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Possibili domande: pedagogia speciale come scienza: questioni epistemologiche

[La PS è la Scienza dell’educazione e della formazione e si occupa di promuovere una formazione integrale ed integrata della personalità del bambino, dell’essere in formazione. Si tratta di un bambino speciale, in quanto lo stereotipo del bambino normoabile (di cui si occupa la Pedagogia generale) è un’utopia.] La PS, come affermato da Canevaro, è stata per molto tempo affetta da una sorta di ossessione identitaria, in assenza di un adeguato riconoscimento e per la fatica nel dimostrare il proprio valore. Riguardo alle questioni epistemologiche, la PS è da intendersi come scienza autonoma, perché ha concetti, oggetti d’indagine, metodi, finalità, strumenti che sono suoi, caratterizzanti e non confondibili con altre discipline. La differenza sostanziale con la Pedagogia Generale [tra le due Pedagogie (Speciale e Generale)] consiste nel soggetto/oggetto d’indagine, che nella PS sono le persone in condizione di deficit e di handicap, alle quali possiamo aggiungere, ma non sostituire, le nuove condizioni di diversità: i BES. (La Pedagogia Speciale nasce verso la fine del 1700 (su decisione del Sipes (Associazione dei pedagogisti speciali) in concomitanza dell’incontro tra Itard e Victor, il fanciullo selvaggio.)

La pedagogia speciale come scienza del ri-conoscimento e dell’integrazione-inclusione

1) La pedagogia speciale è la scienza del ri-conoscimento e dell’integrazione-inclusione della diversità. RI-conoscere significa conoscere ex-novo, [per sottolineare che] poiché non possiamo, [come affermato anche da Itard,] conoscere il diverso solo guardando la sua diagnosi medica, che (certamente descrive una sua condizione, ma) non è/coincide con il suo essere: bisogna andare oltre per conoscere (il suo vissuto,) la sua identità, la sua storia. Ri-conoscere ha la finalità di rendere pienamente partecipe la persona nei micro/macro contesti sociali civili etc.

La pedagogia speciale come scienza della complessità e della diversità

2) La PS è scienza della complessità e della diversità. La diversità è una componente intrinseca della complessità, caratteristica molto presente nella nostra società, che Bauman definisce liquida in quanto caratterizzata da una forte crisi delle certezze scientifiche tradizionali; è frammentata, dominata dalla tecnologia, facendo sì che i saperi freddi prevalgano sui saperi caldi. Di fronte a questo scenario [con nuove emergenze educative, sotto il segno dell’umana vulnerabilità e fragilità,] autori come Morin hanno portato alla comune attenzione il tema della complessità anche in ambito educativo.

[Richiamando i tre principi della complessità di Edgard Morin, tutti i sistemi devono dialogare (principio dialogico) tra loro, essere collegati (ricorsivo) e lavorare in modo corale in tutte i contesti tra loro connessi (ologrammatico). Il pensiero complesso è multidimensionale e multiprospettico, poiché affronta un problema da più punti di vista, offre una lettura arricchita della diversità utilizzando un approccio olistico ed arricchendo la conoscenza. Ecco che la PS è scienza della complessità e della diversità.] La scuola è uno scenario variegato perché è fatta di emozioni e relazioni differenti tra loro, varietà di educatori, insegnanti, bidelli, direttori e genitori. È necessario tenere insieme gli elementi per renderli dialoganti. La diversità è una componente intrinseca della complessità.

La pedagogia speciale come disciplina di frontiera

3) La PS come disciplina di frontiera, come scienza provocatoria (in senso kantiano) del superamento del limite, [che non scompare, ma si va oltre, superando gli schemi tradizionali.] Stare in frontiera vuol dire presidiare i territori della diversità per tutelarli, mantenendo però una visione ologrammatica per aprirsi anche ad altre discipline, con cui poter lavorare in maniera sinergica/sinergicamente. Secondo Andrea Canevaro il concetto dello “stare in frontiera” è sia vicino che lontano. Vicino per essere attenti al particolare; lontano per capire se si avvicina qualcosa di vantaggioso (contaminazione produttiva) o di una minaccia, proprio come delle sentinelle.

