CHIMICA FARMACEUTICA II ANTITUMORALI
Il tumore comprende un insieme molto vasto di patologie differenti per eziologia, decorso clinico e
sintomatologia, ma accomunate dall’accumulo di mutazioni (insulti genetici) che compromettono in
modo progressivo i meccanismi di controllo della proliferazione cellulare. La cellula tumorale perde la
capacità di regolare il ciclo cellulare e di attivare i processi di apoptosi quando si manifestano
anomalie. Questa perdita doppia – controllo della replicazione e attivazione dei sistemi di
salvaguardia – permette alla cellula di replicarsi in modo incontrollato e porta alla formazione di
masse cellulari che causano danni sistemici spesso letali. Un’ulteriore caratteristica è la capacità di
metastatizzare, ossia diffondere dal sito primario verso tessuti distanti tramite il sistema linfatico o
sanguigno.
Le strategie terapeutiche antitumorali classiche sono quattro. La chirurgia, quando possibile,
consente l’asportazione diretta della massa tumorale. La radioterapia utilizza radiazioni per
distruggere il tessuto neoplastico. La chemioterapia impiega farmaci che colpiscono le cellule
maligne (e spesso anche quelle non maligne). Più recentemente si sono aggiunti gli inibitori dei
checkpoint immunitari, soprattutto anticorpi monoclonali che riattivano il sistema immunitario
contro le cellule tumorali, superando i meccanismi con cui queste ultime “ingannano” l’immunità e si
fanno riconoscere come cellule normali (il sistema immunitario del paziente riconosce e attacca le
cellule tumorali).
La chemioterapia può essere considerata secondo due grandi approcci. Uno sfrutta la caratteristica
fondamentale delle cellule tumorali, cioè la loro proliferazione incontrollata: colpendo cellule in
rapida replicazione si ottiene un effetto antitumorale, ma allo stesso tempo vengono danneggiate
anche cellule sane fisiologicamente in turnover rapido, come quelle del midollo osseo o del bulbo
pilifero. Da qui derivano effetti collaterali tipici come immunosoppressione, alopecia e nausea.
Nonostante la tossicità, questi farmaci rimangono parte essenziale di molti protocolli terapeutici, sia
da soli sia come terapia adiuvante o neoadiuvante alla chirurgia. 144 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
L’altro approccio cerca di avvicinarsi alla “magic bullet” di Ehrlich, analizzando in dettaglio la biologia
delle cellule tumorali. La presenza di mutazioni accumulate compromette i meccanismi di riparo e
altera interi pathway metabolici, portando alla sovraespressione di specifici recettori, proteine o
enzimi. Questa informazione permette di progettare molecole mirate contro bersagli presenti quasi
esclusivamente nelle cellule tumorali, dando origine alle targeted therapy. Queste terapie cercano di
colpire componenti essenziali della cellula neoplastica minimizzando il danno ai tessuti sani.
Le cellule tumorali, però, essendo instabili e soggette a continue mutazioni, sviluppano facilmente
resistenze ai farmaci. Una singola mutazione può rendere inefficace un intero trattamento. Per questo
molti protocolli prevedono l’uso di combinazioni di più farmaci per ridurre la probabilità che emerga
un clone resistente (cocktail). La prognosi di molte forme tumorali rimane severa e questo rende
accettabili, nel contesto terapeutico, effetti collaterali che non sarebbero tollerati in altre patologie.
Tuttavia, negli ultimi anni alcuni tumori sono diventati curabili e, in altri casi, patologie un tempo
rapidamente letali possono trasformarsi in malattie croniche, come osservato in alcune forme di
melanoma.
Per comprendere i chemioterapici che agiscono sul DNA è
utile richiamare le strutture di nucleosidi e nucleotidi,
distinguendo quelli del DNA e dell’RNA. I nucleotidi sono i
veri substrati utilizzati durante l’allungamento della catena
di DNA. La reazione procede tramite un attacco nucleofilo
del gruppo ossidrilico in posizione 3’ dello zucchero sul
fosforo del nuovo nucleotido trifosfato, con liberazione di
pirofosfato. Si tratta di una reazione di transesterificazione
che permette l’aggiunta del nuovo nucleotide alla catena
nascente, mantenendo l’estremità 3’ disponibile per
l’attacco successivo. %
*I nucleosidi e i nucleotidi sono le unità fondamentali degli acidi nucleici e si distinguono per la
presenza o meno del gruppo fosfato. Un nucleoside è formato da una base azotata legata a uno
zucchero pentoso attraverso un legame Le basi possono essere purine: adenina e
β-glicosidico.
