Uso e interpretazione dei test
Le prime forme di testing nascono nel 2200 a.C. nell’impero cinese, si basavano per lo più sull’armonia della calligrafia. È con la nascita della psichiatria che il testing ha il più grande debito, verso la fine del 1800 veniva testata la malattia mentale, in particolare da Van Grashey (batteria per testare la memoria su pazienti con traumi cranici) e Conrad Rieger (batteria per danni cerebrali che però durava 100 ore e fu abbandonata).
Pionieri del testing
Verso la fine del diciannovesimo secolo iniziarono a farsi sentire dei pionieri del testing, gente che rifiutava la prospettiva soggettiva e si indirizzavano sulle tecniche di laboratorio: trasformare le osservazioni in quantità misurabile e replicabile. Il primo laboratorio sperimentale di psicologia fu fondato da Wundt a Lipsia, definì la psicologia come la scienza della mente e della consapevolezza umana. Wundt misurava le abilità mentali, sperimentò il suo misuratore della rapidità di pensiero.
L’allievo di Wundt fu Galton, convinto che le differenze individuali fossero quantitativamente misurabili e rilevabili. Continua con la misura del pensiero, ma con la differenza che le sue procedure erano più adatte alla raccolta tempestiva di dati. Galton rese le misure psicometriche e antropometriche sensibili a tal punto da permettere di raccogliere dati (dal 1880 al 1890) su 17.000 persone, a noi giunti solo 7500 dati. Galton inventò la sua prima batteria sul dominio fisico e comportamentale (tempi reazione, vigore presa, lunghezza arti, acuità visiva, capacità vitale dei polmoni), misure che però non diedero risultati attesi, servirono però come spinta per la nascita del mental testing.
James Cattell e lo sviluppo dei test mentali
Cattell è il responsabile della nascita del mental testing, anche lui allievo di Wundt, divenne esperto nel misurare tempi di reazione. Fu il primo americano ad ottenere un dottorato in psicologia sperimentale, il suo approccio alla misurazione psicometrica fu influenzato da una breve collaborazione con Galton. Uno dei suoi obiettivi era di emancipare la psicologia scientifica tramite l’accreditamento dell’opinione pubblica, grazie all’utilizzo di metodi quantitativi.
Si rese conto delle differenze individuali nei tempi di reazione, nel 1890 sintetizza i suoi lavori in “Mental test e Measurement” (testo dove per la prima volta compare la parola mental test). Con i suoi studenti, Thorndike, Woodworth e Strong, inizia un’attività di marketing di test psicologici per clienti educativi, aziendali e governativi. Nell’opera parla di 10 test mentali: la forza della compressione manuale, velocità di movimento della mano, distanza minima tattile, grado di pressione, differenziazione del peso, tempo di reazione per il suono, tempo di denominazione dei colori, selezionare una linea di 50 cm, valutare quanto durano 10 secondi, numero lettere ripetute in sequenza. Ha anche fondato la Psychological Corporation a New York nel 1921.
Karl Wissler e la validità dei test
Karl Wissler fu il primo a preoccuparsi di verificare sui suoi dati (campione di 320 studenti) la validità predittiva delle misure di discriminazione sensoriale e tempi di reazione. La sua ipotesi era che queste misure avrebbero dovuto predire il successo accademico dei suoi studenti. Nel 1891 i risultati vennero pubblicati, ma la sua ipotesi non fu confermata dai suoi studi. Da qui prese un po’ un malcontento verso i test, che portò a mettere in dubbio l’utilità degli strumenti per la comprensione delle capacità mentali superiori.
Il problema di questi studi fu però che i risultati di Wissler non furono analizzati in modo onesto, Wissler aveva involontariamente inserito nella ricerca due restrizioni: nel suo campione scelse solo i suoi studenti più brillanti (se tutti hanno lo stesso livello di abilità mancano le differenze, non le trovo quando metto le variabili in relazione) e poi utilizzò misure poco attendibili (i tempi di reazione non erano attendibili ai tempi, solo dopo 70 anni lo diventano). Wissler però, sconfortato, abbandona la psicologia e si dedica all’antropologia.
Ebbinghaus e i test di intelligenza
Ebbinghaus (1850-1909) elabora un modo per verificare il livello di intelligenza dei suoi alunni che consiste nel chiedere loro di completare un testo nel quale erano assenti un certo numero di parole.
