Per capire come nasciamo e diventiamo ciò che siamo, la scienza ha ormai superato la vecchia e inutile divisione tra "natura" (biologia) e "cultura" (ambiente).
Oggi sappiamo che geni ed esperienze lavorano sempre insieme: la biologia ci fornisce le potenzialità di base, mentre l'ambiente offre le occasioni (o gli ostacoli) per svilupparle.
Il percorso dai geni al comportamento è però molto lungo. I geni non "comandano" le nostre azioni, ma contengono le istruzioni per produrre proteine, le quali a loro volta costruiscono le nostre cellule e il nostro corpo. Per questo motivo, per spiegare i nostri comportamenti, lo scienziato Turkheimer ha suggerito di dividere le spiegazioni biologiche in due tipi:
- Spiegazione biologica "forte": Si applica quando una tendenza manifesta (di superficie) può essere spiegata da un meccanismo biologico specifico, localizzato a livello strutturale o funzionale. Un esempio è il mutismo derivante da una lesione traumatica all'area di Broca nel cervello.
- Spiegazione biologica "debole": Si applica a fenomeni psicologici, sociali e culturali complessi (come l'inclinazione criminale, la religiosità o la tendenza al divorzio). In questi casi, la costituzione biologica contribuisce inevitabilmente alle caratteristiche manifeste, ma non esiste una specifica o singola struttura neurologica causale (non esiste, per esempio, "la neurologia delle credenze religiose"). Cercare una singola causa biologica o genetica per tali tendenze multideterminate è un errore metodologico ed epistemologico.
Un altro concetto rivoluzionario è che la genetica non è un "destino" scritto sulla pietra che viaggia a senso unico. Il modello dell'epigenesi probabilistica di Gottlieb dimostra che lo sviluppo è un dialogo continuo: non solo il DNA produce cambiamenti nel corpo, ma l'ambiente esterno, le nostre esperienze e persino i nostri comportamenti possono "retroagire" e modificare l'attività cellulare, arrivando letteralmente ad "accendere" o "spegnere" l'espressione di certi geni nel tempo.
Il cuore della genetica del comportamento: Gli studi sui gemelli e sulle famiglie
Dato che per motivi etici non si possono fare esperimenti genetici manipolando il DNA umano, gli scienziati si affidano agli "esperimenti naturali" offerti dalla natura stessa. La genetica del comportamento quantitativa si occupa proprio di capire, all'interno di una popolazione, quanta parte delle nostre differenze sia dovuta ai geni e quanta all'ambiente.
Il metodo d'elezione per fare questo è il metodo dello studio dei gemelli, che si basa su un confronto ingegnoso tra due categorie:
- Gemelli Monozigoti (MZ): Sono identici, condividono il 100% del loro patrimonio genetico.
- Gemelli Dizigoti (DZ): Sono come fratelli normali nati nello stesso momento, condividono in media il 50% dei geni.
Misurando specifiche caratteristiche (es. intelligenza, socievolezza, aggressività) in gruppi numerosi di gemelli, i ricercatori possono calcolare matematicamente l'ereditabilità di un tratto. Il modello di base, spiegato in modo semplice da autori come Plomin e Daniels (1987), funziona così: se i gemelli identici (MZ) si somigliano in una certa caratteristica molto di più rispetto ai gemelli dizigoti (DZ), significa che quella caratteristica è fortemente influenzata dalla genetica. Matematicamente, la varianza genetica si stima raddoppiando la differenza tra le correlazioni dei due tipi di gemelli.
Negli anni, questa equazione è stata ampliata e resa più sofisticata grazie ai contributi di autori come Eaves, Falconer, e ancora Plomin, permettendo di scomporre le influenze in modo molto dettagliato. Oggi la varianza fenotipica (le differenze visibili tra le persone) viene divisa in:
- Fattori Genetici: Che possono essere semplici (effetti additivi) o complessi (effetti non additivi, in cui i geni interagiscono tra loro in modi particolari).
- Ambiente Condiviso: Tutte quelle esperienze che rendono i fratelli più simili tra loro, come il reddito familiare, la casa in cui vivono, o lo stile educativo di base dei genitori.
- Ambiente Non Condiviso: Le esperienze che rendono i fratelli diversi, come avere amici diversi, subire incidenti specifici, o essere trattati in modo diverso dai genitori (o percepire quel trattamento in modo diverso).
Proprio riguardo all'ambiente, Plomin e Daniels (1987) hanno evidenziato come i fattori ambientali non condivisi siano spesso i più determinanti per forgiare le differenze di personalità tra individui cresciuti nella stessa casa. Inoltre, autori come Rutter e colleghi (1997) hanno dimostrato che persino le interazioni tra i fratelli stessi possono amplificare o ridurre le loro somiglianze iniziali.
L'applicazione di questi modelli matematici su larghi campioni ha portato a scoperte affascinanti, documentate da vari ricercatori:
- Genere e comportamento antisociale: Uno studio su vasti campioni svedesi e britannici condotto da Eley, Lichtenstein e Stevenson (1999) ha rivelato che la genetica influenza il comportamento antisociale in modo diverso tra uomini e donne. Per le donne i fattori genetici pesano di più, mentre per gli uomini è l'ambiente a costituire la determinante principale per i comportamenti non aggressivi.
- Emergenesi: Gli studiosi Lykken, McGue, Tellegen e Bouchard (1992) hanno introdotto questo termine per spiegare tratti complessi come l'estroversione, la leadership o la creatività. Hanno ipotizzato che questi non nascano dalla semplice somma di geni, ma "emergano" da configurazioni specifiche di geni che interagiscono tra loro e con l'ambiente fin dalla fase embrionale.
- Età e genetica: Contrariamente al senso comune (che suggerisce che invecchiando si diventi più plasmati dall'ambiente e dall'esperienza accumulata), le ricerche hanno mostrato che l'influenza dei geni aumenta con l'età. Ad esempio, McGue e colleghi (1993) hanno riscontrato che l'ereditabilità del quoziente intellettivo (QI) conta maggiormente man mano che si invecchia, rendendo conto di una maggiore varianza rispetto a quanto accade nei bambini. In età infantile, infatti, autori come Goldsmith (1994) e S