportamento e organizzazione mediante la cui creazione, conservazione e modifiche adeguate a nuove situazioni, singole società umane cercano di regolare e di tutelare la propria posizione in un mondo inteso come essenzialmente non-umano, sottraendone, investendo di valori e includendo in rapporti umani quanto ad esse appare d’importanza esistenziale».
  • G. Sfameni Gasparro: «Complesso organico di credenze, istituzioni, pratiche rituali e comportamenti etici che riguardano il rapporto dell’uomo con Dio ovvero, un’accezione più ampia e meno qualificata in senso cristiano, con il livello sovrumano, divino».

Religioni del mondo antico

Si tratta di un blocco compatto e omogeneo che ha limiti geografici e cronologici piuttosto definiti:

  • Limiti geografici: si estendono in un territorio che va dalla Mesopotamia al Mediterraneo (quindi Grecia, Roma ed Etruria) fino ad arrivare all’Europa Centrale e Settentrionale (andando ad abbracciare anche la religione celtica);
  • Limiti cronologici: si sviluppano a partire dal IV millennio a.C., cioè nel periodo della nascita della scrittura a Oriente, fino ad arrivare al 380 d.C., l’anno dell'editto di Teodosio (trattato secondo il quale il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’Impero). Questa è una data convenzionale perché, in realtà, i fenomeni storici non sono fenomeni che possono essere racchiusi in uno specifico anno, ma anzi sono fluidi, cioè il processo è graduale. Costantino, ad esempio, pur essendosi convertito al Cristianesimo, rivestirà comunque il ruolo di Pontefice Massimo.

Caratteri comuni

I. Innanzitutto sono religioni etniche: questo vuol dire che sono il prodotto di quei popoli che hanno contatti culturali reciproci, che siano essi commerciali, politici oppure sociali e bellici;

II. Politeismo: la maggior parte delle popolazioni basa la loro nascita o il loro sviluppo sul politeismo, eccezione fatta per il caso del Giudaismo, che anzi influenzerà anche il Cristianesimo e l’Islam.

Politeismo

È un termine moderno che viene utilizzato dal XVI secolo, ma con precedenti nel mondo antico, che ammette la presenza di più dèi verso i quali si pratica un culto. Il termine viene considerato espressione di civiltà evolute che conoscono la scrittura e hanno dunque elaborato una loro nozione di “divinità”.

Le divinità del pantheon vengono rappresentate come immortali, hanno una loro genealogia e diventano protagoniste di vicende vissute e narrate, di amori, di conflitti, guerre e pacificazioni. Queste vicende che interessano le divinità e gli eroi prendono il nome di Mitologia: ad esempio la mitologia greca rappresenta il modello eccellente, talmente ricca nell’intersecare i racconti.

Monoteismo

Anche questo è un termine abbastanza moderno che nasce nel XVII secolo nell’ambito della scuola platonica di Cambridge. Henry More sarà il primo a coniare il termine e utilizzarlo in un suo saggio del 1660 An explanation of the grand mystery of godliness, e lo conia perché voleva sostenere la sua verità che è quella di un dio unico, dio che egli oppone al politeismo. Dunque il politeismo equivarrebbe ad una molteplicità falsa perché ignora l’unicità del Dio dei cristiani.

Enoteismo

Termine coniato da Max Müller per indicare una forma religiosa che, pur ammettendo l’esistenza di più divinità, ne celebra invece una, come nelle religioni dell’Arabia preislamica. Anche nel Corano sono presenti nozioni di più divinità: pur essendo politeista, l’Arabia dava importanza ad un solo dio, che si consoliderà con l’Allah di Maometto.

Deismo

Nasce nel periodo illuminista ed è una dottrina razionalista, filosofica che ammette e riconosce l’esistenza di un principio supremo nell’universo, ma nega qualsiasi intervento di questo principio nella storia. Si nega cioè la sua provvidenza.

Panteismo

Concezione che persegue una visione secondo cui tutto ciò che è visibile e concreto nel mondo allora è divino. Questo vuol dire che la divinità si identifica con il mondo, tutto è divinità.

