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FILOGENETICA

1. Differenza tra clade monofiletico e polifiletico; differenze tra gruppo monofiletico e parafiletico con ES

La sistematica filogenetica classifica gli esseri viventi in base alla discendenza da un antenato comune,

distinguendo i gruppi in base a quanti rami dell'albero evolutivo includono. Un gruppo si definisce

monofiletico, o clade, quando comprende l'antenato comune più recente e tutti i suoi discendenti, come

nel caso dei mammiferi, rappresentando l'unica unità naturale valida per la scienza. Al contrario, un

gruppo è parafiletico se include l'antenato comune ma esclude deliberatamente alcuni discendenti che

hanno sviluppato tratti divergenti, come accade per i rettili che tradizionalmente escludono gli uccelli,

o per i pesci che escludono i tetrapodi. Infine, un gruppo polifiletico riunisce organismi che

condividono caratteristiche simili per evoluzione convergente ma che derivano da linee ancestrali

distinte, come gli animali a sangue caldo (uccelli e mammiferi), il cui antenato comune non possedeva

tale tratto. Mentre il gruppo monofiletico rispecchia la realtà storica dell'evoluzione, quello parafiletico

è usato solo per comodità descrittiva e quello polifiletico è considerato un errore di classificazione

poiché non riflette una parentela genetica diretta ma solo una somiglianza superficiale adattativa.

2. Gruppo monofiletico e parafiletico

La sistematica filogenetica utilizza i cladogrammi per ricostruire la storia evolutiva degli organismi,

distinguendo i raggruppamenti in base alla loro coerenza con la discendenza comune. Un gruppo si

definisce monofiletico, o clade, quando include l’antenato comune più recente e la totalità dei suoi

discendenti; questo legame è sancito dalle sinapomorfie, ovvero caratteri derivati condivisi che

rendono il gruppo l'unica unità naturale riconosciuta dalla moderna cladistica, come nel caso dei

mammiferi. Al contrario, un gruppo è detto parafiletico se, pur includendo l'antenato comune, esclude

volutamente alcuni rami di discendenti che hanno sviluppato divergenze morfologiche significative.

L'esempio emblematico è quello dei rettili tradizionali, che escludono gli uccelli nonostante la stretta

parentela filogenetica. Mentre i gruppi monofiletici rappresentano veri rami completi dell'albero della

vita, quelli parafiletici si basano su simplesiomorfie, ovvero tratti primitivi comuni, risultando in

classificazioni di comodo che non riflettono l'intera realtà evolutiva, separando artificialmente specie

che condividono la stessa origine biologica.

3. Descrivi varie tipologie di pinna caudale con esempi del rapporto tra forma e funziona durante

l’evoluzione

L'evoluzione della pinna caudale rappresenta un adattamento meccanico raffinato: la sua forma non

serve solo a spingere l'animale in avanti, ma ne determina l'assetto idrodinamico, compensando la

presenza o l'assenza di organi di galleggiamento come la vescica natatoria.

Nelle forme più arcaiche e nei Condroitti (squali), domina la pinna eterocerca. Qui, la colonna

vertebrale si estende nel lobo superiore, rendendolo molto più grande di quello inferiore. Questa

asimmetria è vitale: muovendosi, la coda genera non solo una spinta in avanti, ma anche una forza

verso l'alto (portanza). Poiché gli squali hanno uno scheletro cartilagineo denso e mancano di vescica

natatoria, senza questa "spinta ascensionale" costante tenderebbero inesorabilmente ad affondare.

Un caso opposto è la pinna protocerca (o dificerca primitiva), tipica delle lamprede e dei Dipnoi. La

colonna termina dritta e la pinna le ruota attorno in modo simmetrico. È una struttura adatta a un nuoto

lento e ondulatorio, perfetta per animali che vivono in acque calme o che strisciano sul fondo, dove

non occorrono spinte verticali complesse.

Il vero salto evolutivo si compie nei Teleostei con la pinna omocerca. All'esterno la coda appare

perfettamente simmetrica, anche se internamente le ultime vertebre (urostilo) puntano ancora verso

l'alto. Questo passaggio è strettamente legato all'invenzione della vescica natatoria: potendo

galleggiare senza sforzo grazie ai gas interni, il pesce non ha più bisogno che la coda lo sostenga

verticalmente. La simmetria esterna permette così una spinta puramente orizzontale, garantendo una

velocità e una manovrabilità senza precedenti.

Infine, troviamo la dificerca secondaria nel Celacanto, un "fossile vivente". La colonna vertebrale

prosegue dritta dividendo la pinna in tre lobi. Questa conformazione permette un nuoto estremamente

stabile e preciso, ideale per muoversi con cautela in ambienti complessi o abissali. In sintesi, la storia

della coda è la storia di come i pesci si siano "liberati" dal peso della gravità in acqua per concentrarsi

sulla pura efficienza del movimento.

