Progettazione didattica inclusiva e Universal Design for Learning
Alcune definizioni
Secondo l’approccio personalistico, la pedagogia è la disciplina che studia come l’essere umano cresce e si sviluppa nel corso della vita attraverso l’educazione. Il suo interesse principale è quindi la persona e il modo in cui realizza il proprio percorso di crescita. La pedagogia si occupa di diversi ambiti, tra cui la pedagogia della salute, sociale, speciale, clinica, dello sport e sperimentale.
L’educazione è il processo con cui le nuove generazioni apprendono il patrimonio culturale dell’umanità (Dewey), si integrano nella società e nei suoi valori (Durkheim) e vengono aiutate dagli adulti a crescere attraverso azioni mirate (Brezinka).
L’istruzione riguarda invece la trasmissione di conoscenze, competenze e abilità necessarie per la vita. Avviene soprattutto nella scuola attraverso l’insegnamento ed è rivolta principalmente allo sviluppo dell’intelletto. Può interessare diversi ambiti: teorico, pratico, professionale e religioso.
La formazione è un processo di crescita personale e culturale simile all’educazione, ma con un approccio più tecnico e strutturato. È parte dell’educazione, ma non la esaurisce, perché non sempre coinvolge la piena maturazione interiore della persona.
L’apprendimento consiste in un cambiamento stabile del comportamento che deriva dall’esperienza. Non dipende dall’istinto o da condizioni temporanee, ma dall’acquisizione di stimoli provenienti dall’ambiente che vengono trasformati in conoscenze o abilità. In questo processo, il compito dell’insegnante è accompagnare la persona nel suo percorso di crescita continua, aiutandola a conoscere se stessa, gli altri e il mondo.
La didattica è la scienza che studia come insegnare in modo efficace, unendo teoria e pratica. Analizza metodi, strategie e strumenti utili per favorire l’insegnamento e l’apprendimento, sia nella scuola che in contesti educativi non formali usando ricerche di tipo qualitativo e quantitativo. È importante sottolineare che nel contesto italiano la didattica non è considerata un semplice ramo o una sottomateria della pedagogia. Al contrario, la didattica è una disciplina scientifica autonoma, dotata di un proprio oggetto di studio (il rapporto insegnamento-apprendimento).
La progettazione è la fase in cui gli obiettivi educativi vengono trasformati in azioni concrete, con tempi e risorse definiti. Si tratta di un processo intenzionale che va dall’ideazione alla realizzazione e valutazione di un intervento educativo con finalità, destinatari e contenuti circoscritti.
Si insegna davvero solo quando dall’altra parte c’è apprendimento. Apprendere è un processo continuo che può avvenire in qualsiasi contesto (scuola, vita quotidiana, esperienze). Tuttavia, perché l’insegnamento abbia senso, è necessario che lo studente sia motivato. Senza motivazione non c’è apprendimento.
I tre livelli dell’azione progettuale
All’interno del concetto generale di progetto si distinguono tre livelli fondamentali legati al tempo e all’intenzionalità:
- Progettualità: La capacità iniziale di immaginare uno scopo e prefigurare una direzione (es. il progetto di vita dell’alunno).
- Progettazione: Il processo metodologico concreto che trasforma quell’idea in un piano di azione strutturato.
- Progetto: Il prodotto finale e tangibile della progettazione stessa (es. l’Unità Didattica di Apprendimento - UDA).
La comunità educante è costituita da tutte le persone e le realtà presenti in un territorio che collaborano per favorire la crescita dei giovani. Ne fanno parte famiglie, associazioni, oratori, enti e istituzioni. Questi attori ruotano attorno alla scuola, che ne è il punto di riferimento. Il paradigma dell’inclusione coinvolge sia la scuola sia l’intera comunità educante e mira a garantire a tutti pari opportunità di partecipazione sociale ed educativa, indipendentemente dalle abilità, dal genere o dall’origine. L’obiettivo è costruire un’educazione equa, inclusiva e di qualità attraverso il passaggio da una prospettiva bio-medica della disabilità, che considera il problema appartenente solo alla persona, a un modello bio-psico-sociale, che tiene conto anche dell’ambiente e delle relazioni sociali. Secondo Booth e Ainscow, l’inclusione non consiste nell’inserire gli studenti nella scuola così com’è, ma nel trasformare la scuola stessa affinché ambienti, metodi e atteggiamenti siano accessibili a tutti. Per questo motivo l’inclusione è considerata un diritto universale.
