LETTERATURA E SPORT
1. IL CALCIO NEI VERSI DI ALFONSO GATTO
È una delle voci più rappresentative del nostro novecento. Nato a Salerno nel 1909 compie i primi studi nella sua città,
poi nel 1926 si iscrive all’Università di Napoli che abbandona senza laurearsi, a causa di difficoltà economiche. Vive un
periodo di continui spostamenti che sono caratteristica di una vita irrequieta e avventurosa, nella pratica di diversi
lavori: commesso, istitutore di collegio, correttore di bozze ed infine diviene giornalista. Lavora come collaboratore
delle più innovatrici riviste e periodici di cultura letteraria (dall’”Italia letteraria” alla “rivista letteratura” a “circoli” a
“primato alla ruota”). A partire dal 1943 entra a far parte della Resistenza: le poesie scritte in questo periodo sono una
testimonianza delle idee che animano la lotta di liberazione. Alla fine del secondo conflitto mondiale, è direttore di
“Settimana”, poi coodirettore di “Milano-sera” ed inviato speciale de L’Unità, dove assume una posizione di primo
piano nella letteratura di ispirazione comunista. Nel 1951 lascia clamorosamente e politicamente il partito comunista.
Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla critica dell’arte e della pittura. Tra i suoi numerosi volumi di poesia :
ISOLA (1932), IL CAPO SULLA NEVE (1949), OSTERIA FLEGREA (1962), RIME DI VIAGGIO PER LA TERRA DIPINTA
(1969). Muore in un incidente d’auto a Orbetello l’8/03/1976. Il poeta nutre una forte passione per lo sport,
soprattutto per il ciclismo e il calcio. Nel ’47 e nel ’48 segue il giro d’Italia per “L’Unità”. Viene chiamato dal Giornale
del mattino di Firenze per raccontare il tour de France del 1958 e ancora il Giro del 1959. Il Giornale di Indro
Montanelli affida a Gatto la rubrica “l a palla al balzo ” curata con riferimento prevalente ai campionati di calcio del 74-
75 e 75-76. Attraverso uno stile vivace e poetico, osserva non solo le partite ma anche la società italiana, utilizzando il
calcio come specchio dei suoi difetti e delle sue contraddizioni.
Critica il sistema educativo italiano, che privilegia la furbizia e l’arte di arrangiarsi rispetto all’impegno e alla voglia di
imparare. Denuncia la scarsa considerazione per l’educazione fisica e paragona questa mentalità al mondo del calcio,
dove giocatori di scarso valore vengono sopravvalutati e pagati eccessivamente. L’autore riflette anche sul carattere
degli italiani, descrivendoli come amanti delle cerimonie ma incapaci di mantenere ordine e disciplina collettiva. Nei
suoi articoli emerge una forte sensibilità poetica: il campionato viene rappresentato con immagini suggestive e
malinconiche, mentre la violenza di alcuni tifosi è vista come un elemento che turba la serenità dello sport.
Alfonso Gatto amò moltissimo lo sport. In una lettera aperta a Gianni Rivera scrisse: il calcio è come la poesia, un
gioco che vale la vita. Voglio dirglielo: anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso
l’esito felice. Fa anche lui il gol e lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina a fianco e che entra in
porta con lui nella felicità di aver colpito il segno.
Altro pezzo in cui descrive l’epifania del gol: “eppure, il goal, già col suo essere così pieno e rotondo nella nostra
pronuncia, sembra un uovo, un uovo bello e fatto, da partorire con dolore nell’ultimo impegno che ci ripaghi dell’ansia
con cui tutti insieme-giocatori e pubblico- lo abbiamo seguito nel suo farsi, nel suo accrescersi nella forma come un bel
frutto: alfine è liberato, sboccato si direbbe, nell’affermare sé stesso con la sua bella incredulità, nel dire “ci sono”. E
non è più la stessa palla giocata e rigiocata sino al tritello ma la palla nuova fatta dura e implacabile dal suo aver
raggiunto la mira, ancora carica di volontà nel segno.” Un amore raggiunto, pieno assoluto, le cui frasi sono tutte
specchiate in quel colto tondo, da luna, che vorremmo tochettare col nostro buffetto nel dirgli: “quanta fatica, ma ne
valeva la pena nel vederti così contento”. Perché amici miei, il goal è proprio lui più di tutti lieto di essere venuto al
mondo e d’aver presto vicini nel pallottoliere altri bambini-gol che fanno il risultato, come in una bella famiglia.
