Economia e psicologia dei consumi alimentari
Modulo: psicologia alimentare
Prof. Simone Mattavelli
Anno accademico: 2021/22
Testo di riferimento:
- The Psychology of Food Choice (2006) Cabi
- La Psicologia a Tavola (2008) Armitage, Il Mulino
Metodologia di ricerca sperimentale: principi di base
Parole chiave della ricerca sperimentale
- Costrutti: sono i termini astratti che noi diamo a fenomeni concreti (es. intelligenza), tutti i costrutti devono essere operalizzati in variabili.
- Variabili: un fattore che può variare in modo osservabile e misurabile (es. IQ).
- Ipotesi: ciò che noi assumiamo essere vero rispetto alla relazione tra variabili nell'ambiente.
- Misurazione: la quantificazione dei fattori che ci interessa studiare.
- Manipolazione: un'alterazione di uno o più dei fattori che vogliamo considerare.
Studio: sono a dieta, quale di queste due scelte farei?
Fenomeni: molti consumatori, a dieta, trovano vantaggioso il poter comprare cibi in confezioni di misura ridotta perché aiuta a controllarsi. Per alcuni consumatori, questo vantaggio è solo apparente: si acquista il prodotto in dimensioni più piccole per controllare meglio il comportamento, ma poi si finisce per mangiare di più.
Domande: quali sono i meccanismi che portano a percepire il cibo in piccole dimensioni come più adatto a una dieta restrittiva? Come tali meccanismi impattano su consumatori che hanno approcci diversi nei confronti del cibo?
Ipotesi
Studio 1: cibi presentati in dimensioni e porzioni inferiori dovrebbero essere percepiti come più simili a cibi dietetici. Un BIAS guidato dalla logica: il cibo dietetico è spesso in piccole porzioni/dimensioni; il cibo X si presenta in piccole porzioni/dimensioni; quindi, il cibo X è dietetico. C'è al tempo stesso un'altra ipotesi: cibi presentati in dimensioni e porzioni inferiori dovrebbero essere percepiti come più calorici (numerosity heuristic). Quando uno stimolo è diviso in più parti, le persone tendono a sovrastimare la quantità totale di una sua proprietà (Pelham et al. 1994).
Per testare queste due ipotesi si fa uno studio con 385 campioni: gli asterischi dicono che c'è un effetto significativo.
Ipotesi
Studio 2: a partire dall'osservazione dello studio 1, si è passati ad un altro studio. L'idea è che piccole quantità di cibo possano diventare fonte di stress che può avere dei problemi in una parte di popolazione che sono i restrained eaters, ovvero quelli che si pongono delle restrizioni alimentari.
Il disegno diventa quindi un due x due (parliamo di due per due perché ci sono due fattori che vengono analizzati: dimensioni del cibo - in questo caso 2 perché ci sono due livelli di divisione ovvero pacchetti piccoli e grandi; e restrizione dietetica anche in questo caso 2 livelli perché ci sono gli restrained e unrestrained): dimensione del cibo e l'osservazione di dietary restraints: quello che emerge è che: nel grafico di sinistra si osserva che negli unrestrained le calorie consumate sono in linea con la dimensione del pacchetto; mentre negli restrained è quasi ribaltato.
Conclusioni
Cibo in piccole porzioni e piccole dimensioni genera un conflitto a livello percettivo: cibo dietetico e maggior contenuto di calorie. Tale conflitto ha impatto sul comportamento alimentare: le persone mangiano di meno quando hanno davanti cibo in porzioni/dimensioni piccole. Questo impatto cambia a seconda delle caratteristiche individuali.
Processo di ricerca sperimentale
Osservazione di un fenomeno
Definire in modo preciso il fenomeno d’interesse è un processo molto delicato poiché il comportamento umano si presenta in diverse sfaccettature: bisogna scegliere quella che più ci interessa senza avere la pretesa di spiegare qualcosa di più grande. Non si potrà comprendere il comportamento alimentare, ma con un buon metodo scientifico si potrà comprendere UN comportamento alimentare.