Inserimento significa che la scuola dà un posto a ogni studente.
Integrazione significa che la scuola fa partecipare attivamente ogni studente. Punta a garantire ai soggetti disabili le stesse opportunità offerte ai soggetti normali.
Inclusione significa che la scuola si organizza per accogliere ogni studente, considerando la diversità come una ricchezza e non come un problema. È volta a favorire il pieno sviluppo delle potenzialità di ogni singolo individuo, indipendentemente dalla sua condizione.
Diversità indica lo scostamento rispetto a ciò che una società considera normale.
Differenza indica l’unicità di ogni persona, ciò che rende ognuno speciale.
Alcuni tra i documenti internazionali più importanti che hanno influenzato direttamente le politiche educative e sociali in Italia
La Dichiarazione di Salamanca, approvata nel 1994 con il supporto dell’UNESCO, afferma che tutti hanno diritto all’educazione, inclusi bambini, giovani e adulti con BES. Sostiene che l’educazione inclusiva deve avvenire nelle scuole comuni, che devono essere capaci di rispondere alle esigenze di tutti gli studenti.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 sostiene che la disabilità non dipende solo dalle condizioni della persona, ma anche dalle barriere presenti nella società. Promuove quindi il modello sociale della disabilità, fondato sull’inclusione e sull’uguaglianza. In Italia è stata recepita con la Legge n. 18 del 2009.
Nel primo Forum Mondiale sull’Educazione a Jomtien del 1990 viene approvata la Dichiarazione sull’Educazione per Tutti, che mira a garantire a ogni persona l’accesso all’apprendimento di base, comprendente strumenti fondamentali come leggere, scrivere, contare e pensare criticamente, oltre a conoscenze, valori e competenze. L’obiettivo era raggiungere l’educazione universale entro il 2000 (non ci si riuscì). Nel 2000, al secondo Forum Mondiale a Dakar, sono stati riconfermati gli impegni presi nel 1990 e definiti sei obiettivi concreti da raggiungere entro il 2015 attraverso l’agenda Education for All: ampliare l’accesso alla scuola dell’infanzia, garantire l’istruzione primaria per tutti, offrire ai giovani e agli adulti competenze utili per la vita, ridurre l’analfabetismo, assicurare parità di genere nell’educazione, migliorare la qualità dell’insegnamento. Nel 2015, al terzo Forum Mondiale a Incheon, questi impegni vengono ulteriormente rinnovati.
L’Agenda 2030 afferma che oltre alle pari opportunità e successo scolastico bisogna garantire l’inclusione sociale, basata su relazioni reciproche, e valorizzazione della diversità come risorsa.
Le Linee guida UNESCO del 2009 introducono il concetto di inclusive education. Viene evidenziata la differenza tra uguaglianza ed equità: non significa dare a tutti la stessa cosa, ma offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per partecipare e apprendere realmente. Per questo sono necessari interventi e strategie personalizzate.
L’evoluzione del quadro normativo, nazionale e internazionale, a sostegno dell’inclusione si divide in fasi storiche
Fase 1: esclusione (fino al 1923)
La prima fase dell’evoluzione dell’inclusione è quella dell’esclusione, che arriva fino al 1923. In questo periodo si verificano importanti cambiamenti culturali e scientifici che pongono le basi della futura educazione speciale:
- Si sviluppa una nuova visione dell’infanzia grazie al contributo delle Scuole Nuove e delle correnti che fanno capo alla Pedagogia dell’Attivismo;
- Vi è l’introduzione dell’obbligo scolastico (in Italia con la legge Coppino sull’istruzione elementare obbligatoria del 1877);
- Lo sviluppo di discipline come psicologia e pedagogia;
- Si registrano notevoli progressi nel campo della medicina.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, studiosi come Gonnelli Cioni, Montesano, De Sanctis e Montessori iniziano a sostenere che anche le persone con disabilità possano essere educate e istruite. Nascono così le prime scuole e i primi istituti specializzati, mentre in diversi Paesi europei si diffondono strutture dedicate ai bambini con diverse forme di disabilità.
