Brunella Casalini - Profili (prossima pubblicazione su Aphex) - John Dewey
John Dewey (Burlington, Vermont 20 ottobre 1859 - New York 1952) è stato uno dei maggiori filosofi americani della prima metà del Novecento e uno dei più rappresentativi esponenti del pragmatismo, insieme a Charles Sanders Peirce (che ne è considerato il vero fondatore), William James, Jane Addams e George Herbert Mead. Fu anche un influente intellettuale pubblico, attivamente impegnato a sostegno della causa delle donne, dell'antirazzismo, dell'anticolonialismo e contro il "capitalismo predatorio" che si era sviluppato negli Stati Uniti d'America con l'avvento delle grandi corporations. È stato uno dei fondatori della National Association of the Advancement of Colored People (NAACP) e dell'American Federations of Teachers. Contrario all'isolazionismo nazionalista, fu favorevole alla nascita della Società delle Nazioni.
La sua opera sterminata, dopo un periodo di declino, è stata oggetto di un rinnovato interesse negli ultimi trent'anni grazie alla raccolta e pubblicazione di tutti i suoi scritti ad opera del Center for Dewey Studies, e alle diverse letture che ne hanno proposto, tra gli altri, Richard Rorty, Hilary Putnam, Richard Bernstein, Richard Shusterman e Robert Brandom.
Rorty, in particolare, restituendone un'immagine che tende a ridurla a «critica della cultura» (Frega 2008: XI), ha posto la filosofia pragmatista americana in dialogo con la filosofia continentale. Dewey, Wittgenstein e Heidegger sono, per Rorty, i tre filosofi più importanti del Novecento e la loro importanza sta nell'aver abbandonato ogni tentativo di rendere “fondativa,“ rigorosa” e “scientifica” la filosofia: «[...] il messaggio comune a Wittgenstein, Dewey e Heidegger è un messaggio storicista. Ciascuno di questi tre ci ricorda che indagini sui fondamenti della conoscenza, della moralità o del linguaggio o della società possono costituire semplice apologetica, il tentativo di rendere eterno un gioco linguistico contemporaneo, una pratica sociale, un'immagine di sé» (Rorty 1986: 13).
Putnam (1992) e Bernstein (2010), al contrario, sembrano mirare piuttosto ad una rivalutazione del pensiero logico-epistemologico di Dewey e a sottolineare l'impatto emancipativo che esso può avere se applicato a tutti gli ambiti dell'esperienza umana; mentre Shusterman (2000) ha contribuito alla riscoperta dell'estetica deweyana e Brandom (2011) a quello della sua filosofia del linguaggio.
In questo breve profilo, senza alcuna pretesa di completezza, dopo aver tracciato alcuni cenni biografici, illustreremo i tratti fondamentali della ricostruzione della filosofia proposta da Dewey e le principali critiche che ad essa sono state rivolte, per vedere, infine, come la sua filosofia dell'esperienza offra una base coerente alle sue teorie dell'educazione e della democrazia – queste ultime oggi anch'esse oggetto di attenzione soprattutto tra i teorici della democrazia deliberativa (cfr. Bohman 2004, Sabel 2015), della sfera pubblica (cfr. Habermas 1992 e Honneth 1998) e della giustificazione epistemologica della democrazia (cfr. Anderson 2006, 2010) (per un approfondimento, si veda: Frega 2015).
1. Cenni biografici
Dopo un'iniziale fase di adesione all'idealismo hegeliano, negli anni del suo dottorato presso la Johns Hopkins University e poi del suo insegnamento presso l'università del Michigan (1884-1894), Dewey arriva a maturare una sostanziale sfiducia verso tutte le costruzioni filosofiche chiuse e sistematiche, pur continuando a ritenere essenziale l'impegno continuo della ricerca filosofica. Ad allontanarlo dall'idealismo e dal tentativo di combinare idealismo, cristianesimo e darwinismo (Calcaterra 2011: 26), sarà l'influenza di William James e dei suoi Principles of Psychology (1890) e, qualche anno dopo, il contatto con la Social Settlement Hull House, fondata da Jane Addams a Chicago, in uno dei quartieri più difficili della città, dove Dewey si era trasferito nel 1894 per occupare l'incarico di Direttore del Dipartimento di filosofia, psicologia ed educazione.
