Elementi di economia politica
Piergallini A. Rodano G.
Capitolo 1: Una definizione provvisoria
L’economia politica si occupa di: lavoratori, imprese e consumatori; acquisti e vendite; merci e prezzi; mercati, di concorrenza e monopoli; disoccupazione e di inflazione; spesa pubblica, tasse, disavanzo e debito pubblico; moneta; crisi economica, crescita, sviluppo e sottosviluppo. Ma questo modo di descrivere l’economia politica non è corretto perché non solo l’economia si occupa di questi argomenti, ma molti di essi interessano anche i sociologi, gli aziendalisti, i giuristi, gli uomini politici; ad esempio, si occupa di imprese e concorrenza anche il diritto commerciale.
La definizione data attraverso tale elenco non è appropriata perché non ci dice cosa hanno in comune tutti gli argomenti della lista, non ci dice nulla sul punto di vista da cui l’economista guarda questi problemi, o sul metodo con cui li studia.
1.1 La scarsità
L’economia è stata definita come la scienza triste, perché non si può ottenere tutto, ci sono dei vincoli. Quindi l’economia è una scienza che si occupa di massimizzare degli obiettivi ma subordinatamente all’esistenza di vincoli. Perciò partiremo, nel dare una definizione, da una parola-chiave, scarsità. E quindi diremo che l’economia politica studia i problemi che hanno a che fare con la scarsità, studia il comportamento umano in condizioni di scarsità.
Per gli economisti una cosa è scarsa se si verificano due circostanze:
- Utilità: una cosa è scarsa quando qualcuno la vuole, quindi si dice che è utile. L’economia non si interessa del perché, dei motivi per cui un soggetto desidera una cosa, perché è utile, ma si interessa piuttosto delle conseguenze della sua utilità.
- Rarità: una cosa è scarsa non solo quando è utile ma anche quando non ce n’è abbastanza per tutti, quindi è in quantità limitata.
Questi due criteri: rarità e utilità, devono coesistere affinché un bene o servizio sia definito come scarso. Una cosa è scarsa quando non è disponibile in quantità sufficiente rispetto al fabbisogno, o alla richiesta. La scarsità è una proprietà relativa, mentre l’utilità e la rarità sono proprietà assolute, quindi la scarsità non coincide con esse.
Esistono cose utili, ma disponibili in quantità sufficiente per coloro che vogliono servirsene e perciò non sono scarse. L’aria è utile e vitale ma non è ancora rara, quindi non ha un prezzo (l’aria non è un bene economico).
Ma vi sono anche cose rare, ma così poco utilizzate da non lasciare nessuno senza, perciò non sono scarse. Una mela marcia, che è più rara nel mercato rispetto alle mele buone, ma non è utile a nessuno, quindi non è un bene economico. Solo i beni scarsi sono economici, quindi l’economia si occupa di analizzare il comportamento umano in presenza di scarsità. I beni di cui si occupa la scienza economica sono le cose scarse. Quindi, l’interesse degli studiosi di economia politica si concentra sui beni economici.
Il fatto che una cosa sia scarsa non significa che non può essere sprecata (lo spreco è conseguenza di scelte non efficienti) o che questa sia completamente utilizzata. Come il lavoro, è una cosa scarsa, perché utile e non ce n’è abbastanza per produrre tutto ciò che si vorrebbe. Il lavoro è scarso, e si desume dal fatto che le imprese sono disposte a pagare per utilizzarlo (il lavoro ha un valore). Anche se, il fenomeno della disoccupazione (la presenza di persone disposte a lavorare che non trovano un’impresa disposta a pagare per utilizzare il loro lavoro) ci dice che non tutto il lavoro disponibile viene utilizzato.
1.2 Le conseguenze della scarsità
Perché i beni economici sono beni scarsi? Ci sono tre conseguenze della scarsità, che sono state enfatizzate da un famoso economista della seconda metà dell’Ottocento, Leon Walras (1834-1910):
- Proprietà privata: Se un bene è scarso ha senso appropriarsene. Non ha senso appropriarsi di una cosa che non è scarsa. Quindi la scarsità genera la proprietà privata, cioè gli individui hanno un incentivo ad appropriarsi di beni scarsi, sia perché consente al soggetto di usufruire del bene, cioè di consumarlo, ma anche se non si ha intenzione di consumare il bene, ha senso appropriarsene perché può essere scambiato con altri beni, dietro un prezzo.
