Domande psicobiologia: etica e legislazione su SA e welfare
Forme di evoluzione e coevoluzione dei rapporti tra uomo e animali
Quando parliamo di evoluzione e coevoluzione dei rapporti tra uomo e animali dobbiamo tenere in considerazione il fatto che gli animali sono onnipresenti nella vita degli esseri umani e che l’interdipendenza delle specie viventi l’una dall’altra è un fatto e su di essa si fonda la nozione di ecosistema. Tuttavia, le relazioni umane con le altre specie sono caratterizzate fin dagli albori dalla domesticazione, infatti gli uomini sono gli unici viventi che tengono altri animali confinati e che ne modificano i caratteri, la riproduzione, i tratti somatici (es: maggior produzione di latte da parte delle mucche) per i loro scopi.
Se l’attività di domesticazione è peculiare dell’Homo sapiens, il meccanismo di modifica vicendevole in una sorta di adattamento reciproco riguarda anche le altre specie. Questo fatto è sintetizzato con il concetto di coevoluzione. Le relazioni di coevoluzione possono essere di due tipi:
- Agonistico - Esempio preda-predatore possono sviluppare caratteristiche che consentono a uno di scappare e all’altro di catturare più efficacemente. Dunque una coevoluzione di tipo agonistico tende a configurarsi in modo che l’adattamento di una specie rappresenta una pressione che favorisce un eventuale controadattamento dell’altra specie.
- Mutualistico - Gli individui si adattano per una reciproca convivenza, mostrando che l’interrelazione fra esseri viventi produce modificazioni nei caratteri genetici (e quindi somatici) delle specie che entrano in relazione. La coevoluzione è uno dei modi in cui la selezione naturale può operare su una specie.
Se prendiamo in considerazione, ad esempio, la domesticazione degli animali, è improbabile che questa derivi da una decisione consapevole dell’uomo, ma piuttosto è probabile che al principio possa esserci stata una relazione di tipo coevolutivo, vale a dire con processi di selezione naturale privi di intenzionalità e caratterizzati da meccanismi di prova ed errore.
Il caso del cane: i cani inizialmente si tenevano a contatto con le comunità di umani, cibandosi dei loro scarti alimentari, il vantaggio per gli umani era la funzione di “sentinella” di questi animali, di aiuto nella caccia e di predatori di piccoli animali nocivi per gli esseri umani. Dunque la vicinanza uomo-cane avvenne per ragioni contingenti e poté innescare un processo di coevoluzione.
Meccanismi simili a questo avvengono anche per la domesticazione di animali come i bovini, infatti individui docili come questi sono stati facilmente confinati in spazi chiusi e governati dagli esseri umani, foraggiati e accuditi. Quindi, dal momento che la condizione di vita era più protetta e l’abbattimento avveniva dopo uno o più cicli riproduttivi, ciò ha rappresentato un vantaggio per quegli individui.
Non solo alcune caratteristiche degli animali hanno incoraggiato la convivenza, ma anche caratteristiche dell’uomo in grado di capire/intuire come posture, sguardi e versi degli animali indichino invito al gioco, minaccia, richiesta di cibo. La domesticazione animale rappresenta un passaggio fondamentale per l’evoluzione umana, grazie all’agricoltura e all’allevamento l’uomo passa alla forma di vita stanziale e questo comporta l’allargamento delle comunità. La vita stanziale e l’uso alimentare sistematico ed esteso degli animali migliorano le condizioni di vita e ne incrementano la durata. L’allungamento della vita e la diminuzione del tempo dedicato alla caccia hanno consentito il fiorire della trasmissione culturale e la diversificazione delle attività umane. Senza la svolta della domesticazione la civiltà umana come la conosciamo oggi non esisterebbe.
Rapporti uomo-animale in prospettiva post-darwiniana
Dopo Darwin e grazie alla biologia darwiniana, tre idee risultano oggi impraticabili:
- Discontinuità ontologica tra uomo e animale - Darwin afferma l’idea rivoluzionaria di una comune origine fra umani e animali, ovvero di un antenato comune che spiega che le differenze tra le specie non sono segno di origini distinte, ma di trasformazioni differenti. Darwin usa l’esempio del corallo, il quale ha diversi rami che, se percorsi al contrario, portano alla stessa base comune. Le variazioni genetiche differenti da specie a specie sono frutto del caso e del ruolo fondamentale dell’ambiente e delle pressioni che esso esercita sui viventi. Di conseguenza, risulta che tutti gli esseri viventi sono “imparentati” e quindi l’idea antropocentrica viene automaticamente falsificata.