guanina, con struttura biciclica, oppure pirimidine: citosina, timidina e uracile, con struttura
monociclica. Lo zucchero è ribosio negli RNA e desossiribosio negli DNA; la differenza è l’assenza del
gruppo ossidrilico in 2’ nel desossiribosio, fondamentale per la stabilità maggiore del DNA. Il legame
glicosidico unisce l’atomo N1 delle pirimidine o l’N9 delle purine al carbonio 1’ dello zucchero. 145 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
Un nucleotide è un nucleoside che ha aggiunto uno o più gruppi fosfato esterificati al carbonio 5’ del
pentoso. Questa fosforilazione conferisce carica negativa alla molecola e permette ai nucleotidi di
polimerizzare. I nucleotidi trifosfato, come ATP, GTP, CTP e UTP, sono le forme energetiche e attive per
la sintesi: la rottura dei legami fosfoanidridici fornisce energia sia per le reazioni cellulari sia per la
formazione dei legami fosfodiestere negli acidi nucleici. I nucleotidi partecipano al metabolismo
come trasportatori energetici, cofattori (NAD+, FAD, CoA derivano da nucleotidi modificati), secondi
messaggeri come cAMP e cGMP e soprattutto come monomeri per la sintesi di DNA e RNA.*
AGENTI ALCHILANTI
Gli agenti alchilanti (tra le prime classi sviluppate) formano una categoria ampia di farmaci
antitumorali composta da diverse sottoclassi chimiche accomunate dalla capacità di interferire in
modo generalmente aspecifico con il metabolismo del DNA. Il loro meccanismo d’azione consiste
nella formazione di legami covalenti con i nucleosidi durante i processi di replicazione, proofreading e
nelle attività enzimatiche correlate. L’alchilazione del DNA genera una serie di danni strutturali che
compromettono la capacità della cellula di replicare correttamente il materiale genetico. Questa
azione risulta particolarmente efficace nelle cellule che si dividono rapidamente, come quelle
tumorali, ma coinvolge inevitabilmente anche cellule sane ad alta proliferazione, come quelle del
midollo osseo, dell’epidermide e dei bulbi piliferi.
-MOSTARDE AZOTATE 146 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
Tra le sottoclassi più antiche rientrano le mostarde azotate, il cui sviluppo deriva da osservazioni fatte
durante la Prima guerra mondiale. L’iprite, un gas bellico, aveva mostrato una marcata attività
mielosoppressiva, segno della sua capacità di colpire preferenzialmente i tessuti in rapida
replicazione. Da questa osservazione è stato possibile derivare molecole terapeuticamente utili. Le
mostarde azotate presentano una struttura generale caratterizzata da un atomo di azoto sostituito
con un gruppo R, e generalmente da due atomi di cloro; sono spesso molecole simmetriche e questa
simmetria gioca un ruolo chiave nel loro meccanismo d’azione.
La molecola, attraverso un processo di attivazione intramolecolare, genera un gruppo elettrofilo in
grado di reagire tramite sostituzione nucleofila con siti nucleofili presenti sulle basi azotate del DNA
(la molecola si attiva, espone un gruppo elettrofilo che innesca una reazione di sostituzione
nucleofila reagendo con una controparte nucleofila sulla base azotata). La posizione più reattiva è
l’N7 della guanina (sul DNA), con un’elevata preferenza rispetto agli altri siti reattivi, i quali seguono
con una reattività nettamente inferiore (su slide). Poiché le mostarde possiedono due gruppi reattivi
equivalenti (2Cl), possono formare due legami covalenti, dando origine a:
- 2 legami covalenti tra i due filamenti del DNA (legami/crosslink interfilamento), bloccano
fisicamente i due filamenti tra impedendone la separazione durante la replicazione e processi.
- 2 legami covalenti all’interno dello stesso filamento, legami intrafilamento che generano
distorsioni tridimensionali che compromettono la corretta geometria del DNA.
- La reazione sulla base azotata (DNA, in particolare guanina N7 che viene alchilata) può portare
direttamente alla rottura dell’anello imidazolico o la perdita dell’intera base azotata, portando
alla propensione della rottura della catena di DNA.
- L’alchilazione dell’N7 della guanina favorisce e stabilizza la forma tautomerica di enolo (che
solitamente è sfavorita nella guanina). Questo porta alla formazione di un appaiamento NON
Watson e Crick, compromettendo ulteriormente la geometria del DNA.
