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Esame orale di diritto 6/12/21

Il mercato interno

L'UE puntava a creare un'unione non solo economica, ma anche un'unione dei popoli: all'inizio l'obiettivo era creare basi economiche stabili. Si parte dalla nascita di un mercato comune dove gli stati riversavano i propri beni, che poi si trasforma in mercato interno.

Per quanto riguarda il mercato comune, veniva utilizzato il principio del paese di destinazione: prevede che la persona che si sposta dal proprio territorio verso un altro o la merce venduta da parte di uno stato ad un altro, dovrà essere conforme alla normativa presente nello stato in cui viene venduta (principio di non discriminazione). Si trattava di un principio non discriminatorio, anche se ci si rese conto che questo principio aveva delle lacune, cioè si è reso conto che applicandolo in concreto, c'era qualche forma di discriminazione.

Il passaggio che ha portato alla nascita del mercato interno si ha grazie al principio del paese di origine: se un prodotto ha le caratteristiche per circolare in un paese dell'UE, deve essere venduto e accettato anche in altri stati membri nonostante la normativa sia differente, fidandosi della preparazione del paese in cui viene prodotto. Si parla dell'accettazione della bontà del prodotto: se quel prodotto può circolare nello stato prodotto, può circolare anche negli altri stati, i quali si devono fidare della preparazione da parte dell'altro stato (riferimento al principio del mutuo riconoscimento).

Libera circolazione delle merci

È costituita da tre principali argomenti:

