Motivazione sociale
Esame: articoli da studiare tutti tranne metodi e risultati. 31 domande a crocette senza penalità.
Mail: simona.sciara@outlook.com
Lezione 1
Introduzione
Che cos’è la motivazione?
La motivazione fa riferimento al moto, ossia al muovere qualcosa.
Quello che si muove è il comportamento, l’azione; quello che si sposta è la persona per raggiungere un obiettivo.
La motivazione è il carburante che consente alla persona di spostarsi e di raggiungere il suo obiettivo.
La motivazione non sempre si traduce in comportamento.
Parliamo di alta motivazione quando c’è un corpo estremamente attivato, aspetto che emerge tramite l’attivazione fisiologica.
Questa attivazione si esperisce nel momento stesso in cui si decide di intraprendere l’azione; l’attivazione si presenta perché c’è bisogno di più energia, perché il comportamento che sto mettendo in atto è più dispendioso, perché è più difficile. L’organismo, dunque, si predispone per poter affrontare quell’azione.
Emerge che il modo in cui ci comportiamo è diverso a seconda di quanto energizzo quel comportamento, ossia in funzione di quanto percepisco difficile/dispendiosa l’azione che sto per affrontare.
Definizioni di motivazione
La motivazione è investimento energetico, è energia (arousal), che serve per poter mettere in atto il comportamento; è dunque attivazione fisiologica (pressione e battito cardiaco).
Anche a livello cognitivo l’organismo si predispone per agire: diventiamo infatti più sensibili rispetto a elementi che facilitano il compito.
Dell’arousal vengono studiati pressione e battito cardiaco.
La definizione di motivazione come energia/arousal è la più accreditata, non si tratta però dell’unica. Altro approccio vede la motivazione come importanza: il comportamento viene emesso in funzione dell’importanza di qualcosa per una persona. Si tratta però di una valutazione cognitiva: non è soltanto bisogno, ma dare valore a quella cosa.
Tuttavia, questa definizione non permette di prevedere il comportamento: non è detto che dare importanza a qualcosa comporti l’azione verso quel qualcosa.
La motivazione in termini di importanza non si traduce necessariamente in comportamento.
In questo caso parliamo di motivazione potenziale.
Altra definizione si riferisce al motivo per cui si attua il comportamento. Riguarda dunque la ragione per cui sarebbe ottimale fare una determinata cosa.
Anche in questo caso il motivo non si traduce necessariamente in comportamento.
(Ipotesi del tempo libero: la gente molto impegnata durante il giorno non ha tempo libero e lo scrollare sul telefono è una rivendicazione di questa mancanza. Le persone riportano che scrollare dia la percezione di aver fatto un sacco di cose anche in un arco di tempo ridotto. Si assiste ad una dispercezione del tempo impiegato al telefono.)
Utilità delle teorie motivazionali
È importante perché, essendo l’energia che guida il comportamento orientato ad un obiettivo, tramite il suo studio si capisce perché si mette in atto un comportamento.
L’obiettivo è sempre quello di:
- Capire il perché del comportamento, spiegare il comportamento.
- E dunque predire il comportamento: ogni volta che c’è quella causa particolare ci sarà quel comportamento particolare.
- Controllare: se posso aspettarmi il comportamento, posso anche controllarlo.
Posso fare in modo che ci sia quella motivazione, quella causa, per provocare quel comportamento, o viceversa posso disinnescare un comportamento secondo la stessa logica.
Una volta capito il perché si agisce sulla causa.
Tutte le teorie funzionano così: più teorie apprendo, più strumenti di interpretazione della realtà acquisisco.
Utilità delle teorie motivazionali: la motivazione è quello che muove il comportamento, la psicologia è la scienza del comportamento. La motivazione è dunque un aspetto trasversale, è un tema che attraversa tutte le discipline psicologiche.
Una teoria diventa motivazionale quando c’è un costrutto motivazionale (può essere un antecedente, una causa o il fenomeno di interesse da spiegare. Sia che si trovi tra le cause che determinano un fenomeno sia che sia il fenomeno stesso parliamo di teorie motivazionali).
Aspetti di studio sulla motivazione
Ciascuna teoria si concentra su un aspetto della motivazione.