Qui Dewey lavorò a fianco non solo di Jane Addams, subendo il fascino del suo riformismo e impegno sociale, ma anche di personaggi quali George Herbet Mead e James Tufts. A Chicago fonda una scuola laboratorio, conosciuta come “scuola Dewey” e getta le fondamenta di quella che è nota come la Scuola del pragmatismo di Chicago. Nel 1904 si trasferisce alla Columbia University, dove in un clima di più grande libertà accademica pubblica alcuni tra i suoi più importanti lavori: Ethics (1908), con James Tufts, How We Think (1910) e Democracy and Education (1916). Convinto della necessità dell'ingresso degli Stati Uniti in guerra durante il primo conflitto mondiale, Dewey si schierò poi in favore del sogno wilsoniano della Società delle nazioni, rimanendo infine profondamente deluso dagli esiti di quell'esperimento.
Tra il 1919 e il 1928 visitò il Giappone, la Cina, la Turchia, il Messico e l'Unione Sovietica, intensificando la sua attività di intellettuale pubblico, politicamente engagé. Gli anni più produttivi della sua carriera saranno il decennio 1929-1939: risalgono a questo periodo una nuova edizione rivista di Experience and Nature (1925-1929), The Public and its Problems (1927), The Quest for Certainty (1929), Liberalism and Social Action (1935). Negli anni Trenta, dopo aver lasciato la Columbia University per andare in pensione, Dewey viaggiò in Europa con l'amico Albert Barnes, critico e collezionista d'arte, che influenzò la scrittura del suo Art and Experience (1934).
Cresciuto nel Vermont a contatto con una madre profondamente religiosa, Dewey maturò nel tempo, anche grazie alla moglie Alice Chipman, un profondo distacco verso qualsiasi chiesa, arrivando a sostenere in Common Faith (1939) il valore di una fede indipendente da qualsiasi credo, democratica e secolarizzata, una fede caratterizzata dalla devozione alla “intelligenza come forza dell'azione sociale”.
Nel 1937, Dewey viaggiò fino a Città del Messico per presiedere la Commissione d'inchiesta per valutare le accusa rivolte a Leon Trotsky da Josef Stalin, arrivando ad una sua completa assoluzione. Nel 1940 si trovò a difendere pubblicamente Bertrand Russell, al quale la City University di New York aveva negato un posto a causa delle sue idee radicali in materia di religione, matrimonio e sessualità. Pur riconoscendo la pericolosità di Hitler, Dewey accettò l'idea dell'ingresso americano in guerra solo quando, in seguito all'attacco di Pearl Harbour, esso divenne inevitabile. Per tutti gli anni quaranta combatté per la libertà di pensiero contro il nascente clima di intolleranza che attraversava gli Stati Uniti e che sfocerà nel maccartismo, di cui lui stesso fu vittima, venendo investigato per attività sovversive e pericolose per gli Stati Uniti d'America.
Nel 1952, all'età di novantatré anni Dewey morì a New York in seguito ad una polmonite; sei anni prima si era sposato per la seconda volta con Roberta Lowitz Grant, più giovane di lui di cinquant'anni, e aveva adottato due bambini.
Note biografiche
1 Si deve a Bertrand Russell una ben diversa rappresentazione del pragmatismo come “filosofia del business” che stride decisamente con il carattere progressista delle posizioni di Dewey. Nel 1922 Russell scrisse di Dewey: “L'amore della verità è oscurato in America dal commercialismo di cui il pragmatismo è l'espressione filosofica” (cit. in Fesmire 2015, p. 103).
2 Center for Dewey Studies at Southern Illinois University Carbondale: http://deweycenter.siu.edu/info_index.html
3 Sul pragmatismo della Scuola di Chicago, cfr. Rucker 1969 e Feffer 1993.
2. La critica alle teorie spettatoriali della conoscenza
La ricerca di certezze e verità eterne, collocate al di là del tempo e dell'esperienza umana, è stata a lungo il tratto caratterizzante della storia della filosofia. Dai greci, agli empiristi, ai razionalisti quest'aspirazione all'assoluto ha poggiato sul dualismo mente/corpo, teoria/pratica, ideale/materiale, separando l'umanità dalla natura. Dopo Darwin (cfr. ID), secondo Dewey, la filosofia non può che andare oltre questa impostazione e ricollocare il processo conoscitivo nel rapporto uomo/ambiente. La sua filosofia riconduce la conoscenza non alla relazione cognitiva soggetto/oggetto, dove il soggetto è posto in contrapposizione ad un mondo degli oggetti che deve rispecchiare, ma alla relazione con una natura di cui il soggetto è già da sempre parte. La conoscenza diventa così nella sua ricostruzione della filosofia un pensare sulla pratica, una pratica riflessiva o intelligente.
