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Appunti di storia contemporanea

Dalla rivoluzione francese alla prima guerra del Golfo

La rivoluzione francese

Metà 1700. È l'epoca degli assolutismi: la maggior parte degli stati europei è retta da sovrani che hanno il potere di imporre tasse e iniziare guerre; ma è anche il periodo dei primi filosofi illuministi, cui talvolta gli stessi sovrani assoluti si ispirano: Federico II di Prussia, per esempio, ospita volentieri, nella sua corte, il filosofo francese Voltaire; allo stesso tempo, egli è protagonista di una politica aggressiva e spregiudicata, tesa a far crescere come potenza il suo piccolo regno.

Il panorama europeo è però dominato da due potenze coloniali, Francia ed Inghilterra; a queste, si affiancano altre potenze, più o meno affermate o animate dalla volontà di emergere. La Prussia di Federico II ambisce al ruolo di potenza locale sul Baltico, ma la sua politica aggressiva è ostacolata da Russia ed impero austroungarico. Sulla scia della contorta successione al trono austriaco, si sviluppa la 'guerra dei sette anni', che vedrà contrapposta la Prussia alle altre due potenze, cui si unisce anche la Francia, mentre l'Inghilterra è alleata della Prussia.

In realtà, si tratta piuttosto di due guerre parallele: una combattuta nell'Est europeo, ed un'altra tra Francia ed Inghilterra, per il dominio coloniale. Solo una volta i francesi tentarono di invadere la Prussia, ma andò male: l'esercito di Federico II sorprese e distrusse quello francese a Rossbach, ed i transalpini non oseranno più attaccare la Prussia.

Non diversamente stavano andando le cose nelle colonie: gradatamente i francesi, meno forti dei britannici sul mare, si vedranno estromessi dal Canada e dall'India (che rimarrà dominio britannico fino al 1946).

Contemporaneamente, però, tra il 1775 ed il 1783, le 13 colonie britanniche sulla costa atlantica dell'America settentrionale, lottarono per affrancarsi dal dominio inglese (che si traduceva, per le colonie, in una vincolante dipendenza economica); in quella circostanza la Francia inviò un contingente militare in aiuto ai ribelli, comandato da La Fayette.

Le 13 colonie ottennero l'indipendenza, e, sotto lo guida di George Washington, divennero il primo embrione degli USA. In un'epoca in cui gli stati europei erano in gran parte retti da assolutismi, le ex colonie americane si dettero invece il primo, vero ordinamento democratico del mondo.

Intanto la guerra 'dei sette anni' si esauriva, soprattutto per le ingenti spese militari, e la Prussia, dopo alterne ed anche fortunate vicende, riusciva ad affermarsi come potenza locale sul Baltico; allo scopo di ripianare i bilanci dissanguati dalla lunga guerra, Prussia, Russia e impero asburgico si spartirono i territori polacchi, retti all'epoca da una debole casta nobiliare. La Polonia scompare così dalla carta geografica europea; ricomparirà solo fra 150 anni, alla fine della prima guerra mondiale.

Intanto, la Francia stava passando un periodo nerissimo. Le spese militari, unite alla progressiva perdita dei possedimenti in India e Canada, e ad un'amministrazione spesso carente e dilettantesca, fecero sì che la Francia accumulasse un debito pubblico notevole, soprattutto a danno del 'terzo stato': questa classe comprendeva il 98% della popolazione francese, dal mercante al contadino, dal professionista borghese al manovale di fatica, tutti accomunati da pesanti tasse e gabelle. Il restante 2% della popolazione si divideva fra clero e nobiltà, per lo più esentati da tasse.

La situazione si protraeva ormai da decenni, con le casse dello stato vuote e, nell'Europa dell'epoca, conflitti sempre alle porte. Ma fu solo nel 1788, anno di una carestia che portò ad uno smodato aumento dei prezzi dei generi alimentari, che il rischio di una rivolta si fece incombente.

Il re Luigi XVI, monarca assoluto il cui potere teoricamente discendeva da Dio (ecco perché la Chiesa contava...), si rivelò scarso nel gestire la crisi. Inoltre il suo entourage, in primis la regina Maria Antonietta, erano tutt'altro che cauti nelle spese (lei veniva definita 'madame deficit'), e questo non li rendeva per nulla simpatici ad una popolazione affamata.