- Prezzo: è la seconda implicazione della scarsità. Se una cosa è scarsa, significa che è disponibile in quantità limitata, perciò si è disposti a pagare per averla. Le cose scarse hanno un valore, un prezzo. Il prezzo in economia è un indicatore della scarsità, più scarso è il bene e spesso maggiore è il prezzo. Il prezzo del bene misura quanto l’acquirente è disposto a dare per ottenere una quantità di quel bene e quanto chiede il venditore per cedere quell’unità; infatti, pagare significa dare a chi possiede il bene che si vuole ottenere qualcosa di valore disposto in cambio. Lo scambio è un meccanismo di coordinamento in cui interagiscono i soggetti che scambiano i beni totali della scarsità. Si comprano e vendono non solo beni materiali, ma anche beni immateriali (come uno spettacolo teatrale, o il parere di un avvocato).
Dalla definizione di scarsità abbiamo ricavato degli aspetti significativi dell’attività economica: consumo, produzione, scambio e prezzi. Le cose scarse:
- Hanno un prezzo;
- Sono utilizzate per soddisfare un bisogno;
- Possono essere scambiate con altre cose scarse possedute da altri;
- Possono essere utilizzate per produrre altre cose scarse.
Ogni soggetto economico cerca di possederne il più possibile (come il denaro, le cose scarse non bastano mai. E possedere denaro equivale a possedere le cose scarse che con esso si possono comperare), e costituiscono la sua ricchezza, rappresentano la sua dotazione di risorse, è ciò con cui può soddisfare i suoi bisogni, desideri e obiettivi (la ricchezza di un individuo è proprio l’insieme dei beni e servizi scarsi).
1.3 Scelte e coordinamento
Un economista del secolo scorso, Lionel Robbins (1898-1984) nel 1933 ha identificato quattro condizioni per definire un problema come problema economico (due condizioni riguardano gli obiettivi dell'azione e due condizioni riguardano le risorse disponibili):
- Esiste una pluralità di obiettivi;
- Questi obiettivi possono essere classificati in termini di importanza;
- Le risorse sono limitate. Quindi ci sono degli obiettivi che possono essere classificati in termini di importanza, ma le risorse sono limitate.
- Queste risorse sono suscettibili di essere impiegate in modo alternativo, cioè abbiano usi alternativi.
Allora se si verificano queste quattro condizioni allora è un problema economico secondo Robbins. Da qui deriva la definizione di Robbins che l’economia politica è la scienza sociale “che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi, applicabili a usi alternativi” (studia il comportamento umano inteso come relazione tra obiettivi e mezzi scarsi suscettibili di impiego alternativo).
In particolare, i problemi economici si dividono in due categorie:
- Problemi di scelta dei soggetti economici: una risorsa a disposizione di un soggetto è un mezzo scarso impiegabile per scopi alternativi, questo comporta che il soggetto deve scegliere come impiegare le risorse di cui dispone. Il problema di scelta coinvolge anche il consumatore, il quale deve decidere come spendere il suo stipendio, quali beni acquistare, quanto risparmiare, devono scegliere quanto acquistare dei diversi beni subordinatamente al vincolo che non possono spendere più di quello che incassano. Quindi è un problema di massimo vincolato. Si tratta di massimizzare quella che gli economisti chiamano utilità che dipende dal consumo dei beni, e quindi di scegliere quanto acquistare dai diversi beni, subordinatamente al rispetto di quello che chiameremo vincolo di bilancio, cioè del fatto che la spesa totale non può essere superiore al reddito. Vedremo anche problemi di scelta dell’impresa, la quale deve decidere cosa produrre, in quali quantità, in modo da massimizzare il profitto, cioè la differenza tra ricavi totali e costi totali, subordinatamente al rispetto del vincolo della tecnologia, cioè di come gli input possono essere trasformati in output. Deve decidere se assumere o licenziare, se accrescere la propria attività o uscire dal mercato. Anche lo Stato deve decidere se aumentare o ridurre le tasse pagate dai cittadini, quanto e come indebitarsi, decidere come spendere le risorse ottenute, se aumentare o ridurre le pensioni o le spese militari. O ancora, il risparmiatore deve decidere come investire i propri risparmi, se acquistare buoni del tesoro o azioni, terreni o abitazioni. Dove c’è scarsità ci sono problemi di scelta. Ma dove c’è scarsità ci sono anche problemi di coordinamento.