La pedagogia speciale come scienza dell’accettazione del deficit

4) La pedagogia speciale è la scienza dell’accettazione del deficit e della riduzione dell’handicap. Bisogna accettare il deficit per ridurre l’handicap (A. Canevaro). (In genere) nella PS il deficit è un danno (permanente,) di natura irreversibile, che quindi va accettato. [Esso porta con sé delle conseguenze, delle difficoltà, delle dis-abilità intese come limitazione nella capacità di svolgere determinate azioni.] Quando la situazione di disabilità si relaziona col mondo, [in base alla qualità della risposta degli agenti MICRO e MACRO sociali,] può o meno trasformarsi in handicap (inteso come emarginazione, assenza di partecipazione, come tutte le barriere, fisiche e non che, nell’ambiente e nel contesto, vengono poste ad una persona.). (Quindi la situazione di handicap è) Quest’ultimo è quindi reversibile, attraverso il lavoro educativo, (da qui la definizione di partenza: accettare il deficit per ridurre l’handicap.) [Per ridurre l’handicap bisogna procedere sempre con la prevenzione. L’accettazione del deficit è superare l’handicap che il contesto ci pone. =la disabilità non porta sempre a condizioni di handicap, perché esse sono modificabili. Si parla di handicap se c’è isolamento e i micro/macro contesti non rispondono ai bisogni delle persone con disabilità. Al contrario non si crea la situazione di handicap. Il deficit è riconosciuto e certificato dalla legge 104/92. Leon Festinger riconosce due modalità estreme di reazione al deficit:

  • Mimesi/camuffamento: insana e falsa accettazione del deficit.
  • Paura del doppio: si ha paura di accettare l’altro perché si attua un meccanismo di rispecchiamento.

La Dottoressa Caldin afferma che la società occidentale è basata sul prodotto e la produttività, e che la famiglia con il bambino disabile ha un problema di interfamiliare e di visibilità sociale. La disabilità è trasversale: non colpisce solo il disabile ma tutta la famiglia e serve del tempo per elaborarla, come si può vedere con Mannoni in “il bambino ritardato e la madre”]

La pedagogia speciale come scienza metabletica

5) La pedagogia speciale come scienza metabletica, [Deriva da metablesis termine usato per la prima volta da Duccio Demetrio] che propone, attiva, stimola processi di cambiamento. Non esiste educazione senza cambiamento e non esiste cambiamento senza educazione (D. Demetrio). [Alla luce di questo è pur vero che per realizzare processi di cambiamento è necessario adottare una logica di progettazione, secondo diverse modalità.] Allo stesso modo, non esiste integrazione/inclusione (fine ultimo e primo della PS) senza cambiamento e non esiste una scuola inclusiva se non è possibile lavorare per cambiare l’istituito. [Questo cambiamento va interpretato sotto varie dimensioni.]

La pedagogia speciale come scienza dell’istituito e dell’istituente

6) La PS è scienza dell’istituito che deve dialogare con l’istituente, per creare un cambiamento rivoluzionario, poiché [nella scuola, piuttosto che dare spazio alla Metabletica, si tende a confermare l’Istituito (contesto già organizzato in un certo modo da tanti anni) e le sue pratiche.] È (invece) necessario passare ad una scuola più semantica, significativa, che sappia rispondere con (rispetto ed) efficacia alle necessità della disabilità, (perché se non interveniamo sul cambiamento del contesto l’inclusione non può avvenire)

La pedagogia speciale come scienza provocatoria e trasgressiva

7) La PS è scienza provocatoria e trasgressiva, perché bisogna essere provocatori di senso, per andare in dissonanza. L’ottica è di trasgredire, (portare squilibri) per aprire a nuove opportunità e saperi e creare nuovi equilibri di senso.

La pedagogia speciale come scienza della cura educativa

8) La PS è scienza della cura educativa e della relazione d’aiuto. È una scienza teorico/pratica, connubio fondamentale ed indispensabile per proporre buone prassi. [Bisogna progettare percorsi educativo/didattici che siano alimentati dalle teorie epistemologiche fondative della teoria stessa, per non sfociare nel meccanismo, che porta alla spersonalizzazione dei professionisti della cura educativa.] L’ins. Spec. è una figura cardine che non può prescindere dalla cura educativa, che non è terapia. Quando ci approcciamo al diverso, dobbiamo riconoscerlo come individuo e portatore di valori, culture ed il nostro compito non è il curare o il prendersi cura dell’altro, quanto piuttosto l’aver cura, che è il fondamento dell’esistenza. [Siamo sul versante epistemologico, filosofico, quindi] Non si tratta di medicalizzazione, tecnicismo o improvvisazione, ma di attività fondativa che va a cogliere il valore della persona a tutto tondo, [indipendentemente dalla presenza scomoda del deficit.] Ha a che fare con il poter essere, il poter divenire ed anche il dover essere. (Aiutare la persona con disabilità nel miglior modo possibile a realizzare le sue potenzialità e risorse, nonostante i suoi limiti, stimolandolo a riattivare il suo motore esistenziale.)

