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Gli effetti della riforma del 2014 sul Parco archeologico di Pompei e sulle Gallerie degli Uffizi: due utili casi-studio a confronto con l’esperienza del MANN

1.1. Il Parco archeologico di Pompei (2015-2023): tutela, valorizzazione e fruizione di un sito patrimonio UNESCO

Come accennato poco sopra, prima di giungere alle conclusioni di questo lavoro, dobbiamo aprire due doverosi confronti per la gestione del MANN post riforma, rispettivamente con un importante parco archeologico e con una importante pinacoteca, che hanno potuto beneficiare delle medesime, o quasi, autonomie tecnico-scientifiche e gestionali-manageriali volute dalle nuove legislazioni.

Possiamo partire dal primo caso-studio scelto: la gestione degli ultimi anni del Parco archeologico di Pompei alla luce della riforma del 2014.

L’attuale Parco archeologico di Pompei, istituto autonomo di I fascia del Ministero della Cultura con competenze territoriali anche, fra gli altri, sugli Scavi di Oplontis, Stabiae, sulla Reggia del Quisisana di Castellammare di Stabia e sull’Antiquarium di Boscoreale, in realtà è stato istituito solo nel gennaio del 2017, quindi qualche anno dopo la prima entrata in vigore della rivoluzione franceschiniana.

La storia della gestione “autonoma” del sito di Pompei, affrontabile dal doppio punto di vista amministrativo della tutela e della valorizzazione del suo immenso patrimonio, tuttavia, è indissolubilmente legata al crollo recente, nel 2010, della cd. Schola Armaturarum, la cui eco internazionale come sintomo di mala gestione dell’area archeologica ha funto da promotore per i grossi cambiamenti manageriali di cui ha potuto beneficiare la cittadina romana estintasi con l’eruzione vesuviana del 79 d.C.

Quell’evento ha consentito di avviare un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi, come mai era stato possibile fare prima: nacque, così, il GPP (Grande Progetto Pompei), un progetto per la tutela e la valorizzazione dell’area archeologica, finanziato con 105 milioni di euro, inviato all’UE nel dicembre del 2011 e approvato dalla Commissione europea nel marzo dell’anno seguente.

Ciò che è stato rivoluzionario nell’approccio e nella conduzione di questo progetto – conclusosi solo di recente e humus fondamentale per la nuova e attuale gestione del Parco autonomo – è stata la filosofia alla base. Per fermare il degrado inesorabile che stava consumando Pompei, si è optato per un approccio globale, e non più con l’espletazione di singoli interventi sia materiali che immateriali, dettati quasi sempre dall’emergenza: si stabilì, pertanto, un unico grande piano, trattando la città antica come un organismo unitario, cosa che in effetti è ed è sempre stata anche in passato.

Di questo piano, articolato in varie sottosezioni (Piano delle opere/Piano della conoscenza/Piano della sicurezza/Piano della capacity building/Piano della fruizione e della comunicazione) sono stati eseguiti, in oltre cinque anni, circa 100 interventi nell’arco di tutta l’estensione della città antica, che ne hanno completamente modificato l’aspetto e la percezione sia presso le comunità locali che presso i turisti che, con grandissimi numeri, ne affollano ogni anno la vie.

Il Grande Progetto Pompei è consistito, dunque, in una preliminare approfondita fase conoscitiva dello stato del sito e degli edifici, mediante una vasta opera di rilievi, indagini e diagnosi, per un importo di circa 8 milioni di euro, con il coinvolgimento di varie professionalità tecniche, nella successiva messa in sicurezza delle domus e degli edifici, nel loro recupero e nei restauri degli apparati decorativi.

Contestualmente si è anche proceduto al rafforzamento della vigilanza e nelle azioni dirette a rendere maggiormente fruibile il sito archeologico per il pubblico, con percorsi idonei a superare le barriere architettoniche e sistemi funzionali al miglioramento dei servizi e della comunicazione.