La partita di calcio è un capolavoro di vivacità espressiva. Essa è un monito per chi non ha la stoffa del campione,
proprio come il portiere Boccaccio. Insultato dai tifosi, Boccaccio si dispera e si strappa tutti i capelli, restando con la
tesa liscia come la palla. Ma Boccaccio continuerà a fare il portiere. La partita di calcio è una divertente fiaba in versi
per irridere le disfatte, non solo quelle sportive.
2. UMBERTO SABA: CINQUE POESIE SUL CALCIO
Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli, nacque il 9 Marzo 1883 a Trieste, all’epoca parte dell'Impero austro-
ungarico, da madre ebrea e padre cristiano. Il padre, Ugo Edoardo Poli, un agente di commercio appartenente ad una
nobile famiglia veneziana, si era convertito alla religione ebraica in occasione del matrimonio, avvenuto nel 1882;
tuttavia, insofferente ai legami familiari, quando nacque Umberto, abbandonò la moglie. La mancanza della figura
paterna costrinse la madre ad affidare il bambino alla contadina slovena Peppa Sabbaz. Umberto fu conquistato dal
carattere estroverso, allegro ed espansivo della nutrice, che lo portò ad allontanarsi dalla figura della madre causando
in lui il disagio di un’ambivalenza affettiva che lo tormentò per tutta la vita. Il cognome d’arte Saba sembra fosse
legato al forte ricordo della nutrice.
Nel periodo di produzione dell’autore, a Trieste, circolavano tre lingue: il tedesco, il dialetto e l’italiano, che faceva
parte di una tradizione letteraria alta alla quale Saba aderì con una poetica semplice e originale che si allontanava
dalle correnti dominanti del tempo. Tutti gli aspetti della vita giornaliera e della sua stessa vita entrano nella sua
poesia attraverso parole domestiche, scelte per la loro concreta oggettività. La donna amata è per lui una sorta di
appoggio concreto nella vita di tutti i giorni, Trieste rappresenta invece l’espressione del suo stato d’animo. Il giudizio
della critica sull’opera di questo poeta fu inizialmente perplesso, soprattutto a causa dei suoi versi, giudicati poco
dotati di freschezza ed originalità. Oggi Saba viene considerato uno dei più grandi poeti del Novecento italiano. Saba
ebbe alla fine della sua vita un avvicinamento religioso, si convertì al cattolicesimo e si fece battezzare.
Nel 1955, stanco e malato, e sconvolto per la malattia della moglie, si fece ricoverare in una clinica di Gorizia, dalla
quale uscì solo in occasione del funerale della moglie, mancata il 25 novembre 1956. Morì il 25 agosto 1957, mentre
lavorava alla stesura di Ernesto , rimasto incompiuto e pubblicato postumo. Il romanzo rievoca e descrive inquietudini
e ambigue curiosità adolescenziali con una forte componente autobiografica. Il protagonista, Ernesto, è un ragazzo
che vive con la madre (sotto la vigile tutela della zia), studia il violino, legge molto e ha qualche idea socialista. Al
romanzo è ispirato il film del 1978 diretto da Salvatore Samperi. Tra i suoi interpreti, Martin Halm e Virna Lisi.
La poesia secondo Saba deve essere capace di esprimere con sincerità e senza esagerazioni la condizione esistenziale
dell’uomo al fine di rappresentare la realtà quotidiana e non la realtà straordinaria. Saba presenta la realtà di tutti gli
uomini e di tutti i giorni. Nelle sue poesie presenta Trieste con i suoi caffè e le sue strade, e descrive personaggi umili e
animali domestici. Dal punto di vista formale Saba si presenta come un poeta conservatore, in quanto la sua poetica
richiede un linguaggio chiaro, capace di descrivere la realtà che viene presentata. Il linguaggio di Saba è familiare, con
strutture tradizionali rispetto al verso libero fiorito con il futurismo. La poesia di Saba è semplice e chiara. Nella forma
adopera le parole dell'uso quotidiano e nei temi ritrae gli aspetti della vita quotidiana, anche i più umili e dimessi:
luoghi, persone, paesaggi, animali, avvenimenti, Trieste con le sue strade, le partite di calcio.
Il Canzoniere , da lui concepito come autobiografia totale, raccoglie tutte le sue poesie (ne diede varie edizioni sempre
accresciute: l’ultima nel 1961). I temi della sua poetica sono Trieste, la città natale, il mare come simbolo di fuga e di
avventure spirituali, gli affetti personali e familiari (principalmente Lina, la moglie, e Linuccia, la figlia), le memorie
dell'infanzia, il rapporto con la natura e le riflessioni sull'attualità.