NB: il miglior modo per studiare un comportamento è essere specifici e focalizzati su qualcosa di ben definito e misurabile. Quindi, quali fattori possono spiegare un comportamento? Ci sono tantissimi fattori che possono spiegare il comportamento, in primo luogo è importante la letteratura e l’osservazione, isolando tutti i fattori che possono avere un impatto sul comportamento. Analizzando i fattori, cercherò di manipolare quello che più mi interessa valutare in quel momento. Allo stesso tempo devo condurre delle analisi per capire se tutte le persone nello studio abbiano le stesse condizioni di base (es. studio sui soggetti quanto cibo assumono in base all’induzione dell’ansia, prima dell’inizio dello studio chiedo a tutti i pz quanto è passato dall’ultima assunzione di cibo).
Formulazione delle ipotesi
Diverse domande portano a diverse ipotesi che, a loro volta portano a diversi disegni di ricerca. Esistono due diversi tipi di disegno:
Disegno correlazionale
- Ipotesi non direzionali (esplorative): ipotizziamo che vi sia una relazione tra due variabili, ma non sappiamo in quale direzione vada tale relazione (es. l’ansia legata al consumo alimentare).
- Ipotesi direzionali: ipotizziamo vi sia una relazione o positiva o negativa tra le due variabili in questione (es. l’ansia è legata positivamente al consumo alimentare).
Disegno sperimentale
- Ipotesi causale: ipotizziamo non solo che vi sia una relazione, ma anche che vi sia una componente di causalità (es. l’ansia provoca un aumento nel consumo alimentare).
Quantificare i costrutti
Devono essere tutti misurabili se no non si può parlare di ricerca. I costrutti, che siano più o meno astratti, devono essere definiti in modo preciso. Se vogliamo studiare la relazione tra il livello di intelligenza delle persone e la loro ricchezza, dobbiamo definire: cosa intendiamo per intelligenza (capacità logiche, IQ…) e, cosa intendiamo per ricchezza (stipendio lordo, netto, soldi sul conto, immobili posseduti…).
Ogni costrutto, per poter essere analizzato, deve essere operazionalizzato in una variabile, deve essere misurabile. Come misurare le variabili? Over-eating, come possiamo misurarlo: in termini di kcal introdotte (utilizzando diari per monitorare l’introito calorico delle persone). Ansia come manipolarla: es. viene usato di chiedere alle persone di fare un discorso in pubblico.
Il concetto di misura
Il livello intende un valore che un indicatore può assumere. Definire i livelli delle nostre variabili ci permette di sapere in anticipo che tipo di analisi andremo a fare sui nostri dati.
Esistono 4 tipi di variabili (Stevens, 1946):
- Nominale: sono le variabili i cui livelli sono mutualmente escludentisi (es. il genere).
- Ordinale: sono le variabili i cui livelli definiscono un ordine (es. la classifica degli studenti sulla base del loro punteggio a un test di matematica).
- Intervallo: sono le variabili i cui livelli non sono solo ordinati, ma anche equidistanti (cosa che non succede nei livelli ordinali).
- Rapporto: non solo definiscono relazioni tra livelli, ma hanno anche uno zero, che rappresenta l’assenza del costrutto sottostante che si sta cercando di quantificare.
Distribuzione e tendenza centrale
Ogni variabile ha una propria distribuzione, ovvero come si distribuiscono i punteggi sui diversi livelli della variabile. La tendenza centrale è il punto attorno al quale i punteggi della distribuzione tendono a clusterizzarsi. Ogni variabile ha 3 indici di tendenza centrale:
- Media: somma dei punteggi diviso il numero dei punteggi.
- Mediana: punteggio che divide a metà la distribuzione.
- Moda: punteggio che ricorre più frequentemente.
La variabilità è un altro concetto molto importante: la variabilità di una distribuzione è la misura in cui i punteggi variano rispetto alla tendenza centrale. La variabilità è importante perché ci consente di capire quanto la nostra misura di tendenza centrale sarà una fotografia affidabile della distribuzione. La misura più comune di variabilità di una distribuzione è la deviazione standard (deviazione dallo standard, dove lo standard è la media): è lo scostamento medio di tutte le osservazioni rispetto alla media calcolata. Il nostro campione sarà maggiormente rappresentativo quando la deviazione standard è minore. Nel primo caso la media è un buon riassunto della realtà perché più sono ampie le code, meno la media è un buon indicatore di quello che stiamo osservando.
Verifica delle ipotesi
Scegliere un disegno di ricerca che sia in grado di...