IMMAGINI

A cranioti

B vertebrati

C gnatostomi

D osteitti

E sarcopterigi

F ripidisti

G tetrapodi

H amnioti

I sauropsidi

L diapsidi

M archeosauri

N mammiferi

O teri

EMBRIOLOGIA

1. Tipologie di uova e modalità di segmntazione

La classificazione delle uova e la loro segmentazione rappresentano il primo, fondamentale capitolo

dello sviluppo embrionale. Il concetto chiave da tenere a mente è il nesso funzionale tra la quantità di

vitello (le riserve nutritive) e la libertà di movimento delle cellule: il vitello è una massa inerte che

agisce come un ostacolo fisico alle divisioni cellulari.

In base a quanto "tuorlo" contengono, le uova si dividono in categorie che rispecchiano le strategie

riproduttive dei diversi vertebrati:

 Isolecitiche: Contengono pochissimo vitello distribuito in modo uniforme. Sono tipiche dei

mammiferi placentati, dove l'embrione riceverà nutrimento dalla madre e non ha bisogno di

grandi scorte interne.

 Mesolecitiche: Presentano una quantità moderata di vitello, che tende ad accumularsi verso il

basso (polo vegetativo), lasciando il nucleo verso l'alto (polo animale). È la condizione classica

degli anfibi.

 Macrolecitiche: Sono uova enormi, dominate da una massa di vitello quasi totale (come il

tuorlo dell'uovo di gallina). Il citoplasma attivo è ridotto a un minuscolo dischetto superficiale.

Sono tipiche di rettili, uccelli e monotremi.

 Centrolecitiche: Il vitello è concentrato al centro dell'uovo, circondato da un sottile strato di

citoplasma (tipico degli insetti).

La segmentazione è il processo di rapide mitosi che trasforma lo zigote in una massa multicellulare.

La "regola d'oro" è che dove c'è molto vitello, la cellula non riesce a dividersi completamente.

 Segmentazione Oloblastica (Totale): Interessa l'intero uovo. Se il vitello è scarso

(isolecitiche), le cellule figlie saranno uguali tra loro. Se il vitello è moderato (mesolecitiche),

la divisione sarà più lenta al polo vegetativo: otterremo così piccoli micromeri in alto e grandi

macromeri carichi di tuorlo in basso.

 Segmentazione Meroblastica (Parziale): Qui il vitello è così abbondante da impedire la

divisione totale. Nelle uova di uccelli e rettili la segmentazione è discoidale: le divisioni

avvengono solo nel piccolo disco di citoplasma in cima al tuorlo, creando un "tappeto" di

cellule sopra la massa inerte.

Indipendentemente dal metodo, l'esito è la formazione della blastula, una struttura che racchiude una

cavità interna detta blastocele. La forma di questa cavità dipende dal tipo di partenza: sarà centrale e

ampia nelle isolecitiche, spostata verso l'alto nelle mesolecitiche, o ridotta a una sottile fessura nelle

macrolecitiche. Questo stadio è il "trampolino di lancio" per la gastrulazione, il momento in cui

l'embrione inizierà a dare forma ai suoi organi.

TEGUMENTO il passaggio dall’acqua alla terra

1. Omeotermia e adattamenti evolutivi che hanno permesso

L'omeotermia, o endotermia, è la straordinaria capacità di mantenere una temperatura corporea

costante producendo calore internamente, un adattamento che ha permesso a uccelli e mammiferi di

colonizzare ambienti estremi indipendentemente dalle condizioni esterne. Questo salto evolutivo ha

richiesto una trasformazione radicale del tegumento, che si è evoluto diventando una barriera isolante

fondamentale per evitare la dispersione termica. Negli uccelli le piume sono nate inizialmente proprio

come isolante prima di essere cooptate per il volo, mentre nei mammiferi la pelliccia svolge lo stesso

ruolo protettivo. Per gestire il rischio opposto, ovvero il surriscaldamento, i mammiferi hanno

sviluppato le ghiandole sudoripare, sfruttando l'evaporazione dell'acqua sulla pelle per dissipare

enormi quantità di calore metabolico.

