Farmacognosia e fitoterapia: piante zuccheri
1. Altea
L’altea, il cui nome botanico è Althaea officinalis L., è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Malvaceae e diffusa prevalentemente in Europa centrale. Predilige ambienti umidi e paludosi, caratteristica da cui deriva anche il nome inglese “marshmallow” (dove “marsh” significa palude e “mallow” malva), un richiamo storico all’antica produzione dolciaria realizzata con la mucillagine della sua radice. La pianta può raggiungere un’altezza di circa un metro e mezzo, presenta un fusto eretto e ramificato, foglie grandi, pelose, e fiori di colore rosa o bianco-rosato.
La parte della pianta utilizzata in fitoterapia è la radice, conosciuta come Althaeae radix, raccolta da piante di almeno due anni. Vengono impiegate sia la radice principale sia quelle secondarie, che vengono decorticate, ovvero private della corteccia esterna, e successivamente tagliate ed essiccate in ambienti caldi e secchi per evitare che le mucillagini, altamente igroscopiche, trattengano umidità favorendo la formazione di muffe. Durante la preparazione è fondamentale rimuovere i lipidi, poiché questi possono compromettere la limpidezza delle preparazioni e alterarne l’efficacia.
Il costituente principale della radice è la mucillagine, che può arrivare fino al 35% del peso secco. Questa è composta da un polisaccaride ramificato chiamato ramnogalatturonano, costituito da unità di α-L-ramnosio e acido D-galatturonico. A seguito di idrolisi si ottengono anche galattosio e acido glucuronico. Altri componenti rilevanti presenti nella radice includono pectine, flavonoidi, tannini in piccola quantità, amido e zuccheri semplici.
Le proprietà terapeutiche dell’altea sono ben documentate da fonti ufficiali come l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e l’ESCOP. Per uso interno, la radice di altea è indicata nel trattamento sintomatico della tosse secca e irritativa, come lenitivo in caso di infiammazioni del cavo orale, faringiti e laringiti, e come protettivo delle mucose gastriche in presenza di gastriti o lievi disturbi gastrointestinali. Per uso esterno, è impiegata in collutori, dentifrici e altri preparati per la sua azione decongestionante, antinfiammatoria e lenitiva sulle mucose orali.
Le principali modalità di somministrazione comprendono infusi o decotti della radice essiccata, sciroppi (spesso in associazione con piante espettoranti come la liquirizia), tinture madri, estratti secchi o fluidi e preparazioni cosmetiche come gel topici, dentifrici e collutori. Dal punto di vista organolettico, la radice di altea ha un odore debole ma caratteristico e un sapore dolciastro e mucillaginoso.
Dal punto di vista della sicurezza, l’altea è generalmente considerata una pianta ben tollerata anche nei bambini. Tuttavia, le mucillagini presenti possono interferire con l’assorbimento di altri farmaci se assunte contemporaneamente. Per evitare questo effetto, si consiglia di distanziare l’assunzione dell’altea di almeno una o due ore rispetto ad altri medicinali.
Dal punto di vista storico e culturale, l’altea era conosciuta e utilizzata già nella medicina greco-romana per le sue proprietà lenitive. Nel Medioevo, in Francia, la mucillagine della radice veniva mescolata con zucchero per ottenere un composto dolce che ha dato origine ai marshmallow, i quali oggi vengono prodotti industrialmente utilizzando gelatina. Gli antichi romani preparavano il maialetto stufandolo con la radice di Altea, spezzettato con spezie utilizzando appunto una pasta fatta della farina di questa radice.
2. Lino
Il lino (Linum usitatissimum L.) è una pianta di antichissima coltivazione, considerata uno dei primi esempi di “founder crop”, cioè una delle colture fondatrici dell’agricoltura neolitica. Insieme a grano, piselli e fave, veniva coltivato già nelle prime fasi della neolitizzazione, non solo per i suoi semi, ma anche per le fibre utilizzate nella produzione tessile. In alcune regioni, come la Sardegna, può crescere ancora allo stato spontaneo.
Storicamente, il lino ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei tessuti naturali, soprattutto in quelle aree in cui il cotone non era disponibile. In Medio Oriente, dove le specie del genere Gossypium non erano diffuse, il lino rappresentava una delle principali fonti di fibre tessili. Nonostante la sua lavorazione fosse più impegnativa rispetto al cotone, ha rappresentato per secoli una risorsa preziosa.
