Fenomenologia dei media
Lezione 1 del 2 novembre 2022
La fenomenologia dei media fa riferimento a qualsiasi mezzo o sistema con cui viene veicolato un messaggio da una persona a un’altra (radio, cinema, TV, stampa, telefono, editoria/fumetto/illustrazione), recepito dai sensi (vista, udito, etc.). Fenomenologia come rapporto pragmatico tra esseri in grado di comunicare ed intendersi. Nasce come filone filosofico, tramite le figure di Edmund Husserl e Karl Jaspers, in Germania nel '900, studiata nelle università come argomentazione di nicchia.
Invece, nella società statunitense, un filone similare venne portato avanti da Charles Wright Mills. Nel pensiero di Husserl (1859-1938), è un metodo d’indagine basato sull'analisi dei fenomeni per come si presentano come soggetti alla coscienza, fondamento trascendentale di ogni esperienza possibile. La fenomenologia dei media, quindi, studia la relazione che noi abbiamo con essi e viceversa. Da questa sua base, si espande al di fuori del mondo della filosofia, tramutandosi nel linguaggio comune nel complesso di fenomeni, e quindi anche di fatti, rilevabili con l'osservazione.
Già con Alfred Schütz, allievo di Husserl, la fenomenologia si sposta nel campo sociologico, applicando questa scienza come nuovo metodo di approccio decisamente produttivo, ricollegandosi al mondo mitologico e letterario: un esempio può essere Don Chisciotte e il problema della realtà, un libro del ’95.
Il tutto nasce dalla spinta di controllare la storia, tramite un progressivo sforzo per adattare il mondo esterno all’uomo. Dalla prima forma di comunicazione oratoria, già in tempi antichi le opinioni potevano essere condivise da cantori, filosofi e, in generale, figure adibite a questo ruolo, secondo un’etica specifica di trasmissione da adulto a giovane. Chiave fondamentale di lettura è l’immaginazione: capacità tipica dell’essere evoluto, siamo stati in grado di connettere il mondo esterno al mondo interno. Questa visione verso l’orizzonte ha permesso in aggiunta di sviluppare la progettazione, la capacità di prevedere un risultato tramite determinate azioni sequenziali causa-effetto.
Vediamo il popolo romano in antichità: in una sorta di “previdenza sociale”, ognuno aveva una propria progettazione chiara della sua vita, dal punto di vista di ruolo, guadagno, risultante. L’ex Cancelliere del Reich tedesco Otto von Bismarck pensò alla stessa maniera secoli e secoli dopo, con il modello previdenziale della sicurezza sociale obbligatorio.
William James è stato uno psicologo e filosofo statunitense, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al ’95. Insieme a Charles Sanders Peirce, fondò la scuola filosofica del pragmatismo, ed è anche citato come uno dei fondatori della psicologia funzionale. Grazie a queste due figure, la società in evoluzione è stata in grado di fondare nuovi costrutti sociali, concetti sociali per descrivere noi stessi; la relazione intima che abbiamo nel mondo esterno stabilisce anche chi siamo.
Come facciamo questa cosa? Principalmente ci riconosciamo nelle descrizioni di altri, ad esempio. Jorge Luis Borges diceva nei primi anni ’60 del ‘900: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume”; con quest’affermazione intuiamo che la vera natura umana, secondo lui. È data dalle sue esperienze maturate nel tempo, come Eraclito constatava insomma nel 500 A.C. (“Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”). Senza l’idea del tempo rispetto alla nostra esperienza non potremmo esistere, succedere, ricordare.
E ancora con Claude Lévi-Strauss, alla fine degli anni ’70 del ‘900: “Non ho mai avuto, e non ho tutt’ora la percezione della mia identità personale. (...) non c’è nessun ‘Io’ né alcun ‘me’. Ognuno di noi è una sorta di crocicchio in cui le cose accadono. (...) è assolutamente passivo (...) è una questione di puro caso”. Oliver Sacks, infine, nel 2015, diceva: “Come facciamo a riconoscere qualsiasi cosa? Come riusciamo a farci un’idea del mondo sul piano visivo?”.
