Filosofia del diritto – Bioetica
Introduzione al concetto di fine vita
"Che una situazione caratterizzata come un finito, cioè una temporaneità sospesa, venga qualificata fine vita è sconcertante. Questo finito è il finito di un'esistenza quasi finita". In realtà il fine vita è il finito di un'esistenza quasi finita ma che non può finire. Il fine vita è una situazione che nega il finito, cioè la morte, cioè la determinazione del tempo.
Il caso di Eluana Englaro
La prima volta che la comunità italiana ha affrontato sul terreno giudiziario la questione del fine vita è stato con il caso Eluana Englaro. Eluana è stata coinvolta in un incidente stradale: fu soccorsa e immediatamente trasportata in ospedale in uno stato di coma profondo, con la corteccia cerebrale necrotizzata. Fu mantenuta in quello stato con l'aiuto di un'alimentazione tramite sondino per 1 anno. Ci si chiede se questo tipo di alimentazione sia una cura perché la cura poi si può interrompere.
Nutrire l'organismo senza coscienza affinché sia sempre mantenuto in uno stato di non-morte è un gesto estremamente complesso. La ragazza respirava autonomamente e quindi il cuore funzionava ma la corteccia cerebrale era necrotizzata (non vede più, non sente più). L'organismo era mantenuto in vita quindi perché era nutrito artificialmente. Un anno dopo la lesione al cervello è degenerata definitivamente e dunque i medici dicono che non c'era nessuna speranza di ripresa.
Sviluppi giudiziari
Nel '94 (2 anni dopo la tragedia) Eluana viene portata in una casa di cura ed è alimentata da una sonda naso-gastrica e idratata artificialmente. Nel '99 (7 anni dopo la tragedia) il Tribunale di Lecco si pronuncia sulla richiesta del padre, Beppe Englaro, di praticare sulla figlia la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione.
- 18 gennaio 1992: incidente d'auto, Eluana alimentata con il sondino
- 1994: Eluana entra nella casa di cura di Lecco dalle suore, alimentata e idratata sempre dal sondino
- 1999: Beppe Englaro chiede di poter rifiutare l'alimentazione artificiale al tribunale di Lecco ma il Tribunale la respinge e quindi Beppe Englaro si rivolge al Presidente della Repubblica dicendogli che Eluana aveva detto che non avrebbe mai accettato di vivere in quelle condizioni.
- 2003: La Corte d'Appello di Milano conferma la decisione di Lecco
- 2005: La Cassazione dà ragione ai giudici milanesi ma apre uno spiraglio sulla richiesta del padre
- 2007: La Cassazione rinvia di nuovo la decisione alla Corte d'Appello di Milano sostenendo che il giudice può autorizzare l'interruzione dell'alimentazione artificiale in presenza di due circostanze: 1) lo stato vegetativo irreversibile 2) l'accertamento che se cosciente non avrebbe prestato il suo consenso al trattamento.
- 2008: Camera e Senato sollevano un conflitto di attribuzione contro la Cassazione.
- 2009: La Corte di Milano autorizza l'interruzione del trattamento. Il caso finisce in Corte Costituzionale. Il comitato scienza e vita lancia un appello contro la sospensione delle cure.
Discussioni etiche e filosofiche
Per la prima volta si deve pensare se la medicina è legittima, se i politici devono avere una strategia politica anche di fronte a situazioni del genere (che la gente politica sia interrogata sulla decisione è sano?), che c'è la necessità di costruire una giurisprudenza per far fronte a un problema che esiste da un po' di tempo.
I giudici della Cassazione hanno pensato di ricostruire il profilo psicologico della ragazza per capire cosa avrebbe pensato lei. Tuttavia vi era un problema: Eluana si trovava in un istituto religioso quindi era facile ricostruire il suo pensiero in senso cattolico. Umberto Veronese (medico oncologo, Ministro della salute) pensava che come persona Eluana fosse morta 16 anni prima. Questa è una posizione forte ma opinabile perché i polmoni funzionavano e il cuore batteva.
Il dibattito pubblico iniziava a diventare molto insano. Il Cardinale dichiara che sospendere il trattamento è una mostruosità disumana e un assassinio. A questo punto o si ha una lettura organicista del corpo (i polmoni funzionano e il cuore batte) o una lettura concettualizzata di ciò che è il vivente (la testa non c'è più e quindi questo non è più vivere).
