Daniela Garstea psicologia clinica
Esame 31 domande a risposta multipla
La psicologia è la scienza che studia i fenomeni della vita affettiva e mentale dell’uomo e il comportamento degli animali. È importante agire sul benessere del paziente e degli operatori sanitari. È importante agire sulla componente emotiva, sulla sfera comportamentale e sul pensiero.
La psicologia clinica è una disciplina applicativa che utilizza le leggi e le tecniche ottenute dalla ricerca sperimentale per spiegare comportamenti individuali, elaborare interventi curativi e valutarne l’esito. Nella psicologia clinica si va nell’ambito della prevenzione e nella gestione degli eventi clinici. La psicologia è una scienza. La psicologia comprende eventi molto complessi, difficilmente evidenziabili. Ricorda che la persona non è la malattia. È importante capire l’unicità e non adoperare cure standard. È, perciò, importante personalizzare l’approccio. Il tuo focus è la persona, non la malattia.
L’obiettivo principale della psicologia clinica è la relazione terapeutica. Alla relazione terapeutica seguono e concorrono:
- La valutazione clinica della persona
- La progettazione di intervento
- L’intervento clinico
- La verifica dell’efficacia dell’intervento
La psicologia interagisce e si collega con:
- Neurologia
- Psico-oncologia
- Psicosomatica (interazione tra mente e corpo)
- Psicometria (sviluppa strumenti di assessment validi)
- Psicologia evolutiva
- Psicologia sociale
- Psicologia dinamica
Storia della psicologia clinica
Quali altre figure, oltre allo psicologo, ci sono nell’ambito della salute mentale?
- Tecnico di riabilitazione psichiatrica
- Psichiatra
- Psicoterapeuta
- Tutti gli operatori sanitari concorrono alla salute mentale
- L’educatore
Daniela Garstea
Il mental coaching è svolto da una persona che non ha una formazione. È una persona che ha sviluppato un proprio metodo e vuole aiutare le altre persone parlando del suo metodo e del suo stile di vita. Ha un’orientazione puntiforme e tutta orientata verso il futuro. Non è una persona titolata a gestire le situazioni di disagio.
Nel counseling, la persona ha delle conoscenze e delle competenze per riconoscere delle condizioni di psicopatologia, ma non per gestirle. Ha una formazione circoscritta, corta e meno approfondita, rispetto allo psicoterapeuta. Il counseling può trattare le situazioni di disagio. Il counseling è una professione che si è sviluppata nel riconoscere il funzionamento del soggetto. Interviene sul tipo di lavoro strategico. Il counseling è una via di mezzo tra il coaching e la psicoterapia. Ha un ruolo nella progettazione del presente e del futuro.
Nella psicoterapia, invece, cambia l’orientamento sulla presa in carico di condizioni anche psicopatologiche. Inoltre, abbiamo una focalizzazione sulla dimensione riguardante la riparazione del passato. Nella psicoterapia vi sono persone formate ad usare la relazione come strumento di azione; che hanno studiato e frequentato un percorso di formazione per riconoscere le condizioni psicopatologiche e renderle una esperienza riparatoria per il paziente. Nella psicoterapia svolgo un lavoro più strutturato e approfondito.
Gli strumenti della psicologia clinica sono:
- La relazione – è importante costruire una relazione terapeutica
- L’osservazione
- Strumenti psico diagnostici
- Colloqui clinici
Relazione terapeutica
È una relazione tra una persona che ha bisogno di aiuto e un’altra che è in possesso degli strumenti e dei mezzi per colmare o per alleviare la condizione di bisogno dell’altro. «È una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, una valorizzazione delle risorse personali del soggetto ed una maggiore possibilità di espressione». Bisogna favorire un’espressione del potenziale. Noi stiamo accompagnando lungo un percorso evolutivo. È una «Dimensione interattiva tra paziente e terapeuta riferita alla capacità di entrambi di sviluppare una relazione basata sulla fiducia, il rispetto e la collaborazione nel lavoro comune al fine di affrontare i problemi e le difficoltà del paziente». L’aspetto relazionale deve essere il cardine dell’intervento. È importante essere consapevoli. Il sanitario deve essere consapevole e capace di creare il gap e i ponti per stabilire la relazione terapeutica. Il sanitario non deve creare distinzioni, ma deve dare la stessa qualità di cure a tutti i pazienti. A fare la differenza è la qualità della relazione.