- L’antropocentrismo, ovvero l’affermazione della centralità dell’essere umano
- Continuità cognitiva tra uomo e animale - Si tratta di continuità di capacità mentali tra uomini e animali, ma le correnti post-darwiniane negavano la possibilità di studiare scientificamente la mente animale.
La rivoluzione prodotta in biologia dalla teoria darwiniana ha promosso la ricerca scientifica sul comportamento e sulla mente degli animali, istituendo un nuovo ramo della biologia, l’etologia, e la nascita di domande circa l’etica animale. Così, dopo Darwin, gli scienziati si chiesero perché, se non vi era una essenziale differenza fra animali e umani, il trattamento riservato agli animali fosse tanto diverso.
Questa domanda sta alla base della nascita dell’etica di liberazione animale (fondata da Singer e Regan). I tre punti fondamentali su cui si basa tale etica sono:
- Il fatto che garantire l’inclusione degli animali nella sfera morale fosse la capacità di provare piacere e dolore e non la ragione o il linguaggio.
- L’antispecismo, ovvero quel movimento filosofico e culturale che si oppone allo specismo. Con quest’ultimo si intende l’attribuzione di un diverso valore o status morale agli animali unicamente in base alla loro specie di appartenenza. L’antispecismo consiste invece nel mettere uomini e animali sullo stesso piano come esseri viventi che possono provare dolore, piacere e hanno funzioni cognitive. L’antispecismo vuole rifiutare il bias di preferenza per la propria specie che struttura le dinamiche di gruppo.
- La questione dell’etica morale non deve essere lasciata in mano al singolo individuo, ma deve essere la giustizia sociale ad occuparsene e garantire che i diritti degli animali vengano legalmente riconosciuti.
Tutto questo in epoca post-darwiniana è sfociato nella messa in atto di provvedimenti in favore dei diritti degli animali. Ricordiamo il Martin Act 1822, ovvero la prima legge emanata da un parlamento democratico (nel Regno Unito) sulla crudeltà contro gli animali, ma anche il Cruelty to Animals Act del 1876 riguardo l’uso degli animali nella sperimentazione.
La prospettiva utilitarista riguardo la relazione uomo-animale
Il fondatore della prospettiva utilitarista è Jeremy Bentham, il quale in un noto passo dell’“Introduzione alla morale e alla legislazione” paragonò il modo in cui al giorno d’oggi vengono trattati alcuni animali considerati razza inferiore, al trattamento che veniva riservato agli schiavi, definendola tirannia (precede in questo modo la fondazione del concetto di antispecismo). Sempre all’interno dello stesso scritto Bentham pone una domanda fondamentale, chiedendosi cosa segna il confine tra umani e animali e se fosse davvero la ragione o il linguaggio come affermava Cartesio. Ma allora quale differenza ci sarebbe fra un neonato di poche settimane e un cane? Il cane sarebbe addirittura più socievole e razionale del neonato. La vera domanda da porsi è: “Possono soffrire?”.
Infatti, alla base dell’utilitarismo benthamiano vi è l’idea che il cuore della moralità sono il piacere e il dolore, la cui promozione o evitamento rappresenta la misura dell’utilità di comportamenti, pratiche e istituzioni. La condotta moralmente corretta consiste nella massimizzazione del piacere e nella minimizzazione della sofferenza.