Il dibattito sulla bioetica
Alla fine degli anni '90 nessuno discuteva di questi problemi e quindi nessuno era preparato. I giudici di Lecco nel pronunciarsi sul caso sostengono la richiesta di sospendere i trattamenti sia egoismo sociale, assenza di solidarietà sociale, indifferenza individuale e collettiva nei confronti di chi soffre e ha bisogno di aiuto. Il Tribunale di Lecco fa questa qualifica sociologica di un mondo senza morale e senza solidarietà, estremamente offensivo nei confronti del padre di Eluana.
C'era un altro problema che i giudici non potevano affrontare: che cos’è la medicina? Nessuno aveva la cultura per mettere in discussione la medicina. L'espressione culturale di questo periodo porta i giudici a offendere il padre di Eluana Englaro. Allo stesso tempo si trattava del primo caso di questo genere che si presentava e i giudici si appoggiavano alla testualità legislativa. La coscienza della società civile esiste ormai ma all'epoca questa coscienza di interrogare i medici non c'era. Nessuno interroga la medicina. Chiedersi cos’è la medicina sperimentale è importante per la bioetica.
Il termine eutanasia
Claude Bernard diceva che la morte non è naturale e la medicina sperimentale sono le scienze che rifiutano la morte. Ciò che è strano è che all'inizio si ha l'idea di morte provocata, cioè qualcosa di tragico e scandaloso. Già all'inizio scaturisce il termine eutanasia. Il linguaggio non mente, se si parla di eutanasia immediatamente significa che già a priori noi consideriamo che non si tratta di aiutare qualcuno nella disperazione più assoluta ma si tratta di uccidere qualcuno.
La coscienza collettiva come una disumanità di cui la storia testimonierebbe quando la società si confronta con la morte. Si ha ossia aiutare qualcuno attivamente a morire; cioè accompagnare qualcuno verso la morte. Ma già all'inizio si tratta di eutanasia. Il peso moralista è gigantesco già in partenza. Se si parla di eutanasia significa che c'è una competenza del codice penale. Se si parla di morte provocata da qualcuno si è nel caso dell'omicidio sanzionato dal codice penale.
Se invece si tratta di una situazione in cui il paziente è a casa, e non in ospedale, la possibilità di esprimersi e di essere libero c'è, in ospedale no. La questione è quindi morale senza nessuna meditazione sulla medicina sperimentale. Quest’ultima è rifiutare la morte. Ogni tanto però questa ossessione di vincere la morte ci mette in situazioni tragiche. Il moralismo è immediato perché si è immediatamente nell'uccisione volontaria di qualcuno. Si tratta di una considerazione che dà una risposta prima che il problema sia posto.
La prima osservazione che si può fare è che vengono radicalmente ignorate le condizioni concrete in cui emergono le questioni di etica come se il problema etico fosse qualcosa di astratto senza pensare concretamente di ciò di cui si parla. Il Tribunale di Lecco pone direttamente il moralismo, l'etica, l'eutanasia e la risposta c'è già senza interrogare niente. La cultura religiosa si intreccia con la questione etica. La cultura religiosa entra facilmente nella bioetica.
Conflitto tra visione religiosa e profana
Il non uccidere domina la riflessione sociale senza discernere la specificità delle questioni alle quali la società deve saper rispondere e deve affrontare l'assoluta novità. Non si accetta di confrontarci con la drammaticità della situazione. Con la lotta di Beppe Englaro la gente ha iniziato a interessarsi a questo e quindi il Tribunale di Lecco ha dato un eco incredibile a tutta la società civile, la quale si impadronisce della questione etica e dibatte pubblicamente sul diritto di morire.
Il Tribunale di Lecco fa una creazione giurisprudenziale perché poggia la sua argomentazione sull'art. 2 Cost. "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà di politica economica e sociale" e in particolare sul diritto alla vita. Questo articolo non dà direttamente un diritto alla vita. Di questa solidarietà e di questi diritti inviolabili se ne trae qualcosa che è un diritto alla vita.
