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Motivazione sociale

Cos'è la motivazione

  • È un'attivazione fisiologica.
  • È energizzazione.
  • È spinta energetica.
  • La motivazione contiene la parola moto, infatti ci riferiamo a quel qualcosa che succede alla persona quando vuole raggiungere un obiettivo e che la fa spostare da dove si trova verso il punto che vuole raggiungere, in maniera figurata c’è un moto.

Cos'è una teoria?

La teoria è una possibile spiegazione per un fenomeno, è esplicitare le cause per quel fenomeno.

Questa definizione si può applicare a qualsiasi teoria, psicologica, fisica, biologica, il tutto dipende da che fenomeno vogliamo prevedere.

Utilità

  • Sfruttare la consapevolezza che c’è alla base del fenomeno per innescarlo. Come? Faccio in modo che la persona si trovi in una determinata condizione, somministro c.
  • Se invece voglio evitare un fenomeno, una recidiva per esempio, devo togliere la causa e disinnescare il fenomeno.

Le pseudo teorie

Le pseudo teorie sono concettualizzazioni che sembrano teorie ma che non enunciano le cause dei fenomeni.

  • Le classificazioni: sono una descrizione e una sintetizzazione in categorie di tutte le possibili versioni di un fenomeno.
  • La classificazione non è una teoria.
  • Sintetizzano e descrivono la realtà.
  • Permettono di agire in fretta, sono usate per soluzioni temporanee, def i confini dei costrutti*.
  • Teorie poco utili con troppi fattori vere teorie che comprendono talmente tante possibili cause che alla fine sono più che altro delle classificazioni.
  • Non spiegano/prevedono niente.
  • I modelli stadiali corrispondo a sintesi della realtà, modellizzazioni, che raccontano una sequenza cronologica, fasi che si susseguono nel tempo.
  • Nel modello stadiale il ragionamento va da dx vs sx, stadi temporali, non da sx vs dx come nelle relazioni di causa-effetto.
  • Permettono di ragionare rapidamente, fasi del lutto.

*Costrutto = concetto astratto che descrive e rappresenta la realtà.

Le cause possono essere in rapporto moltiplicativo, rapporto additivo, mediazione o moderazione.

Rapporto moltiplicativo

Rapporto moltiplicativo: l’interazione delle cause dà origine al fenomeno, quindi le cause devono essere compresenti necessariamente.

Per disinnescare il fenomeno basta togliere una sola causa, per innescarlo devono esser compresenti tutte le cause.

Ad esempio: voglio evitare il comportamento aggressivo, so che esso deriva dall’interazione dell’indole aggressiva con la provocazione. Posso realmente lavorare solo sulla provocazione, quindi se la elimino disinnesco il fenomeno comportamento aggressivo.

Indole aggressiva x provocazione = comportamento aggressivo.

Ad esempio, Linehan afferma che una certa sintomatologia del disturbo borderline di personalità dipende da due cause:

  • Vulnerabilità biologica, predisposizione biologica della persona ad avere una certa attivazione emotiva.
  • Ambiente invalidante.

Secondo Linehan, la sola vulnerabilità biologica non può provocare una sintomatologia borderline ma si deve combinare con un ambiente invalidante.

Per fare un intervento si potrebbe pensare di eliminare una delle due cause per non avere la sintomatologia ma nel nostro campo non è così semplice.

Nell’applicazione delle teorie devo domandarmi quale causa posso togliere e quindi chiedermi su quale causa posso lavorare. Lavorare sulla vulnerabilità biologica è molto difficile, quindi devo lavorare necessariamente sull’ambiente invalidante.

A meno che io non ammetta l’esistenza di un’altra variabile, per esempio, la non disponibilità di strategie per gestire le emozioni, quindi, attraverso una terapia, io do le strategie alle persone affinché possano fare da scudo rispetto all’effetto di questa combinazione.

Quindi la vulnerabilità moltiplicata per l’ambiente invalidante = sintomatologia, a meno che io non abbia delle strategie per difendermi. Avere disponibili delle strategie, fungono da moderazione, per gestire gli effetti di quella combinazione tra vulnerabilità e ambiente invalidante, mi porta a cambiare quella che è la relazione tra questo prodotto e la sintomatologia.

  • Solo vulnerabilità biologica = no sintomatologia.
  • Solo ambiente invalidante = no sintomatologia.
  • Vulnerabilità biologica e ambiente invalidante = sintomatologia.