L’opera straordinaria posta in atto con il GPP appare aver corrisposto all’esigenza di una più sistematica e tecnicamente avanzata tutela dell’importante sito archeologico, la cui manutenzione era caratterizzata in passato da episodicità e somme urgenze, con interventi talvolta rivelatisi inappropriati, e oggi sostituitasi con l’importante adozione della “manutenzione programmata”, forse il più grande lascito dell’ingente progetto finanziato con fondi europei appena conclusosi.

L’efficacia di questi interventi e dei mezzi introdotti per perseguirli – sui quali ci si vuole soffermare brevemente fra poco – appare, così, testimoniata, da un lato, dalla diminuzione dei crolli che in anni passati si erano verificati con molta frequenza e, dall’altro, dall’aumento del numero dei visitatori registrato negli ultimi anni.

Tra gli interventi realizzati del GPP e la sua eredità raccolta dal Parco archeologico di Pompei autonomo odierno, con i suoi progetti e la sua visione manageriale, volevo riflettere su quanto fatto nel sito patrimonio UNESCO in questi ultimi anni in relazione a tre grandi temi di interesse totale quando si parla, in Italia, di patrimonio culturale: tutela architettonico-archeologica e restauri; valorizzazione degli spazi della città; e, infine, fruizione del sito.

Per quel che concerne la prima tematica, la tutela del sito, si sono intrapresi interventi e attività di grande respiro, fondamentali per la conservazione e la salvaguardia di Pompei, risolvendo molti dei problemi mai affrontati in passato, mettendo in sicurezza tutta l’area archeologica, consolidando i fronti di scavo, restaurando e riaprendo intere aree, edifici, con sontuosi apparati decorativi e strade negati al pubblico per molto tempo.

Si è intrapreso, al contempo, un progetto sperimentale – unico nel suo genere nel panorama dell’Italia archeologica – di manutenzione programmata: una attività non più procrastinabile, una volta che con il Grande Progetto si era raggiunto un livello accettabile di sicurezza diffusa e diminuito sensibilmente il rischio di perdita della materialità del costruito pompeiano.

La manutenzione, soprattutto quella preventiva, infatti, oramai a Pompei, anche sotto la direzione dell’ultimo Direttore Generale, si sta avviando ad essere una solida realtà permanente, che cercherà di tenere sotto controllo le inevitabili azioni degenerative che l’ambiente provoca sulle strutture antiche, nonché sui materiali moderni utilizzati nel restauro.

Il degrado, come è noto, costituisce una realtà fisiologica in una città di rovine, e in particolare a Pompei presenta livelli elevati di criticità per le tecniche costruttive stesse impiegate nelle architetture antiche e per la sopravvivenza straordinaria di superfici decorate pavimentali e parietali.

In una sola parola, la tutela che si deve mettere in atto e tentare di perseguire e garantire in un’area archeologica, con tutte le sue complessità, enormemente poi esacerbate in un sito come è quello di Pompei, è assai diversa, ad esempio, rispetto a quella che si esplica, pur con tutte le sue componenti e difficoltà all’interno di un edificio museale, così com’è stato nel caso già affrontato del MANN, ad esempio.

In definitiva, se uno stato di conservazione ideale o di un risanamento definitivo è una prospettiva non realizzabile, nella piena consapevolezza dell’impossibilità di arrestare completamente il degrado, la sola strada percorribile è quella giusta, ovverosia di gestire le condizioni di fragilità e di cronicità del sito, contenendo l’avanzamento del degrado, minimizzandone le inevitabili perdite, attraverso azioni manutentive.

Venendo, invece, agli altri due aspetti entro i quali inquadrare le azioni di gestione del GPP e poi dell’odierno Parco autonomo, ossia la valorizzazione degli spazi della città e la sua fruibilità, le innovazioni sono state molteplici, sebbene siano stati maggiori gli interventi, e quindi i soldi spesi, realizzati nell’ambito della tutela (Piano delle Opere/Piano della Conoscenza).