Ricerca correlazionale: la ricerca correlazionale è un metodo preliminare, serve per comprendere se una relazione tra due variabili esiste e di quale tipo di relazione si tratta. Offre il vantaggio di studiare le relazioni tra variabili in un setting naturale. La relazione è osservata semplicemente misurando le variabili che vogliamo considerare. Il ricercatore non è in controllo di questa variabile. Una ricerca correlazionale non ci dice niente rispetto a quanto e se modificare una variabile comporta una modificazione nell’altra variabile.
La correlazione
Lo scatterplot è la forma classica di rappresentazione di una correlazione. La forza di una correlazione si misura con un indicatore (r di Pearson) che va da -1 a 1. Una correlazione -1 è tanto forte quanto una correlazione 1, quindi saranno ugualmente perfette, semplicemente di senso opposto (correlazione positiva e negativa).
La correlazione non è causalità: il ricercatore spesso non vuole limitarsi a capire se la relazione tra due variabili esiste, se è positiva o negativa. Si vuole comprendere se questa relazione indica che quella variabile ha...
Disegno sperimentale
- Classico: R → chi entra nel gruppo trattato e chi nel gruppo controllo (assegnazione casuale). Oi → le O fanno riferimento alle osservazioni, ovvero la misurazione della determinata variabile in ciascuno dei gruppi. X → manipolazione: nel gruppo di controllo non c’è manipolazione mentre in quello di lavoro sì. O2 e O4 sono le misurazioni finali e l’effetto della nostra manipolazione si può osservare facendo: (2 - 1) - (4 - 3).
Tipicamente all’interno di un disegno sperimentale si valutano la media e la deviazione standard per entrambi i gruppi.
Concetti base per il disegno sperimentale
Ogni disegno sperimentale classico ha almeno due gruppi (corrispondenti ai livelli della variabile indipendente): gruppo sperimentale e di controllo. Il controllo non dipende solo dalle spiegazioni che abbiamo in mente, ma anche dalle possibili spiegazioni alternative di un effetto che ci aspettiamo. NB: costruire sempre un controllo che ci permetta di escludere spiegazioni alternative a quella che si sta proponendo con la manipolazione. Il gruppo sperimentale è fondamentale per arrivare a determinare le cause di un fenomeno osservato. La validità di una manipolazione sperimentale dipende sempre da quanto è efficace la manipolazione che stiamo utilizzando.
Problemi del disegno sperimentale classico: il disegno classico controlla il bias nella selezione attraverso l’assegnazione random dei partecipanti all’interno dei gruppi, rimangono comunque dei problemi che non possono essere completamente controllati: maturation, tasting, mortality, regressione verso la media.
Le covariate: spesso gli effetti che osserviamo possono risentire di variabili che non sono centrali rispetto alla nostra ipotesi. Sono variabili INTERVENIENTI. Quindi significa usare software introducendo come variabile la covariata.
Ipotesi nulla vs. Ipotesi alternativa: per poter determinare se l’effetto della variabile indipendente sulla dipendente è significativo, dobbiamo sempre ammettere anche la possibilità che le due variabili non abbiano una relazione (ipotesi nulla). Lo sperimentatore può rifiutare l’ipotesi nulla in favore dell’alternativa, oppure può non rifiutare l’ipotesi nulla. Non rifiutare l’ipotesi nulla non significa che la stiamo accettando. Lo stesso vale per l’ipotesi alternativa.
Il concetto di significatività statistica: per comprendere se una relazione tra variabili è significativa, si usa il p-value. Effetto → significativo bassa probabilità che quella relazione sia casuale: se l’ipotesi nulla fosse vera, allora vi sarebbe una bassa probabilità di osservare l’effetto che è stato effettivamente trovato. Tipicamente la significatività statistica di un test è fissata a p>0.05. Significa che, se l’effetto osservato non esistesse nella realtà, vi sarebbe solo un 5% di probabilità di osservare l’effetto che state osservando nel vostro studio.
Errore di tipo I vs. Errore di tipo II
- Errore di tipo I: falso positivo
- Errore di tipo II: falso negativo
In entrambi i casi i dati ci stanno suggerendo qualcosa di sbagliato, in entrambi i casi per ridurre la probabilità di questi errori è aumentare la numerosità del campione.
Psicologia sociale e comportamento alimentare
Nel momento in cui noi sappiamo le variabili che stanno sotto ad un certo comportamento, sapremo che se riusciamo a modificare le variabili avremo anche un cambiamento sul comportamento stesso. La psicologia sociale è definita come “l’indagine di come i pensieri, i sentimenti e i comportamenti degli individui sono influenzati dalla presenza effettiva, immaginata o implicita degli altri” di Gordon Allport nel 1935. Quindi come i nostri comportamenti siano dipendenti da alcune variabili che siano determinate in qualche modo dagli altri, che non devono essere per forza presenti, ma spesso sapendo cosa gli altri penserebbero del nostro comportamento.
