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DOMANDE FILOSOFIA DEL DIRITTO 17/07/2023

1. Riconoscimento secondo Honneth

Si può affermare che verso la fine del XX secolo nella filosofia politica e nella filosofia del diritto

abbiamo assistito a un cambio di paradigma. Abbiamo rimpiazzato la giustizia per il riconoscimento

(di diritti) sia reciproco sia no. Così, la teoria del riconoscimento fa parte della democrazia

deliberativa nella quale l'altra (persona) ha una funzione essenziale per il soggetto (persona) che

recepisce concetti tramite l'eguaglianza e la morale. Per il filosofo Kant, il diritto è la condizione

per la quale la libertà dell'uno è compatibile con la libertà dell'altro, quello che implica un

"riconoscimento" (di qualcosa) come condizione di convivenza sociale e come fondamento della

morale. Secondo il filosofo Hegel invece esiste il concetto di "lotta per il riconoscimento" che si

converte in una lotta a morte nella relazione tra padrone e schiavo (vedere dialettica). Di questa

maniera i conflitti, specialmente i conflitti sociali del XIX e del XX secolo possono capirsi come

lotte per il riconoscimento (per esempio la lotta per le classi sociali). Habermas, nel XX secolo,

espone la nozione del "riconoscimento" come nucleo dello Stato di Diritto democratico dato che per

il filosofo tedesco solamente l'eguaglianza garantisce il rispetto o il riconoscimento di una

determinata cosa o azione. Per Axel Honneth i conflitti sociali sono una lotta per il riconoscimento.

La novità nella teoria di Honneth, che si rifà a Hegel, è avere superato l'interpretazione tradizionale

dei conflitti come mera auto conservazione (Machiavelli e Hobbes). Il riconoscimento come

processo nella sua dimensione individuale, sociale e pertanto morale, segue una teleologia che si

realizza in distinte tappe marcate da determinate forme (l'amore, il diritto, la solidarietà) che già

manifestò Hegel. L'esperienza dell'ingiustizia è parte dell'essenza dell'uomo. L'umiliazione è la

negazione del riconoscimento dell'uomo nella società (quando a una persona non viene riconosciuta

una determinata cosa). Per Honneth l'uomo disprezzato, umiliato, senza riconoscimenti, perde la sua

integrità, i suoi diritti, la sua autonomia personale e la sua autonomia morale.Honneth segnala che

l'ingiustizia nel non riconoscere a una persona ciò che gli spetta porta a una esclusione sociale, non

soltanto produce una radicale limitazione dell'autonomia personale, bensì provoca un sentimento di

non essere all'altezza degli altri o uguale a altri ed è valido fin che non gli si riconosce la capacità di

formare giudizi morali.

2- Giambattista Vico ( pudor- anima – provvidenza )

La scienza serve a conoscere il mondo ma l’uomo non lo conoscerà mai completamente perché non

è stato lui a farlo, è stato Dio. Dio può conoscere il mondo e l’uomo, invece, di cosa può venire a

conoscenza? Può conoscere solo quello che egli stesso ha fatto e l’insieme dei fatti compiuti

dall’uomo si chiama storia. Secondo Vico la storia deve essere considerata la scienza nuova che è

più affidabile della scienza stessa: mentre la scienza si basa su congetture e generalizzazioni, la

storia si basa sui fatti.All’interno della sua filosofia della storia, Vico concilia - attraverso la

metafora dell’architetto-Dio e dell’uomo-fabbro - la libera azione umana, che si realizza nella storia

delle nazioni sulla Terra, e l’indirizzo garantito dalla volontà di Dio. La dottrina della provvidenza

vichiana prende le mosse dal rifiuto dell’azione del caso e del fato, poiché il primo rende

impossibile l’esistenza di un ordine e il secondo è un ostacolo alla libertà. Ordine e libertà, nel

percorso di costituzione del mondo delle nazioni, possono essere assicurati solamente dall’azione

della provvidenza, orienta l’azione umana, che è in sé tendenzialmente distruttiva, in direzione della

conservazione e miglioramento del mondo della storia. Se torniamo alle istituzioni che per Vico

determinano l’incivilimento dei “bestioni” (le nozze, i tribunali, la sepoltura dei defunti) notiamo

che essi sono appunto la provvidenziale regolamentazione di istinti primordiali: la libidine porta alla

