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Psicologia clinica

Definizione di disturbo mentale

La definizione di disturbo mentale non è né fissa né universale, generando spesso ambiguità e complicazioni. Diverse caratteristiche permettono di identificare un disturbo mentale:

  • Sofferenza emotiva: Uno degli aspetti chiave è la presenza di "distress", ovvero uno stato di sofferenza emotiva personale in risposta a certi comportamenti o condizioni psicopatologiche.
  • Impatto sulla vita quotidiana: Un disturbo mentale può ostacolare la capacità di una persona di realizzarsi in ambiti essenziali della vita, come mantenere relazioni sentimentali stabili o avere successo professionale.
  • Violazione delle norme sociali: Tendiamo, istintivamente, a classificare alcuni comportamenti come 'normali' o 'comprensibili', mentre altri come 'anomali' o 'incomprensibili'. Questa percezione è fondamentale per identificare i disturbi mentali.
  • Disfunzione: Questo concetto gioca un ruolo centrale nella classificazione dei disturbi mentali.
  • Irrazionalità e percezione distorta: Spesso, i disturbi mentali possono manifestarsi attraverso comportamenti irrazionali o una percezione distorta della realtà.
  • Stigma sociale: Una delle conseguenze più gravi dei disturbi mentali è lo stigma, il quale comporta la marginalizzazione o l'etichettatura negativa di chi soffre di questi disturbi.

Caratteristiche del disturbo mentale: DSM IV-TR e DSM V

Il DSM-IV-TR è stato un fondamentale manuale diagnostico che ha fornito descrizioni dettagliate dei disturbi psicopatologici. È stato poi aggiornato e sostituito dal DSM-V, pubblicato nel 2013. Questi manuali si basano su alcuni principi chiave:

  • Focalizzazione sull'individuo: I manuali considerano il disturbo mentale come una condizione intrinseca all'individuo, e non come una caratteristica di un intero gruppo sociale o come il prodotto delle relazioni dell'individuo con il suo contesto.
  • Sofferenza emotiva e disfunzionalità: Per qualificare un comportamento o uno stato d'animo come disturbo psicopatologico, deve essere presente una sofferenza emotiva o una disfunzionalità che impedisca alla persona di realizzare pienamente le proprie potenzialità.
  • Contesto culturale: Il manuale sottolinea che non tutti i comportamenti o le reazioni emotive, anche se intense, sono indicatori di un disturbo. Ad esempio, il profondo dolore dopo la morte di una persona cara è una reazione culturale e umanamente attesa e non indica necessariamente un disturbo psicopatologico.
  • Differenza tra devianza sociale e disturbo mentale: Il DSM fa attenzione a distinguere i disturbi mentali dai comportamenti che sono il risultato di una devianza sociale o di un conflitto con la normativa sociale. Per esempio, un comportamento delinquenziale può derivare da una devianza sociale e non essere direttamente legato a un disturbo mentale.

Con questi criteri, i manuali DSM cercano di fornire una visione chiara e bilanciata di cosa costituisca un disturbo mentale, separando la patologia dai comportamenti culturalmente attesi o socialmente deviani.

Il distress personale

Il distress (o sofferenza emotiva) è un elemento comune nella maggior parte dei disturbi mentali, ma il suo ruolo e le sue manifestazioni variano. Esaminandolo si può notare che:

  • Intrinseco al disturbo: In alcuni disturbi, la sofferenza emotiva è intrinseca. Ad esempio, nell'ansia, nel panico e nell'agorafobia, il distress è una componente essenziale.
  • Conseguenza del disturbo: In altri casi, la sofferenza emerge come una conseguenza delle implicazioni del disturbo, specialmente a livello interpersonale. Un bambino con ADHD potrebbe essere emarginato, suscitando ostilità dai coetanei e rimproveri dagli adulti. L'emarginazione, una significativa fonte di dolore psicologico, è qui una conseguenza indiretta del disturbo.
  • Non sempre presente: Non tutti i disturbi mentali sono accompagnati da sofferenza emotiva manifesta. Per esempio, un individuo con Disturbo Antisociale potrebbe non avvertire senso di colpa o ansia per i propri comportamenti.
  • Distress normale vs. patologico: È importante distinguere tra sofferenza legata a eventi comuni della vita, come un lutto o una perdita lavorativa, e quella legata a un disturbo mentale. Un lutto può evolvere in una depressione se la sofferenza rimane intensa e prolungata nel tempo, ben oltre la normale risposta emotiva.
  • Persistenza paradosso: La sofferenza legata ai disturbi psicopatologici può apparire stranamente persistente. Anche se la persona ha le risorse per andare avanti, il distress può rimanere intenso. Ad esempio, mentre molte persone riescono a elaborare un lutto entro uno o due anni, altre potrebbero manifestare sintomi depressivi legati al lutto anche dopo 5 o 10 anni.