Le Cinque poesie per il gioco del calcio s’intitolano: Squadra paesana, Tre momenti, Tredicesima partita, Fanciulli allo
stadio e Goal. Saba ed il gioco del calcio s’incontrano per caso: un suo giovane amico gli cedette una domenica il suo
biglietto allo stadio. Saba era riluttante ad accettare. Non aveva, fino allora, nessuna simpatia per i tifosi. Ma era una
bella giornata ed accettò di assistere, una volta tanto, ad una gara. La gara era fra la potentissima Ambrosiana e la
vacillante Triestina; e si concluse con quel “nessun’offesa varcava la porta” della poesia Tre momenti; vale a dire con
uno zero a zero. Date le proporzioni delle forze in campo fu una vittoria della Triestina.
Il gioco del calcio è visto come capacità di farsi tutt’uno col popolo. Il poeta (non sportivo, non tifoso) ha in modo
stupendo compreso come ci si possa riscaldare per alcuni che prendono a calci una palla. Il calcio diventa uno
strumento che offre agli uomini dello stesso paese, dello stesso luogo (si badi al titolo, Squadra paesana, cioè della
propria città, del proprio paese), l’occasione di essere uniti, di sentirsi assieme agli altri, e realizzare per tale via uno
dei pochi attimi sinceri, disinteressati, collettivi, del vivere umano.
Appena vide i rosso alabardati uscire fra il delirante entusiasmo della folla il poeta si entusiasmò per le stesse ragioni
degli altri, vi mise, di suo, una più chiara coscienza di quelle ragioni. Il piacere visivo non sarebbe bastato senza un
contenuto emotivo più forte ad accendere la sua immaginazione, al punto da trasformare la visione in poesia. In virtù
del suo statuto ontologico che lo pone un po’ dentro e un po’ fuori della comune umanità – diversamente-
ugualmente commosso una delle più folgoranti definizioni della natura e della sensibilità del poeta - può decifrare
l’arduo intreccio dell’esistenza.
I tre momenti toccano altri aspetti del mondo del calcio: il feeling indescrivibile che si sprigiona fra i calciatori e la
curva dei tifosi, addensati in un’unica grande macchia scura, l’analogia calcio-guerra attraverso il soldatesco
atteggiamento del portiere, ultimo baluardo, e infine l’effimera ma contagiosa apoteosi, la Triestina era riuscita a
pareggiare zero a zero con la forte Ambrosiana. I tre momenti rimandano a una liturgia di sapore militaresco. Nella
prima strofa, lo schieramento e il saluto, nella seconda la vigilanza e l’allarme, nella terza, la vittoria e la festa.
La Tredicesima partita non fu giocata a Trieste, né vi entravano i rosso alabardati. Il poeta si trovava, assieme a sua
figlia, a Padova. Si disputava in quel pomeriggio una partita eliminatoria: perderla avrebbe significato, per il Padova, la
retrocessione dalla prima alla seconda categoria del campionato. Si può immaginare lo stato d’animo dei padovani
presenti; pochi perché era un giorno feriale. Il Padova aveva contro di sé una squadra molto più forte e per di più non
era in forma. Uno dei giocatori si era, all’ultimo momento, ammalato; lo sostituiva un anziano grassone, che da molto
tempo non giocava più, sembrava non potesse reggere alla fatica, e segnò il goal della vittoria.
Prima che l’emozionante partita incominciasse, il poeta e sua figlia si accorsero di suscitare i sospetti - l’inimicizia - dei
vicini. Si pensava che tenessero per la squadra avversaria visto che non parlavano il dialetto padovano. Quando
invece, dai loro discorsi, si accorsero che desideravano la vittoria del Padova, i presenti improvvisarono loro quasi una
piccola dimostrazione di gratitudine. “Quella signorina tiene per il Padova; quella signorina tiene per il Padova” si
dicevano l’un l’altro. E “la signorina che teneva per il Padova” fu ricompensata, alla fine della partita, con un mazzetto
di fiori di campo, colti lì per lì in suo onore, nelle adiacenze del campo stesso.
Fanciulli allo stadio si stacca un po’ dalle altre perché dal calcio sembra trarre solo uno spunto ambientale. In questi
versi filtra tra le righe un po’ di strana inquietudine. I calciatori diventano questa volta “odiosi” perché troppo superbi,
non sembrano sentire le voci dei bambini che li chiamano dagli spalti. L’immagine dei piccoli tifosi, vanamente protesi
ad attirare l’attenzione con i loro squillanti e coloriti richiami, fa balenare al poeta, in quel momento prodigo di
abbandoni memoriali che è la sera, i giorni adolescenziali. La superbia dei calciatori, oltre a significare un embrionale
divismo, simboleggia forse l’indifferenza degli adulti all’universo emotivo dei fanciulli e ai loro, sovente inascoltati,
appelli esistenziali, insieme con la difficoltà del crescere e del rivendicare la propria identità. Alla “bandiera” che
sventola solitaria ai “confini” è affidato il consueto richiamo analogico allo scenario della guerra.