La pedagogia speciale come scienza della narrazione

9) La PS è scienza della narrazione, perché ogni persona con disabilità è una storia degna di essere raccontata, ascoltata, ri-scritta, ri-costruita. L’approccio narrativo è in grado di ridare voce e protagonismo al diverso, permettendogli di riscoprire nuove direzioni di senso, per farsi conoscere e conoscersi meglio nella propria unicità.

Dal libro della Salis, scritto da Gaspari

  • 1) Scienza autonoma (A. Canevaro, P. Gaspari, R. Caldin), “giovane” (no branca di altre discipline), scienza di ricerca teorico-pratica, empirica, euristica, sensibile (F. Montuschi)
  • 2) Disciplina di frontiera (P. Gaspari, L. Trisciuzzi)
  • 3) Scienza della complessità e della diversità (E. Morin)
  • 4) Scienza provocatoria e trasgressiva, come “voce problematicizzante” all’interno delle scienze dell’educazione
  • 5) Scienza del ri-conoscimento e dell’integrazione/inclusione delle diversità (L. De Anna, L. D’Alonzo, L. Cottini, etc.) *
  • 6) Scienza dell’accettazione del deficit e della riduzione dell’handicap (A. Canevaro)
  • 7) Pedagogia istituzionale (come scienza della dialettica tra istituito ed istituente) (F. Oury, A. Vasquez)
  • 8) Scienza metabletica, del cambiamento (D. Demetrio), della progettualità
  • 9) Scienza della cura educativa e della relazione d’aiuto
  • 10) Scienza della narrazione delle diversità (P. Gaspari, L. Trisciuzzi, T. Zappaterra, D. Demetrio)
  • 11) Scienza capace di andare oltre le logiche della medicalizzazione (A. Goussot, P. Gaspari, A. Mura, etc.)
  • 12) Scienza inclusiva di differenze e diversità - ICF, Index for inclusion (T. Booth e M. Ainscow)
  • 13) Scienza della qualità del Progetto di vita della persona con disabilità (M. Pavone, A. Mura, D. Ianes), come luogo dell’ulteriorità, dell’orizzonte del possibile e del futuro mediata dalla progettualità, dal “Pensami adulto” (N. Cuomo)

Differenze tra inclusione/integrazione

All’interno delle tredici definizioni della pedagogia speciale sono presenti i concetti di integrazione ed inclusione, infatti: “La pedagogia speciale è scienza dell’integrazione e dell’inclusione”. I concetti di integrazione ed inclusione vengono spesso utilizzati come sinonimi sebbene in realtà sottendano significati differenti.

In primo luogo, è opportuno precisare che integrazione non significa inserimento selvaggio, integrismo o integralismo. Quando con il Documento Falcucci e la L.517/1977 si avviò il processo di integrazione, si diffuse l’errato convincimento che bastasse inserire l’alunno con disabilità nel contesto classe in maniera improvvisata, indiscriminata, non organizzata, non progettata, non specialistica. L’integrazione non è questo! L’alunno con disabilità ha bisogno di socializzare, sentire, essere, quindi se apprende e basta l’integrazione viene raggiunta a metà e si parla di integrismo. L’integralismo, infine, è una violenza educativa che non conosce l’esistenza di diversità nel mondo, puntando all’omologazione e uniformità, alla riduzione del molteplice ad unità.

L’integrazione deriva dal latino “integer”, ossia ‘completare, rendere intero ciò che prima era mancante ed è fine ultimo e primo della pedagogia speciale. Nel suo significato più puro è una prospettiva complessa, multidimensionale che necessita di essere progettata in maniera flessibile e dinamica, ma anche preparata e costruita. Nei vari contesti essa si offre come adattamento reciproco (logica piagetiana dell’accomodamento, ossia la presenza di schemi che possono cambiare ed adattarsi per accogliere nuove informazioni) tra l’alunno con disabilità e il contesto accogliente. Quest’ultimi seguono proprio questo costrutto, è necessario che entrambi cambino e collaborino per permettere una piena integrazione, la quale si favorisce anche con la socializzazione; dunque, sarà utile modificare spazi e attività nell’ottica di una maggior socialità tra gli individui.