La disabilità

La disabilità in un contesto psicopatologico rappresenta l'alterazione di importanti aree della vita dell'individuo, come le relazioni, la vita affettiva o la carriera lavorativa. Prendendo, ad esempio, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): il tempo consumato dai rituali, gli evitamenti che lo definiscono e un perfezionismo esacerbato possono portare a ritardi nello studio, compromettendo, così, il percorso scolastico dell'individuo.

Tuttavia, il concetto di disabilità non si adatta perfettamente come criterio diagnostico. Aree vitali della vita di una persona possono essere compromesse anche da condizioni non mentali. Considerando la sordità: nonostante non sia un disturbo mentale, può avere profonde ripercussioni sulla qualità della vita di una persona.

Inoltre, è importante sottolineare che non tutti i disturbi mentali producono disabilità tangibili. Un individuo può vivere con un disturbo senza che questo ostacoli significativamente la sua esistenza. Ipotizzando un caso di agorafobia: se una donna di 50 anni vive in una piccola comunità e non ha la necessità di confrontarsi con situazioni che innescano la sua ansia (come metropolitane o aeroporti), la sua condizione potrebbe non causarle significativi disagi, anche se la patologia è presente.

Violazione delle norme sociali

La psicopatologia può manifestarsi attraverso comportamenti, pensieri o reazioni emotive che divergono da ciò che è comunemente accettato come norma sociale. Di conseguenza, ciò che consideriamo come "anormale" spesso riflette i valori e le aspettative della nostra cultura.

Le persone con disturbi mentali possono esibire comportamenti o credenze che la maggior parte della gente trova difficili da capire o accettare. Ad esempio, un paziente schizofrenico che vive allucinazioni, pensando che entità esterne gli parlino, può risultare incomprensibile alla maggior parte delle persone. Similmente, una persona con Delirio di Persecuzione, convinta che tutti intorno a lei le vogliano del male, può apparire bizzarra o esagerata.

Altresì, chi soffre di Disturbo Evitante di Personalità tende ad evitare le interazioni sociali per paura del giudizio altrui. Mentre una certa timidezza è comprensibile, l'evitamento estremo delle relazioni può sembrare irragionevole. In modo analogo, la reazione di panico di chi teme di parlare in pubblico, al punto da rinunciare a opportunità lavorative, o il comportamento di chi ha un Disturbo Narcisistico e si considera superiore agli altri, possono sembrare difficili da comprendere o accettare.

Tuttavia, l'uso delle norme sociali come metro di giudizio ha delle limitazioni. Esso si basa sulla nostra percezione soggettiva e può variare da una cultura all'altra. Ad esempio, in alcune culture, ascoltare voci può essere visto come un segno di dono spirituale, mentre nella nostra potrebbe essere considerato un sintomo di malattia mentale.

Quindi, pur essendo un utile strumento di analisi, è essenziale affrontare la psicopatologia con un approccio aperto e senza pregiudizi, riconoscendo che ciò che per noi può sembrare "anormale" potrebbe avere un significato o una rilevanza diversa in un altro contesto culturale.

La disfunzione

Wakefield (1992) ha introdotto il concetto che un disturbo mentale si manifesta come una disfunzione che porta a danni all'individuo. La sua premessa era che dietro ogni disturbo mentale vi è una disfunzione: un meccanismo interno che non svolge correttamente la sua funzione naturale o evolutiva.

Ad esempio, l'ansia è il risultato di un meccanismo evoluto per proteggerci dai pericoli. Tuttavia, quando questo meccanismo viene attivato anche in situazioni sicure, come nelle Fobie Specifiche (es. la fobia del sangue), diventa disfunzionale. La visione di Wakefield suggerisce che una condizione si trasforma in un disturbo mentale quando una funzione, che originariamente aveva un ruolo benefico nell'evoluzione, inizia a malfunzionare, causando più danni che benefici.

Il valore di questa teoria sta nella sua capacità di fornire un criterio oggettivo per definire un disturbo mentale: si basa sulla funzione evolutiva di un particolare meccanismo interno. In questo modo, un disturbo viene definito patologico se deriva da un meccanismo che ha smesso di svolgere la funzione per la quale era evolutivamente inteso.