- Problemi di coordinamento: nessun uomo è un’isola, quindi le persone interagiscono tra di loro. Infatti, le scelte di un soggetto si ripercuotono anche sugli altri (es: comprando il pane faccio sia il mio interesse, ma anche quello del fornaio che lo ha prodotto.) Quindi c’è un’interazione. L’economia è fatta di interazione. Se un’impresa inquina, produce delle esternalità negative sugli altri. Quindi gli agenti economici interagiscono. Quali sono i meccanismi di coordinamento? Ce ne sono almeno due: lo scambio che coinvolge due produttori.
Quasi tutti i problemi studiati dalla scienza economica appartengono alle due grandi categorie dei problemi di scelta e di coordinamento. L’economia non si interessa del caso specifico, del problema particolare. Quello che interessa è la dimensione generale dei problemi, sono le caratteristiche che li rendono simili non quelle che li rendono diversi. I problemi di scelta presentano una struttura comune e consentono di mettere a punto metodi di indagine utilizzabili in molti casi. L’economia politica in questo senso è una scienza più vicina alla fisica, cioè che tende a astrarsi dalla realtà per elaborare delle teorie che consentano di chiarire quali sono i principi, direbbe Platone “le idee per capire la copia” cioè idee per capire il mondo reale, quindi tende ad astrarsi dalla realtà per capire la dimensione generale dei problemi che possono capire meglio la realtà, quindi mira alla dimensione generale, non alla dimensione particolare cioè a capire quella particolare impresa Alfa come si deve comportare.
Si differenzia dall’economia aziendale, la quale studia gli aspetti che rendono diversi i vari problemi economici. L’economia aziendale ha per oggetto lo studio di una impresa o azienda e analisi degli strumenti e fattori esterni che consentono alla singola impresa di raggiungere l’obiettivo prefissato. Se pensiamo bene, come Platone insegna, spesso per capire la realtà, es per capire come funziona il sistema economico nel suo complesso non possiamo considerare i problemi di tutti i consumatori e imprese che operano in Italia, non è possibile. Ma è possibile, partendo dall’identificazione della dimensione generale delle problematiche risalire a delle funzioni comportamentali che ci consentano di elaborare un modello che è utile per capire la realtà. Quindi il fine del modello sarà quello di fornire delle prescrizioni, dei principi che ci consentano di interpretare, di far luce sulla realtà economica che noi non possiamo riprodurre.
Capitolo 2: La nascita
L’economia politica è una scienza giovane. La data di nascita dell’economia è il 1776, anno in cui venne pubblicato un libro di Adam Smith (1723-1790), intitolato “Ricerche sopra la natura della ricchezza delle nazioni” (abbreviato, “La ricchezza delle nazioni”), è considerato il primo moderno trattato di economia. L’economia prima del 700 era una branca dell’etica. Fin dalla Grecia classica di Platone e Aristotele si parlava di economia, e l’etica in Aristotele era una branca della filosofia, infatti, l’economia era una sezione della filosofia morale. Come anche la fisica, la matematica erano branche della filosofia, infatti, Pitagora era un filosofo; il grande matematico Eudosso era un allievo di Platone, e uno dei più importanti libri di Aristotele era intitolato “Fisica”, ed era appunto un libro di fisica. L’opera fondamentale di Newton, si chiama “principi matematici di filosofia naturale”, proprio ad indicare che precedentemente anche la fisica era una branca della filosofia, la quale si separa tardi con Galilei e Newton.
Prima di Smith, prima della seconda metà del 700, la scienza economica non era una disciplina autonoma, ma appunto una sezione della filosofia morale. Smith è oggi considerato il primo degli economisti, e insegnava filosofia morale all’università di Glasgow, in Scozia, e l’economia era una parte del suo programma insieme alla teologia naturale, all’etica e al diritto. Pian piano questa parte del programma che riguardava l’economia è divenuta sempre più importante che ha acquistato la robustezza di una scienza, cioè la prima delle scienze sociali.