(L’integrazione implica una rivisitazione tra istituto ed istituente. Istituto= classe che si presenta come contesto precostituito con spazi ì, tempi, criteri di gestione prestabiliti. Istituente= è la classe che si modifica, che rivede quell’organizzazione predefinita e la migliora perché viene rotta dall’entrata della diversità dell’alunno disabile che provoca cambiamento. L’insegnante gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra l’istituto e l’istituente)

L’integrazione è piena cultura della partecipazione che si sostanzia nell’esserci ed essere riconosciuti come soggetti aventi pari diritti. Attraverso l’abbattimento delle barriere che creano l’isolamento, mira all’accettazione del deficit e della riduzione dell’handicap, quindi essa è anche promozione del cambiamento, cura, aiuto e accoglienza. (Integrazione come costruzione progettuale= la progettazione è un processo complesso e va pensato con rigore scientifico, essa è dinamica e flessibile, si costruisce di volta in volta a seconda dei problemi del bambino; tiene in considerazione sia le caratteristiche di quest’ultimo che della classe).

L’integrazione verrà criticata dal nuovo concetto di inclusione in quanto resta presente una grande disparità tra gli insegnanti, al contrario dell’inclusione che provvederà ad una rete di sostegni più complessa, nell’integrazione è solo un insegnante che ha il compito di guida nell’alunno, che spesso è solo nel suo percorso. (Calandoci in una dimensione concreta, l’integrazione, spesso, ha finito con il sostanziarsi nell’adattamento degli alunni con BES in un’organizzazione scolastica già istituita in quanto prestrutturata per rispondere alle esigenze degli alunni “normodotati” e, secondo questa logica, essi devono adeguarsi all’istituito, molto spesso attraverso un processo di normalizzazione, trasformazione e adattamento, dovendo ingaggiare una sfida ingiusta, impari, impossibile.)

Grazie al processo di inclusione sarà possibile rompere il legame tra istituito e istituente cercando di modificare elementi del contesto per avvicinarsi ad ogni esigenza e difficoltà di ogni individuo. L’inclusione, non utilizza come parametro di valutazione il discostarsi /la deviazione da un ideale standard di normalità, ma riconosce e valorizza le differenze e le diversità, mirando alla loro produttiva convivenza e facendole diventare obbiettivo primario dell’azione educativo-didattica. (Gaspari, 2017). La scuola inclusiva lo è fin dall’inizio, per creare le condizioni affinché tutti possano considerarsi parte integrante di una realtà, al pari di tutti e non semplici ospiti, come invece accade nell’ambito dell’integrazione. La principale critica che l’inclusione ha mosso a quest’ultima è stata quella di aver chiuso gli occhi riguardo alla popolazione scolastica sommersa, al limite tra partecipazione ed esclusione che per lungo tempo non ha avuto intervento normativo a sua tutela. Si tratta dei “bambini che si perdono nel bosco” (Canevaro). L’inclusione implica l’allargamento dell’oggetto d’indagine della pedagogia speciale, ampliando l’orizzonte e non occupandosi più solo di disabilità ma anche di BES. Essa va intesa come una rivoluzione culturale in base al quale l’alunno non deve essere integrato perché è parte integrante del contesto. L’insegnante favorendo l’inclusione dovrà dunque svolgere attività di gruppo come, ad esempio, il Coperative Learning per permettere a tutti di sentirsi partecipi e pienamente accettati. In tale ottica, la scuola deve essere su misura dell’alunno, una vera e propria community of landers basata sulla categoria dell’eterogeneità

In conclusione, si può affermare che non esiste integrazione/inclusione senza cambiamento. Non esiste scuola inclusiva se non si può lavorare per cambiare l’istituito trasformandolo in istituente (capace di modificarsi e adattarsi alle diverse esigenze di ogni singolo individuo) e dando spazio alla Metabletica.

All’interno delle pratiche inclusive sono presenti i concetti quali la cura educativa, la narrazione e la resilienza.

Indicatori di qualità per realizzare buone pratiche inclusive

Una scuola davvero inclusiva dovrà partire dal raggiungimento di livelli essenziali di qualità garantiti a tutti gli utenti. Bisogna stabilire alcuni livelli essenziali di qualità del processo d’integrazione-inclusione delle persone disabili e-o con BES per valutare e monitorare costantemente le prassi già avviate. L’UNESCO ha proposto alcuni indicatori orientato al conseguimento della formazione ottimale di cia

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilariamp22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Gaspari Patrizia.
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