Nel 1908 vengono create le prime classi differenziali, destinate agli studenti con difficoltà considerate lievi, mentre gli alunni con disabilità più gravi vengono inseriti nelle scuole speciali. Fino agli anni ’20, queste strutture vengono create soprattutto da comuni e privati, con scarso intervento dello Stato. In questo periodo la disabilità è vista come una malattia da correggere, secondo una pedagogia “emendativa e curativa” che ha come obiettivo la rieducazione della persona, concentrandosi però soprattutto sulle sue mancanze e limiti piuttosto che sulle sue potenzialità.
Fase 2: separazione - medicalizzazione e azione correttiva e curativa (1923-1970)
La seconda fase dell’evoluzione dell’inclusione è caratterizzata dalla separazione degli alunni con disabilità dal sistema scolastico ordinario. In questo periodo prevale una visione medica della disabilità: la persona viene considerata portatrice di un problema individuale che deve essere corretto o curato.
Un momento importante è rappresentato dalla Riforma Gentile del 1923, che innalza l’obbligo scolastico fino a 14 anni, rende obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica e istituisce percorsi specifici per la formazione dei maestri. Tuttavia, la riforma introduce anche le scuole speciali per i cosiddetti “anormali psichici”, escludendoli di fatto dalla scuola comune. Nello stesso periodo vengono adottate politiche discriminatorie nei confronti di alcuni gruppi etnici, come gli ebrei.
Nonostante ciò, inizia gradualmente ad affermarsi il principio di educabilità, secondo cui ogni persona è in grado di apprendere e svilupparsi se adeguatamente sostenuta. Esso si basa sulla fiducia nell’essere umano, sulla possibilità di scegliere la propria strada e sulla libertà di decidere dentro il proprio contesto di vita.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si assiste a una crescente attenzione ai diritti umani. La Costituzione italiana del 1948 è il primo documento che riconosce i diritti delle persone con disabilità, affermando il diritto all’uguaglianza, allo studio e al pieno sviluppo di ogni cittadino (articoli 3, 34, 36). Nello stesso anno viene approvata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, che riconosce a tutti il diritto alla libertà, alla dignità e all’istruzione. L’articolo 26 stabilisce che l’istruzione deve essere gratuita e obbligatoria nelle sue fasi fondamentali e accessibile a tutti secondo le proprie capacità.
Successivamente, la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1959 riconosce il bambino come soggetto titolare di diritti, vieta lo sfruttamento minorile e afferma che i minori con disabilità hanno diritto a cure speciali.
Nel 1960 l’UNESCO approva una Convenzione contro le discriminazioni nell’istruzione, entrata in vigore nel 1962, che invita gli Stati a garantire pari opportunità educative senza discriminazioni legate a razza, etnia o origine.
Nonostante questi progressi sul piano dei diritti, fino alla fine degli anni Sessanta la scuola continua a seguire prevalentemente un modello medico e separativo. Gli alunni con disabilità vengono ancora inseriti in classi speciali insieme a compagni con difficoltà simili, come previsto anche dalla normativa sulla scuola media unica del 1962 e sulla scuola materna statale del 1968.
Fase 3: inserimento (1970-1977)
Negli anni Settanta si diffonde la consapevolezza che le scuole speciali e le classi differenziali non favoriscono realmente lo sviluppo e la partecipazione degli alunni con disabilità. Inizia così la fase dell’inserimento, che punta a permettere loro di frequentare la scuola comune. Si parlava di “inserimento selvaggio” perché il tutto fu molto rapido, senza strutture adeguate, i docenti spesso non erano preparati e mancavano risorse.
Una svolta fondamentale arriva con la Legge 118 del 1971 “nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili” che fu la prima a stabilire che gli studenti con disabilità psicofisiche avessero il diritto di frequentare le classi normali, tranne nei casi particolarmente gravi. Per permettere questo inserimento, la legge prevedeva: trasporto gratuito, eliminazione delle barriere architettoniche, e assistenza durante l’orario scolastico per i casi più gravi. Questa legge mise progressivamente in discussione l’emarginazione scolastica delle persone con disabilità. Intorno al 1975, infatti, molti specialisti iniziarono a rifiutarsi di classificare gli alunni come “gravi”, favorendo così il loro accesso alla scuola comune.