- L’attività dei gruppi elettrofili non si limitano solo alle basi azotate, qualsiasi buon nucleofilo
può subire l’attacco, compresi residui reattivi come la cisteina (attivata) delle proteine,
causando legami covalenti anche con proteine cellulari. 147 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
L’insieme di queste alterazioni genera un danno estremamente eterogeneo e difficilmente prevedibile
nel dettaglio (ho vari targhet), ma con un risultato complessivo certo: l’impossibilità per la cellula di
replicare il DNA in modo corretto e quindi l’induzione della morte delle cellule che si trovano in fase
attiva di replicazione.
Le mostarde azotate si attivano attraverso un meccanismo intramolecolare molto preciso, reso
possibile dalla loro struttura simmetrica e dalla presenza del doppietto elettronico sull’azoto. Il punto
chiave è la formazione dello ione aziridinio, che rappresenta il vero intermedio elettrofilo responsabile
dell’alchilazione delle basi azotate del DNA (presenta una posizione fortemente elettrofila, che
reagisce con le posizioni nucleofile della base azotata/proteine).
Il processo inizia dal doppietto dell’azoto che attacca intramolecolarmente il carbonio legato al
α
cloro. Il cloro è un buon gruppo uscente e la sua presenza rende il carbonio adiacente
particolarmente suscettibile all’attacco. L’eliminazione del Cl permette la formazione dello ione
aziridinio. Questo intermedio molto reattivo espone un sito elettrofilo in grado di reagire con i gruppi
nucleofili presenti nelle basi azotate del DNA, in particolare l’N7 della guanina, che rappresenta la
posizione più reattiva.
L’attacco nucleofilo porta alla formazione del primo addotto covalente tra il DNA (la base guanina) e il
primo gruppo funzionale della mostarda azotata (formazione del primo legame covalente DNA-
farmaco). Poiché la molecola è simmetrica e possiede due equivalenti, lo stesso processo può
avvenire sull’altro lato, con generazione di un secondo ione aziridinio e instaurazione del secondo
legame covalente. Questo apre la possibilità di formare crosslink sia interfilamento (bloccando i due
filamenti tra loro) sia intrafilamento (alterando la geometria del singolo filamento). Lo stesso
meccanismo si applica anche quando il nucleofilo partner è una proteina, ad esempio tramite residui
di cisteina. Questi eventi si amplificano su tutto il DNA (data la presenza di più molecole di farmaco)
portando a una compromessa capacità della cellula di continuare a replicarsi 148 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
La sequenza di attivazione è quindi definita dal doppietto dell’azoto che promuove l’attacco
intramolecolare, dal cloro che funge da gruppo uscente e dall’anello aziridinico che introduce il sito
elettrofilo responsabile dell’alchilazione. La ripetizione del processo sul gruppo gemello consente la
formazione del doppio legame covalente che compromette in modo irreversibile la capacità della
cellula di replicare il DNA.
La mecloretamina, capostipite delle mostarde azotate, rappresenta il modello più semplice e più
reattivo di questa classe, usato nel linfoma di Hodgkin. Il gruppo R è un metile, fortemente elettron-
donatore: questo aumenta la densità elettronica sull’azoto e rende il suo doppietto molto più
nucleofilo e reattivo. Di conseguenza, la ciclizzazione intramolecolare che porta alla formazione dello
ione aziridinio avviene estremamente rapidamente, conferendo alla molecola un’elevatissima
reattività. È talmente aggressiva che non può essere somministrata per via orale ed è vescicante a
contatto con la pelle, proprietà che ricordano il suo utilizzo originario come agente chimico bellico.
Il tentativo di ottenere derivati più maneggevoli ha portato allo sviluppo del clorambucile, che
mantiene la struttura delle mostarde azotate ma introduce un anello aromatico para-sostituito con
uno spaziatore e un gruppo carbossilico. L’aromaticità stabilizza per risonanza il doppietto dell’azoto,
rallentando la formazione dello ione aziridinio e riducendo radicalmente la reattività. Questo
determina una cinetica più lenta, assimilabile a una pseudo-SN1, molto diversa dal meccanismo
simil SN2 tipico della mecloretamina. Nello sviluppo della molecola si parte dalla mecloretamina, in
cui viene introdotto un anello aromatico per ridurre la reattività del gruppo, ma questo rende il
composto poco solubile; l’aggiunta del gruppo carbossilico in para migliorava la solubilità ma
stabilizzava troppo l’azoto, rendendo la molecola poco reattiva (poca attività). Solo con l’introduzione
di unità metileniche come spaziatori (così da distanziare l’anello aromatico e il gruppo carbossilico) si
149 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
è raggiunto un equilibrio tra solubilità, stabilità e reattività, dando origine al clorambucile, tuttora
utilizzato e somministrabile per via orale (si è dovuto stabilire una certa distanza dello spaziatore
perché ogni unità in più aumenta la lipofilia).