Nel 1895 nasce un prototipo di rivoluzione dei media, con la nascita della radio, del fumetto e del cinema; tutti i processi maggioritari di veicolazione dei messaggi hanno una base in queste forme di dialogo. Siamo adesso nel 1901 – i primi film che escono nel mercato pubblico sono in bianco e nero, accompagnati solo da musica, e muti.
Prendiamo ad esempio The Big Swallow: l’attore protagonista, arrabbiato dall’essere filmato, ingoia il cameraman, con un (all’epoca) ingegnoso montaggio; questa visuale nel film è una primissima forma di soggettiva, entrando finalmente negli occhi di qualcun altro. Questo ci fa capire come costruiamo il messaggio ad hoc in base non solo al metodo di comunicazione, ma anche al pubblico che ne viene a contatto (essendo un film muto in questo caso, è un messaggio grafico dalle emozioni esagerate).
Una cosa ironica e scherzosa può quindi diventare un momento riflessivo su come i media hanno un valore per noi, legandoci da spettatori alle macchine, agli attori, alla dimensione sociale in cui viene creata e alla percezione che viviamo. Possiamo osservare una primissima forma di soggettiva anche nell’arte contemporanea, risalendo anche nel ‘600 con Velázquez ad esempio: nella pittura, infatti, forme artistiche come la rappresentazione di luoghi pubblici e privati, rapporti umani, sono tutte già stabilite da secoli precedenti, assistendo a una sorta di primitiva forma di reazione.
Le opere producono e mettono in scena tutti i tratti fondamentali della modernità quali amore, potere, l’esistenza e significato del mondo. Ragionando in termini fenomenologici, negoziamo volta per volta il significato che una determinata azione ha per noi. Nel mondo moderno, ad esempio, la stragrande maggioranza delle esperienze sono influenzate dal “sentito dire” più che dall’esperienza diretta (notizie che passano in diversi media per arrivare in massa).
Contribuiamo costantemente ad influire in modo bilaterale come l’uomo si relaziona con la società, è il compito del nostro sé soggettivo. Insomma, in parole povere: individuo e società si co-producono continuamente. Con l’aggiunta del fattore virtuale, inoltre, viene messo in dubbio anche il concetto di cos’è reale, ha sostanza, e cosa non.
Lezione 2 del 3 novembre 2022
Al mondo d’oggi siamo immersi nel comfort e nelle tecnologie; pensare che solo nel 1956 il telecomando per il televisore venne inserito nel mercato da una ditta americana, in contemporanea con una prima forma di videoregistratore commerciale. La potenza della televisione nasce dal fatto che una scena, che magari in un libro o in una narrazione richiede dalle due alle cinque pagine, viene riassunta in una brevissima immagine mostrata non più di qualche secondo sullo schermo (molto spesso proprio il punto di forza di un progetto televisivo si sviluppa dal punto di debolezza di un’opera letteraria). Questo perché i gusti degli spettatori stavano iniziando a mutare sensibilmente, ed era necessario accontentare tutti gli utenti di questa dimensione.
I giovani dell’epoca si affacciavano così a un nuovo punto di vista sul loro mondo futuro. Le cassette VHS erano un bene di lusso, e solo in anni era possibile la loro distribuzione commerciale: così lo ShowView –introdotto negli anni ’80, permetteva di programmare in modo facile la registrazione di un programma televisivo digitando un codice numerico relativo al programma stesso.
In America, verso il 1959, fu messa in onda per la prima volta The Twilight Zone, Ai confini della realtà, grazie alla quale fu diffuso il culto della fantascienza ed i switching endings, ribaltando le prospettive degli spettatori repentinamente. Nel medesimo periodo si formava Richard Burton Matheson, un famoso sceneggiatore statunitense, mentre in Inghilterra veniva messo in onda Out of the Unknown, stessa tematica fantascientifica ma stile short story; sempre in Britannia, James Graham Ballard iniziava ad essere noto per i suoi romanzi sperimentali stile surrealisti.