Il Tribunale di Lecco dà quindi la prima argomentazione basandosi su questo articolo. La giurisdizione usava il diritto alla vita per erigere un muro in difesa di persone potenzialmente in pericolo per via dell'egoismo sociale. Esistono situazioni pericolose e per questo si deve essere prudenti (questioni che interessano l'eredità per esempio) e quindi il giudice non può prendersi il rischio di aprire a qualcosa che potrebbe essere pericoloso.
La Corte d'Appello conferma l'argomentazione della prima giurisdizione riferendosi ugualmente a una morale di solidarietà. La Corte d'Appello di Milano riprende ciò che dice il Tribunale di Lecco ma allo stesso tempo si percepisce un movimento sociale, una sensibilità collettiva che comincia a interrogarsi sulle situazioni concrete della medicina sperimentale. Beppe Englaro è stato sicuramente il punto di partenza. Ci si inizia a chiedere quindi quando un organismo umano viene totalmente privato di coscienza, cioè di un vivere un mondo senza le capacità cognitive che qualificano l'umano.
La gente comincia a pensare chiedendosi se è possibile lasciare una ragazza in quelle condizioni e inizia a parlare di non morte piuttosto che di vita. Lo spostamento semantico è significativo. Si ha sempre di più il sentimento popolare di un forte disturbo nei confronti di queste situazioni e il popolo, pensando così, è morale.
Libertà e autodeterminazione
Il secondo argomento che attraversa tutta la bioetica è quello di una libertà negata. Si concepisce il corpo come una prigione. L'interrogarsi circa la relazione tra individui, quali soggetti di diritto, e medicina sperimentale. Il vivente è una sperimentazione della medicina sperimentale. Il vivente è una costruzione della medicina sperimentale. In queste situazioni drammatiche il popolo ha il diritto di discutere e mettere in discussione le decisioni della medicina sperimentale.
La Corte d'Appello dice "un trattamento terapeutico o di alimentazione anche invasiva indispensabile a mantenere in vita una persona non capace di prestare il consenso non solo è lecito ma dovuto in quanto è espressione del dovere di solidarietà posto a carico dei consociati". In altri termini la Corte di appoggia su quello che dice il Tribunale di Lecco, salvo che è assai più violento perché la Corte dice che tutto ciò che può mantenere in vita una persona deve essere fatto.
Questo diritto alla vita del Tribunale di Lecco si ritrova adesso come un dovere assoluto consacrato in quanto dovere di solidarietà sociale. Se è così però la libertà dov'è? Questa è la "la domanda che scaturisce dai dibattiti sulla bioetica. L'art. 13 Cost. stabilisce che libertà personale è inviolabile, non è ammessa forma alcuna di detenzione di ispezione o perquisizione personale se non per atto motivato dall'autorità giudiziale e nei casi e modi previsti dalla legge".
Da questo testo si può considerare che il corpo tenuto in quelle condizioni è in detenzione. Questo articolo deriva dal padre di Eluana che vede la propria figlia in prigione. Si ha qui l'idea di autodeterminazione, la libertà di ciascuno non è definita ma prenderà le forme che ognuno di noi gli attribuirà. La libertà è profana, cioè infinita e indefinita e si contrappone alla tesi religiosa di libero arbitrio (il modo di comportarsi deve essere conforme alla volontà divina).
Conflitto tra diritto alla vita e libertà
A un diritto che proteggerebbe la vita si contrappone un diritto che proteggerebbe la libertà. Si è qui sull'apice della cultura profana. Con l'evocazione dell'art. 2 Cost si ha un'estensione concettuale dell'ispirazione filosofica dei giudici e con il riferimento all'art. 13 Cost si ha ugualmente un'estensione concettuale anch'essa di espressione filosofica, quella di una libertà intellettuale insuperabile.
Si ha una concezione della violenza non più tradizionale ma totalmente nuova: il medico che mette in gabbia il paziente. Si è su una sorta di violenza spirituale che si esercita sui corpi. Si tratta sempre di più di qualificare le situazioni drammatiche come dei trattamenti umilianti, degradanti. La scienza si accanisce su dei corpi senza che questi ultimi abbiano la possibilità di esprimersi.