Sebbene questa prospettiva presenti un'interessante possibilità di valutare i disturbi mentali attraverso l'ottica dell'evoluzione, presenta alcune limitazioni. In molti casi, non è chiaro quali siano i meccanismi interni coinvolti o quale ruolo evolutivo questi meccanismi possano avere avuto. Ad esempio, è difficile identificare il meccanismo interno che causa il disturbo Schizotipico. Analogamente, mentre sappiamo che molte persone reagiscono con tristezza a perdite o fallimenti, non è chiaro quale vantaggio evolutivo potrebbe derivare dal manifestarsi di una reazione depressiva in risposta a tali eventi.

L'irrazionalità

L'irrazionalità è spesso associata alla psicopatologia, ponendola come un'eventuale demarcazione tra "normalità" e "anormalità". Ciò suggerisce che i comportamenti o i pensieri irrazionali potrebbero essere indicatori di disturbi mentali. Considerando, per esempio, un paziente ipocondriaco che, nonostante sia stato rassicurato dai medici riguardo alla natura benigna del suo dolore addominale, persiste nell'idea che possa trattarsi di cancro al fegato. Questa fissazione potrebbe derivare da un errore logico noto come "bias confermatorio".

Nel contesto dell'ipocondria, il bias confermatorio si manifesta in vari modi:

  • Il paziente si focalizza esclusivamente sull'idea che il dolore sia sintomatico di cancro al fegato.
  • Ignora o rifiuta alternative più plausibili, come la colite, nonostante le evidenze.
  • Mette continuamente in dubbio l'accuratezza delle diagnosi mediche, sostenendo che "i medici non capiscono".

Tuttavia, c'è un punto cruciale da considerare: il bias confermatorio non è esclusivo dei pazienti. Studi in psicologia cognitiva hanno dimostrato che anche gli individui senza disturbi psicopatologici commettono regolarmente errori logici nella vita quotidiana. Questi errori non impediscono una funzione quotidiana normale e produttiva. Inoltre, deviare dalla logica non necessariamente porta a sofferenza o fallimento.

Sorprendentemente, alcune ricerche hanno evidenziato che certi gruppi di pazienti, come quelli con depressione, agorafobia o disturbi ossessivi, commettono effettivamente meno errori logici in specifici contesti rispetto agli individui non clinici. Gli agorafobici, ad esempio, si mostrano particolarmente abili nella risoluzione di sillogismi legati ai loro sintomi. Questa capacità potrebbe derivare dalla loro intima familiarità con le tematiche legate al loro disturbo, permettendo loro di ragionare in modo più accurato in tali contesti.

Persino gli individui schizofrenici mostrano una maggiore precisione logica rispetto ai soggetti non clinici, soprattutto quando si affrontano sillogismi legati al senso comune. Inoltre, è stato osservato che le persone senza disturbi clinici, quando sottoposte a determinate emozioni come il senso di colpa, migliorano le loro capacità logiche se il compito affrontato rispecchia l'emozione indotta.

Queste osservazioni ci conducono a una riflessione importante: l'irrazionalità, intesa come deviazione dai principi della logica formale, non è esclusiva della psicopatologia o di specifici stati emotivi. Soggetti con disturbi psicopatologici possono manifestare capacità logiche formali nei contesti legati ai loro sintomi, a volte persino superiori rispetto a individui senza tali disturbi. Tuttavia, questa competenza logica non preclude la possibilità che queste persone possano agire in modo irrazionale in un contesto pratico, rimanendo intrappolati in stati emotivi o modelli di pensiero dannosi, nonostante siano consapevoli della necessità e abbiano la capacità di cambiare.

Questo ci porta a distinguere tra la "logica formale" e la "logica pratica". Mentre la prima riguarda le conoscenze teoriche generali e i principi universali, la seconda concerne il ragionamento applicato alle esperienze e alle situazioni reali. Il semplice aderire ai principi della logica formale non garantisce automaticamente una funzione quotidiana efficace, relazioni sane o una percezione accurata della realtà.

Un altro punto da sottolineare è che, mentre i pazienti potrebbero eccellere in compiti logici che riguardano direttamente i loro sintomi, ciò non significa che siano immuni a credenze o comportamenti disfunzionali. Per esempio, un paziente ossessivo potrebbe risolvere brillantemente un problema logico legato alle sue paure di contaminazione, ma questo non lo protegge dall'essere avvolto dalla convinzione irrazionale che tutto attorno a lui sia contaminato.

