Camillo Sbarbaro
Sbarbaro è un uomo dall’ego più dimesso fino quasi alla scomparsa di sé, tanto è labile, tanto è
flebile l’attaccamento alla vita. Sbarbaro è come se alla vita fosse attaccato da un filo sottilissimo…
Ha anche insegnato, cosa rara per i vociani. La loro è stata un’esperienza interrotta, è stato questo
fuoco divampato con la guerra e poi spentosi. Sbarbaro, grazie a Montale e alla “linea ligura”,
quindi anche a Caproni, Giudici, a Sanguineti in qualche modo, i semi della poesia sbarbariana sono
rimasti in circolo nella nostra letteratura, prima che venissero riscoperti Campana e Rebora.
Una vita fatta di “nulla”. Uomo mite… Ha fatto la guerra anche lui. Qualche rara foto in divisa ce
l’abbiamo. Era un “fatalista”. Aveva una grande passione, che accompagnava quella per la
letteratura. Questa passione è molto indicativa del suo carattere: collezionava muschi e licheni.
Se la ginestra leopardiana è il fiore che sopravvive ai deserti, è quello che sopravvive dell’umanità
dopo che il fuoco del Vesuvio ha consumato tutto… (la solidarietà degli uomini in mezzo alla
catastrofe)… c’è una entità naturale ancora più tenace ma minimale rispetto alla ginestra, che è
quella dei muschi e dei licheni di Sbarbaro. Muschi e licheni sopravvivono ai climi più freddi… La
vera grande aridità non è quella del caldo ma quella del freddo.
Scegliere tanta dedizione per qualcosa di minimo è indicativo. Significa che Sbarbaro guardava la
vita da una prospettiva veramente molecolare, qualcosa di assolutamente da un lato miracoloso, la
sua capacità di resistere alle tante minacce, dall’altro anche qualcosa di umile, fragile e spoglio.
“Spoglio” è la parola adatta per descrivere la letteratura di Sbarbaro. Ciò non significa, che la sua
letteratura, pur essendo minimalista, spoglia, arida, non riesce ad essere anche sublime e solenne.
Invece lo è. Non è un caso che l’autore che noi vediamo più presente di tutti nella poesia di
Sbarbaro come influenza è Baudelaire. Sentiamo la solennità con cui Baudelaire affronta i Fiori del
male, il tema del peccato, l’eros maledetto, la città moderna.
Naturalmente Sbarbaro viveva a Genova, non a Parigi… quindi la città in cui si smarisce Camillo
Sbarbaro, in cui incrocia prostitute, ubriachi, sonnambuli… non è neanche la Genova portuale di
Dino Campana… è una sorta di “quintessenza di città come luogo di solitudine degli individui”.
Abbastanza poco credibile se pensiamo alla Genova reale… Sbarbaro lo descrive come luogo
spoglio, deserto.
Se pensiamo alla poesia di Baudelaire e alla pittura degli Impressionisti, pensiamo alle figure di
bevitori e bevitrici di assenzio, che sono tanto presenti nella pittura di fine Ottocento francese.
Quello è il mondo ai cui Sbarbaro guarda: il “mondo dei marginali”: prostitute, ubriachi,
sonnambuli. E il poeta è una figura marginale tra questi. Il poeta non è alla maniera di Ungaretti un
vate, non è colui che esprime la parola a nome di tutti gli altri. E’ colui che vede la vita in
prospettiva diversa da quella degli uomini di tutti i giorni.
E Montale deriva da lui… la “maglia rotta nella rete”. L’uomo che riesce a osservare le crepe
nell’edificio della contingenza. Mentre l’uomo comune vive e non si ferma a riflettere sul senso del
suo destino… Un poeta sì. Camillo Sbarbaro appartiene a questa “razza di poeti”.
Gozzano aveva l’ironia che lo salvava dal pessimismo nichilista. Sbarbaro, a differenza di Gozzano,
non è mai ironico. Sbarbaro non ha neanche il conforto che avevano gli altri crepuscolari: i
moribondi Corazzini e Gozzano sapevano piangere e singhiozzare, invece Sbarbaro è condannato
a un “pianto fatto di lacrime sciocche”, cioè lacrime senza sale, senza ragione. Quindi Persino
l’atto fisiologico della protesta rispetto al dolore per l’uomo prostrato da una condizione esistenziale
e fallimentare, non riesce neanche a trovare la via dell’espressione, neanche il conforto del pianto,
del dolore, dell’autocommiserazione, della solidarietà con altri sconfitti, con altri sofferenti. Ma c’è
questa sfera della “solitudine totale”, che nel caso di Sbarbaro è rotta soltanto da due affetti:
l’affetto per il padre e quello per la sorella, che sono tra le pagine più tenere quelle in cui
Sbarbaro rievoca queste due figure importanti.
“Pianissimo”, raccolta di poesie del 1914. Sbarbaro ha scritto anche un’altra raccolta in versi,
esilissima, sono pochissime poesie, che si intitola “I versi a Dina”. Sono degli anni ’20 e sono
poesie d’amore, dedicate appunto a una ragazza, Dina. Anche queste anticipano tante poesie
d’amore di Caproni, dello stesso Montale, anche queste appartengono alla “linea ligure” della nostra
poesia, ma quasi non sembra lo stesso Sbarbaro di “Pianissimo”, perché ormai non è p
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