La libertà minacciata
La Corte d'Appello di Milano diceva che un trattamento terapeutico indispensabile a mantenere in vita una persona non in grado di prestare consenso non solo è lecito ma è dovuto. Come l'art. 13 può articolarsi con questa situazione? C'è qualcosa che attiene a una libertà individuale e insuperabile. È come se apparisse un nuovo pericolo per la libertà perché un nuovo potere la minaccia. Il nemico è diverso, è una sorta di nuova forma di abuso di potere il cui fondamento è culturale.
Non si tratta più di violenza tradizionale ma di violenza spirituale che si esercita sui corpi. Con questa libertà minacciata riaffiorano i ricordi più bui della storia europea, cioè ritorna la memoria della morte, dei trattamenti umilianti e degradanti, testimonianze di una disumanità trionfale. Questi ricordi spingono ad analogie con situazioni di fine di vita portando a riflettere su ciò che una vita implica.
Filosofia religiosa vs filosofia profana
Subentra la filosofia religiosa che proclama che ogni vita è degna di essere vissuta, difendendo in modo assoluto ciò che la vita sarebbe. La filosofia profana, contrapposta a quella religiosa, invece proclama una libertà assoluta, cioè un'indeterminazione assoluta del vivere e dunque di scegliere la sua propria morte. Nasce quindi un conflitto di valori (vita sacra e libertà assoluta). Il conflitto filosofico riguarda il concetto stesso di diritto.
Si cristallizza il conflitto profano (profano = momento filosofico che si pone a partire dalla metà del '600, ciò che si impara in quanto filosofia dei lumi) e religioso. Secondo l'ideale teologico la vita è creazione, il profano è antireligioso e quindi anti-creazione (evoluzione, tempo). Si può essere quindi in una costruzione del mondo che è creato (qualcosa che avviene senza tempo) oppure in un'ottica in cui tutto è tempo. Si comincia a ragionare sul tempo come spiegazione della vita.
La filosofia profana è una cultura antireligiosa radicale dove tutto ciò che si trasforma (vi è un prima e un dopo). Il vivente è qualcosa che rintraccia una verità che è nella temporalità secondo la filosofia profana. Visto che si nasce e si muore la condizione profana dell'umano è la sua temporaneità. Si ha un antagonismo religioso-profano. Tutto ciò che attiene ai valori dell'umano viene declinato sulla temporalità.
Medicina sperimentale e libertà
Il secondo conflitto radicale è il problema della medicina sperimentale e la condizione del vivente. Se non si avesse la medicina sperimentale così performativa il problema non si porrebbe perché non si sarebbe in grado di mantenere gli organismi "non-morti". Agamben torna sul discorso della medicina sperimentale. L'art. 13 proclama la libertà. La prigione che emerge non è più quella tradizionale ma comunque si continua a parlare di libertà.
Agamben riprende le tesi di Foucault che diceva che il soggetto è il soggetto del potere politico. Agamben è affascinato da questa tesi e sostiene che c'è un'intima solidarietà tra democrazia e totalitarismo. Agamben dice che bisognerebbe pensare la dominazione che non è più la dominazione del principio, della legge ma è una dominazione dell'oggettivazione (come se ormai fosse tutto un problema di procedure). Il principio non è il problema del potere ma ci sarebbero dei meccanismi che rendono illusori il senso di possibilità di libertà.
Diritti umani e dominio
I diritti umani secondo Foucault sono un'illusione. Agamben riprende queste linee filosofiche per applicarle alla biologia. Dire che democrazia e totalitarismo è la stessa cosa è contestabile: vi deve poter essere una "battaglia giuridica". Quella di Foucault e Agamben è una tesi sbagliata. Secondo Agamben ci sarebbe un punto focale verso il quale tutti i vertici politici del mondo convergerebbero dove si organizzerebbe la negazione della libertà, cioè una cultura della morte del soggetto.
È coerente dal momento che si dice che i diritti sono illusione. La scienza del vivente nutre l'odio raziale. L'annientamento della vita indegna di essere vissuta ricorda un po', secondo Agamben, ciò che faceva Hitler. Quella morte è la tragedia assoluta, come se ci fosse un'ossessione della morte. Subentra la necessità di ragionare sulla medicina sperimentale.
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