Scarsa adesione ai fatti

Un'interpretazione comune della psicopatologia sostiene che essa sia legata a una debole correlazione con la realtà, manifestandosi attraverso rappresentazioni distorte o inesatte degli eventi. Prendendo come esempio la Depressione: potrebbe essere intesa come un risultato di visioni irrealistiche e amplificate delle sfide quotidiane. Una persona depressa potrebbe percepire la sua giornata come un insormontabile ostacolo, pieno di barriere e avversità. Spesso, queste persone possono sembrare inclini a sovrastimare l'entità o le ripercussioni degli errori passati, particolarmente se accompagnate da un profondo senso di colpa.

Tuttavia, gli studi dimostrano un'immagine diversa. I pazienti depressi, almeno quelli di gravità media, tendono ad avere una valutazione più realistica degli ostacoli, delle loro competenze, e dei loro trionfi e fallimenti. Paradossalmente, sono le persone non depresse a mostrare una visione distorta, incline all'ottimismo irrealistico.

Pertanto, non è corretto dire che la psicopatologia si manifesta attraverso una scarsa aderenza alla realtà. In molti casi, sono le persone senza sintomi psicopatologici a dimostrare una connessione alterata con la realtà. Curiosamente, un pizzico di illusione o mistica può effettivamente avere vantaggi pratici nella vita quotidiana.

Lo stigma

Questa parola descrive un insieme di pregiudizi e atteggiamenti che certi gruppi sociali adottano verso altri gruppi, percepiti come diversi e, spesso, in modo negativo.

Come si manifesta lo stigma? Una determinata etichetta viene appioppata a un gruppo, come "malati di mente". Quest'etichetta viene poi caricata di attributi negativi, come l'idea che "i malati di mente siano pericolosi". In questo modo, viene tracciata una linea divisoria tra "noi, che siamo sani" e "loro, che sono malati", e le persone marchiate da quest'etichetta diventano oggetto di discriminazione e emarginazione.

Lo stigma, con le sue inevitabili conseguenze di esclusione e discriminazione, porta con sé ulteriore sofferenza, aggravando la condizione di chi già vive con un disturbo mentale. Già dagli anni '60 e '70, con il movimento dell’antipsichiatria, si è compreso quanto lo stigma associato all'essere "malato mentale" potesse amplificare e prolungare i sintomi della psicopatologia. Un esempio emblematico di ciò riguarda l'ospedalizzazione: l'antipsichiatria ha combattuto strenuamente contro i lunghi ricoveri negli ospedali psichiatrici, riconoscendo che l'isolamento prolungato in queste strutture, a prescindere dalle ragioni del ricovero, potesse causare ulteriore sofferenza e disabilità mentale.

Il paradigma genetico

La genetica studia la struttura e la funzione dei geni. Ogni zigote umano possiede 46 cromosomi, e ciascun cromosoma è costituito da una serie di geni che portano l'informazione genetica sotto forma di DNA. La disposizione specifica dei geni all'interno del DNA e il modo in cui essi vengono attivati o repressi contribuiscono a definire l'unicità di un individuo. I geni sono responsabili della produzione di proteine, che a loro volta influenzano il funzionamento del nostro corpo e del nostro cervello. Queste proteine possono attivare o inibire l'azione di altri geni, modulando così la manifestazione delle caratteristiche genetiche.

Interazione geni-ambiente

Contrariamente a un'idea rigida e deterministica, i geni non operano in un vuoto meccanico. Sono dinamici, e la loro espressione dipende in larga misura dall'interazione con l'ambiente circostante. In altre parole, il nostro patrimonio genetico non predestina rigidamente chi diventeremo. Alcuni geni possono essere attivati o inattivati a seconda delle circostanze ambientali.

In questa prospettiva, i disturbi mentali non sono un'eccezione. Pur avendo una componente genetica, la loro manifestazione dipende notevolmente dall'ambiente. Questo spiega perché non esista un singolo gene responsabile di un particolare disturbo mentale. L'influenza genetica sulla psicopatologia è poligenica, ossia, numerosi geni contribuiscono a una vulnerabilità, e la loro attivazione o inattivazione può variare a seconda dell'ambiente.

L'idea di ereditabilità non si riferisce alla presenza o assenza di un gene in un individuo, ma piuttosto a quanto un tratto o un disturbo sia influenzato geneticamente.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federico.lima di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica applicata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Guglielmo Marconi di Roma o del prof Baglioni Chiara.
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