La riflessione economica di Smith si muove sulla base del fatto che accanto ai comportamenti (“buoni”) che suscitano approvazione morale e ai comportamenti (“cattivi”) che suscitano disapprovazione morale, ci sono una serie di altri comportamenti che non rientrano in nessuna delle precedenti categorie, sono comportamenti neutrali rispetto alla valutazione di ordine morale. Sono comportamenti economici la cui primaria caratteristica per Smith è l’egoismo.
Sono due i motivi fondamentali per cui fondò l’economia politica:
- Ragione di ordine filosofico: Smith prima di occuparsi dell’economia insegnava filosofia. Nel 1759 scrisse un testo filosofico “Teoria dei sentimenti morali” che si collocava all’interno della filosofia inglese. L’ambiente filosofico ai tempi di Smith è dominato dall’empirismo inglese. La tematica era anche in relazione al naturalismo, ci si chiedeva come fosse il comportamento umano in un ipotetico stato di natura, cioè se l’uomo fosse “buono” o “cattivo”, riflettevano sul tema delle applicazioni sociali dell’egoismo e della libertà.
Gli esponenti più importanti sono stati: Thomas Hobbes, John Locke, David Hume.
Per Hobbes l’uomo era cattivo nello stato di natura, “homo homini lupus” (l’uomo è lupo per l’uomo). È al centro l’egoismo, lo stato di natura motiva il comportamento degli uomini. Se ci fosse un ipotetico stato di natura senza uno stato monarchico, senza un re, si finirebbe con la “guerra di tutti contro tutti”. Quindi per Hobbes lo stato nasce proprio per limitare la libertà, non garantire, ma per evitare questa situazione di guerra di tutti contro tutti. La società può esistere solo se gli uomini rinunciano alla libertà. Hobbes è quindi il teorico delle monarchie assolute, secondo la visione che il monarca illuminato che si fa risalire a Platone (secondo cui la migliore forma di governo è la monarchia, perché se ci fosse un monarca illuminato è massimizzato il fabbisogno sociale). Il problema della monarchia che può trasformarsi in una tirannia.
Per Locke nello stato di natura gli uomini sono buoni, ma l’ostilità deriva dalla malvagità naturale degli uomini, dall’avarizia della natura, in conseguenza della quale non è possibile che gli uomini ottengano col loro lavoro tutto ciò di cui hanno bisogno, da qui deriva la tendenza alla sopraffazione. Allora lo stato non deve limitare la libertà privata, ma la deve garantire, perché la libertà individuale è una libertà inalienabile. Lo stato garantisce che la libertà del singolo non venga compromessa da aggressioni da parte di altri. Lo stato sarebbe il garante dello sviluppo della libera iniziativa.
Hume invece si pone a metà delle due teorie, sostiene che oltre ai comportamenti egoistici esistono anche comportamenti virtuosi, determinati da un sentimento opposto all’egoismo, chiamato “senso di umanità” o “simpatia”. Da questo sentimento scaturiscono giudizi morali che spingono gli uomini a operare per il bene degli altri. Sosteneva che l’uomo è ambivalente, cioè coniuga aspetti egoistici con benevolenza, simpatia, senso di umanità.
Le risposte di Adam Smith fanno leva sull’egoismo e sulla libertà. I comportamenti egoistici che non possono essere disapprovati dal punto di vista morale, rispetto al quale risultano neutri. Ovvero, per Smith esistono comportamenti che non possono essere definiti entro le categorie “buono” e “cattivo”. Secondo Smith questi comportamenti sono i comportamenti economici. Ad esempio, se io vado dal panettiere per comprare il pane, faccio sia il mio interesse, che quello del panettiere, è uno scambio, e questo comportamento non è né buono né cattivo, è neutrale, perché si basa sulla volontarietà dello scambio. Questa tipologia di comportamento non è codificabile dal punto di vista filosofico. E questo è il motivo perché l’economia diviene autonoma rispetto alla filosofia morale.
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