Bentham afferma che ogni essere in grado di provare piacere e dolore vale allo stesso modo degli altri. Una conseguenza ovvia di questa visione è l’ugualitarismo, che è uno dei principi cardine su cui si fonda la più recente etica animale di Singer e Regan. Nel 1989 Singer, similmente a quello che era stato sostenuto da Bentham in precedenza nell’argomento dei casi marginali, sostiene che molti animali come le scimmie, ma addirittura anche i topi, sono dotati di maggiore intelligenza e di una larga consapevolezza di ciò che gli accade rispetto ad esseri umani con lesioni cerebrali; quindi secondo lui non esistono caratteristiche che questi umani hanno e gli animali no ed è dunque insensato che i primi possano rientrare nella sfera morale e i secondi no. La posizione di Singer prende il nome di consequenzialismo utilitarista: ogni relazione che gli umani intraprendono con gli animali e che causa a questi ultimi danni e frustrazioni che non corrispondono ad una stessa quantità di benefici e interessi soddisfatti, deve essere abbandonata. Ne consegue che l’uso alimentare degli animali non sia moralmente giustificato.
Anche Salt, in seguito alla teoria di Darwin, riprende il principio dell’utilità nel suo scritto “I diritti degli animali”. La teoria di Salt si basa sull’estensione, ovvero afferma che se determinati diritti vengono riconosciuti agli esseri umani devono essere riconosciuti anche agli animali poiché anche loro hanno un “individualità”, un carattere, e uno scopo nella vita e quindi devono poterli esprimere. Il punto cardine della teoria di Salt è che se si deve uccidere un uomo o un animale, allora questa uccisione DEVE avere un UTILITÀ o essere NECESSARIA. Salt affronta anche il tema della sperimentazione e afferma che se il criterio dell’utilità non è sufficiente per eseguire sperimentazioni sugli esseri umani (che sono anche modelli migliori degli animali), lo stesso deve valere per gli animali. Salt termina affermando che l’avvento della democrazia aiuterà a riconoscere i diritti degli animali.
Specismo e antispecismo
Negli anni '70 del XX secolo inizia a essere preponderante il dibattito teorico dell’etica applicata. Questo non viene innescato solo dalle innovazioni in campo medico, dagli effetti dell’inquinamento sull’ambiente, dalle nuove forme di produzione animale e dall’incremento dell’uso di animali nella ricerca scientifica. Negli stessi anni la società occidentale è attraversata da profondi processi di contestazione politica e da istanza di trasformazione sociale, che sfociano in richieste di nuovi diritti civili e sociali. Questo clima sociale e la diffusione del linguaggio dei diritti fanno sì che la teorizzazione di “diritti animali” e la richiesta di un loro riconoscimento diventi una nuova frontiera di trasformazione sociale; nasce così l’idea fondante dell’etica di liberazione animale: l’antispecismo.
Il termine specismo venne coniato nel 1970 da Richard Ryder. Con questo termine si intende l’attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui unicamente in base alla loro specie di appartenenza. Ryder riteneva che questo fosse sbagliato poiché proprio per la consapevolezza che gli animali sono estremamente simili all’uomo, anche da un punto di vista del sistema nervoso centrale, motivo per cui vengono tanto studiati in laboratorio. Egli sosteneva che la possibilità di infliggere sofferenza agli animali poteva essere giustificata solo se la possibilità di provare dolore era minima e solo se l’avanzamento in campo medico era davvero elevato; ciò nonostante si tratta comunque di specismo in quanto si sacrifica un'altra specie in favore della propria.
Infine, Ryder sostiene anche che se si ritiene sbagliato infliggere dolore gratuito agli esseri umani innocenti, allora a logica lo stesso dovrebbe valere per gli animali non umani. In questo modo Ryder dà vita al principio fondante della liberazione animale, ovvero l’antispecismo, quel movimento filosofico e culturale che si oppone allo specismo ponendo gli animali sullo stesso piano degli uomini come esseri viventi che possono provare dolore e che sono dotati di funzioni cognitive. Esiste un bias di preferenza per la propria specie che struttura le dinamiche di gruppo (ingroup bias), l’antispecismo vuole rifiutare questa tendenza naturale dell’uomo.
L’elemento caratterizzante dell’etica animale contemporanea è l’affermazione di una continuità fra la critica morale delle discriminazioni razziali e di genere sugli esseri umani e l’inclusione degli animali non umani nella sfera della moralità; questa continuità è il cuore dell’antispecismo.
Difatti, Singer, similmente a quanto sostenuto da Bentham, si esprime a favore dell’antispecismo in quello che viene definito argomento dei casi marginali: animali come scimmie e cani sono largamente più consapevoli di ciò che gli accade e più intelligenti rispetto ad umani con lesioni, dunque non esistono caratteristiche che questi umani hanno e gli animali no per cui i primi possano rientrare nella sfera morale e gli altri no.