costituzione delle famiglie, la necessità di limitare il bellum omnium contra omnes e il timore della

vendetta privata spinge alla formalizzazione delle leggi, l’ansia della morte genera l’insorgere del

culto dei morti. Questo ordine provvidenziale non determina però una diminuzione della libertà

umana: infatti, ipercorsi delle singole nazioni possono essere differenti dal piano provvidenziale

complessivo della storia ideal-eterna. In alcune di esse, per esempio, la società è rimasta ferma a

uno stadio primitivo e barbaro, o ancora altrove all’età degli eroi. V. dichiara il pudore primo

principio, non causa, dell’umanità e fonte di tutto il diritto naturale. Nel fraseggio teologico del De

constantia il pudore è «la coscienza dell’errore e del male compiuto», e «la coscienza non è altro

che il pudore del vero ignorato» (De constantia philologiae, in Id., Opere giuridiche, cit., p. 404), un

barlume di coscienza, o senso della colpa, che resta come memoria della trasgressione accaduta.

Nella Scienza nuova la tesi antropologica sulla natura lapsa, caduta, ma non integralmente corrotta,

appena sostenuta da un incertissimo libero arbitrio, si completa dell’efficacia di un sostegno opaco

del senso comune, nel quale, senza specifica volontà e riflessione, gli uomini convengono in un

sentimento coesivo in cui si plasmano i primi istituti delle are, dei matrimoni, delle sepolture: in

questi la prima buona educazione dei popoli, le consuetudini che governano come re, laddove le

leggi, se non intrattengono continuità e riscontro con la materia dei desideri, mostrano il loro volto

di tiranni. Lì la precedenza dei popoli e dei corpi sociali sull’individuo, che non è mai attore di

storia. Dio consente che gli uomini si facciano dèi pagani, addomesticando nel sacro la minaccia, e

nel pudore e nella pietas sé stessi, «bestioni sensuosissimi». In questo grumo di temi nasce

l’invettiva contro gli empi e la «Invicta divinae Providentiae demostratio».

3- Idee umane per G. Vico

Cogliere il diritto sulla soglia del suo formarsi significa provare a declinarlo da un punto di vista

soggettivo, concepirlo come principio di azione e di esperienza, tenendo presente il nesso tra

interno-esterno; quindi, da un lato l’istaurarsi della relazione intersoggettiva che presuppone senso

di comunità e appartenenza, dall’altro l’affinarsi di una coscienza della giuridicità, che è coscienza

del valore che l’idea del diritto assume nella sua storia, come veicolo di senso della relazionalità dei

diversi valori e delle diverse pratiche culturali umane. C’è una storia esterna delle strutture del

diritto, ed è la storia di differenziazione e autonomia delle strutture di diritto-potere, dal nucleo

mitico-sacrale e poi etico-politico delle comunità. C’è anche una storia interna della consapevolezza

dell’idea che il diritto incorpora dentro di sé, cioè la lotta per il riconoscimento, la disponibilità a

riconoscersi, ad ascoltare, nell’affinarsi di una coscienza giuridica che modella i profili delle

identità soggettive. La storia dei concetti di persona giuridica, soggetto di diritto, indica lo scambio

tra l'ambito culturale filosofico e quello giuridico, in cui l’eccedenza valoriale passa dalla

tipizzazione della maschera allo status giuridico; all’interno del diritto si configura la

consapevolezza dell’unitarietà del duolo di persona sui iuris, esplicato da una forma giuridica che

crea vincoli eguali per tutti, in cui si articola lo spazio della comunità che spinge ad

autoaffermazione dell’autonomia morale e conoscitiva della persona singola come soggetto di

diritto. Nei momenti di crisi del valore del diritto, quando viene ridotto a mero strumento del potere,

viene fuori la coscienza della giuridicità. Se così non fosse, la lotta per il riconoscimento sarebbe

riducibile a quella darwiniana per la sopravvivenza. Invece è una lotta di affinamento dei gradi

sempre più elaborati della coscienza giuridica, che comporta da un lato l’affiorare dell’originale

idea di diritto con le sue facoltà di linguisticità e giuridicità, dall’altro l’instaurarsi della relazione

giuridica originaria, di cui Vico cercò le tracce nel pudor come misura delle utilità e passioni,

laddove Kant parlò di sensus communis: la possibilità di immaginarsi al posto degli altri nella