Sostenere un metabolismo così accelerato ha imposto cambiamenti strutturali in tutto l'organismo,

richiedendo un'alimentazione costante e una digestione estremamente rapida per fornire il carburante

necessario. Anche il sistema circolatorio si è dovuto specializzare, diventando un efficiente nastro

trasportatore di ossigeno e nutrienti e un regolatore termico attraverso la vascolarizzazione cutanea. È

interessante notare come l'evoluzione abbia sperimentato strade diverse, come l'inerzia termica dei

grandi dinosauri che sfruttavano la massa imponente per stabilizzare la temperatura, o strutture

bizzarre come le piastre dello stegosauro, utilizzate come veri e propri radiatori o pannelli solari per la

termoregolazione attiva.

2. Omotermia e termoregolazione uccelli

L'omeotermia degli uccelli rappresenta il vertice dell'efficienza metabolica nei vertebrati. Mantenere

una temperatura costante tra i 40°C e i 42°C permette prestazioni muscolari eccezionali, necessarie

per il volo, ma impone un costo energetico altissimo. Questa sfida termica viene gestita attraverso un

equilibrio perfetto tra produzione, conservazione e dissipazione del calore.

La produzione avviene tramite un metabolismo basale accelerato, dove i mitocondri lavorano a ritmi

serrati. In condizioni di freddo estremo, gli uccelli attivano il brivido (shivering), contraendo i potenti

muscoli pettorali per generare calore meccanico. Per conservare questa energia, il piumaggio funge da

isolante termico: sollevando le piume (orripilazione), l'uccello crea uno strato d'aria ferma vicino alla

pelle che blocca la dispersione.

Un adattamento biomeccanico fondamentale per evitare il congelamento è lo scambio di calore

controcorrente nelle zampe. Attraverso una rete mirabile, il sangue arterioso caldo cede calore al

sangue venoso freddo che risale verso il cuore. In questo modo, le zampe rimangono a una temperatura

prossima a quella ambientale (riducendo la perdita di calore verso l'esterno), mentre il "nucleo"

corporeo resta protetto e caldo.

Poiché gli uccelli sono privi di ghiandole sudoripare, il raffreddamento avviene per evaporazione

attraverso il panting (ansimare) e la vibrazione golare, oltre all'azione dei sacchi aerei che dissipano il

calore interno durante il volo.

APPARATO SCHELETRICO

1. Meccanismi di formazione vertebre e suddivisione

La formazione delle vertebre è un processo affascinante che inizia dal mesoderma parassiale, dove i

somiti si differenziano in sclerotomo per dare origine allo scheletro assile. Il meccanismo chiave è la

rissegmentazione: ogni vertebra non deriva da un singolo sclerotomo, ma dalla fusione della metà

caudale di uno e della metà craniale del successivo. Questa "sfalsatura" è fondamentale dal punto di

vista funzionale perché permette ai muscoli, derivati dal miotomo, di inserirsi a cavallo tra due vertebre

adiacenti, consentendo così la flessione della colonna.

La struttura di una vertebra tipo prevede un corpo ventrale per il sostegno, un arco neurale dorsale per

proteggere il midollo e, in alcune specie, un arco emale ventrale per i vasi sanguigni. La morfologia

delle facce del corpo vertebrale riflette le necessità meccaniche di ogni classe: le vertebre anficele dei

pesci sono concave su entrambi i lati, mentre i rettili presentano spesso vertebre procele o opistocele

(una faccia concava e una convessa) per favorire l'articolazione. Nei mammiferi troviamo vertebre

acele o anfiplatiane con facce piatte, ideali per resistere alla compressione gravitazionale, mentre gli

uccelli hanno evoluto vertebre eterocele a forma di sella, che conferiscono al collo una mobilità

straordinaria.

L'evoluzione terrestre ha poi portato alla regionalizzazione della colonna, che nei tetrapodi si divide

in cinque distretti specializzati: la regione cervicale permette il movimento isolato della testa, quella

toracica sostiene le coste e protegge gli organi, la lombare regge il peso del tronco, la sacrale trasmette

la spinta degli arti posteriori al resto del corpo e la caudale funge da bilanciere per l'equilibrio.

2. Evoluzione della locomozione e della postura da animali acquatici a terrestri

L'evoluzione della locomozione e della postura nei vertebrati è un viaggio affascinante che descrive

come la vita sia passata dal galleggiamento idrostatico dell'acqua alla sfida costante contro la gravità

terrestre. Questo percorso ha richiesto una transizione radicale: dalla spinta laterale della muscolatura

assiale dei pesci alla specializzazione degli arti tetrapodi come colonne portanti del peso corporeo.