Dal punto di vista botanico, i semi di lino si presentano con una forma ovale allungata, un colore bruno e una superficie esterna liscia e lucida, simile a una lacca. Una caratteristica morfologica importante è la “testa” mucillaginosa, che a contatto con l’acqua si rigonfia, proteggendo il seme dai predatori e favorendone la germinazione. Un taglio trasversale del seme mostra la presenza di cellule mucillaginose sia nella testa che nell’epidermide, un endosperma ricco di trigliceridi e oli grassi, e un cotiledone ben sviluppato.
Dal punto di vista chimico, i semi di lino sono ricchi di principi attivi con azione nutrizionale e terapeutica. Le mucillagini rappresentano fino all’80% del contenuto della testa del seme e svolgono un’azione meccanica lassativa e protettiva delle mucose. L’olio grasso, che costituisce tra il 30% e il 40% del seme, è particolarmente ricco di acidi grassi insaturi come l’acido α-linolenico (omega-3), l’acido linoleico (omega-6) e l’acido oleico (omega-9). Sono inoltre presenti proteine, steroli vegetali e lignani, tra cui il più rappresentativo è il secoisolariciresinolo diglucoside (SDG), un fitoestrogeno ad azione antiossidante.
Tra le sostanze secondarie sono degni di nota i glicosidi cianogenici, come la linustatina e la neolinustatina, che in presenza di enzimi specifici possono liberare acido cianidrico. Tuttavia, questi enzimi vengono inattivati dall’ambiente acido dello stomaco e, nelle normali condizioni d’uso, non sono documentate intossicazioni cliniche dovute al consumo di semi di lino interi o frantumati.
Le proprietà terapeutiche dei semi di lino sono numerose. Per uso interno, agiscono come lassativi meccanici blandi, grazie alla capacità delle mucillagini di assorbire acqua e aumentare il volume del contenuto intestinale, stimolando così il transito. Questa azione richiede sempre l’assunzione concomitante di abbondanti liquidi. I semi di lino svolgono anche un’azione protettiva gastrica, utile in caso di gastriti e coliti, oltre a un effetto antinfiammatorio mediato sia dalle mucillagini sia dagli acidi grassi insaturi. Grazie al loro profilo lipidico, possono contribuire alla regolazione del metabolismo dei lipidi, con una possibile riduzione dei livelli di colesterolo e trigliceridi. Inoltre, nel colon, i polisaccaridi vengono fermentati dalla flora batterica, producendo acidi grassi a catena corta che esercitano un effetto osmotico e prebiotico.
Per uso esterno, la farina di semi di lino è tradizionalmente impiegata in medicina popolare sotto forma di cataplasmi e impiastri per il trattamento di affezioni cutanee, foruncolosi e ulcerazioni. L’infuso mucillaginoso viene utilizzato localmente sulla pelle irritata o applicato ai capelli come shampoo delicato o impacco emolliente.
Dal punto di vista delle precauzioni, è importante consumare i semi frantumati al momento dell’uso, per evitare l’irrancidimento dell’olio. Sono controindicati in caso di ostruzione intestinale, stenosi esofagea o intestinale, e non devono essere assunti a dosi elevate per periodi prolungati, per via della presenza dei glicosidi cianogenici. La somministrazione deve sempre avvenire con abbondante acqua per evitare il rischio di occlusioni.
Infine, i semi di lino presentano un odore tenue, che può diventare rancido se conservati in modo scorretto, e un sapore neutro o lievemente oleoso. Hanno un colore giallastro con schizzi marron-rossastro.
Monoterpeni
3. Zafferano
Lo zafferano, Crocus sativus L., appartenente alla famiglia delle Iridaceae, è una pianta erbacea conosciuta sin dall’antichità e profondamente legata anche alla tradizione culinaria sarda. La droga si ricava dagli stigmi disseccati del fiore, talvolta accompagnati dallo stilo, ma privi del gineceo. La pianta, alta circa 20 cm, è sterile e pertanto non produce semi: la sua propagazione avviene esclusivamente in modo vegetativo, tramite i bulbi (cormi), che vengono dissotterrati e ripiantati. È coltivata in Italia, soprattutto nel Sud e in Sardegna, ma anche in Spagna, Marocco, Svizzera e, in misura significativa, in Iran, che rappresenta il principale esportatore mondiale. Alcune delle varietà di qualità più elevata provengono dalla regione del Kashmir, nel Nord dell’India. Le condizioni climatiche favorevoli alla coltivazione includono inverni freddi e secchi ed estati calde ma non torride; per questo motivo, non riesce a svilupparsi in regioni molto calde e umide come il Sud dell’India. In tempi antichi, si cercava di creare microclimi favorevoli anche attraverso l’ingegneria ambientale, come nel caso della costruzione di laghi artificiali con isolotti centrali destinati alla coltivazione, ma senza successo.