Valori e funzioni della relazione
- Conoscitiva – permette reciprocamente di capire se il terapeuta può aiutare il paziente e se il paziente è adatto al terapeuta. La modalità relazionale adottata dal paziente nei confronti del terapeuta arricchisce e completa le informazioni utili nel percorso valutativo/diagnostico. Le reazioni del terapeuta all’assetto relazionale del paziente sono a loro volta elementi che possono guidare nel processo di conoscenza e inquadramento clinico. Ci sono dei contenuti che sono personalizzati in base al rapporto che si instaura a seguito di una relazione di fiducia. Inoltre, è importante capire cosa si prova quando si è in relazione con un’altra persona.
- Riparatoria – ha il fine di colmare dei vuoti, riparare delle ferite e dei traumi. La relazione terapeutica permette al paziente di confrontarsi con pattern relazionali più sani e trovare risposte coerenti ai propri bisogni sviluppando nuovi schemi interpersonali. Permette di rivivere e rielaborare eventi e memorie traumatiche. Il termine riparatorio racchiude un insieme di strategie che passano nella relazione e che scaturiscono 2 effetti: aiutano a rielaborare qualcosa che è accaduto e offre un’esperienza nuova in cui si può sperimentare un diverso pattern relazionale. Significa vivere concretamente un diverso stile relazionale che permette di essere qualcosa di altro. Quando vado in terapia è perché il modo di essere che avevo fino a quel momento non funziona più. Bisogna sperimentare come ci si sente. Bisogna confrontarsi con pattern relazionali più sani e più affini.
- Motivazionale – Il paziente attraverso l’osservazione e l’imitazione del terapeuta può trovare un modello e apprendere e mettere in atto nuovi comportamenti o schemi di lettura. Sperimentando pattern più simili a me, più sani, sarò più motivata. L’alleanza e la cooperazione con il terapeuta, facendo sentire il paziente supportano, lo stimolano nel percorso di cura.
Cosa permette allo psicologo e al paziente di entrare in relazione?
- Fiducia
- Voglia di farsi aiutare e motivazione del paziente
- Capacità di ascolto
- Approccio empatico
L’operatore sanitario deve prendersi cura del paziente. La relazione è il mezzo per riuscire a prendere in carico il paziente. La relazione, però, deve essere bidirezionale; deve essere voluta sia dal professionista che dal paziente. Il terapeuta, inoltre, è il mezzo della cura. È importante apprendere e coltivare abilità comunicative e relazionali attraverso l’empatia.
Empatia
Il processo di empatia è il percepire lo schema di riferimento interiore di un altro con accuratezza e con le componenti emozionali e di significato ad esso pertinenti, come se una sola fosse la persona, ma senza mai perdere di vista questa condizione di «come se». Essere empatici significa percepire il mondo interiore dell’altro, come se fosse il nostro, mantenendo tuttavia la consapevolezza della sua alterità.
I 4 punti su cui si basa l’empatia sono:
- Cercare di prendere la prospettiva dell’altra persona
- Rimanere fuori dal giudizio
- Riconoscere le emozioni altrui
- Nominare le emozioni
Essere empatici significa avere il coraggio di essere lì e ascoltare una persona. Non c’è la frase giusta da dire. Cerco di accogliere le preoccupazioni della persona. In parte si nasce empatici. Una predisposizione, tuttavia, non mi fa essere già imparato. Ho bisogno di alimentare e lavorare comunque su questa componente. È importante coltivare l’intelligenza emotiva.
L'intelligenza emotiva
L’intelligenza emotiva è l’abilità di percepire ed esprimere le emozioni, integrandole nel proprio pensiero, comprendendo e ragionando sulle emozioni stesse, nonché regolandole in sé stessi e negli altri. Inoltre, avere intelligenza emotiva significa saper identificare le emozioni proprie ed altrui, impiegarle per facilitare il pensiero, riconoscerle ed etichettarle in modo corretto, saper gestire e regolare la loro manifestazione. L’intelligenza emotiva è «l’abilità di percepire, valutare ed esprimere le emozioni in maniera accurata e appropriata, abilità di usare le emozioni per facilitare il pensiero, abilità di capire e analizzare le emozioni e di utilizzare in modo efficace la conoscenza emotiva, abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita emotiva e intellettuale».