  • Nascita unione doganale: l'unione doganale nasce nel '57. Si tratta di un accordo in base al quale gli stati si impegnano ad abolire i dazi doganali (e anche le tasse di effetto equivalente ai dazi) nei rapporti tra gli stati membri e ad adottare un’unica tariffa doganale uguale per tutti gli stati membri e uniforme. L'unione doganale comporta l'applicazione di una legislatura doganale comune.
  • Concetto: creare un'area territoriale dove prevedere sul perimetro esterno l'applicazione di una tariffa doganale comune nei rapporti con gli stati terzi uguali per tutti gli stati (quindi si ha una richiesta di denaro uguale per tutti gli stati membri). C'era un'alternativa ovvero la Zona di libero scambio, che prevedeva la creazione di un'area dove non erano applicati i dazi doganali. La zona prevedeva che ogni stato potesse mantenere la propria tariffa nei rapporti con gli stati terzi. Se gli stati mantengono la propria tariffa, lo stato terzo sceglierebbe lo stato con tariffa doganale più bassa e questo potrebbe generare situazioni di equilibrio. Ecco perché nel '57 fu necessario prendere una decisione (l'obiettivo era creare l'unione doganale). Gli stati avevano 12 anni di tempo per adeguarsi alla nuova normativa che prevedeva l'eliminazione dei dazi. Entro il 1970 doveva realizzarsi l'unione doganale, che si è perfezionata il 1 luglio 1968.
  • L'art 30 parla di tasse di effetto equivalente, dicendo che gli stati si impegnano ad eliminare i dazi doganali o le tasse di effetto equivalente. Se gli stati riscuotevano i dazi, essi acquisivano ricchezza. Nel momento in cui gli stati li eliminano, essi non hanno più entrate nelle loro tasche, perciò, per risolvere il problema, hanno creato degli escamotage per chiedere soldi nel momento in cui la merce passava la frontiera: ovvero vennero richiesti dei denari da parte degli stati che producevano il prodotto, delle richieste e non dei dazi.
  • La sentenza che spiega cosa vuol dire tasse di effetto equivalente, è stata una sentenza del 1962 sul pan pepato: che considera le tasse di effetto equivalente qualsiasi onere pecuniario che varca la frontiera. Secondo questa sentenza, la tassa di effetto equivalente è considerata un diritto unilaterale sia al momento dell'importazione che in un secondo momento, che incide sulla libera circolazione delle merci. Se la richiesta di denaro colpisce solo la merce che varca la frontiera, quella richiesta è vietata.
  • Il divieto di dazi doganali e di tasse di effetto equivalente è un divieto assoluto. L'UE stabilisce la tariffa. L'art 31 prevede che i dazi vengano stabiliti dal Consiglio su proposta della Commissione e su consultazione del Parlamento che esprime attraverso un parere. Ogni anno viene adottata una tariffa doganale comune imposta dal Consiglio attraverso il regolamento, perché esso entra direttamente in vigore. Tariffa ad valorem, cioè calcolata sul valore della merce che arriva in dogana.
  • Le entrate a titolo di tariffa doganale comune sono di proprietà dell'UE, sono una risorsa propria dell'UE anche se gli stati possono trattenere una parte che non deve superare il 25 percento. L'UE valuta lo stato della merce e da dove arriva. Se si immettono sul mercato prodotti con valore molto basso, i prodotti degli altri stati della stessa tipologia che costano di più, subiscono una crisi e quindi gli altri stati non riescono ad essere competitivi e si ritrovano in difficoltà (ecco che l'Ue ricorre ai dazi antidumping).
  • L'Ue, per questo, ha fatto un'analisi, una verifica per capire perché quei prodotti arrivano in dogana a prezzi molto bassi rispetto a quelli del mercato. Se si nota che una merce ha un costo basso, solo perché mancano determinate regole, allora a quella merce non solo viene applicata una tariffa comune, ma si applicano anche i cosiddetti dazi antidumping (misure di contrasto) dazi che colpiscono quelle produzioni che non rispettano le regole. Se si paga un dazio in più il produttore deve vendere il prodotto ad un prezzo più alto. I dazi antidumping hanno una durata limitata di 6 mesi. Quando una merce entra nell'Ue, una volta dentro, quella merce viene definita in libera pratica, cioè essa non può più essere tassata, come se fosse prodotta dentro il mercato interno.
  • Divieto imposizioni fiscali interne per i prodotti importati. L'art 110 stabilisce che nessuno stato membro applica al prodotto degli altri stati, imposizioni interne superiori a quelle applicate ai prodotti nazionali similari. Inoltre nessuno stato membro applica ai prodotti degli altri stati imposizioni interne che proteggono altre produzioni. La richiesta di denaro può esserci ed è vietata se è una tariffa unilaterale, se crea discriminazioni, ma se una richiesta colpisce tutti i prodotti similari, essa non è illegittima ma ha una sua applicazione corretta.
  • Abolizione restrizioni quantitative e misure di effetto equivalente: l'art 34 dice che sono vietate le restrizioni quantitative, all'importazione e le misure di effetto equivalente. L'art 35 dice che sono vietate tra gli stati le restrizioni quantitative all'esportazione e ogni misura di effetto equivalente. La restrizione quantitativa vuol dire indicare un numero minimo e massimo di merci che possono essere vendute bloccando o limitando l'importazione o esportazione di alcune di esse.
  • Misura di effetto equivalente: la Corte ha chiarito quando si concretizza questa misura. La sentenza che spiega cosa vuol dire misura di effetto equivalente è la sentenza Dassonville del 1974, la quale dice che la misura di effetto equivalente è ogni normativa commerciale degli stati che ostacola direttamente o indirettamente il flusso delle merci di carattere intracomunitario.
  • Ci sono due tipologie di misure:
    • Quelle distintamente applicabili: cioè la normativa applicata solo alle merci che entrano. Queste misure non hanno ripercussioni sul prodotto nazionale, e si tratta di misure che subordinano l'importazione o l'esportazione di un prodotto, alla presenza di certificati, licenze, autorizzazioni o misure che prevedono controlli sui prodotti.
    • Quelle indistintamente applicabili: esse apparentemente non creano discriminazioni ma analizzate nei casi specifici, ne possono creare. Esse fanno riferimento alla normativa applicata sul prodotto che arriva e sul prodotto che è già sul territorio, riguarda quindi quelle misure che incidono sui prodotti importati ed esportati.
  • Le misure distintamente applicabili sono legate alla disciplina dei prezzi, che vuol dire stabilire su un certo prodotto un prezzo minimo ed un prezzo massimo, mentre le misure indistintamente applicabili sono legate a normative sulla qualità e sulla presentazione del prodotto che incidono sull'importazione o commercializzazione. Queste misure riguardano la composizione e la qualità del prodotto, la forma, l'imballaggio, l'etichettatura ecc. Ad esempio, se si vogliono vendere scatole di pelati, per poterlo essere, devono presentare un'etichetta con determinate caratteristiche (es. pomodoro deve essere di colore rosso). Se il prodotto non presenta quella caratteristica perché l'etichetta è libera nel suo stato, quando arriva in dogana per entrare nello stato di destinazione, non può essere venduto. Il produttore può raddoppiare la produzione di etichette, per poter vendere il suo prodotto nello stato membro, questo può creare dei problemi, degli ostacoli. Essi si chiamano misure di effetto equivalente che ostacolano il flusso delle merci.