Come è noto, e come ha più volte sottolineato l’attuale Direttore Generale Musei del MiC, il professore Massimo Osanna, sempre più il nostro tempo si sofferma sul tema della valorizzazione dei Beni Culturali, visti non solo come luoghi della memoria, ma anche come principale mezzo di comunicazione e trasmissione del sapere.

Abbiamo già dato credito e valore a quanto introdotto dal MANN per la valorizzazione e la migliore comunicazione, per ingenerare partecipazione, delle sue collezioni e, soprattutto, del suo rinnovato ruolo nel contesto della città e della società circostanti.

Un parco archeologico autonomo del Ministero non ha a che fare con collezioni, ma con strutture, edifici e aree cittadine; le strategie, pertanto, sono diverse, così come le esigenze e i bisogni. Nel caso specifico di Pompei, poi, data la complessità del suo patrimonio, la questione si fa notevolmente ancora più difficile.

Poggiando le sue basi su un virtuoso sistema di tutela e di conservazione della città antica, la valorizzazione deve essere poi in grado di cogliere le metamorfosi della società, seguirne i processi e le dinamiche di sviluppo, rispondere adeguatamente alle richieste e alle esigenze di un pubblico di fruitori sempre più ampio e diversificato.

Senza snaturare il significato delle opere e dei contesti, o, peggio ancora, strumentalizzandoli a fini esclusivamente commerciali, la valorizzazione introdotta a Pompei è stata di tipo attivo: propositiva, oltre che interattiva.

Innanzitutto, si è proceduto con il miglioramento – questo, come tutte le altre attività, in profonda connessione con gli interventi di tutela, perché, in realtà, da un punto di vista della gestione di un sito culturale, le due azioni amministrative non sono, e non dovrebbero mai essere, disgiunte – dell’accessibilità fisica, ma anche culturale e cognitiva, delle varie aree della città e degli edifici restaurati, o comunque messi in sicurezza e con una rinnovata manutenzione.

Una grandissima attenzione è stata poi dedicata, mediante l’ottimo lavoro scientifico operato sui reperti già contenuti nei depositi oltre che su quelli di provenienza dai nuovi scavi condotti nel sito, alla riapertura e, dunque, alla valorizzazione di nuovi (o vecchi, ma risistemati).

Note

1 Cfr. supra.

2 Per questioni di brevità, sia per l’analisi della gestione del Parco archeologico di Pompei che per quella delle Gallerie degli Uffizi (cfr. infra), si toccheranno solo alcune delle principali e più significative tematiche dalle quali sarà poi possibile ricomporre un quadro generale, utile ai fini di confronto con la gestione del MANN, oggetto di questo lavoro.

3 Materia complessa è il seguire tutta l’evoluzione normativa e amministrativa del sito archeologico di Pompei. All’indomani del terremoto del 1980, venne istituita la prima Soprintendenza archeologica di Pompei, operandone il distacco territoriale dei comuni vesuviani dal resto della provincia di Napoli e dal Museo Archeologico Nazionale, che per volontà dei Borbone era stato destinato ad accogliere, oltre alla collezione Farnese, le antichità provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano.

Già una legge del 1997 aveva poi dotato la Soprintendenza di autonomia scientifica, organizzativa, amministrativa e finanziaria; al soprintendente archeologo venne anche affiancata la figura di un dirigente amministrativo.

Il D.P.R. 26 novembre 2007 n. 233 istituì poi la Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, dotata, come i nuovi Poli Museali, di autonomia di bilancio. La sua competenza territoriale abbracciava l’intera provincia di Napoli e includeva oltre a Pompei, ad Ercolano e ai siti vesuviani, l’area flegrea, con i siti di Cuma, Pozzuoli, Baia, la città di Napoli con il Museo Archeologico Nazionale, la costiera sorrentina, Ischia e Capri.