Essenziale nello sviluppo di questa impostazione filosofica è la critica del concetto di esperienza sostenuto tanto dagli empiristi quanto dai razionalisti. Per quanto per altri versi abissalmente distanti, sia l'empirismo che il razionalismo, secondo Dewey, propongono una teoria della conoscenza che è «ricalcata sull'atto del vedere»:
L'oggetto riflette la luce all'occhio, e in tal modo diviene visibile; un occhio o una persona provvista di apparato ottico avvertono delle differenze, ma la cosa vista non è minimamente modificata. L'oggetto reale è l'oggetto così fissato nella sua regale solitudine da apparire come un re per qualsiasi mente che lo contempli o vi getti uno sguardo [...]. (QC: 19, 24)
L'analisi dell'esperienza a livello biologico offre però una diversa visione: l'esperienza appare, infatti, come un processo di scambio attivo tra l'organismo e l'ambiente: «sperimentare significa vivere e [...] il vivere procede dentro e a causa di un mezzo ambiente e non nel vuoto» (NRF: 7, 37). Nel processo esperienziale l'organismo, che non è mai fuori o contrapposto al mondo naturale, ha una posizione attivo/passiva: assimila elementi dell'ambiente e produce su quest'ultimo modificazioni favorevoli alla vita.
Una metafisica che voglia essere minimamente coerente con i dati della biologia evolutiva deve allora tener conto del ruolo che nell'esistenza umana hanno sia l'incertezza, l'instabilità e il rischio, sia la certezza (cfr. Fesmire 2015: 43). Il sé è parte integrante dell'esperienza e più che conoscere «becomes a knower» (NRF: 47, 97). Il conosciuto, risultato della transazione scaturita da una situazione problematica, è il risultato di un procedimento di partecipazione e distacco: il punto di partenza della riflessione è sempre una realtà in fieri, un contesto di eventi del quale si è parte. La riflessione e la critica, tuttavia, richiede anche un distacco, un arresto e una sosta nel flusso dell'esperienza:
[...] l'esperienza reale è un tale marasma che un certo grado di distanza è un requisito fondamentale per ottenere una visione di prospettiva. I pensatori spesso hanno esagerato a prendere le distanze. Ma un certo allontanamento è necessario, giacché altrimenti essi sono assordati dal clamore immediato e accecati dall'immediato splendore della scena. (EN: 306, 292)
Mediante la riflessione il mondo esperito viene trasferito in uno spazio mentale in cui può essere sottoposto a sperimentazione ideale e immaginativa. Il conosciuto, risultato di questa sperimentazione, non è la copia di una realtà esterna fissa e immutabile, ma un costrutto che risulta dalla ricostruzione e trasformazione dell'esperienza, che rispetto a quanto esperito non è più vero, ma solo più controllabile. Il mondo nel quale viviamo è nella visione pragmatista un mondo aperto e in evoluzione, in cui il succedersi dei mutamenti richiede capacità di continuo adattamento. L'intelligenza svolge principalmente una visione riorganizzatrice e anticipatoria mediante la possibilità umana di servirsi di dati e fatti come segni e simboli di cose avvenire.
Diversamente dall'animale, l'uomo può così, grazie a questa capacità di rapportarsi all'ambiente in forma mediata simbolicamente, infuturarsi e acquisire un maggiore controllo sulle conseguenze delle proprie azioni. Il pensiero è la risposta naturale ad una situazione problematica ed è strettamente connesso all'azione. L'attività conoscitiva ha un carattere contestuale e strumentale: tanto i problemi quanto i mezzi con i quali li risolviamo hanno sempre origine da uno specifico contesto problematico. Se perdiamo di vista la loro origine contestuale rischiamo di trasformarli in strumenti del tutto inutili, se non addirittura controproducenti. Che le idee abbiano un'origine sempre contestuale e legata ad una circostanza non significa che il pragmatismo sia una mera filosofia dell'adattamento: la risposta alle situazioni problematiche che all'uomo si presentano, che lo voglia o no, richiede sempre un intervento creativo, la capacità di innovare (cfr. Joas 1993: 4).