Il caso di cui si fa riferimento è la sentenza Cassis de Dijon non del 1979, sentenza che introduce il principio del paese d'origine. La sentenza vede come protagonisti da una parte un produttore di liquori francese e dall'altra lo stato tedesco. Il produttore realizzava una bevanda alcolica, ovvero un liquore Cassis de Dijon, con gradazione inferiore a 32 gradi (etichetta 30 gradi). In Germania esisteva una normativa interna che in base alla quale una bevanda poteva essere definita "liquore" se aveva almeno 32 gradi, potendo così essere commercializzata. Il produttore arriva in dogana in Germania per vendere il prodotto, commercializzato in Francia e la Germania lo blocca perché il liquore non ha la gradazione di 32 gradi. Perciò il produttore presenta una causa che arriva davanti alla corte, chiedendo di chiarire il concetto di misura equivalente. Lo stato tedesco si difende dicendo che la bevanda non può entrare per un problema di sanità pubblica, perché se entra con l'etichetta liquore con gradazione inferiore a 32 gradi, ci sarebbe un rischio di assuefazione alla bevanda (perché il fruitore beve un primo bicchiere e siccome la gradazione è più bassa rispetto a quella dello stato tedesco, sarebbe portato a berne di più). Lo stato tedesco solleva due argomentazioni:

  • Dice che il prodotto deve stare fuori dal suo territorio
  • Problema di sanità pubblica

La corte deve valutare:

  1. Cosa si intende per misura di effetto equivalente
  2. Se esiste la possibilità per uno stato di ostacolare il flusso delle merci per un problema di sanità pubblica?

La corte di giustizia interviene dicendo che la normativa tedesca è una restrizione quantitativa che può ostacolare il flusso delle merci. La corte dice che quella normativa non è necessario che venga applicata, perché quel prodotto francese è un prodotto realizzato nello stato membro rispettando la normativa degli stati membri, perciò è un prodotto che ha superato i controlli di quello stato e quindi è in regola per essere venduto. La corte inoltre introduce il principio del mutuo riconoscimento (reciproco riconoscimento, ovvero si tratta di un rapporto di fiducia tra gli stati), chiarendo i rapporti tra gli stati nella circolazione delle merci. Se una merce può circolare nello stato dove viene prodotta, essa allora può circolare anche in tutti gli altri stati membri, perché essi devono fidarsi dei controlli fatti nello stato di produzione e della preparazione del prodotto stesso (rapporto di fiducia tra gli stati).

Il principio del mutuo riconoscimento segna il passaggio dal principio del paese di destinazione al principio del paese di origine. In base ad esso, uno stato membro, non può vietare la vendita sul territorio di un prodotto fabbricato e commercializzato in un altro stato. Questo principio porta al presupposto che in assenza di disciplina di diritto dell'UE di armonizzazione, le legislazioni nazionali devono rispettare la salute o delle esigenze del consumatore.

La merce è tutto ciò a cui si può attribuire un valore in denaro. Esistono prodotti tangibili e intangibili (energia elettrica, gas).

7/12/21: Casi in cui posso bloccare il flusso di merci

Esiste la possibilità per prevedere la sospensione del flusso? Sì, l'art 36, infatti disciplina i casi in cui il transito di un prodotto può essere bloccato. In particolare l'art afferma che: "i divieti o le restrizioni all'importazione, all'esportazione e al transito sono validi e giustificati da motivi di moralità pubblica, di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute delle persone, di protezione del patrimonio artistico, storico, archeologico o tutela della proprietà industriale e commerciale. Questi divieti però non devono costituire un mezzo di discriminazioni o restrizioni al commercio tra stati membri".