Un altro importante derivato è la ciclofosfamide, che conserva la caratteristica unità bis(2-
cloroetil)amminica ma presenta un gruppo fosfamide come R. A differenza dei derivati classici, è un
profarmaco che subisce inizialmente un metabolismo epatico ossidativo (a livello del gruppo R, porta
aggiunta di un ossidrile che determina la rottura dell’anello) operata da specifici citocromi P450 (fase
I), questo genera un intermedio che sarà soggetto all’attività di fosfatasi/fosforamidasi, enzimi
sovraespressi nelle cellule tumorali, con conseguente rilascio selettivo della mostarda attiva (quindi
la forma attiva viene rilasciata prevalentemente a livello della cellula tumorale). Questo conferisce un
certo grado di selettività tissutale, sfruttando la maggiore attività enzimatica delle cellule
neoplastiche (c’è una base di targhet terapy).
Parallelamente alla formazione dell’agente alchilante, l’attivazione della ciclofosfamide genera
acroleina, metabolita altamente tossico. È il principale limite alla somministrazione del farmaco ed è
un effetto collaterale inevitabile perché intrinseco al meccanismo di attivazione.
La cascata metabolica porta quindi alla liberazione della classica struttura della mostarda azotata,
che forma lo ione aziridinio e instaura legami covalenti bifunzionali con il DNA, analogamente agli altri
composti della stessa classe.
-NITROSOUREE 150 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
Le nitrosouree rappresentano una classe di agenti alchilanti caratterizzati da una particolare
instabilità chimica che ne determina l’attività antitumorale. La prima in cui è stata è stata riscontrata
attività è la metilnitrosourea, una molecola semplice non utilizzata in terapia (poco attiva) ma molto
utile per comprendere il meccanismo. Nel mezzo cellulare la nitrosourea è chimicamente instabile e
va incontro a decomposizione spontanea; da questa degradazione si formano due specie altamente
reattive. Una è lo ione diazonio, in questo caso lo ione metildiazonio, caratterizzato da una carica
positiva e con forte capacità alchilante, in grado di reagire con siti nucleofili delle basi azotate del
DNA, compromettendo la replicazione. L’altra specie liberata è un isocianato, che può a sua volta
interagire congruppi presenti in proteine o basi del DNA, contribuendo alla tossicità e all’effetto
citotossico complessivo.
Tra le molecole terapeutiche di questa classe rientrano carmustina e lomustina, caratterizzate da una
marcata lipofilia che permette loro di attraversare la barriera ematoencefalica. Questa proprietà le
rende particolarmente utili nel trattamento di vari tumori cerebrali, patologie difficili da trattare per la
scarsa accessibilità del SNC ai chemioterapici e agli anticorpi monoclonali. Lo ione diazonio generato
ricorda strutturalmente le mostarde azotate e mantiene la capacità di formare legami covalenti con le
basi azotate, in particolare con l’N7 della guanina. Rispetto alle prime nitrosouree, la progettazione di
nuovi derivati ha permesso di ottenere molecole in grado di generare due addotti covalenti,
aumentando la probabilità di crosslinking del DNA e potenziando l’attività citotossica. Gli effetti
collaterali sono gravi, ma considerati accettabili per l’indicazione oncologica a cui sono destinati
-TRIAZENI 151 / 241
ANTITUMORALI
CHIMICA FARMACEUTICA II
I triazeni costituiscono un ulteriore gruppo di agenti alchilanti con utilizzo rilevante nei tumori
cerebrali. Queste molecole richiedono attivazione metabolica e convergono nella generazione della
stessa specie elettrofila (agente alchilante), cioè lo ione metildiazonio. Le molecole son caratterizzate
da una struttura triazenica, ed è essenziale che almeno uno dei sostituenti R’ e R” (idealmente
entrambi) sia un gruppo metile.
Il primo passaggio è operato dai citocromi della fase I,
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Chimica farmaceutica 1 e tossicologica - parte terza
-
Appunti Chimica farmaceutica I - parte 2
-
Chimica farmaceutica e tossicologica 2
-
Chimica farmaceutica e tossicologica I - Appunti