Osservazione
Nel colloquio clinico è occasione di analisi del comportamento interpersonale del paziente. Nella psicoterapia è uno strumento periodico di verifica cambiamenti (monitoraggio). Nell’ambito educativo/riabilitativo è fonte di informazioni relative al contesto e al modo in cui il paziente si relaziona ad esso. Nell’ambito della ricerca strumento per esplorare un fenomeno.
Quali elementi posso osservare?
- Il non verbale (uso della distanza e vicinanza fisica, paraverbale può sottolineare una certa intensità emotiva)
- Silenzio (esitazione, timore, difficoltà)
- L’aspetto esteriore (come si presenta può indicare l’appartenenza ad uno status sociale, la congruenza con ciò che è verbalizzato o con le problematiche)
Automonitoraggio
È il soggetto stesso che osserva i propri comportamenti. È una tecnica intermedia tra valutazione soggettiva e l'osservazione. È una tecnica d'elezione per quanto riguarda eventi interni: emozioni, pensieri. È un sistema di registrazione accurato ma semplice. Effetti di reattività: l’automonitoraggio di un comportamento indesiderato porta a una sua piccola riduzione.
Osservazione scientifica
L'osservazione ha luogo in modo strutturato e sistematico. Viene adottata una misurazione che registra un comportamento. Si impiegano tecniche non invasive. Vi sono la familiarizzazione con l’osservatore e il mascheramento dell’oggetto di osservazione.
Osservazione naturalistica
L'osservazione ha luogo nell'ambiente naturale nel quale spontaneamente si verifica il comportamento in esame. Si adotta questa metodologia quando si vuole osservare un comportamento SENZA mettere in atto interventi che ne alterino l’espressione.
Osservazione partecipante
L'osservazione ha luogo nell'ambiente naturale nel quale spontaneamente si verifica il comportamento in esame. Tuttavia, per svolgersi è necessario che l’osservatore si inserisca in tale ambiente, divenendo parte del gruppo.
Osservazione controllata
L’osservatore non interviene direttamente sul comportamento, ma crea la condizione allo scopo di favorire la produzione del fenomeno che si vuole esaminare.
Quali rischi possono verificarsi dall’osservazione?
- Tendenza a confermare aspettative/dati che supportano ipotesi
- Possibili bias legati alla presenza dell’osservatore
- Limitata oggettività e standardizzazione
Colloquio clinico
È una situazione caratterizzata dall’interazione fra almeno 2 persone nelle quali una delle due svolge una funzione professionale e l’altra è un cliente/paziente. Inoltre, il colloquio clinico è caratterizzato dal luogo in cui si svolge il colloquio. Il luogo è un setting specifico e/o strutturato. Il colloquio può svolgersi in una stanza dedicata o nella stanza del paziente. Il luogo è molto importante per favorire la tutela del paziente e della sua privacy. Inoltre, il contesto definito è importante per non sfociare in una dinamica amicale. Essere in una struttura protetta è una tutela sia per il paziente che per l’operatore. Inoltre, il colloquio è un processo di ricerca attiva la cui finalità è l’esame completo del problema del paziente. Nel colloquio, in aggiunto, non si presta solo attenzione a ciò che viene detto, ma anche alla postura e ai messaggi non verbali.
Il colloquio, infatti, utilizza:
- Materiale cognitivo – verbale: ciò che il paziente pensa e ciò che il paziente dice di sé
- Osservazione del comportamento del paziente
- Relazione: interazione tra paziente e psicologo
Finalità del colloquio clinico
L’intervento di aiuto può avvenire:
- In funzione del contesto in cui opera lo psicologo clinico: pubblico o privato, ospedaliero o più in generale sanitario, aziendale di consulenza
- In funzione degli obiettivi d’intervento: psicoterapia, diagnosi, sostegno, intervento rivolto all’organizzazione
- In funzione del modello teorico di riferimento che organizza e sostiene la prassi: psicoanalisi, cognitivismo, comportamentismo, gestalt
- In funzione della metodologia e della tecnica: individuale, gruppale, familiare, organizzativa
Tipologie di colloquio
Che tipologie di colloquio esistono?