L'esperienza americana vissuta dai soldati francesi di La Fayette, aveva fatto sì che essi portassero in patria idee di 'indipendenza' e 'libertà dalla tirannide' che si erano diffuse presso la popolazione, e che si erano sovrapposti ai già presenti ideali dell'illuminismo: l'esempio delle colonie che, affrancatesi dal dominio straniero, si erano date una costituzione ed un regime democratico, si radicò ben presto nelle menti dei francesi più istruiti.

Il re convocò un'assemblea speciale, gli 'stati generali', in cui esponenti dei tre stati sociali avrebbero, separatamente, deliberato soluzioni per la crisi economica. Tuttavia, sebbene gli esponenti del terzo stato fossero il doppio rispetto a nobiltà e clero, il voto di ogni stato contava per uno, e quindi il terzo stato finiva sempre per essere messo in minoranza, con gli interessi di nobiltà e clero che venivano preservati.

Tuttavia, stavolta molte cose erano diverse. Parecchi nobili avevano acquisito una mentalità più aperta ed avevano compreso la gravità di una situazione insostenibile; molti dei rappresentanti del clero erano parroci, e conoscevano le sofferenze di una popolazione ridotta alla fame; quasi tutti i delegati del terzo stato erano persone istruite e professionisti di settore, in grado di elaborare proposte concrete. Tuttavia, questo non avrebbe cambiato le cose, se non si fosse votato 'ognuno per sé' e non 'per ordine'.

Il re era sui carboni ardenti. A lui sarebbe spettato pilotare una serie di riforme, e se l'avesse fatto forse le cose sarebbero state molto meno traumatiche di come furono. Invece cercò di far naufragare la riunione degli stati generali (da lui stesso convocata) con futili gesti (chiudere le sale di riunione), e questo gesto, di plateale presa in giro, determinò una presa di posizione netta da parte di quei delegati più intransigenti verso un cambiamento radicale: essi (tutto il terzo stato, molti del basso clero e qualche nobile più illuminato e coscienzioso), formarono d'iniziativa un'assemblea nazionale.

Il re, comprendendo in parte la situazione, ordinò ai delegati rimasti di unirsi all'assemblea appena creatasi. Ne scaturì un’Assemblea Nazionale Costituente.

Questo passo fu fondamentale: non solo si iniziava a superare l'antico sistema di 'tre caste', ma si ponevano le basi per arginare il potere assoluto, poiché la Costituzione avrebbe posto un limite notevolissimo al potere regio.

Parigi, per la varietà e numero della popolazione, e per essere il centro della vita politica, era in subbuglio. Mentre il re ordiva trame per arginare, se necessario di forza, quella che pareva un’insurrezione montante in procinto di far crollare il (suo) potere, andava organizzandosi una milizia popolare con lo scopo di contrastare l’inevitabile repressione. Il primo e più noto scontro fu quando gli insorti assaltarono, il 14 luglio 1789, il carcere della Bastiglia, allo scopo di saccheggiarne l’arsenale. Morirono circa 100 insorti contro appena sette militari, ma l’assalto riuscì nell’intento, e la milizia popolare di fatto iniziò ad essere una forza armata.

La situazione degenerò sempre più. Mentre la popolazione in fermento assaltava le ville dei nobili, si giunse al 4 agosto, quando l’assemblea nazionale votò l’abolizione dei diritti feudali, e poco dopo anche la requisizione delle proprietà della Chiesa. La divisione in caste di fatto non esisteva più. Il 26 fu approvata la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, sul modello della costituzione americana.

Il re, barricato a Versailles, faceva i conti con una popolazione sempre più ostile. Bastò la diceria che ci fossero riserve di grano nelle tenute regie, perché la famiglia regale venisse prelevata e costretta a trasferirsi a Parigi; i reali tentarono poi di scappare in Austria, dove speravano di trovare appoggio presso la famiglia di Maria Antonietta, di origini asburgiche, ma vennero catturati.

La Francia, intanto, era divenuta una Repubblica, con libere elezioni (maschili), una costituzione definitiva, e la condanna a morte del re.

Fu questo che dette origine al 'terrore': sotto la giuda di Robespierre, ed in un clima di psicosi collettiva, ogni presunto nemico della rivoluzione fu ucciso, fino ad un totale di decine di migliaia. Robespierre usò la mano pesante perché pensava che, con la calma imposta tramite la paura, la Francia avrebbe superato un momento di transazione politica e sociale delicatissimo, e consolidato così le conquiste della rivoluzione.