L’origine dello zafferano si colloca con ogni probabilità in una vasta area compresa tra l’India, l’Iran, la Mesopotamia e la Grecia. Era già noto e coltivato in Grecia durante l’età del Bronzo. Dal punto di vista evolutivo, sembra derivare da un’ibridazione o da una mutazione spontanea del Crocus cartwrightianus. Il nome “zafferano” deriva dalla parola araba e persiana zaʿfarān, che significa semplicemente “giallo”, in riferimento al colore intenso che conferisce ai cibi e ai tessuti.
Lo zafferano è la spezia più costosa al mondo, sia per il suo limitato rendimento (sono necessari migliaia di fiori per ottenere pochi grammi di prodotto), sia per la delicatezza e complessità del processo di raccolta e lavorazione. Viene utilizzato come spezia aromatica in cucina in preparazioni celebri come il risotto alla milanese, la paella spagnola, la zuppa di pesce francese e le pardule sarde. Inoltre, è impiegato nella preparazione di liquori come lo Strega, noto per le sue proprietà stomachiche e digestive. È anche utilizzato come colorante naturale per tessuti e alimenti.
Dal punto di vista fitochimico, lo zafferano contiene una miscela complessa di metaboliti, tra cui spiccano i pigmenti gialli crocina e crocetina (derivati carotenoidi mono- e diglicosilati), responsabili della colorazione. La picrocrocina è un monoterpene glicosidico dal sapore amaro, che durante l’essiccamento si trasforma nel safranale per azione di una glucosidasi e per disidratazione. Il safranale è il principale costituente dell’olio essenziale e ne determina il tipico odore aromatico, simile all’iodoformio. Insieme al 4-ketoisoforone e al diidrooxoforone, contribuisce al profilo organolettico complesso della droga. Altri componenti includono flavonoidi come i glucosidi del kaempferolo, vitamina B2, oli grassi e oleoresine.
L’olio essenziale di zafferano è una miscela di composti volatili, principalmente monoterpeni, sesquiterpeni e fenilpropanoidi, scarsamente solubili in acqua, e si distingue dagli oli grassi per la volatilità con il vapore acqueo. Le piante che producono oli essenziali presentano spesso strutture anatomiche specifiche per l’escrezione o l’accumulo, come le ghiandole oleifere, ben evidenti in alcune famiglie come le Rutaceae. Le sostanze volatili sono infatti presenti nella maggior parte delle piante, ma solo in circa il 30% delle famiglie in concentrazioni elevate (0,9–10%).
Lo zafferano è noto anche per le sue proprietà terapeutiche nella medicina tradizionale, dove viene impiegato come sedativo, tranquillizzante, spasmolitico, stomachico e contro l’asma. Studi clinici recenti hanno evidenziato effetti antidepressivi dell’estratto di zafferano, mentre il safranale ha dimostrato attività anticonvulsivanti nei modelli animali, agendo come agonista sui recettori GABAA. La crocina ha invece mostrato proprietà antiossidanti e neuroprotettive.
Nonostante le sue virtù, lo zafferano presenta anche una certa tossicità. Dosi elevate, pari a circa 10 grammi, possono provocare gravi intossicazioni, mentre 20 grammi possono risultare letali per un adulto. I sintomi comprendono necrosi facciali, uremia, vomito, diarrea ematica, emorragie uterine, epistassi, sanguinamento di labbra e palpebre, vertigini, sonnolenza e colorazione gialla della pelle, in assenza di ittero. È stato storicamente usato anche come abortivo, ma per via del suo odore e sapore caratteristico, non è adatto a scopi criminosi come l’avvelenamento, oltre a risultare estremamente costoso. Altri veleni vegetali, come quelli derivati dalla noce vomica (Strychnos nux vomica), contenente stricnina e brucina, sono stati più spesso impiegati a tal fine.
Per il suo alto valore commerciale, lo zafferano è spesso oggetto di adulterazioni. Quando viene venduto in polvere, può essere sofisticato con fiori di Calendula, Carthamus tinctorius (falso zafferano), Tagetes spp. (tutte Asteraceae) o con la curcuma. Per garantire l’autenticità del prodotto, è sempre consigliabile acquistare zafferano in stigmi interi e da produttori affidabili.