Pochi mesi dopo l’istituzione di questa Soprintendenza Speciale, con il D.P.C.M. del 4 luglio 2008, viene dichiarato lo stato di emergenza in relazione alla situazione di grave pericolo in atto nell’area archeologica di Pompei e nominato un Commissario Straordinario, che terminò la sua attività il 31 luglio 2010, data oltre la quale la Soprintendenza Speciale è rientrata in un regime di gestione ordinaria.

Negli anni del GPP (vd. infra), nel 2014, avviene una ulteriore scissione nella Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei creandosi due frazioni, l’una con competenza su Napoli, area flegrea e Caserta e l’altra con competenza sui siti vesuviani (Pompei, Ercolano e Stabia, Oplontis e Boscoreale) e diventa Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia.

Come si ricordava nel testo, sarà solo, infine, il D.M. 12 gennaio 2017 (GU 10.3.17) che attribuirà alla Soprintendenza la nuova denominazione di Parco Archeologico di Pompei, in adeguamento agli standard internazionali in materia di istituti e luoghi della cultura, tuttora vigente, e contestualmente il sito archeologico di Ercolano fuoriesce dalla competenza di Pompei e diventa anch’esso Parco Archeologico di Ercolano.

4 Osanna 2019, pp. 351 ss.; Osanna-Ferrara 2021; Osanna 2024, con bibliografia.

5 Per i particolari normativo-amministrativi sull’evoluzione del GPP (Grande Progetto Pompei), rimando alla pubblicazione di Osanna-Ferrara 2021, pp. 33 ss. et passim.

6 Si deve sottolineare che proprio l’opera del GPP, che ha previsto normativamente, sebbene a carattere speciale, insieme con il Soprintendente anche un direttore esterno del grande progetto e dell’Unità istituita del medesimo GPP, antecedente di qualche anno rispetto alla riforma franceschiniana, ha costituito, in un certo senso, una specie di “prova di autonomia” generale e peculiare, che ha contribuito a rivoluzionare, specie per i buoni risultati ottenuti, e innovare il modo di concepire il rapporto tra pubblico e beni culturali.

In altre parole, la gestione rinnovata dell’attuale parco al tempo del GPP ha costituito un importante precedente, facendo in qualche modo di Pompei il primo museo autonomo, e per antonomasia, del MiC; per questa lettura, rimando alle riflessioni contenute in Osanna-Ferrara 2021, p. 51 et passim.

7 Ibid.

8 Ibid.

9 Cfr. infra.

10 Osanna-Ferrara 2021, pp. 44 ss.

11 Per i dati ufficiali dei visitatori di Pompei negli ultimi anni, rimando a: http://pompeiisites.org/parco-archeologico-di-pompei/dati-visitatori/.

12 Fra le attività di tutela rientrano, chiaramente, anche le attività effettuate sui depositi archeologici del Parco e nell’implementazione delle attività di catalogazione sui reperti, in particolar modo a partire dal biennio 2015-2016 con l’attivazione di tirocini formativi erogati dal Ministero.

13 In particolare, nella progettazione degli interventi consolidativi e di restauro vero e proprio, è stato previsto l’utilizzo di materiali con caratteristiche fisico-chimiche il più possibile compatibili con quelle dei materiali originari; allo stesso tempo, sono state bandite le malte cementizie e gli inserti in calcestruzzo. Tutti gli interventi, in questo modo, sono stati improntati al criterio del minimo intervento e della massima reversibilità, cfr. Osanna-Ferrara 2021, pp. 42-43.

14 Cfr. supra.

15 Rimando anche a Casini 2016, pp. 203 ss. per un ulteriore quadro riassuntivo sul Grande Progetto Pompei.

16 Osanna-Ferrara 2021, pp. 42 ss.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

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