Cos’hanno in comune tutti questi elementi? La ridefinizione della realtà, che viene ampliata tramite l’immaginazione, la fantasia, ed un futuro innovativo scientifico. Anche se i mezzi a disposizione dal punto di vista tecnologico scarseggiavano, e si poteva intuire la creazione di una scenografia fittizia, lo studio attento permetteva di mettere in dubbio la veridicità dell’elemento audiovisivo. Lo sviluppo della cultura di massa ha delle radici molto solide: pensare che nel ’77 usciva il primo Star Wars, che è stato a suo modo un pioniere della narrazione fantascientifica, mentre un decennio prima nel ’66 andava in onda Star Trek. Anche la figura di Sherlock Holmes, a livello scenico, aveva un fortissimo valore già negli anni ‘40.
Grazie a queste serie, lo spettatore si è potuto legare alle figure chiave fittizie al punto d’affezionarsi, e di esserne piacevolmente stupiti quando tornano sul grande schermo, magari anche visibilmente invecchiati, ma sempre gli stessi. Le premesse del mondo digitale, in altre forme, erano già state stabilite verso gli anni ’80 del ‘900, ma stava maturando in maniera esponenziale; ma la vera e propria innovazione in campo cinematografico/televisivo fu rappresentato da Twin Peaks, una serie del 1990.
L’elemento del mistero era il punto focale della serie, poi andato perso con un finale conclusivo a carte scoperte; nonostante tutto, ha riscosso un notevole successo. È per serie televisive come queste che si sono potute creare altre come Lost, FlashForward ed Ascension (2004, 2009, 2014); con il maturare dell’epoca, ci si è potuti soprattutto focalizzare anche sul come sono state fatte, andando ad influire sul loro prosieguo nel panorama commerciale (per esempio l’interruzione ad una prima serie, come le ultime due citate): ’influenza risultante portò anche alle svariate pressioni mediatiche per rilasciare gli episodi originali in brevissimo tempo, così per averli disponibili in più paesi già sottotitolati (difatti adesso le serie maggioritarie escono quasi in contemporanea).
Questo fenomeno diffuse violentemente la pirateria, con chi diffondeva i film più attesi registrati col cellulare in sala, o chi si affidava a siti di terze parti per vedere in anteprima un episodio di una serie televisiva non uscito ancora doppiato o sottotitolato. Tornando indietro nel tempo, il 22 novembre 1963 moriva John Kennedy, all’epoca Presidente degli Stati Uniti d’America; a noi giungono le immagini digitalizzate di una vecchia cinepresa presente sulla scena al momento dell’assassinio.
Su questa vicenda molteplici figure hanno lucrato con serie, film e romanzi: nel ’93 X-Files affronta nel suo mondo distopico la scoperta del suo assassino, seguendo una teoria complottista. Anni dopo, nel 2011 Stephen King ne scrisse un romanzo, da cui è stata anche tratta una serie tv omonima, 11/22/63; e ancora Martin Scorsese è stato dietro la regia di The Irishman nel 2019. Sul punto di vista di commercializzazione e mediale, anche il finale della serie Lost–nello spot stesso, è stato paragonato addirittura al primo allunaggio o alla caduta del muro di Berlino, paradossalmente per la distanza di 20 anni tra ciascun evento.
Questo per sottolineare come un evento mediale ripreso dalla televisione possa unirsi ad opere televisive/narrative sia per influenzarne la storia, sia per enfatizzarne l’importanza d’uscita. Jason Mittel nel 2015 ha definito la Complex TV come un determinato stile di sceneggiatura moderno come narrativa d’élite per i generi televisivi dei giorni oggi, che ha rivoluzionato a livello formale e spettatoriale il punto di vista proposto. “Complex” si riferisce al processo mutevole tra episodi e narrazione, ma può rivolgersi anche a tipologie di genere più tradizionali della letteratura e del cinema.
Amanda Lotz, invece, nel 2017 col suo libro Post Network affronta il discorso del contenuto di pregio, ossia la programmazione a cui le persone mirano. L’interesse è tale verso un determinato programma al punto da informarsi, leggerne sui blog, scaricare le puntate, ed è disposto a pagare per vederlo. Allontanandosi da orari prestabiliti e un flusso lineare, le serie non sono ricercate più in base ad una valutazione estetica o qualitativa, ma in base al desiderio del pubblico di fruirne. Un esempio valido di questo fenomeno si adatta bene su Lost, che è uscita dal concetto di serie e si è ampliata su molteplici altri campi, come quello videoludico; oppure ancora, elementi della narrazione della serie vengono condivisi con altre storie.