Un altro momento decisivo è rappresentato dalla Commissione Falcucci, istituita nel 1975 per studiare le modalità di inserimento degli alunni con disabilità nella scuola comune. Il Documento Falcucci è considerato ancora oggi uno dei testi più innovativi della pedagogia inclusiva italiana perché introdusse idee molto innovative:
- Ogni alunno deve essere accolto e valorizzato nella sua unicità;
- La presenza della disabilità può diventare un’occasione per migliorare la scuola;
- Si sposta l’attenzione dalle difficoltà alle potenzialità dell’alunno;
- Si propone una scuola a tempo pieno con percorsi educativi unificati;
- Si incoraggia la collaborazione tra scuola, servizi sociali e sanitari;
- Si sottolinea l’importanza della formazione continua dei docenti;
- Si prevede il supporto di insegnanti specializzati e altre figure professionali.
Fase 4: integrazione (1977-1994)
La fase dell’integrazione inizia con la Legge 517 del 1977, una delle più importanti nella storia della scuola italiana.
Con questa legge non basta più inserire gli alunni con disabilità nelle classi comuni: occorre creare le condizioni perché possano partecipare realmente alla vita scolastica.
- Abolisce le classi speciali e differenziali.
- Introduce i principi di flessibilità, programmazione personalizzata e valutazione individuale.
- Favorisce attività integrative tra alunni di classi diverse.
- Istituisce insegnanti di sostegno specializzati.
- Rafforza la collaborazione tra scuola, servizi sanitari e sociali.
- Estende il sostegno anche alla scuola dell’infanzia.
Un ulteriore passo avanti avviene nel 1987, quando la Corte Costituzionale stabilisce che tutti gli studenti con disabilità hanno diritto a frequentare anche la scuola superiore, indipendentemente dalla gravità della loro condizione e la successiva Circolare Ministeriale del 1988 conferma questo diritto.
Già all’inizio degli anni Novanta oltre il 90% degli studenti con disabilità frequenta la scuola comune, rendendo l’Italia un modello osservato a livello internazionale.
La Legge 104 del 1992 (legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) rappresenta il punto più alto della fase dell’integrazione.
Si tratta di una legge che non si occupa soltanto di scuola, ma anche di salute, lavoro, famiglia, tempo libero e partecipazione sociale. L’obiettivo non è semplicemente inserire la persona nella società, ma valorizzarne le potenzialità attraverso interventi personalizzati. Si basa su una prospettiva ecologica-sistemica, secondo cui il benessere della persona dipende dall’interazione tra tutti i contesti di vita. Per questo motivo prevede:
- Scuole preparate e docenti adeguatamente formati;
- Una didattica inclusiva basata su lavoro di gruppo, tutoring, tecnologie e strumenti personalizzati;
- Un progetto educativo costruito insieme da scuola, famiglia e servizi territoriali.
In questo contesto nasce il PEI (Piano Educativo Individualizzato), cioè il documento che organizza il percorso educativo dell’alunno con disabilità. Il PEI ha valenza annuale ed è costituito dal GLO (Gruppo di lavoro operativo) che è formato: dallo studente (può partecipare se maggiorenne), genitori, consiglio di classe, educatore, rappresentante dell’ASL e altri professionisti. Il PEI prende in considerazione quattro grandi aree della vita dello studente:
La prima è la dimensione della socializzazione e delle relazioni, che riguarda la capacità di interagire con compagni, insegnanti, familiari e altre persone.
La seconda è la dimensione della comunicazione e del linguaggio che riguarda come lo studente comunica, capisce e si fa capire attraverso il linguaggio verbale, i gesti o strumenti alternativi.
La terza è la dimensione dell’autonomia e dell’orientamento, che valuta quanto è autonomo lo studente nel muoversi, organizzarsi e prendersi cura di sé. In questa area rientra a
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Riassunto esame didattica generale, prof. De Santis, libro consigliato Universal Design of Learning, Mulè, Savia