L’obiettivo della psicologia sociale è quello di comprendere il comportamento degli individui, il ruolo degli altri non può essere lo stesso per tutti ma ogni individuo avrà una funzione diversa. È nel momento in cui la ricerca sposta l’attenzione sull’importanza del sociale che riusciamo a comprendere meglio i fenomeni alimentari. Molto spesso i cibi sono utilizzati come strumenti per comprendere le persone che li mangiano e utilizzare le scelte alimentari come forme di auto-presentazione. Inoltre, l’autoregolazione del comportamento in funzione del cibo è determinata da psicologia sociale e anche il controllo del peso e il rapporto tra stress e cibo. Tutto questo insieme di fattori e l’enfasi che arriva dal contesto sociale in cui stiamo nel contesto del cibo molto spesso rendono il cibo una fonte di stress, come oggetto che ci dà pensiero e preoccupazione rispetto a come e quanto dobbiamo consumarlo.
Rogers e Blundell partono dall’affermazione secondo cui: “spesso la scelta alimentare è guidata da considerazioni consapevoli da parte dell’individuo circa gli effetti che si produrranno, con una certa probabilità, dopo il consumo di un determinato cibo”. In alcuni casi questi effetti possono agire anche a livello inconsapevole. I fattori fisiologici hanno sicuramente un impatto centrale nel determinare le nostre scelte alimentari, ma il loro effetto è spesso mediato dalle influenze sociali e dal sistema di credenze che ne derivano. (effetti mediati → effetto mediato nel momento in cui l’impatto del fattore fisiologico passa attraverso l’attivazione di un'altra variabile che in questo caso è quella sociale).
A prova del fatto che non possiamo spiegare semplicemente con fattori di tipo fisiologico il nostro comportamento alimentare ci sono diversi studi che visualizzano il fatto che alcuni interventi farmacologici non bastano per andare a modificare il comportamento alimentare di un individuo. Quindi, se non viene contemplato il ruolo di fattori psicosociali non possiamo capire come fattori fisiologici impattano sul nostro comportamento.
Le nostre valutazioni coscienti sul cibo moderano l’impatto dei meccanismi fisiologici sulle nostre scelte alimentari. Teff ed Engelman sono partiti dal presupposto che cibi gradevoli e sgradevoli davano una diversa produzione di insulina, definendo come una diversa gradevolezza del cibo influenzino su concetti fisiologici. I partecipanti vengono alimentati in modo fittizio quindi assaggio-masticazione-sputare. In questo studio non viene trovata nessuna differenza nei livelli di CPIR data dalla gradevolezza del cibo, hanno però anche visto l’atteggiamento dell’individuo sul consumo del cibo. Hanno osservato che le persone che si ponevano vincoli alimentari avevano un maggior rilascio di insulina.
Quindi l’importanza dei fattori sociali è legata anche a comportamenti che sono poco determinati dall’individuo ma tanto dal cervello, che non sono automatiche ma sono date da come il pensiero di un individuo cambia in base al tipo di oggetto. Altro tema che supporta l’importanza dei fattori psicosociali sono dati dalle motivazioni che spingono le persone a rifiutare il cibo. Rozin e Fallon (1987) hanno individuato 3 motivazioni principali:
- Credenze sensoriali
- Anticipazione delle conseguenze fisiche
- Motivazioni ideali e sensoriali
Queste tre motivazioni portano a categorizzare i cibi come:
- Sgradevoli
- Pericolosi (anticipazione conseguenze che si hanno post-assunzione)
- Inappropriati
- Ripugnanti
Solamente gli uomini possono rifiutare il cibo perché lo rendono inappropriato che è determinato anche questo da un concetto sociale. Tutto questo per arrivare a dire che chiaramente quello che noi decidiamo essere appropriato o inappropriato mangiare è determinato da una serie di credenze, date da un punto di vista cognitivo. Questo sistema di credenze va ad essere determinato da una grossa componente sociale. Lo studio dell’impatto delle credenze sul comportamento alimentare ha riguardato la misurazione di: misura in cui una persona ritiene che il consumo di un determinato cibo abbia una conseguenza...
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