Sviluppo dei test cognitivi
Ci si interessa ora alle funzioni cognitive. I grandi cambiamenti storici rispetto alla malattia e al ritardo mentale crearono i presupposti per la creazione di test cognitivi. A partire dall’800 la malattia mentale inizia ad essere studiata e approfondita in modo critico, con grandi cambiamenti nei trattamenti di cura. Esquirol definì la differenza per primo tra ritardo mentale e malattia mentale, a quest’ultima riconosceva una presenza più tardiva ma una buona possibilità di miglioramento. L’autore creò un test di valutazione per discriminare il ritardo mentale, lo fece in base alle abilità linguistiche. Oggi stesso la maggior parte delle batterie per il QI contengono prove linguistiche.
Tra la fine dell’800 e inizi del ‘900 ci fu uno scontro tra i sostenitori dell’eugenetica e coloro che sottolineavano la centralità dello svantaggio sociale ed educativo, non si era più in grado di fare diagnosi sul ritardo mentale perché mancava consensualità sui criteri diagnostici.
Binet e Simon: il grande esordio dei test di intelligenza
È però a Binet e Simon che dobbiamo il grande esordio dei test di intelligenza che sviluppano il primo test nel 1905. Parteciparono ad una commissione del ministero francese, che con la scolarizzazione aveva bisogno di individuare soggetti ritardati per aiutarli con un’educazione speciale. Crearono la scala metrica dell’intelligenza, ampiamente utilizzata nella scuola francese, per discriminare gli allievi con bisogni speciali. Si introduce in questa scala il concetto di età mentale: coincide con la prestazione media dei soggetti di pari età. L’intelligenza non coincide più con i processi sensoriali. Quindi si introduce quindi per la prima volta un criterio esterno e normativo con cui fare il confronto (ovvero il gruppo su cui avevano tarato il test).
- A 3 anni mostrare il naso, bocca, occhi, ripetere frasi brevi non più composte solo da 6 sillabe, enumerare, dire proprio cognome
- A 6 anni distinguere mattino dalla sera, definire oggetto e contare tredici monete
- A 8 anni dire che differenza c’è tra due cose senza vederle, contare in ordine inverso da 20 a 0
- A 12 anni dire qual è più lunga tra due linee, formare frasi, dire più di 60 parole in tre minuti, comprendere concetti astratti
Lewis Terman e l'adattamento americano
Lewis Terman nel 1926 pubblica una versione americana del test di Binet e Simon ed elabora il quoziente intellettivo di rapporto come espressione: età mentale/età cronologica * 100. (si ferma a 15 anni circa)
Il q. intellettivo di rapporto fu surclassato dal quoziente intellettivo di deviazione dove il soggetto viene confrontato rispetto a delle normative. Quello di Stern era invece Qi = Età mentale/ Età cronologica.
Uso del test negli Stati Uniti
In America non veniva utilizzato in ambito scolastico ma selettivo, soprattutto durante la prima guerra mondiale ci fu la necessità di selezionare le reclute da mandare al fronte. Venne chiesto a Yerkes (sostenitore dell’eugenetica) Termann e Otis di creare dei test per la selezione militare: army alpha e army beta (somministrato a chi non parlava inglese perché con stimoli non verbali). L’obiettivo era di collocare gli uomini più intelligenti in posizioni di responsabilità. Brigham concluse, dopo l’analisi dei punteggi, che gli immigrati nordamericani, alpini e gli afroamericani erano intellettualmente inferiori ai nordici.
David Wechsler e scale di intelligenza
David Wechsler creò inizialmente la Wechsler Bellevue Intelligence Scale (WB – I), che era tarata su un campione dai 5 ai 55 anni, si valutava il QI totale, il QI verbale e di performance. Il QI viene calcolato con il metodo della deviazione dalla media QI: media = 100 e ds = 15.
Oggi si tende a non parlare più di intelligenza, ma di sviluppo cognitivo generale/profilo delle abilità cognitive/profilo di abilità specifiche.
Test attitudinali
Non vennero presi in considerazione prima della seconda guerra mondiale, quando si cercò di selezionare personale con massica specifica in ambiti particolari (marinai, piloti). Il ritardo nasceva anche dal fatto che la statistica non era particolarmente conosciuta, con la conoscenza dell’analisi fattoriale si superò l’idea che l’intelligenza fosse monodirezionale e un costrutto unitario. Spearmen utilizza l’analisi fattoriale e presto afferma e diffonde in modo forte l’idea che una misura globale dell’intelletto non potesse permettere di sviscerarne i suoi specifici fattori; di questo si occupò Thurstone che prese in considerazione aspetti come la comprensione verbale, la memoria, la lingua, l’abilità spaziale.