Direzione della motivazione: che tipo di comportamento specifico la persona metterà in atto, verso cosa si muoverà (es. prevedere che cosa acquisterà una persona).
Intensità della motivazione: una volta determinato il comportamento della persona, si considera quanta intensità energetica investe in quel comportamento, ossia quanto è alta la sua motivazione nel mettere in atto il comportamento (si sa già quale comportamento verrà attuato).
Ci sono infatti diversi gradi di intensità con cui si agisce: quando si investe troppo si fa più fatica ad attuare il comportamento; l’aspettativa produce attivazione energetica.
L’intensità si traduce in outcome comportamentale, ad esempio in performance, è utile per predire alcuni aspetti della performance e la nostra reazione rispetto agli ostacoli.
Persistenza della motivazione: quanto si sostiene l’investimento energetico nel tempo.
La persistenza predice un sacco di cose.
Innesco della motivazione: si riferisce al fatto che il comportamento ha luogo, perché inizia. Si tratta di teorie motivazionali perché tra le cause comprendono un costrutto motivazionale.
Predice l’occorrenza del verificarsi di un comportamento specifico. Sono quelle teorie che rispondono alla domanda del perché.
Lezione 2
Teoria motivazionale
Teoria = è una spiegazione di un fenomeno, ossia fa riferimento almeno ad una relazione causale tra causa e fenomeno.
Tutte le concettualizzazioni che non includono una relazione causale non sono teorie ma descrizioni/modelli.
Modello = sintesi e semplificazione della realtà/di qualcosa. Un modello non necessariamente è una teoria ma può esserlo.
Quando utilizziamo i modelli per spiegare il comportamento è una sintesi della realtà, del processo che c’è dietro a quel fenomeno.
Tramite il modello si riesce a semplificare il fenomeno e dunque rende più facile la distinzione tra fenomeni diversi e il ragionamento sulle cause del fenomeno.
La teoria è un modello particolare perché contempla una relazione di causa-effetto.
In una teoria ci possono essere più cause combinate:
C → F (una causa)
C1 → C2 → F (più cause)
Quando ci sono più cause bisogna chiedersi che tipo di rapporto intercorre tra le cause nella determinazione del fenomeno.
Ci sono due tipi di rapporti principali:
Rapporto additivo: le cause si sommano per andare a determinare il fenomeno → le due cause si sommano per poter innescare l’effetto, cioè l’effetto della prima prescinde dall’effetto dell’altra causa e si ha a prescindere dall’altra/e. Di conseguenza, quando sono entrambe presenti, questi effetti si sommano.
(Se la prima aumenta il fenomeno di +3 e l’altra di +2, avrò un fenomeno di +5, ma se ne tolgo una avrò +3/+2). Quindi, non devono essere contemporaneamente presenti per avere il fenomeno; togliendone una delle due sopravvive comunque quell’altra. Se è un fenomeno che voglio disinnescare toglierne una delle due non estinguerà il fenomeno, ma può agire sull’intensità. Per estinguere il fenomeno bisogna togliere tutte le cause (es. ansia).
Rapporto moltiplicativo (es. comportamento aggressivo, spiegato in termini di provocazione e indole aggressiva. L’interazione tra queste due cause determina il comportamento): le cause devono essere contemporaneamente presenti per determinare il fenomeno, se una delle due non c’è sparisce il fenomeno. Ci vuole necessariamente la compresenza delle cause.
Per disinnescare completamente un fenomeno posso togliere una sola causa.
È dunque un rapporto informativo perché ci dà informazioni rispetto a come disinnescare un comportamento ma anche a come indurlo.
Una teoria deve essere parsimoniosa ma contemplare i fattori/cause più importanti che determinano quel fenomeno.
Ci sono altri tipi di rapporti:
Mediazione: nella mediazione si considera il motivo per cui la causa porta al fenomeno; il mediatore è il motivo per cui la causa determina il fenomeno: il motivo per cui C (causa) condiziona F (fenomeno) sta nel fatto che C agisce su un mediatore che a sua volta ha un effetto su F (sia C che mediatore hanno un effetto su F).