Il flusso può essere bloccato in casi particolari, drammatici cioè se ci sono esigenze di ordine imperativo, che riguardano l'efficacia dei controlli fiscali, la protezione della salute, la lealtà delle transazioni commerciali, la difesa dei consumatori, la tutela dell'ambiente. Un caso riguarda il fenomeno della Mucca Pazza, problema sanitario che aveva portato alla morte di molte persone e quindi per prudenza, è stato bloccato il flusso delle carni, che erano ritenute contaminate. La corte interviene dicendo che prima di fare appello all'art.36 del trattato, gli stati devono verificare, che non ci siano già altri strumenti che li tutelino.

Per quanto riguarda questo divieto di restrizioni quantitative, è un divieto non assoluto, perché sono ammesse delle deroghe, mentre per quanto riguarda l'abolizione dei dazi, si parla di divieto assoluto.

Libera circolazione delle persone

Facilita la circolazione delle persone per svolgere l'attività lavorativa in tutto il territorio dell'UE. All'inizio la comunità europea parlava solo di lavoratori e la disciplina relativa ad essa, non faceva riferimento alla persona in quanto tale, ma solo al soggetto che esercitava un'attività economica importante. La libera circolazione delle persone, è riferita a due categorie di soggetti:

  1. Lavoratori subordinati (Art 45-48). Il lavoratore subordinato è colui che dipendeva da un datore di lavoro e che percepiva una retribuzione, oggi il concetto è stato ampliato, perché rientrano in questa categoria anche i dottorandi di ricerca. Il trattato spiega quale procedura legislativa deve essere utilizzata e come le istituzioni devono intervenire e come devono comportarsi. L'art 46 TUE dice che nell'ambito della libera circolazione dei lavoratori, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria e su consultazione del Comitato economico e sociale, stabiliscono attraverso direttive o regolamenti, le misure necessarie per attuare questa libera circolazione. Inoltre, si voleva favorire la redistribuzione territoriale della manodopera, permettendo ai lavoratori più efficienti e qualificati di trovare le condizioni di lavoro più convenienti e migliori sul mercato.
  2. Lavoratori autonomi:
    • Diritto di stabilimento: art 49-55
    • Libera prestazione di servizi: art 56-62

La caratteristica più importante della libera circolazione delle persone è l'obbligo di rispettare il principio di non discriminazione e di abolire qualsiasi forma di discriminazione: i soggetti devono essere trattati nello stesso modo e non discriminati.

Ci sono quattro tappe che hanno caratterizzato la libera circolazione dei lavoratori. (I traguardi sono stati raggiunti nel corso del tempo grazie ad un'aggiunta progressiva di elementi):

  • 1º intervento normativo: Regolamento n. 15 del 1961 (è il primo atto normativo che tratta dei permessi di lavoro): la CEE in allora adottò un regolamento che prevedeva che ad esempio il lavoratore italiano che voleva spostarsi in Belgio per cercare lavoro, non appena entra in Belgio, una volta trovato il lavoro, gli viene rilasciato un documento che gli permette di rimanere in quel territorio: si tratta di un permesso di lavoro di validità annuale, rinnovabile per i primi 4 anni per la stessa mansione. In questo periodo vale il principio di priorità nazionale, cioè il datore di lavoro aveva il diritto di fronte a due lavoratori di pari livello, di dare la precedenza ai lavoratori del proprio stato, ovvero il datore di lavoro deve dare la priorità al lavoratore del suo stato.
  • 2º intervento: Regolamento n. 38 del 1964: prevede, un permesso di lavoro rinnovabile per i primi due anni per la stessa mansione. Una novità è che non si parla più del principio di priorità nazionale, ma si parla della clausola di salvaguardia: il datore di lavoro può scegliere un lavoratore del proprio stato e non quello di altri, ma deve giustificare la ragione per la quale ha scelto il lavoratore del suo stato piuttosto che un altro lavoratore di uno stato membro, e fornirla alla Commissione europea.
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Scienze giuridiche IUS/14 Diritto dell'unione europea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiara.Vacchieri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Mattone Monica Chiara.
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