Nascita test di personalità
Sono nati con la prima guerra mondiale, il limite fu che c’era un unico punteggio e che presumeva che i soggetti fossero sempre sinceri. Il primo autore fu Woodworth per individuare reclute suscettibili di nevrosi elabora il Personal Data Sheet nel 1920. Altro fu fatto da Trustuman. Poi da Berneuter che introduce nel 1931 il concetto di contributo massivo apportato da singoli item creando un inventario multidimensionale che valutava 4 dimensioni di personalità: tendenza nevrotica, dominanza – sottomissione, introversione – estroversione e sicurezza di sé.
- Da qui nascono il MMPI, MMPI – A, PAI e MCMI-IV item con varie scelte di risposta, riguardano comportamenti, sentimenti, atteggiamenti, sintomi specifici. Le scelte sono di solito dicotomiche. Chi costruisce un inventario di personalità deve compiere una selezione tra le forme di psicopatologia da valutare.
Nascita delle tecniche proiettive
Importante citare questi metodi alternativi per indagare aspetti di personalità. Nacquero con il metodo delle libere associazioni di Galton, concedeva non più di 4 secondi per fare associazioni con parole stimolo. Questo porta l’autore a comprendere che le operazioni mentali avvengono al di sotto della soglia cosciente e porta numerosi storici a comprendere che le associazioni di Freud nacquero proprio con Galton.
Il lavoro di Galton prosegue con Jung che perfeziona il metodo delle libere associazioni. In America si muovevano verso l’oggettivizzazione del testing di personalità, mentre Rorschach, che fu molto influenzato dal pensiero di Jung, riteneva che solo l’utilizzo di stimoli ambigui portava il soggetto a rivelare le sue fantasie e i suoi conflitti più nascosti. Il test delle macchie pubblicato nel 1921, dopo la morte dell’autore, fu creato in origine per lo studio della personalità conflittuale. Goodenough invece parla della figura umana nel 1926. Buck individua il disegno della casa-albero-persona, basandosi sul fatto che i bambini fossero capaci di individuare i propri bisogni disegnando questi temi.
Utilizzo dei test tra il 1940 e il 1960
In sintesi, possiamo dire che tra il 1940 e il 1960 fu un periodo florido per i test psicologici, soprattutto in America, dove nelle scuole, ospedali, fabbriche e aziende si utilizzavano test con una finalità decisionale. Test che però non erano aggiornati quindi spesso non adatti alla popolazione del tempo, ma soprattutto non controllati nella loro validità e attendibilità. Si commettevano quindi spesso errori di valutazione, per cui dal 1960 ci fu un attacco, nacque il movimento antitest. La base era l’obiezione che i test interferivano con la vita privata delle persone, non c’era privacy, c’era azione discriminatoria nei gruppi minoritari. Prendendo in considerazione gli attacchi, gli psicologi fecero focus sul fatto che i test non miravano allo stato sociale, ma all’aiuto delle persone. Il movimento antitest termina nel 1985 quando fu pubblicato il volume che chiariva come utilizzare un test, con norme e regole.
Definizione di test psicologico
Verso la fine dell’800 la conoscenza delle persone si basava solo sulla conoscenza intuitiva, in seguito vari studiosi gettano le basi di una psicologia individuale rivolta alla conoscenza delle persone mediante i test.
- Nella conoscenza intuitiva info selezionate tramite caratteristiche dello stimolo (lo stimolo condiziona, ciò che viene detto per primo o per ultimo viene più ricordato), sono raccolte tramite le caratteristiche del percepiente (teorie implicite, stereotipi), selezionate da fenomeni proiettivi, circostanze variabili. Le info vengono organizzate stabilendo differenze di intensità in base a criteri soggettivi, che comportano: annullamento di alcune differenze (assimilazione), amplificare differenze (contrasto), formare stereotipi.
- Nella conoscenza mediante test stimoli standardizzati (uguali per tutti, stesso ordine, selezionati e verificati), info selezionate tramite risposte agli stimoli standardizzati (valutate in modo oggettivo, questo è confermato da un’attendibilità tra i valutatori), selezionate da controllo di fenomeni proiettivi (stimoli, variabili, modalità classificazione, il fenomeno proiettivo sfugge al controllo quando siamo nella fase di interpretazione dei risultati, ma è umano), circostanze standard. Le differenze di intensità sono rigorosamente quantificate, ci sono modelli matematici e teorici che ci guidano nel standardizzare l’attribuzione del punteggio e l’interpretazione del punteggio.