La rivoluzione neolitica

A partire dall’VIII millennio si verifica un rapido sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, sviluppo che comporta per l’uomo l’abbandono del nomadismo e la formazione di insediamenti stabili. Proprio in questi insediamenti si sviluppa quella che potremmo definire “vita associativa” e che va a costituire società proto-urbane, note grazie alla documentazione archeologica dato che la prima documentazione scritta apparirà solamente dopo il IV millennio a.C.

Le principali forme religiose del Neolitico si basavano sicuramente sulla pratica religiosa, sul culto degli antenati (cioè i morti del nucleo tribale e successivamente di un clan gentilizio come accade in Grecia, a Roma o in Etruria) e sul culto della terra.

Çatal Hüyük

Insediamento del Neolitico che va dal 7400 al 6000 a.C. ritrovato nell’odierna Turchia (antica Anatolia centrale). Toponimo moderno: parliamo di un sito che si colloca tra due ambienti naturali, ovvero il prato (utile all’allevamento) e terreni irrigati e fertili fondamentali per l’agricoltura; sono dunque degli ambienti che favoriscono l’abbandono del nomadismo.

All’interno del villaggio si praticavano caccia e commercio, come ci testimoniano i ritrovamenti di ossidiana, ma anche la lavorazione metallurgica, quindi lavorazione di rame e piombo. Dal punto di vista religioso sono state ritrovate tracce evidenti, come ad esempio testimonianze di un culto gentilizio degli antenati che continuano ad agire nella quotidianità, nella tutela di tutte le attività: gli antenati garantivano in qualche modo che i terreni irrigati producessero frutti o che l’allevamento fosse fecondo. Questo è un culto che veniva praticato da un clan famigliare che poteva abitare 3/4 case.

In foto possiamo notare la planimetria di un insediamento che comprendeva 3 o 4 case che si affacciano su un cortile, dunque abitazioni di questo clan famigliare. Gli spostamenti avvenivano sui tetti, infatti le entrate sono poste in alto e ci si spostava tramite delle scale.

All’interno di questo insediamento sono stati ritrovati dei bucrani, cioè teste di bovini che avevano una funzione religiosa e che nell’ambito sacro hanno una lunga storia.

Culto funerario

Tra le scoperte, ci sono anche dei dipinti che hanno aiutato archeologi e antropologi a capire quali fossero gli usi funerari di chi abitava questo insediamento. Essi si ritrovarono davanti a questa rappresentazione: due torri di legno alla cui sommità è presente un corpo, una testa che viene mangiata dagli avvoltoi.

Gli esperti deducono che, nel momento in cui avveniva una morte, anche violenta dato che gli abitanti dovevano difendersi sia da animali ma anche da altri clan vicini (ricordiamo inoltre che chi muore di morte violenta nel mondo antico avrà un destino diverso anche nell’aldilà), il corpo del defunto veniva esposto su queste torri, non integro ma con la testa da una parte e il corpo dall’altra; dunque la consumazione dei rapaci avveniva su luoghi diversi. Gli scheletri invece venivano posti sotto i letti delle abitazioni, di cui ci testimoniano i ritrovamenti archeologici.

→Perché? Gli antenati, o comunque i morti del clan, devono continuare ad agire nella vita quotidiana e continuare a garantire la continuità del clan, della propria stirpe. Ancora oggi possiamo ritrovare forme funerarie analoghe a quelle praticate a Çatal Hüyük.

In foto, ad esempio, possiamo osservare la Torre del silenzio (Bombay) che ospita ancora oggi i resti di morti che fanno parte del popolo dei Parsi, un’etnia originaria della Persia che si è spostata in India a partire dall’VIII secolo d.C. e che pratica il mazdeismo (o zoroastrismo). In questa religione il fuoco è considerato sacro e pertanto il corpo non può essere bruciato perché, essendo questo impuro, andrebbe ad intaccare la purezza del fuoco (la stessa cosa vale per il terreno, dunque anche l’inumazione è vietata). Il costume funerario in questo caso prevede di mettere i morti in queste torri affinché ci sia una consumazione da parte degli avvoltoi; tuttavia oggi questo culto sta andando sempre più in disuso a causa della mancanza di avvoltoi e del sovraffollamento, inoltre in molti scelgono di venire meno al credo.