Rapporto additivo

Rapporto additivo: il fenomeno è equivalente alla somma dei singoli effetti. I fattori causali sono in rapporto additivo per cui il fenomeno si ha anche con una sola delle diverse cause.

Per disinnescare un fenomeno devo agire su tutte le cause, se invece voglio innescare il fenomeno basta almeno una delle cause perché ci sia un po' di fenomeno.

Bassa autoefficacia + ansia aspettative degli altri.

Mediazione

Mediazione: il mediatore è un fattore che si pone a metà tra causa ed effetto e spiega per quale motivo abbiamo l’effetto.

Es: più abito al nord più probabilità ho di vincere un Nobel; a questa relazione si lega un fattore che è il reale motivo che porta chi vive al nord a vincere il Nobel, ovvero avere soldi per la ricerca.

Abitare al nord, soldi per la ricerca, vincere premio Nobel.

Quando inserisco il mediatore sparisce la relazione originaria tra abitare al nord e vincere il Nobel, perché questa relazione causa-effetto viene tutta spiegata dal mediatore soldi per la ricerca.

Mediazione totale: quando inserendo il mediatore la relazione tra la causa originale e l’effetto non esiste più.

Mediazione parziale: inserendo un mediatore, a livello statistico, non si esaurisce completamente l’effetto originale C → F ma rimane un po' di effetto diretto, quindi la causa originale ha direttamente effetto sul fenomeno.

Questo caso è fondamentale quando voglio disinnescare un fenomeno: se tolgo solo il mediatore posso avere un avanzo mentre solo togliendo la causa originale sparisce tutto.

Moderazione

Moderazione: il moderatore è una causa che ha un effetto, non sul fenomeno, ma sulla relazione tra la causa e il fenomeno. Influisce sulla rel riducendola, aumentandola, facendola sparire, invertendola.

Il moderatore modifica, far scomparire, aumentare, ridurre, invertire, la relazione tra la causa e il fenomeno.

Solitamente i fattori moderatori cambiano le condizioni al confine, è un cambio di regola, come se stesse dicendo in alcuni casi funziona così mentre in altri colà.

Il rischio di contagio, “cambia le regole” e si inverte completamente la relazione tra C e F: più persone ci sono alla festa meno felice sono. Quindi si dice che il rischio di contagio modera, detta le regole, la relazione tra il numero di persone alla festa e la felicità dell’individuo.

Rischio contagio, + persone alla festa, + sono felice.

Ricordiamo che qualsiasi fattore causale, causa semplice, mediatore, moderatore, può svolgere più funzioni contemporaneamente.

Teoria motivazionale

Sicuramente una spiegazione di un fenomeno che enunci almeno una causa, altrimenti non è una teoria.

È motivazionale qualsiasi teoria che voglia prevedere il comportamento in termini di motivazione.

La motivazione infatti è moto, una spinta ad agire che ha effetto sul comportamento.

Una teoria motivazionale deve prendere in considerazione nel proprio processo la motivazione o come causa, antecedente, o come fenomeno da prevedere/spiegare.

Molto spesso le teorie motivazionali si occupano di vedere quando viene innescato un certo comportamento.

Se io mi spiego il comportamento in termini di spinta motivazionale, sto pensando ad una teoria motivazionale.

Ma cos’è la motivazione? Se è una spinta ad agire, allora tutte le teorie motivazionali sono teorie comportamentali perché la motivazione ha sempre come esito l’azione. Tutte le teorie motivazionali sono teorie che spiegano il comportamento.

N.B. Dire che una teoria spieghi un comportamento non vuol dire che sia una teoria comportamentista, sono due cose diverse. La teoria comportamentista ha degli assunti diversi, le teorie che spiegano il comportamento sono delle teorie che considerano il comportamento come fenomeno da prevedere, infatti, tutte le teorie motivazionali sono teorie che hanno come obiettivo quello di spiegare il comportamento poiché sta nella definizione stessa di motivazione.