Nei pesci, il movimento è affidato ai miomeri (muscoli assiali) che flettono il corpo lateralmente. Le

pinne, sebbene fondamentali per la stabilità, non sostengono il peso. Il primo grande salto avviene con

i Sarcopterigi, i cui elementi scheletrici nelle pinne lobate prefigurano l'omero e il femore dei futuri

tetrapodi. Con la comparsa di anfibi e primi rettili, si afferma la postura trasversa: gli arti sono inseriti

lateralmente, con omero e femore paralleli al terreno. In questa configurazione, la colonna oscilla

ancora lateralmente e gli arti fungono da perni, ma il mantenimento della stazione eretta è

estremamente dispendioso dal punto di vista energetico, poiché richiede una contrazione muscolare

continua per non schiacciare il torace al suolo.

La vera rivoluzione biomeccanica avviene nei rettili evoluti e nei mammiferi con il passaggio alla

postura eretta. Gli arti ruotano di 90°C posizionandosi verticalmente sotto il tronco. Questo

cambiamento trasforma le ossa lunghe in vere e proprie colonne portanti che scaricano il peso a terra

meccanicamente, liberando i muscoli dal compito del puro sostegno e permettendo loro di concentrarsi

sulla propulsione. La flessione della colonna cambia piano, passando da laterale a dorso-ventrale,

risolvendo il cosiddetto "vincolo di Carrier" (l'impossibilità di respirare e correre contemporaneamente

tipica delle lucertole) e permettendo falcate ampie e veloci come quelle del galoppo.

Infine, i mammiferi hanno raffinato il contatto con il suolo per ottimizzare stabilità o velocità. I

plantigradi (come l'uomo o l'orso) poggiano l'intera pianta del piede, privilegiando l'equilibrio. I

digitigradi (come cani e gatti) poggiano solo le dita, allungando l'arto per una corsa più scattante. Gli

unguligradi (come il cavallo) rappresentano l'apice della specializzazione: poggiano solo sull'unghia

(lo zoccolo), riducendo la massa distale dell'arto e massimizzando la lunghezza della leva meccanica

per una corsa estrema e duratura.

3. Adattamenti alla corsa

Gli adattamenti alla corsa (o locomozione cursoria) rappresentano un'evoluzione biomeccanica volta

a massimizzare due parametri: la lunghezza della falcata e la frequenza del passo. Nei mammiferi,

questo ha portato a una radicale trasformazione dell'arto, che da struttura di sostegno generica diventa

un sistema a leva specializzato.

Il primo adattamento riguarda la postura dell'arto. Per allungare la leva funzionale, l'evoluzione ha

sollevato l'arto dal suolo passando dalla condizione plantigrada (appoggio di carpo/tarso, come

nell'orso) a quella digitigrada (appoggio sulle falangi, come nei carnivori), fino alla unguligrada (tipica

degli ungulati). In quest'ultima, l'animale poggia solo sull'unghia (zoccolo), trasformando metacarpi e

metatarsi in segmenti lunghissimi e fusi (osso cannone) che aumentano enormemente l'ampiezza del

passo.

Un secondo pilastro è la riduzione della massa distale. Per muovere l'arto più velocemente con meno

sforzo, i muscoli pesanti sono stati spostati verso il tronco (prossimalmente), lasciando nella parte

inferiore solo tendini leggeri. Questo si accompagna alla riduzione del numero delle dita: nei

Perissodattili (cavallo) il peso grava solo sul terzo dito, mentre negli Artiodattili (cervo) sul terzo e

quarto. Meno dita significano meno peso periferico e maggiore stabilità.

Infine, le articolazioni si sono specializzate in movimenti unidirezionali (a cerniera). La capacità di

ruotare l'arto (supinazione) è stata persa in favore di una stabilità assoluta sul piano antero-posteriore.

Questo nesso funzionale evita dispersioni laterali di energia, incanalando tutta la forza muscolare in

una spinta propulsiva pura, essenziale per la sopravvivenza nelle grandi praterie.

Evoluzione dell’arco orale

4. L'evoluzione dell'arco orale rappresenta la transizione fondamentale dai vertebrati Agnati agli

Gnatostomi. Questo processo, guidato dalla necessità di passare da un'alimentazione filtrante a una

predatrice, vede il primo arco viscerale (arco mandibulare) trasformarsi in un apparato di presa

articolato, composto dal palatoquadrato superiormente e dalla cartilagine di Meckel inferiormente.

Il nesso cruciale in questa evoluzione è il tipo di sospensione, ovvero il modo in cui l'arco orale si

ancora al neurocranio, coinvolgendo spesso il secondo arco (arco ioideo):

1. Sospensione Autostilica Primitiva: Il palatoquadrato è fuso o saldamente ancorato al

neurocranio. L'arco ioideo non partecipa al sostegno. È tipica dei Placodermi es

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Scienze biologiche BIO/06 Anatomia comparata e citologia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roraben003 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Anatomia comparata con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Vanzi Francesco.
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