Una torre del silenzio è presente anche a Yazd, in Iran, e in questo caso possiamo osservare la presenza di tre anelli con al centro un pozzo. I resti dei defunti venivano posti proprio all’interno di questo pozzo.

Tra gli altri ritrovamenti abbiamo anche una figura femminile in trono che mette in evidenza il pube e i seni e oltre ad essere seduta è affiancata da due animali. Questa statua ci dice che siamo di fronte ad una figura tutelare che ha rapporti con la fertilità ed esprime una sorta di dominio sugli animali. Una di queste “dee” neolitiche ha dato vita a quello che chiamiamo “culto della dea madre” che è un mito scientifico.

Il culto della dea madre

Marija Gimbutas, nota etnografa, nasce in Lituania e vive lì fino alla giovinezza dato che sarà costretta a spostarsi negli USA. Ella si occupò dello studio delle religioni dell’Europa antica (identificata con l’Europa del neolitico) e affrontò anche il tema di queste “dee viventi”.

Le cosiddette veneri paleolitiche presentano caratteristiche che spaziano dal gioco di volumi, caratteri femminili ipertrofizzati e una rappresentazione più simbolica che naturalistica. Queste sono figure che esaltano la fertilità e le capacità generative femminili.

Basti pensare, per esempio, alla celebre Venere di Willendorf la cui figura sembra mettere in evidenza il ventre e i seni molto ampi, mentre volto e piedi sono assenti, un fatto che noi non riusciamo a capire ma che sicuramente doveva essere rilevante.

L’uomo invece ha una funzione guerriera, della caccia (un’attività che comunque prepara alla guerra) e poi, quando la società si evolve, a lui spetta la funzione politica ed istituzionale. Uomini e donne hanno un solo momento di incontro: quello delle nozze, affiancato da un rituale importante.

Tuttavia, quando si parla di culto della dea madre, dobbiamo tenere presente che si tratta di un mito scientifico, ma comunque attestato dai ritrovamenti di statuine di terracotta che riproducono figure femminili. Sarebbe più corretto parlare di culto della Terra Madre, finalizzato a garantire la fertilità della terra e la fecondità umana.

Dolmen, menhir e cromlech

Il culto funerario viene attestato, nelle società neolitiche, da tutta un’altra serie di evidenze archeologiche su cui si è creata una “fantarcheologia”.

I dolmen (dal bretone “tavola di pietra”), ad esempio, sono dei veri e propri tavoli realizzati con lastre lative secondo uno schema del triliton (due orizzontali e una verticale) e furono trovate anche in Sardegna, Turchia… Questi dolmen erano residui di elementi funerari (all’inizio non si riuscivano a vedere poiché coperti da un tumulo di terra).

I menhir (dal bretone “tavola lunga”) possono essere organizzati in allineamenti, in insiemi molto estesi di queste pietre e sono verosimilmente testimonianze di un culto funerario. Quando si parla di questi elementi si parla anche di collegamenti coi cieli, gli astri (anche se è difficile dimostrarne i collegamenti). Uno dei più antichi si trova a Karnak, in Bretagna.

I menhir rappresentano inoltre delle immagini aniconiche, la pietra rappresenta cioè il defunto e questo è evidente osservandone l’evoluzione: prendendo ad esempio la Corsica possiamo osservare che qui da un momento in avanti si iniziano a decorare, antropomorfizzare e rendere le pietre simili a delle figure umane.

Parlando invece di cromlech (dal bretone “cerchio di pietre”) il più noto è sicuramente quello di Stonehenge, ancora permeato di dubbi interpretativi. Ma perché ancora oggi vi sono dei dubbi? Perché quello che noi vediamo oggi è frutto di restauri di qualche decennio fa e quindi queste pietre potrebbero essere state rialzate in un modo non corretto. Inoltre vi sono stati una serie di studi che si sono contraddetti e quasi ogni anno, in maniera enfatica, vengono presentate nuove scoperte che sembrano quasi sempre risolutive anche se poi così non si rivela.