Macrocategorie delle teorie motivazionali

Possiamo classificare le varie teorie motivazionali in macrocategorie:

  • Teorie motivazionali che si occupano di capire qual è la direzione del comportamento, es. si occupano di capire se, data una certa motivazione, la persona voterà a destra o a sinistra/se sarà intenzionata a donare o andare sul campo ad aiutare i profughi. Sono teorie che vogliono prevedere quale sarà la scelta della persona, verso dove andrà il comportamento della persona.
  • Th mot che cercano di prevedere qual è l’innesco del comportamento, es. sicuri del fatto che la persona voglia donare e quando si innesca il comportamento? Una cosa è orientarsi verso un comportamento, un’altra cosa è far sì che quel comportamento inizi. Si è scoperto in letteratura che spesso ciò che attiva il processo è l’emozione che è una forte spinta motivazionale.
  • Th mot che studiano l’intensità della motivazione: significa vedere quanto è grande la spinta motivazionale. Es. una volta che il comportamento è stato innescato, una volta che la direzione è definita, come faccio a sapere quanto sarà intenso quel comportamento?
  • Th mot che si occupano di vedere quanto la motivazione dura nel tempo, quindi hanno il focus sulla persistenza. Es. sono riuscita ad ottenere che la persona acquisti il videogioco ma se la maggior parte dei giocatori abbandona il gioco dopo un po', è grave e ha a che fare con la persistenza, quindi mantenere una certa motivazione nel tempo.

N.B. Non sono teorie separate secondo cui o mi concentro sull’innesco o mi concentro sull’intensità, non sono teorie che non si concentrano sul resto ma solo sull’intensità bensì sono teorie che hanno il focus sull’intensità.

Perché è importante sapere quanto è intensa la motivazione? Perché la motivazione è la spinta che alimenta il comportamento, quindi ci sono effetti diversi sulla base di diverse spinte.

Prima teoria motivazionale

Lewin

Lewin affermava che ogni volta che una persona ha un obiettivo da raggiungere, in quello stesso istante la persona sviluppa un “sistema in tensione”: l’organismo si attiva per raggiungere quell’obiettivo. Nascita di un sistema in tensione.

Avere un sistema in tensione significa che l’organismo si predispone per il raggiungimento dell’obiettivo sotto tutti i punti di vista: a livello fisiologico, cognitivo, comportamentale, motivazionale ecc.

Ogni volta che c’è un bisogno c’è anche un obiettivo, quindi c’è un outcome da raggiugere per la persona.

N.B. C’è una differenza tra obiettivo e bisogno:

  • Il bisogno è una necessità.
  • L’obiettivo è quel qualcosa che devo raggiungere per soddisfare il bisogno/per estinguere l’attivazione associata al bisogno.

Bisogni veri e propri e quasi bisogni

Ci sono diversi tipi di bisogni.

Bisogni veri e propri: sono i bisogni che si possono estinguere esclusivamente con il raggiungimento dell’obiettivo, es. la sete unico modo è bere, se non posso bere l’attivazione associata a quel bisogno non viene estinta.

Need.

Quasi bisogni: sono delle esigenze che spingono la persona a comportarsi verso il raggiungimento dell’obiettivo ma in questo caso raggiungere l’obiettivo non è l’unico modo per estinguere la tensione associata a quel bisogno.

Q need.

C’è tensione legata a questo quasi bisogno. Es. laurea.

Solo nel caso dei quasi bisogni possiamo mettere in atto altre risposte ai bisogni:

  • Raggiungere l’obiettivo, la tensione si riduce perché il bisogno si è estinto.
  • Sostituire l’obiettivo, sposto la tensione su un altro obiettivo quindi la estinguo raggiungendo un altro obiettivo che è sostitutivo rispetto al primo.
  • Mollare l’osso, leaving the field, smettere di avere un obb riduce la tensione.
  • Sostituzione motivazionale: consiste nel fare delle cose che non hanno a che fare con il raggiungimento fattuale dell’obiettivo ma sono comunque in quella direzione e hanno un certo valore simbolico che mi fa pensare di avvicinarmi al raggiungimento dell’obiettivo. Sono “collezione di simboli di completezza”. Io faccio delle cose che non mi fanno raggiungere l’obiettivo ma simbolicamente mi stanno avvicinando a quell’obiettivo.

Si sostituisce il fattuale con il simbolico.

Teoria di Wicklund e Gollwitzer

Negli anni ’80 Wicklund e il suo dottorando Gollwitzer riprendono la distinzione di Lewin e studiando la letteratura si accorgono del fatto che viene denunciata una certa relazione tra l’utilizzo di simboli e il sentirsi inadeguati, insicuri.

Si sta parlando di una relazione lineare perché più sono insicuro/a più uso simboli, Adler.

Ma perché le persone hanno bisogno di accumulare simboli quando si sentono insicure?