Si definisce test o reattivo psicologico una situazione standardizzata nella quale il comportamento di una persona viene campionato, osservato e descritto, producendo una misura oggettiva e standardizzata di un campione di comportamento (Boncori 1993).
Ovviamente si raccoglie un campione, non possiamo prendere l’intero vocabolario italiano per fare un test linguistico. Un test psicologico è una tecnica, e come tale implicante un complesso di norme che ne determinano i criteri di applicabilità, idonea per collocare un individuo, relativamente a una specifica caratteristica psicologica, rispetto ad un gruppo di riferimento identificato secondo precise modalità (Mucciarelli).
L’osservazione e la descrizione standardizzata di un campione di comportamento di un soggetto attraverso un test rende quest’ultimo una misura oggettiva. (Kline) L’obiettivo finale di un test è stimare la quantità o la qualità del tratto/caratteristica psicologica posseduta dall’esaminato.
Il test è uno strumento o una procedura che deve provocare un fenomeno che non si vede in modo che questo svegli attraverso i suoi effetti sul comportamento. Il test deve mettere il costrutto ipotetico in atto in modo da provocare esiti osservabili (Gottsfread).
Critiche all’uso dei test
- Diffusione esponenziale dei test e rischio di adozione in modo indiscriminato.
- La somministrazione di un test implica un conflitto tra le esigenze della società e il diritto della persona alla propria privacy.
- La somministrazione elicita atteggiamenti di oppositività che falsano i risultati.
- Induce aumento del livello di arousal emotivo e cognitivo, segno di ansia che intacca la prestazione.
- Selettività dei test psicologici: generalmente sono sviluppati per la parte di popolazione che meglio rappresenta la parte dominante, soprattutto per la parte culturale, in relazione all’età (per lo più sono per adulti), in relazione alla componente patologica, in relazione a variabili situazionali aspecifiche rispetto al costrutto psicologico del test (limitazione tempi di esecuzione, rapporto asimmetrico tra esaminatore ed esaminato, paura di essere giudicati).
- Ai risultati di un test seguono decisioni che possono essere rilevanti nella vita di una persona (es. test attitudinali e selezione, parliamo di esclusione per chi viene rifiutato).
- Obiezioni tecnico-pratiche (test a multipla sono vaghi, test penalizzano pensiero creativo e insensibili a risposte atipiche).
Il test è uno strumento, un modo tra gli altri possibili per ottenere informazioni su una persona. Non è IL modo. Da qualsiasi fonte provengano le informazioni, sono sempre sottodeterminate rispetto alla complessità di una persona. L’errore quindi non è nell’uso di tecniche alternative ad una conoscenza intuitiva, ma nella loro sovrastima, ricordiamo sempre che non sono esaustive, dà alcune informazioni che necessariamente devono essere integrate con altri metodi (colloquio o osservazione).
La validità dei test come esigenza etica
L’educational testing service pubblica mensilmente un elenco di nuovi test, con teorie alla base, spiegazioni applicative. In Italia ci sono case editrici come Giunti, Cortina, Erikson, Franco Angeli che diffondono test psicologici in lingua italiana, o originali italiani oppure tradotti e adattati alla nostra popolazione e tarati su essi.
Ovviamente è necessario, prima di utilizzare un test, verificare che sia adatto al soggetto e all’uso che vuole farne. Bisogna sempre chiedersi se il test valida le caratteristiche che si intendono misurare e se è giusto utilizzarlo allo scopo e nel modo prestabilito. Chi si sottopone ad un test ha il diritto di essere sicuro di sottoporsi ad uno strumento valido. La validità è un’esigenza etica, soprattutto in vista delle conseguenze sociali che possono scaturire da una valutazione errata.
Lo psicologo deve sempre esaminare in modo critico il manuale di un test. Già negli anni ’50 si poneva l’accento sulla taratura dei test, ponendo l’attenzione sulla delicatezza dell’interpretazione. La taratura dei test deve essere eseguita in Italia se è stato fatto altrove e su ampi campioni appartenenti a diverse classi sociali, culture e patologie. Purtroppo spesso i protocolli di molti test vengono valutati secondo norme di popolazioni straniere. I traduttori a volte non danno informazioni sulle modalità usate in fase di traduzione.
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