La prospettiva sentimentalista nella relazione umani-animali
L’etica sentimentalista è quell’approccio alla vita morale che pone al centro i sentimenti e la simpatia, cioè quelle capacità che permettono di entrare emotivamente in contatto con le vite altrui. Tali abilità sono, quindi, le risorse per includere gli animali nella considerazione morale e per riformare il modo di interagire con essi.
Da questo punto di vista, le pratiche che sono apertamente condannate sono solo quelle in cui la sofferenza animale è finalizzata al divertimento umano, come nella caccia e nel circo. Per le altre pratiche (come mangiare la carne, la sperimentazione sugli animali), invece, si considerano i punti di vista legati più al cosiddetto benessere animale.
La prospettiva sentimentalista affida un ruolo chiave al contesto in cui le relazioni uomo-animale avvengono e, soprattutto, non crea leggi teoriche esterne sul comportamento da tenere moralmente corretto ma, la riflessività morale diventa un’attività che si genera all’interno di queste interazioni e relazioni, poiché i comportamenti umani verso gli animali sono già biologicamente connotati da elementi morali. La riflessività morale deve mediare, estendere e trasformare i sentimenti che già esistono naturalmente all’interno delle relazioni fra uomini e animali.
Midgley fa notare che però non ci si può soffermare sul fatto che sia insito in ogni specie e dunque anche nell’uomo, una preferenza per il proprio gruppo di appartenenza il quale, seppur si tratti di un pregiudizio che in quanto tale è parziale, ha un riconosciuto valore di sopravvivenza. A spiegare tale pregiudizio vi è il sentimento della simpatia: la simpatia è quel processo che consente di sintonizzarsi con le emozioni e gli stati mentali altrui, siano essi animali o umani, ed è indispensabile per lo sviluppo della socialità e della moralità. Ovviamente, come già Hume scrisse, questo processo è più facile quando due soggetti sono simili tra loro, quindi sarà più facile fra due uomini piuttosto che tra un uomo e un animale. Motivo per cui, secondo tale prospettiva, l’argomento dei casi marginali che vuole una totale uguaglianza uomo-animale, di Singer, sarà ancora molto a lungo impraticabile.
Qui si sostiene che per arrivare ad estendere la moralità anche a specie differenti dalla propria, non si debba affatto negare il pregiudizio insito in ogni specie, quanto rielaborarlo e trasformarlo riflessivamente in modo da addolcirne i vincoli. Il fatto che gli uomini sappiano leggere i sentimenti degli animali e connettersi con le loro sofferenze e i loro piaceri, almeno quelli più vicini a loro, è già un’ottima premessa per farli entrare nella sfera morale. L’immaginazione aiuta in tal senso poiché agisce da contatto indiretto, permette di rappresentarsi mentalmente, ad esempio, si può immaginare cosa vivano gli animali utilizzati per scopo alimentare e provare a sintonizzarsi con i sentimenti di animali e umani che non sono direttamente a contatto con noi e con cui non abbiamo un’interazione. Si tratta anche della capacità di riconoscere agli animali il possesso delle emozioni simili alle nostre. Diamond afferma che siano le esperienze della vita quotidiana e di interazione empatica con gli animali, insieme all’immaginazione di tali esperienze, a dare la possibilità agli animali di entrare nella sfera morale. La moralità individuata dalla prospettiva sentimentalista risiede nei sentimenti di approvazione e disapprovazione per ciò che è utile/piacevole o inutile/spiacevole a se stessi o agli altri.
Il concetto di modello animale
La sperimentazione animale applicata utilizza gli animali come modelli sperimentali. Possiamo definire un modello animale come una condizione che permette di studiare i processi biologici e comportamentali fondamentali; oppure si può pensare al modello animale come alla possibilità di indurre processi patologici che riproducano, almeno per certi aspetti, lo stesso fenomeno patologico osservato negli umani o in altre specie animali. Quindi il più delle volte, quando si parla di sperimentazione animale, non ci si riferisce a una particolare specie, ma a una specifica situazione.
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