relazione con la comunità. Ricoeur segue lo svolgersi della dialettica tra ipseità e medesimezza del

sé come altro, sia dal lato dello svilupparsi dell’identità narrativa del sé, sia da quello della capacità

del soggetto a identificare sé stesso come soggetto dell’attività linguistica e responsabile delle

proprie azioni. Ipseità e medesimezza si sviluppano entrambe nel confronto con l’alterità. L’idea del

diritto, nel suo attivarsi nella relazione intersoggettiva e nel suo oggettivarsi nella dimensione

istituzionale, è un’idea complessa, difficile da ridursi a un solo momento perché il “tragico” del

diritto, la sua grandezza e miseria, è che quel momento è calato nella logica della storia e delle

istituzioni, che spesso ne offusca i tratti, arcana juris manent= rimane il velo di mistero che circonda

il diritto. Significativo è il pensiero di Karl Jaspers, secondo cui il diritto è la pretesa della vita di

incrementare sé stessa nella tutela del già acquisito e nelle rivendicazioni del non ancora realizzato;

tutto questo in un equilibrio precario e labile della storia, perché basta che un solo elemento sia

preponderante sugli altri e l’intera struttura è compromessa: questo perché il diritto promana dalla

vita ma, avendo bisogno del potere per imporsi, finisce con il diventare mero strumento. È una

relazione “tragica” per la vicenda umana ma produttiva di “storicità”.

2.Il diritto come mediazione di tre idee in conflitto: nosse, posse e velle. Bisogna tornare alla

complessità della relazione giuridica originaria, di cui è stato colto solo il momento espansivo del

dominium nel rapporto tra diritto e potere, o il momento conservativo della tutela, ma non anche il

momento della volontà di persuasione dei propri interlocutori. Tutto ciò ci riporta all’intuizione di

Vico, il quale era già critico rispetto al progetto della modernità giusnaturalistica di costruzione del

diritto naturale a partire dai principi della ragione, cercava la reductio ad unum dei principi del

diritto nella comune origine divina del vero e del certo. Il dominio, la libertà e la tutela, i tre principi

cardine dell’intero diritto civile, erano per Vico riducibili ad un unico principio: nel dominio si

esprimeva già l’esigenza di libertà quanto quella di tutela. Capograssi è ammirato da questa analisi

di Vico, pur criticandone l’impostazione metafisica e non storicistica. In ogni caso, l’intuizione

vichiana del De Uno ci appare illuminante, soprattutto se accostata a quel sentimento del diritto che

instaura la percezione dell’identità altrui, nel suo differenziarsi dalla propria, nella comune volontà

di riconoscimento. In questo modo possiamo interpretare le tre idee del dominio, libertà e tutela

come fossero un unico principio che muove il soggetto nel suo sviluppo di espansione

personalitaria, nella sua esigenza di trovare una conferma della propria identità attraverso il

riconoscimento dell’altro e l’accoglimento dell’altro. Tre idee e un solo principio costruttivo del

mondo umano della storia:

-Dominium, scaturente dall’idea del nosse; io non posso orientare me stesso nel mondo, dando

senso alla mia identità, espandendo la mia personalità identitaria, se non mi sforzo di conoscere e

quindi dominare la porzione di mondo che mi trovo ad abitare; solo a partire dalla padronanza di

quella regione può instaurarsi la mia pretesa ad avere diritto, ho bisogno della comunità, affinché

istituisca i dispositivi e le strutture necessari a sostenermi nel mio sforzo di conoscenza;

-Tutela, scaturente dall’idea del posse; io non posso orientare me stesso nel mondo, ecc, se non mi

sforzo di proteggere la mia identità dalle pretese altrui, quando tali pretese siano generate da

prevaricazioni immotivate; ho bisogno della comunità in cui vivo, affinché istituisca i dispositivi e

le strutture necessarie a tutelare le mie pretese, facendo sì che esse siano giustiziabili;