Linguaggio, ambiente e abitudini
Le profonde differenze che distinguono le attività umane da quelle degli altri organismi viventi possono essere comprese a partire dal ruolo che riveste il linguaggio: è attraverso lo sviluppo del linguaggio, infatti, che l'uomo – come scriverà Gehlen – «spezza il cerchio dell'immediatezza» e crea lo spazio d'un mondo panoramicamente dominabile, accantonato e disponibile (Gehlen 1990: 83). L'ambiente in cui l'uomo è situato è costruito attraverso il medium linguistico: mediante il linguaggio gli eventi sono sottratti al flusso degli eventi e trasformati in oggetti, in cose aventi significato, e quindi manipolabili intellettualmente.
Il linguaggio rivela, d'altra parte, un ulteriore tratto dell'esperienza umana: il suo carattere comunicativo, per cui l'agire umano si configura sempre come un agire diretto ad un tu, come un «agire duale» (Gehlen 1990: 200). La parola environment ha perciò un significato molto ampio in Dewey, indicando non solo l'ambiente naturale, ma una realtà costituita da porzioni di senso limitate da un sistema di abiti e credenze socialmente condivisi. L'ambiente dell'uomo è dato da tutto ciò che suscita interesse, e può essere costituito anche da cose e persone lontane nel tempo e nello spazio.
Il vero 'ambiente' dell'uomo è costituito dalle cose che 'effettivamente lo mutano'. Per esempio l'attività dell'astronomo varia con le stelle che egli contempla o sulle quali fa i suoi calcoli. Di quanto lo circonda il telescopio è il suo 'ambiente' più immediato. L'ambiente di un antiquario, in quanto antiquario, consiste nell'epoca remota della vita umana di cui si occupa, e nelle reliquie, nelle iscrizioni, ecc. (DE: 15, 14-15).
L'ambiente dell'uomo è per lo più ambiente sociale: ciò che l'uomo fa è condizionato dalle aspettative, dall'approvazione o dalla disapprovazione degli individui con i quali collabora ad attività comuni e dai costumi sociali. La trasmissione inconsapevole dei costumi e delle abitudini contribuisce in modo determinante alla costituzione dell'ambiente sociale, che Dewey definisce anche – con una terminologia analoga a quella della fenomenologia – every day world. Il mondo della vita quotidiana è per noi la realtà predominante perché ha un significato pratico-immediato, dove “pratico” non va inteso nel senso denigratorio della parola “utilitario”: «Esso comprende tutte le materie di diretta fruizione che si presentano nel corso della via grazie alla trasformazione elaborata dalle belle arti, dall'amicizia, dagli svaghi, dagli affari civili, ecc.» (KK: 253, 325).
La realtà del common sense non può mai essere messa totalmente in dubbio. Il dubbio dal quale ha inizio l'attività riflessiva, secondo Dewey, investe infatti sempre solo una parte delle conoscenze che abitualmente diamo per scontate, e mai si configura come dubbio universale alla maniera cartesiana (cfr. Putnam 1992: 78). In questo senso la riflessione ha un carattere principalmente ricostruttivo, poiché opera sempre a partire da un materiale costituito da abiti e credenze precedentemente fissati. L'organismo umano reagisce agli ostacoli, alle situazioni di dubbio e incertezza creando abitudini in grado di migliorare la sua capacità di sopravvivenza avvenire.
L'abitudine, l'abito o l'atteggiamento (habit) è una modalità di rapportarsi all'ambiente e al mondo circostante non consapevole, che non equivale né a routine né a cattiva abitudine, quanto piuttosto ad uno schema d'azione incorporato e interiorizzato. Un habit non può essere mutato facilmente; non si cambia come ci si cambia d'abito: le abitudini, infatti, per Dewey, sono costitutive del self, perché permanenti e durature, sebbene né fisse né rigide né immutabili. Le abitudini sono ad un tempo limitanti e abilitanti, circoscrivono l'ambito nel quale l'agente può agire; essi testimoniano che l'individuo non è né una tabula rasa né completamente libero di fare qualsiasi cosa. Libertà e limitazione non sono necessariamente opposti. Gli habits sono limitazioni c
Note
4 Per una più ampia ricostruzione della biografia di Dewey, cfr. Westbrook 1991, Rockefeller 1991.
5 Per il debito dell'antropologia filosofica di Arnold Gehlen verso il pragmatismo di Dewey, cfr. Joas 1993.
6 Per un possibile confronto tra le posizioni pragmatiste di Dewey e quelle fenomenologiche, cfr. Webb 1978; Kenstenbaum 1977; Rosenthal, Bourgeois 1980; Tibbetts 1979.
7 Cfr. Ruffaldi 2009-2010 e Dreon 2010.
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Dewey, trattato sull'educazione
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Storia dell'educazione - Dewey
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