In questo, non fu molto migliore dei regnanti appena deposti, soprattutto perché quello che lui instaurò fu nella pratica un regime dittatoriale. Però, lo stato di terrore si ritorse contro di lui: temendo di venire ghigliottinati per un semplice sospetto, altri politici si coalizzarono e lo fecero arrestare. Alla fine, anche Robespierre fu decapitato.

Le cose però non erano passate inosservate alle altre monarchie europee. La Prussia e l’impero asburgico temevano che i princìpi della rivoluzione francese prendessero piede anche presso i loro stati, e cercarono di invadere la Francia per riportare la casata di Luigi XVI al potere.

Si trattava cioè del tentativo di 'isolare e soffocare' la rivoluzione, impedendo che si estendesse trasversalmente in Europa, determinando la fine degli assolutismi allora imperanti.

Fu in questa fase che emerse la figura di Napoleone Bonaparte. Mentre, all’interno della Francia, l’assetto politico si andava faticosamente stabilizzando, l’esercito francese otteneva alcune vittorie militari che ne consolidavano i confini esterni. Si era ormai giunti nel 1796.

Napoleone

La stella del generale còrso, icona emblematica del mondo militare, ma non altrettanto della storia politica europea, iniziò a brillare durante la campagna d’Italia. L’offensiva francese al di qua delle Alpi mirava principalmente a sottrarre truppe nemiche (asburgiche e piemontesi) alla loro offensiva in Europa centrale, sul fianco francese del Reno. Tuttavia Napoleone, con avanzate rapide, mosse a sorpresa e la sapiente concentrazione del fuoco d’artiglieria, seppe ricacciare il nemico fino in Veneto, dopo le battaglie di Mondovì, Lodi e Rivoli. I francesi poterono risalire l’Adige e iniziare l’invasione del territorio austriaco: in pratica, Napoleone stava vincendo la guerra da solo.

La campagna d’Italia si concluse quindi vittoriosamente, e dette luogo ad un controllo francese sulla penisola, in cui vennero creati stati vassalli alla Francia (repubbliche giacobine); a questo assetto politico la popolazione fu talvolta ostile, specie nell’Italia meridionale, dove gli strati più bassi della società non ne ebbero alcun vantaggio.

A Napoleone fu affidata un’armata che avrebbe dovuto combattere in Egitto, allora possedimento turco, per minare gli interessi coloniali britannici in Medio Oriente: la rivalità coloniale con gli inglesi dunque continuava.

In effetti fu proprio a causa dei britannici che la campagna d’Egitto naufragò: dopo la battaglia delle piramidi, vinta contro i turchi, Napoleone si trovò lontano dalla Francia, con un esercito mal rifornito e piagato dalla sete e dalle malattie. La flotta inglese, al comando di Nelson, distrusse quella francese ad Abukir, e i francesi furono isolati. Questo determinò il fallimento della campagna egiziana, e ricompattò l’alleanza antifrancese delle potenze europee, ora che erano chiari i disegni espansionistici dei transalpini. Non si trattava quindi più di isolare i princìpi rivoluzionari, ma di soffocare una potenza dalle chiare mire imperialiste. I britannici, che a loro volta erano impegnati in estese campagne coloniali, sarebbero stati i principali nemici della Francia napoleonica.

Le difficoltà militari, che costrinsero i francesi a ripiegare in Italia ed Europa centrale, generarono un clima di instabilità politica. Fu Napoleone ad approfittarne: rientrò in patria dall’Egitto e, grazie alla fedeltà dell’esercito, il 10 novembre 1799 estromise gli organi politici francesi (direttorio) e prese di fatto il potere, stabilendo un consolato di tre elementi di cui lui faceva parte, insieme a due figure di spicco del direttorio ormai estromesso.

Tuttavia Napoleone poteva stabilizzare il suo potere solo scongiurando una invasione nemica: sconfisse di nuovo l’impero asburgico in una seconda campagna d’Italia (battaglia di Marengo), e la coalizione, che comprendeva anche Inghilterra e Russia, finì per disgregarsi; la Francia poté così trarre respiro.