Noi possiamo pensare che questo sito avesse una funzione religiosa, in primo luogo per la sua forma circolare e poi per la scoperta di un percorso “processionale”, ovvero: per arrivare a Stonehenge si praticava un percorso che aveva finalità rituali.

Intorno a questo cromlech sono inoltre state ritrovate delle sepolture che ci confermano l’importanza del culto funerario nella religione.

Questa circolarità gli archeologi l’hanno identificata anche a Gobekli Tepe, un insediamento neolitico risalente al 9600-8000 a.C., che ci testimonia un complesso circolare avanzato, quattro recinti circolari con all’interno delle steli, alcune decorate a rilievo. Il complesso di Gobekli Tepe ci fa capire l’importanza dell’Anatolia che non a caso si trova tra Oriente e Occidente e funge da collegamento tra i due territori. Chiaramente Stonehenge è più recente rispetto all’insediamento anatolico e dunque, quest’ultimo, viene considerato il primo e più antico insediamento e luogo di culto in Occidente.

Mesopotamia e vicino oriente

La Mesopotamia, letteralmente “terra tra due fiumi”, vede attorno alla metà del V millennio a.C. la nascita della prima grande civiltà della storia e, nel IV millennio, la produzione della prima scrittura. Questo è un grande territorio da cui forme, caratteri e strutture si diffonderanno lentamente nei paesi vicini, sviluppandosi e raffinandosi portando alla nascita dei più grandi popoli e dinastie che abbiano mai occupato questa terra fertile: Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri.

Le civiltà mesopotamiche sono accomunate da un apparato religioso omogeneo e che si conserva nel tempo senza subire particolari modifiche. Inoltre, essendo queste civiltà che si basano sulla religione, si tende a parlare spesso di città-tempio per quanto riguarda la sfera urbana.

La ziqqurat

Quando si parla di tempio non possiamo non citare la Ziqqurat (dal verbo accadico “zaqaru” che vuol dire “essere elevato”), una struttura che si sviluppa in altezza tramite terrazze, torri sovrapposte e rampe di collegamento, considerata casa del dio e luogo di comunicazione tra il mondo celeste e il mondo terreno. Essa è inoltre comparabile ad una montagna, che nella tradizione viene associata al luogo di epifania della divinità, ovvero il luogo in cui la divinità si è manifestata per la prima volta essendo questo il punto più vicino alla dimensione celeste.

Sempre in relazione alla ziqqurat possiamo distinguere due parti:

  • Tieftempel, la parte alla base;
  • Hochtempel, la sommità.

Testimonianze di questo antico tempio ci arrivano sin dai tempi antichi:

  • Storie: Erodoto, nelle , descrive la ziqqurat di Babilonia come un edificio costituito da torri sovrapposte e con alla sommità un maestoso tempio con all’interno un letto riccamente decorato. Nessuno vi passa la notte, tranne una donna scelta dal dio in persona;
  • Genesi, 11, 1-9: in questo passo si narra di una migrazione che dall’Oriente si stabilirono nel paese di Sennaar. Qui iniziarono a costruire una città e una torre la cui cima toccasse il cielo e decisero di farsi un nome per non disperdersi su tutta la terra ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo e decise di confondere a loro lingua affinché non comprendessero più le parole dell’altro. Egli inoltre li disperse su tutta la terra; da qui viene il nome della Torre di Babele.

Sappiamo che questi edifici erano costruiti con mattoni e materiali deperibili, come ad esempio canne, mattoni crudi e bitume, e che ospitavano magazzini per la conservazione del raccolto. Questo significa che la gestione dell’economia passava attraverso il santuario e, allo stesso modo, i raccolti, posti sotto la tutela divina che ne garantiva...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Benedetta-dea di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Religione e mito nel mondo antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Clementi Francesco.
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