Infine, dal punto di vista organolettico, lo zafferano si caratterizza per un odore fortemente aromatico, penetrante e speziato, con un sapore leggermente piccante e amaro. Colora la saliva di giallo e, se correttamente conservato, mantiene a lungo le sue proprietà sensoriali.
Il Crocus sativus è una pianta sterile di origine triploide (2n=3x=24), risultante probabilmente da un’ibridazione tra Crocus cartwrightianus e un’altra specie affine, oppure da una mutazione spontanea. A causa della sua sterilità, non produce semi fertili e può propagarsi soltanto attraverso la divisione vegetativa dei cormi. Il contenuto in metaboliti attivi come crocina e safranale varia sensibilmente in base alla cultivar, al metodo di essiccazione e alle condizioni di conservazione, poiché il safranale è una sostanza volatile particolarmente sensibile alla luce e all’umidità. Le evidenze scientifiche moderne hanno confermato che lo zafferano possiede effetti antidepressivi, ansiolitici e neuroprotettivi; alcuni studi clinici controllati lo hanno paragonato favorevolmente agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), come la fluoxetina. Inoltre, la crocina ha dimostrato proprietà antiossidanti e antinfiammatorie in vitro e in modelli animali. I sintomi da intossicazione grave da zafferano, che possono insorgere già a dosi di 10 g, comprendono necrosi cutanea, uremia, emorragie diffuse (uterine, nasali, labiali, palpebrali), vomito, diarrea ematica, vertigini, sonnolenza e colorazione giallastra della pelle priva di ittero vero, attribuibili all’azione tossica del safranale e della crocetina ad alte dosi. La conservazione dello zafferano deve avvenire in contenitori chiusi ermeticamente, protetti dalla luce e dall’umidità, per garantire la stabilità dei composti aromatici e pigmentanti. L’unico modo affidabile per acquistare zafferano autentico è scegliere stigmi interi non polverizzati, provenienti da produttori certificati, poiché le sofisticazioni nei prodotti in polvere sono frequenti e difficilmente identificabili.
4. Epazote
La Dysphania ambrosioides (L.) Mosyakin & Clemants, appartenente alla famiglia delle Amaranthaceae. Nota in Messico con il nome comune di Epazote, è originaria del Sud e Mesoamerica, in particolare del Messico, ma è stata introdotta e naturalizzata anche in altre aree del mondo, inclusa l’Europa meridionale e la Sardegna, dove si trova, ad esempio, nei pressi dello stagno di Molentargius (non nell’acqua ma nelle aree adiacenti). È considerata una neofita in queste regioni.
Morfologicamente, l’Epazote è una pianta sempreverde poco appariscente, senza fiori vistosi. Tuttavia, si distingue organoletticamente per l’odore e il sapore estremamente pungenti dovuti all’elevato contenuto di ascaridolo, un composto che può rappresentare dal 16% fino al 70% dell’olio essenziale della pianta. L’ascaridolo è un monoterpene biciclico dotato di una rara funzione endoperossidica, struttura responsabile delle sue spiccate proprietà biologiche, in particolare antielmintiche (efficace contro Ascaris lumbricoides), ed è stato utilizzato anche nella medicina veterinaria.
In Messico, nonostante la tossicità dell’olio essenziale, l’Epazote è ancora utilizzata nella medicina tradizionale per trattare infestazioni da elminti e parassiti. Tuttavia, a seguito dell’adattamento dei parassiti, si è osservata una forma di coevoluzione che ha ridotto l’efficacia di tale trattamento. L’olio essenziale non viene più utilizzato a causa della sua elevata tossicità: può causare irritazione delle mucose, nausea, danni epatici (epatotossicità) e, secondo fonti storiche, fu persino impiegato in modo criminale per l’eliminazione di bambini in Messico negli anni '70, provocando la morte di alcuni individui. In seguito a questi eventi, l’uso dell’olio è stato abbandonato. Tuttavia, la pianta intera continua ad essere impiegata come spezia carminativa (favorisce l’eliminazione dei gas intestinali), particolarmente utile in abbinamento a piatti a base di fagioli, notoriamente flatulenti.
Epazote (Dysphania ambrosioides) contiene inoltre altri composti bioattivi come p-cimene, limonene e altri terpeni che contribuiscono alle sue proprietà aromatiche e farmacologiche. Oltre all’attività antielmintica attribuita principalmente all’ascaridolo, studi recenti evidenziano proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie della pianta, benché tali effetti necessitino di ulteriori conferme cliniche. L’uso eccessivo o prolungato
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