Lezione 3 del 9 novembre 2022
Quando siamo bambini, grazie ai nostri genitori impariamo ad approcciarci col mondo in maniera affettiva: uno sbaglio fa dispiacere un genitore e bisogna rimediare, così via. Crescendo, il sistema scolastico dovrebbe mirare a formare un individuo sulla base di rispetto reciproco e regolamenti, così da lasciare al giovane adulto una sorta di morale tendente al perbenismo, alla condivisione, all’aiuto reciproco. Diventando la società sempre più complessa, anche la comunicazione passa una fase analoga, ampliando tutta la serie di mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, collegandosi al proprio immaginario.
Film, romanzi, racconti, in generale in qualsiasi forma di racconto traspare una storia; qualsiasi immagine, in realtà, ne può contenere una. Federico Fellini, ad esempio, quando realizzò uno dei più grandi capolavori e celebri film, “La dolce vita” del 1960, tramite un innesco della sua vita privata, che ha fatto diventare Via Veneto (ed il suo racconto) una grande storia. Siamo all’interno di un mondo d’immagini, ed a noi come a tutti gli altri scaturiscono consapevolmente e non un racconto; sfruttando il patrimonio comune di significati che hanno queste immagini, è per questo che siamo in grado di lavorarci sopra.
Il rapporto tra individuo e società, col conseguente arricchimento dei rapporti interpersonali, ha contribuito allo sviluppo della modernità; con gli strumenti, le conoscenze e l’immaginario odierni, siamo in grado di riprendere e rielaborare anche storie, momenti precedenti, recuperando il patrimonio mitologico/storico del nostro passato. Prendiamo le figure di Frankenstein o di Prometeo; moltissime altre figure sono state plasmate per entrare in un mondo digitale e moderno come il nostro, sotto forma d’illustrazioni, opere moderne, e tante altre forme. Questo patrimonio immenso, condivisibile e globale, è accessibile a tutti per qualsivoglia forma di traduzione per il mondo odierno.
Un esempio di citazione al passato, ad esempio, lo possiamo trovare nel trailer di “Westworld – Dove tutto è concesso”, una serie del 2016 fantascientifica: qui, ad esempio, gli androidi programmati nel vecchio West americano vengono paragonati ad esseri perfetti, con citazioni del tipo l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Ma la serie televisiva del 2016 nasce da un film del ’73 scritto e diretto da Michael Crichton: “Il mondo dei robot”.
Nel 2003, Wolfgang Becker fece uscire una pellicola intitolata “Good Bye, Lenin!”, nella quale il protagonista deve giocare d’astuzia con la madre, in quanto la sua sopravvivenza deriva dalla sua pensione. Se la madre scoprisse che il Paese è stato rovesciato, morirebbe d’infarto. Medesima trama la si troverebbe in realtà in un romanzo scritto precedentemente, finendo in causa con il regista per plagio. Circa 10 anni dopo dall’uscita di questa pellicola, un nuovo film intitolato “L’immortale” ha praticamente “plagiato” alla stessa maniera la trama di “Good Bye, Lenin!”. Questa vicenda, simile a moltissime altre, rende più chiaro il sottile confine tra idea originale e rivisitazione, che ormai ai giorni nostri è pressoché impercettibile.
Nel 2017, riprendendo in mano una loro vecchia serie televisiva, Mark Frost e David Lynch idearono il sequel della famosa Twin Peaks, intitolando questo revival “Il ritorno” (o serie evento); anche nota come la "terza stagione di Twin Peaks", fu mandata in onda quasi in contemporanea all’uscita in lingua originale. Se con le prime due stagioni ha portato già all’epoca il cinema in televisione, con la riorganizzazione dei rapporti cinema-televisione – incominciata proprio grazie a questa serie, la terza stagione ha potuto sfruttare tutta la tecnologia degli effetti speciali alla maniera più analogica possibile.
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