Napoleone ne approfittò per estendere il suo potere: sottoscrisse un concordato con la Chiesa, risanando la frattura generatasi ai tempi della rivoluzione, e approfittò di questo successo politico per farsi nominare console a vita. Ormai leader della scena politica francese, approfittò di una tentata congiura, sedata nel sangue, per autoproclamarsi imperatore, il 2 dicembre 1804.

Cercò poi di riaffermare la Francia nel dominio coloniale, ma, a parte la riconquista delle Antille, non riuscì ad ottenere molto altro, e dovette anzi vendere (letteralmente) la Louisiana (che all’epoca comprendeva tutto il Midwest) ai neonati Stati Uniti, poiché la Francia ne stava comunque perdendo il controllo.

La rivalità con la Gran Bretagna si andava accentuando ancora una volta. All’Inghilterra, forte sul mare e con un grande impero coloniale, serviva davvero solo una cosa: che l’Europa rimanesse un libero mercato per le sue merci, prodotte a basso costo grazie al saccheggio delle materie prime delle colonie. Per questo, una Francia trasformata in una tirannide e fortemente militarizzata, che mirava ad un controllo egemonico dell’Europa, era un pessimo auspicio per gli affari britannici. Affari che del resto i francesi avevano già cercato di minare con la fallita campagna d’Egitto. Gli inglesi fomentarono così la creazione di altre coalizioni antifrancesi, finanziando gli eserciti dei paesi europei.

Napoleone capiva benissimo il gioco britannico. Sapeva che solo un paese florido e ricco poteva permettersi un esercito forte, premessa indispensabile per quel controllo egemonico sull’Europa che egli andava costruendo. Cercò così di controllare i porti europei, chiudendoli alle merci britanniche allo scopo di imporre quelle francesi, ma non vi sarebbe mai riuscito.

Questo nonostante che, negli anni successivi, l’esercito francese sarebbe passato di successo in successo. Tra il 1805 ed il 1811, le armate francesi spadroneggiarono nell’Europa centrale, con le vittorie di Austerlitz (1805), Jena (1806), Friedland (1807) e Wagram (1809). Queste vittorie furono in larga parte ottenute grazie al fatto che Napoleone penetrava velocemente in territorio nemico, portando la guerra fuori dai confini francesi, e saccheggiando le altrui risorse per sostentare il proprio esercito; la velocità permetteva poi ai francesi di imporre le condizioni di battaglia ad un nemico spesso superiore in numero, ma lento e poco fantasioso nella manovra.

Inoltre nell’esercito francese gli ufficiali erano promossi per meriti, e non nobili di casta, cosa questa che rendeva gli uomini al comando più all’altezza del ruolo, come già la battaglia di Marengo aveva dimostrato: in quella circostanza, Napoleone sbagliò a valutare la situazione, ma il generale Desaix, che si mosse provvidenzialmente di propria iniziativa, salvò l’esercito francese, che poi volse la battaglia a proprio favore.

Ma l’affermazione più emblematica di Napoleone sarebbe stata la battaglia di Austerlitz (vicino Brno): egli occupò alcune alture, da cui si dominava la strada per Vienna, e nascose il grosso dell’esercito nei boschi attorno alla vallata dietro alle colline. Gli eserciti austro-russi si mossero per sloggiare dai colli le avanguardie francesi, che si ritirarono nella valle, dove furono inseguiti dal grosso delle armate nemiche. Esse furono poi prese in trappola dai reparti francesi nascosti nella boscaglia, accerchiate e distrutte. La portata della vittoria fu immensa: l’esercito nemico non esisteva più. I coalizzati non avevano altre forze armate da opporre ai francesi, e furono costretti alla resa.

Queste vittorie permisero alla Francia di imporre il proprio assetto politico in tutta l’Europa centrale, controllando i porti e imponendo una condizione di vassallaggio ai piccoli stati del Reno. L’Inghilterra si trovò quindi chiusa la via del mercato europeo, non potendo più usufruire degli abituali porti sul continente.

Tuttavia le cose andavano bene solo in apparenza. Sebbene in terra la Grand Armée apparisse invincibile, sul mare Napoleone dovette soccombere alla potenza britannica: rispetto ai francesi, i britannici avevano una flotta più esperta e meglio comandata, cosa che dava loro un notevole vantaggio di velocità, prontezza di manovra e coesione in battaglia. A Trafalgar (vicino Gibilterra), due mesi prima della battaglia di Austerlitz, l’ammiraglio Nelson, forte di que...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher met94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte marchigiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Martellini Moreno.
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