Ci sono due mediazioni:
- Parziale: F è contemporaneamente determinato dall’effetto diretto di C e dall’effetto indiretto di C sul mediatore che a sua volta ha un effetto sul fenomeno. Dunque, c’è un rapporto additivo C su F + C su M (mediatore) su F. (Es. fumare aiuta a socializzare. Bere birra aiuta a socializzare, ci sono due moderatori: l’effetto dell’alcol e una condizione di socialità.)
- Totale: la relazione tra causa e fenomeno esiste esclusivamente in ragione del mediatore; l’effetto diretto di C è tutto indiretto e mediato tramite il mediatore.
Il mediatore esaurisce l’effetto originario della causa sul fenomeno.
(Anche per le relazioni che sembrano dirette si può ragionare su un motivo indiretto.)
Moderazione: il moderatore condiziona la relazione stessa; il moderatore ha effetto sull’esistenza della relazione o meno, sull’intensità e sul tipo di relazione (cambia il tipo di effetto che C ha su F).
Il moderatore non è una causa diretta di F, ma cambia l’effetto che ha C su F.
Si tratta solitamente di condizioni al confine, ossia quelle da rispettare affinché il fenomeno si comporti in quella maniera (es. genere: la relazione esternare questioni private e benessere esiste se il genere è femmina ma sparisce se il genere è maschio).
Il moderatore non è una causa in senso stretto del fenomeno, ma una condizione da rispettare affinché le cose si verifichino in quella maniera: parliamo di relazioni condizionate.
L’utilità di questa teoria è che permette di individuare le condizioni che ci siano affinché il fenomeno si comporti in maniera precisa.
Quando all’interno della teoria è presente la motivazione sia come causa che come fenomeno, parliamo di teorie motivazionali. (Non sempre si trovano con questo nome ma se c’è costrutto di motivazione allora è teoria motivazionale.)
Le teorie motivazionali si occupano di:
- Direzione
- Intensità
- Persistenza
- Innesco
Pseudoteoria
Modelli/teoria pur non essendo teorie. Le pseudoteorie sono delle concettualizzazioni che sembrano delle teorie per varie ragioni ma non sono vere teorie, cioè non hanno una relazione causa-effetto.
Tra queste troviamo:
Classificazioni (es. distinzione tra motivazione estrinseca ed intrinseca).
Si tratta di modelli che semplificano ma non permettono di prevedere. Si tratta di descrizioni.
(Es. motivazioni di utilizzo dei social media: non permette di prevedere perché non c’è una relazione causa-effetto però è un’ottima sintesi.)
Ha come scopo descrivere, e in secondo luogo modellizzare, cioè sintetizzare la realtà. Distinguere tra diverse motivazioni ha una sua utilità, perché ci permette di agire di conseguenza, ma non spiega la motivazione, non ci dice come si arriva a una motivazione o a un’altra.
Modelli stadiali.
F1 → F2 → F3: si tratta di tre stadi. Si ha la sensazione che la prima cosa causi la seconda e così via, ma non è così. Il modello stadiale descrive quello che succede nel tempo: descrive l’ordine con cui si presentano le diverse fasi di una stessa cosa.
Molto spesso viene confuso con una vera e propria teoria, perché è il susseguirsi di stadi, che di solito vengono rappresentati con delle frecce, e per questo motivo vengono spesso chiamate teorie, perché rimandano al rapporto causa-effetto, ma in realtà non hanno a che fare con la causazione, perché si tratta di stadi che si susseguono cronologicamente. Non ci fornisce il principio sulla base del quale basare l’intervento. Questo perché non c’è una relazione causa-effetto.
(Es. stadiazione di Piaget.)
(Es. Modello del Rubicone, Heckhausen e Gollwitzer: descrizione di quello che succede quando una persona mette in atto un comportamento intenzionale. Ci sarebbe:
- Fase motivazionale (intenzione), durante la quale, riconosciuta una certa mancanza (un need), si rende necessaria la messa in atto di un comportamento; si identifica dunque una soluzione comportamentale alla mancanza, genero l’intenzione di mettere in atto quel comportamento. È una fase distinta dalla mancanza di energizzazione: il fatto che non ci sia energizzazione è una descrizione.
- Pianificazione (non sempre segue all’intenzione): tramuto le mie intenzioni in qualcosa che è pre-comportamentale, ossia pianifico come potrebbe essere attuato il comportamento ma senza attuarlo.