- Interventi individuali
- Interventi di gruppo
- Coppie e famiglie (in modo congiunto, parallelo, individuale)
- Interventi sull’ambiente e sulla comunità che si prefiggono di lavorare con un gruppo (comunità terapeutica, scuola) apportando cambiamenti, formazione, regole per creare un migliore ambiente di vita
Richiesta di aiuto
In che modo può avvenire la richiesta di aiuto? Essa può avvenire:
- Tramite la decisione di rivolgersi ad uno psicologo clinico. È in genere l’esito di un ragionamento fatto dall’individuo che si rende conto di non essere più in grado di individuare soluzioni che possano arrecare sollievo a una sensazione soggettiva di malessere - Io ho consapevolezza del problema
- Può essere frutto di pressioni ambientali (da parte di familiari o amici) più o meno assunte come proprie - Non ho consapevolezza del problema
- Può essere l’accettazione passiva di un’indicazione proveniente dall’esterno e non riconosciuta congruente con i propri bisogni.
Bisogna riconoscere l’esistenza della problematica. La motivazione è uno stato interno che attiva, dirige e mantiene nel tempo il comportamento di un individuo in direzione di una meta. La motivazione è uno stato dinamico dell’individuo. Può modificarsi da una situazione all’altra. È uno stato interno, influenzato da fattori esterni.
Le richieste di aiuto possono essere:
- Intrinseca: il colloquio viene richiesto dal “cliente” allo scopo di raggiungere un certo processo di conoscenza: o intellettuale - cognitivo (es: colloquio di orientamento) o affettivo – relazionale
- Estrinseca: il colloquio non è richiesto dal “paziente” ma da un’altra figura (altro professionista, parente, convivente). Bisogna, però, cominciare a volerlo e a capire quale sia il problema.
A seconda della motivazione posso avere dei percorsi più o meno efficaci.
- Insight completo: il soggetto espone liberamente i propri sintomi, in quanto li riconosce come egodistonici
- Insight parziale: il soggetto riconosce la presenza di un disagio ma la attribuisce a fattori esterni (es: pazienti psicotici affetti da schizofrenia, disturbo bipolare, abusatori di sostanze)
- Nessun insight: negazione completa dell’esistenza di un disagio (si presenta accompagnato, reagisce alle domande mostrando resistenza aggressiva, compliance passiva o mutacismo)
Chi si rivolge per la prima volta ad uno psicologo può essere:
- Perplesso: non sa se sta chiedendo la cosa giusta alla persona giusta
- Disorientato: dalla scoperta di soffrire di un problema psichico che non sa come trattare
- Avvilito: perché deve chiedere aiuto a un’altra persona e deve ammettere che la «buona volontà» non basta
- Colpevolizzato: dall’idea di aver fatto qualcosa di sbagliato, che lo ha ridotto in quelle condizioni
- Disorientato: familiari e amici hanno tutti una propria idea su che cosa si dovrebbe fare (spesso contraddittoria)
- Imbarazzato: nel raccontare le proprie sensazioni, perché è più abituato a comunicare un disagio fisico
Inoltre, non tutte le culture e religioni accettano l’aiuto dello psicologo. È, perciò, importante cercare di informare il paziente sul vero ruolo dello psicologo. Inoltre, nel caso in cui sia implicata una famiglia con più persone, bisogna interrogarsi su chi effettivamente non voglia l’aiuto dello psicologo. Bisogna, ovviamente, cercare di rispettare le credenze religiose e culturali.
Quali fattori influenzano la richiesta di aiuto?
- Precedenti esperienze (o di amici e parenti) con disturbo e il mondo ‘psi’
- Fattori socioculturali (stereotipi) e credenze rispetto a malattia psicologica (paura dello stigma)
- Stili e modelli familiari
- Teoria del paziente rispetto al proprio disturbo (fisico o psicologico)
- Conoscenze e timori (es. timori per farmaci o per terapie lunghe e con tempi non ben definiti)
Struttura del colloquio psicologico
Come si struttura un colloquio psicologico? Operatore sanitario e paziente si presentano all’incontro con una serie di obiettivi e di fattori interni, più o meno espliciti, che condizioneranno la loro interazione. L’insieme di tali elementi è definito agenda.
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