-Libertà, scaturente dall’idea del velle; io non posso orientare me stesso nel mondo, ecc, se non mi

sforzo di indirizzare il mio “volere” che dà senso alla mia identità, al perseguimento di un consenso

con i voleri altrui, nella dialettica di un reciproco riconoscimento e comune volontà di

comunicazione degli interessi; ho bisogno della comunità in cui vivo affinché possa istituire o

dispositivi atti a rendere compossibili e perseguibili da tutti i membri, i differenti valori e interessi

che muovono le volontà, la comunità deve rendere precettivi, aperti al mutamento, i valori su cui si

fonda. La relazione intersoggettiva vede affiorare con il pudor il sentimento del diritto. Avere un

diritto significa attivare una pretesa razionalmente giustificabile e giuridicamente azionabile. Lo

spazio del diritto comincia a partire dal riconoscimento che io compio dell’identità dell’altro con cui

entro in relazione, ogni volta che si affaccia al mio cospetto il volto dell’alterità che sollecita il

formarsi della mia stessa aperta personalità identitaria. Lo sforzo di espansione personalitaria del sé

si compie nel momento in cui si instaura la relazione con l’identità altrui, nel momento in cui si

riconosce l’identità/alterità della comunità in cui si vive. Il riconoscimento si basa sulla disponibilità

all’apertura e all’ascolto dell’altro e sulla possibilità di una persuasione argomentata riguardo

all’importanza dell’interesse particolare perseguito, sulla volontà di comunicarlo agli altri soggetti e

all’intera comunità senza prevaricazioni; tutto mediante la pratica della misura ideale del proprio e

dell’altrui, implicante la ponderazione del logos e la responsabilità delle azioni. Non è semplice: il

cammino dello sforzo esistenziale è lastricato di drammi e lacerazioni; con esso lo sviluppo delle

pretese, una volta comunicate agli altri, da esistenziali diventano relazionali, attendendo di

diventare giuridiche, affinché se ne possa godere in tutta la loro pienezza, le si possa dominare per

accrescere la propria consapevolezza di vita, le si possa tutelare con la forza istituzionale che la

comunità possiede e le si possa comunicare liberamente con rispetto delle altrui pretese. È la stessa

complessità dell’idea giuridica (nosse-posse-velle), a far sì che lo sforzo non sia semplice: quanto

più è avvertita come primaria una esigenza, tanto più si corre il rischio di volerla come normativa a

tutti i costi, per poterla difendere ed imporre. Il soggetto potrebbe essere spinto in direzioni lesive,

ecco perché Capograssi le volle ridefinire come volontà di potere (se prevale l’aspetto appropriativo

della pretesa), di ordine (autoconservativo) e di disordine (impositivo). La filosofia 800-900esca ha

posto l’accento sulle lacerazioni e conflitti che il soggetto di trova a dover affrontare nel disagio

della civiltà. La decisione per il diritto, volontà di portare avanti e compiere lo sforzo esistenziale è

un elemento fondamentale del percorso di differenziazione del sé e di espansione personalitaria,

insieme agli elementi di ascolto, riconoscimento dell’alterum, che conclude il percorso o in un

compimento affermativo del sé o in quello di mancanza, quindi negazione lesiva dell’altro e del sé

come altro. Va ricordato che l’alterità che di pone nella vita del soggetto può assumere il volto della

comunità , quando ciò avviene, quando il mancato riconoscimento della pretesa esistenziale sia

imputabile alla comunità nel suo ordinamento istituzionale, allora siamo sempre nel campo della

lesione dei diritti fondamentali; in questo caso la “tragicità” dello sforzo esistenziale sconfina nel

dramma, nel vuoto assoluto. Si profila lo spettro del diritto di resistenza che ha un ruolo

fondamentale nei momenti compiuti in limens iuris, anche perché lo sforzo di resistenza al potere

tende a porsi sul crinale di rottura dell’ordo iuris, a oltrepassarlo con la pretesa utopica di spostare

quel limen più avanti nel tempo, allargare i confini giuridici della comunità, rompendone gli

equilibri consolidati. Ciò può avvenire per l’idea del nosse, quando la comunità impedisce che lo

sforzo conoscitivo del soggetto sia portato a compimento e venga bloccato a fini autoconservativi

del potere (si pensi alla propaganda dei regimi totalitari). Per l’idea del posse, anche negli stati

democratici. Si pensi agli errori giudiziari o ai segreti di Stato per impedire la possibilità di difesa di

soggetti vittime di reato, l’interesse per l’occultamento della verità prevale su quello

dell’accertamento, o si pensi anche alla lentezza delle procedure che inibisce il diritto alla difesa.Per

l’idea del velle, ciò accade nei regimi politici che impediscono il libero esercizio

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher destefanoantonietta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Savona Pier Francesco.
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