- Comportamento attuo: il comportamento.
Nessuna fase predice quella successiva.
L’intenzione deve passare tramite la pianificazione per poi produrre un comportamento.
Non è una teoria: se mi domando come si passa da una fase all’altra diventa una teoria.
Perché le persone pianificano e non attuano? Perché le persone non considerano gli ostacoli del passaggio al comportamento; bisognerebbe passare da una pianificazione che considera anche gli ostacoli per passare al comportamento.
Questa però non è una causa per passare da una fase all’altra, ma aumenta la probabilità di attuare il comportamento.)
Teorie motivazionali sociali
Ogni volta che una teoria motivazionale ha dei correlati sociali, si parla di teoria motivazionale sociale.
Facilitazione sociale (Zajonc nel 1968, ma già teorizzata da Triplett nel 1898).
Triplett osserva (osserva i ciclisti: se messi in mezzo ad altri ciclisti facevano tempi migliori anche se non si tratta di una competizione) che il fatto di fare qualcosa insieme a qualcun altro migliora la performance.
Zajonc è andato oltre, specificando in quali situazioni la presenza degli altri migliora la performance: conduce una serie di esperimenti con gli scarafaggi; crea un labirinto da percorrere, per trovare la via di fuga. In una condizione sperimentale lo scarafaggio era da solo, in un’altra c’erano degli “spalti” con sopra tanti scarafaggi, quindi un pubblico.
Quello che emerge è che la mera esposizione migliora la performance.
Perché succede?
Dal punto di vista attivazionale la presenza dell’altro aumenta l’arousal (quindi genera motivazione); l’aumento dell’attivazione comporta maggiore energia nel completare l’obiettivo: se ci sono altri avrò più risorse. Differenze di attivazione si riscontrano rispetto a chi è presente.
A volte la presenza di altre persone comporta un peggioramento di performance.
Questa differenza avviene in funzione della difficoltà percepita del compito:
- Compito facile: comportamento super appreso facilitato dall’energia che viene implementata dalla presenza degli altri, l’energia viene investita nella risposta dominante: facilitazione sociale.
- Compito difficile: l’investimento dell’energia è nel comportamento sbagliato (risposta dominante che non è quella che richiede il compito), che non è super appreso e quindi si sbaglia (c’è comunque energizzazione).
Inerzia sociale = la presenza degli altri non migliora la performance e l’investimento energetico, nel momento in cui il contributo di una persona non è distinguibile da quello dagli altri.
(L’inerzia sociale si verifica per via della responsabilità condivisa e mancanza di riconoscimento: a livello evolutivo se l’investimento non portasse a benefici personali allora perché dovrei investire?)
La presenza degli altri non ha effetto sull’energizzazione: la persona percepisce che il contributo non è distinguibile e dunque non riconoscibile, non attivando energia.
(Es. tiro alla fune.)
(L’ansia è energia e dunque motivazione. Tutte le emozioni sono motivazione perché tutte determinano attivazione e direzionano un comportamento.)
Lezione 3
Domanda esame: per far sparire il comportamento aggressivo è sufficiente togliere la provocazione? Sì.
Per ridurre l’ansia devo per forza agire su tutte le cause? No.
Lewin
Determinante per la motivazione, la metodologia e la psicologia sociale.
Metodologia: “non esiste niente di più pratico di una buona teoria”; la teoria è una spiegazione della realtà, ed è pratica perché la teoria serve per predire e controllare: cerco di fare delle previsioni sulla conoscenza teorica per controllare la realtà.
La teoria è quella cosa che permette di agire nel pratico tramite le previsioni (noi ci comportiamo sulla base di teorie implicite).
Altra affermazione di Lewin è: “per capire un sistema devi cambiarlo”; capisci come funziona qualcosa solo quando lo modifichi, intervenendo su di esso. Per comprendere veramente un sistema devo modificare un sistema; analizzarlo senza modificarlo rende esperti di quel fenomeno ma senza esserlo della sua spiegazione.
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Appunti di Psicologia sociale - Motivazione sociale
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Appunti Psicologia sociale I
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Motivazione: Appunti di Psicologia delle organizzazioni
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Motivazione sociale