In Goal si ritrovano molti temi cari alla produzione sabiana. Come sempre il poeta triestino si divide tra gioia e dolore,
solitudine e condivisione: la sofferenza del portiere battuto, inconsolabile, nonostante la mano del compagno che lo
smuove e a gioia del portiere avversario, festante e desideroso di gioire insieme ai compagni ed alla folla esultante.
Un goal durante una partita, cioè uno dei pochi momenti di gioia pura (e di dolore spontaneo) che sia concesso di
vedere sulla Terra. La poesia descrive il momento culminante della partita.
Nella prima strofa il tono è molto malinconico, poiché descrive l’amara realtà dei portieri quando subiscono un goal.
Nella seconda strofa viene descritta l’incontenibile gioia di quelli che hanno appena segnato il goal del vantaggio: i
giocatori si stringono tutti insieme, mentre sugli spalti il pubblico è in delirio. Vengono sottolineati la solidarietà e la
fratellanza che uniscono giocatori e pubblico nel momento clou della partita. Nella terza e ultima strofa viene descritta
la realtà del portiere della squadra che ha segnato. Gli uomini sono rosi e consumati ogni giorno dall’odio, dalle
passioni, eppure ritornano qualche volta fanciulli, sono capaci di queste lacrime, di questa ebbrezza. Il segreto della
poesia è nella purezza estrema che acquista i gesti e i moti degli animi. Il giuoco come leggerezza, come redenzione o
meglio come capacità di consentimento, cessazione della pena esistenziale.
3. BAR SPORT DI STEFANO BENNI
Stefano Benni, nato a Bologna nel 1947 è uno dei principali scrittori umoristici italiani. Le sue opere si caratterizzano
per una forte satira della società italiana, mettendone in luce vizi e difetti attraverso uno stile ricco di giochi di parole,
neologismi e parodie. Tra le sue opere più importanti ci sono Il bar sotto il mare, Prima o poi l’amore arriva (1981),
Terra! (1983), Stranalandia (1984) e Comici spaventati guerrieri (1986). Nel 2001 ha vinto il Premio Bancarella con
Saltatempo. Ha diretto la collana “Ossigeno” per Feltrinelli, scritto sceneggiature cinematografiche e realizzato
spettacoli di poesia e jazz. Il suo primo romanzo, Bar Sport , è stato pubblicato nel 1976.
Bar Sport racconta il mondo del bar e dei suoi frequentatori attraverso 27 capitoli , ognuno dedicato a un personaggio,
a una caratteristica del locale o alle sue attrazioni. Con ironia e fantasia, Stefano Benni descrive vizi, manie e abitudini
degli italiani, offrendo un ritratto della società ancora attuale. Il linguaggio è semplice ma efficace, rendendo la lettura
scorrevole e divertente. Nel 1997 Benni ha pubblicato il seguito, Bar Sport Duemila, in cui mostra l’evoluzione dei bar
e della società italiana, sottolineando però che, nonostante i cambiamenti esteriori, le persone e i loro comportamenti
restano sostanzialmente gli stessi. Dal romanzo è stato tratto il film Bar Sport nel 2011.
Secondo l’autore, l’uomo primitivo sentiva già il desiderio del caffè, ma non esistevano né il caffè né i bar; i suoi
tentativi di creare luoghi di ritrovo fallivano per la mancanza di argomenti di conversazione. Gli scapoli, la sera, si
trovavano in qualche grotta, si mettevano in semicerchio e si scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso
rituale. Era un divertimento molto rozzo, e presto passò di moda. Allora gli uomini primitivi cominciarono a riunirsi in
caverne e a farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici. Ma questo
primo tentativo di bar fu un fallimento.
Con gli antichi Romani nacquero le taverne, molto frequentate e importanti nella vita sociale. Il racconto prosegue con
episodi umoristici che coinvolgono personaggi storici e filosofi come Cesare, Aristotele, Platone e Pitagora, presentati
come lavoratori o clienti di bar e taverne. D'Artagnan sfidava e uccideva tutti quelli che sorprendeva a giocare a
flipper, perché il rumore lo mandava in bestia. Anche nel Medioevo le taverne ebbero grande successo come luoghi di
sosta, svago e duelli. Vengono descritte le taverne dei pirati, dove si beveva soprattutto rum e dove la celebre benda
sull’occhio sarebbe nata da incidenti causati dal frappé. L’intero testo usa l’assurdo e l’esagerazione per divertire il
lettore
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