I due studiosi partono dal concetto di quasi bisogni, q-need. Se ci troviamo dinanzi ad un quasi bisogno, ciò che possiamo fare per gestire la tensione associata a quel quasi bisogno è sostituire il fattuale con il simbolico.

Gli autori ritengono che dal momento in cui, di fatto, i quasi bisogni consentono di gestire la tensione, è possibile che sia l’insicurezza a causare la collezione di simboli.

Ma quando l’insicurezza porta ad accumulare simboli?

Quando c’è tanto interesse, le persone usano più simboli quando l’obiettivo è importante, altrimenti, se non fosse importante, l’essere insicuri verso quell’obiettivo non porta a collezionare più simboli.

L’obb deve essere importante anche per la costruzione identitaria: self defining/obb autodefinitorio.

Gli obiettivi identitari sono quegli obiettivi che, una volta raggiunti, nella percezione della persona aggiungono qualcosa alla sua identità.

Gli studiosi ipotizzano che la combinazione di importanza x insicurezza, rapporto moltiplicativo, porti la persona a sviluppare un’altissima motivazione a collezionare simboli di completezza, simboli che facciano vedere agli altri e a te stesso di avere quella definizione identitaria.

Ad esempio, io voglio essere una persona socievole e voglio che gli altri mi vedano come socievole, ma mi sento insicura rispetto a questo obiettivo. Esco con una mia amica e voglio che tutti lo sappiano: questo è un segno che io sono socievole e se lo faccio vedere agli altri vuol dire che è vero.

Quindi, qualunque segno che comunichi agli altri che possediamo una certa identità, è quello che siamo spinti a mettere in mostra quando ci sentiamo un po' insicuri.

Non è solo una questione di collezionare simboli. Collezionare simboli ha già un effetto positivo sulla persona perché si sente soddisfatta, guadagna in competenza e ottiene di più se ci sono persone a vedere quei sintomi. Gli altri sono fonte di realtà, attribuiscono verità a ciò che faccio.

Questo fenomeno si chiama realtà sociale.

Qualunque cosa tu faccia, se gli altri la vedono, diventa più vera.

Avere un obiettivo gratifica la persona ma il simbolo realmente esprime il suo effetto quando gli altri lo vedono, se gli altri lo vedono quella cosa diventa più vera.

Il collegamento che c’è tra il simbolo e l’auto-descrizione diventa più stretto se gli altri possono vedere il simbolo.

Teoria dell’autocompletamento simbolico

Wicklund e Gollwitzer

Commitment, “coinvolgimento”: spinta motivazionale a lungo termine.

Deve esserci commitment verso una identity goal, o self-defining goal, un qualcosa che una volta raggiunto definisce il mio sé, variano da persona a persona e variano nella stessa persona nel tempo, è soggettivo.

Tutto ciò si deve combinare con l’incompleteness, termine giusto per riferirsi all’insicurezza/incompletezza rispetto a quella cosa. I simboli poi vanno a completare.

La combinazione di questi due fattori dà self-symbolizing: è l’attività di collezionare simboli, mostrarli agli altri per auto-completarsi. È l’attività di utilizzare i simboli per completare ciò che manca, cioè gli obiettivi identitari incompleti mostrandoli agli altri.

Se io ho commitment verso identity goal è sufficiente commitment verso identity per avere self-symbolizing, non è necessario che ci sia incompleteness.

Quando è necessario che ci sia incompleteness?

Per avere compensatory self-symbolizing.

La gente mostra simboli agli altri anche quando non si sente insicura. È vero e infatti proprio per mantenere un certo livello di completezza che io continuamente non solo accumulo simboli ma li mostro anche agli altri. Di base se ho un obiettivo molto importante per me, mostro simboli agli altri perché devono mantenere un certo livello di completezza. Il self-symbolizing di base ha come unica causa: commitment verso identity goal.

Obiettivo importante per id: già questa cosa mi porta ad avere self-symbolizing semplicemente perché devo mantenere la completezza alta rispetto a quella cosa.

Commitment verso identity goal → self-symbolizing.

La combinazione di commitment verso identity goal con un momento di forte incompletezza temporanea porta ad intensificare self-symbolizing e si parla di compensatory self-symbolizing.

Compensatory self-symbolizing è l’aumento self-symbolizing atto a completare il sé.

Self-symbolizing non si ottiene semplicemente quando mi sento incompleto, c’è quando quella cosa è

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carb99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Motivazione sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Vita-Salute San Raffaele di Milano o del prof Sciara Simona.
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